Non bruciamo don Milani

“Ho creduto che don Milani somigliasse al mio prete pedofilo”, con questa citazione nel sottotitolo, la Repubblica di giovedì scorso ha dedicato due pagine, a cura di Dario Olivero, all’ultimo romanzo di Walter Siti, “Bruciare tutto”. Protagonista un prete pedofilo, don Leo, che secondo l’autore “forse forzando l’interpretazione” assomiglierebbe a don Milani a cui il libro è dedicato. “Ma se ho sbagliato l’interpretazione – ha prudentemente aggiunto – allora la dedica è fuori bersaglio”. Lo è infatti, come ogni interpretazione frettolosa e  infondata. Le reazioni che ci sono state hanno indotto il quotidiano romano a tornare sull’argomento il giorno dopo con una seria e documentata analisi di Silvia Ronchey e un’intervista con Giorgio Pecorini, amico e corrispondente dell’ispiratore di “Lettera a una professoressa”. A cinquant’anni dalla morte, la figura di don Lorenzo merita un’attenzione meno superficiale, cosa che provo a fare anch’io ripescando nella memoria qualche ricordo personale (nandocan). 

***Roma, 23 aprile 2017 – Per un giornalista alle prime armi come ero io nella Firenze dei primi anni sessanta non era facile farsi ricevere a Barbiana da don Lorenzo Milani, in quella parrocchietta sperduta del Mugello dove era stato confinato dalla Curia arcivescovile. Per riuscirci avrei dovuto accettare di essere “processato” davanti alla classe dei suoi ragazzi, in rappresentanza di tutta la mia corporazione di pennivendoli. E così avvenne, con qualche disagio da parte mia ma anche il premio di un’esperienza indimenticabile, quella di  testimone diretto della straordinaria complicità che legava il priore a quei ragazzi così diversi da lui per educazione e provenienza sociale. E della feroce determinazione che quello straordinario maestro poneva nel far crescere nelle menti di quei piccoli montanari l’orgoglio della propria dignità. Così ogni settimana faceva salire lassù, uno per volta, politici, scienziati, artisti, militaristi, antimilitaristi, nobildonne, stranieri, protestanti per darli in pasto alla curiosità e al desiderio di conoscere dei suoi alunni. Soltanto un folle avrebbe potuto ipotizzare allora, tanto meno oggi a cinquant’anni dalla morte di don Lorenzo, qualcosa di morboso o di volgare.

Ricordo anche un altro incontro, precedente, con don Milani.  Giugno 1959, due anni dopo l’uscita del primo libro, “Esperienze pastorali”, quello che gli era costato (felix culpa) il trasferimento punitivo dalla Pieve di San Donato a Calenzano a una parrocchietta sperduta nell’Alto Mugello, che diventerà famosa nel mondo come la scuola di Barbiana. Alcune pagine “rivoluzionarie” di quel libro ci erano state lette in classe, al liceo Dante di Firenze, dal nostro professore di religione, don Raffaele Bensi, prima che il libro uscisse. Don Bensi era anche il direttore spirituale di Lorenzo, come lo era di Giorgio La Pira e di molti  giovani cattolici della mia generazione, tra cui Tiziano Terzani e il sottoscritto.

Ma veniamo a quella riunione improvvisata del 22 giugno 1959. Rivedo ancora la scena, nella penombra estiva di un antico palazzo di via Capponi, dove  “Testimonianze”, la rivista fondata da Padre Ernesto Balducci, aveva  la sua redazione, al centro della città. A poche centinaia di metri, in via Venezia, era la cella conventuale in cui viveva il sindaco Giorgio La Pira, che nelle sue passeggiatine serali spesso si affacciava a salutarci con frasi come questa: “Signori, va tutto bene. Diceva mio nonno: il Papa fa gli ultimi sforzi per essere re”.   La Firenze di quegli anni era davvero un laboratorio di novità politiche e culturali, oltre che religiose. A duecento metri da noi, nella chiesa dell’Annunziata, predicava David Maria Turoldo, religioso e poeta. Un poco più lontano, la chiesa dell’Isolotto aveva da poco un parroco “sovversivo”, don Enzo Mazzi, che nel sessantotto verrà sospeso e costretto insieme con la sua comunità a celebrare messa in piazza.

Per il cardinale Ottaviani e il suo amico arcivescovo di Firenze, monsignor Florit, così come per il direttore della “Nazione”, Enrico Mattei, eravamo i “comunistelli di sagrestia”. Una frase “volgare e qualunquista”, la definirà poi don Milani. “Comunistelli”, figuriamoci. Con Papa Pio XII felicemente regnante, era già eversivo non confondersi con i clericali e gli integralisti, non pensare al PCI come al demonio. Denunciare, come faceva don Milani, i compromessi della Chiesa con il capitalismo e stare dalla parte dei preti operai – don Bruno Borghi, a Firenze, era allora il primo in Italia – bastava a mettersi sotto tiro. Ma “la famiglia cristiana dell’operaio e del contadino – scriveva il priore di Barbiana nel ’58 a un amico milanese – ha bisogno di un prete povero, giusto, onesto, distaccato dal denaro e dalla potenza, dalla Confida, dal governo, capace di dire pane al pane senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto, senza politica, così come sapevano fare i profeti o Giovanni Battista”.

I profeti e il Battista. Già perché la spiritualità cristiana dell’ebreo Lorenzo Milani sapeva molto di Vecchio Testamento. “La religione per me – scriveva nel ’61 a Elena Brambilla, un’altra dei suoi amici milanesi – consiste solo nell’osservare i 10 comandamenti e confessarsi presto quando non si sono osservati. Tutto il resto o son balle o appartiene a un livello che non è per me e che certo non serve ai poveri”. La verità è che tra i cosiddetti cattolici del dissenso, che si ispiravano alle novità teologiche di oltralpe, ai De Lubac, Danielou, Chenu, Teilhard de Chardin, quella di don Milani era una figura molto particolare, quasi ostentatamente semplice e gelosa della propria diversità. Le difficoltà di quell’incontro nel palazzo di via Capponi si spiegavano anche così. Ma ecco come lo raccontò il giorno dopo lo stesso don Milani in una lettera a Elena Brambilla del 23 giugno 1959. “Ieri ero a Firenze per accompagnare i ragazzi agli esami. Mentre aspettavo che uscissero mi si sono avvicinati due giovani che non conoscevo pregandomi di seguirli in una loro saletta dove in breve tempo hanno radunato un bel gruppo di giovani studenti loro pari e un sacerdote che conoscevo solo dagli scritti: il padre Balducci. Sono state due ore di inferno per me e per loro. Si parlava due lingue: per me era lo stesso che essere all’estero, ma all’estero senza lingua! E sono cattolici ferventi anzi eroici (la loro rivista si chiama “Testimonianze”) e sono per di più ferventi ammiratori e propagatori del mio libro”.

A quasi sessant’anni di distanza, di  quell’incontro improvvisato non ricordo molto, ma mi rimase impressa una frase: “Io i miei ragazzi li amo fino al limite del sesto comandamento”. Sì, proprio quello che nella Bibbia è tradotto con “Non commettere adulterio” e nel catechismo, assai più genericamente,“non commettere atti impuri”. Che una frase come quella potesse essere allora causa di turbamento era ed è comprensibile. Per qualcuno anche oggi dopo che gli scandali dei sacerdoti pedofili si sono moltiplicati. Ma nel linguaggio volutamente provocatorio di don Milani non solo l’obbedienza – come nella sua famosa lettera ai cappellani militari –  ma anche la prudenza “non è più una virtù”. E lui non riesce neppure a concepire in quel suo popolo di montanari  “un amore disinteressato e universale, di quelli di cui si sente parlare sui libri di ascetica” (lettera a Elena Brambilla del 20.6.1961). Scrivendo a Giorgio Pecorini, il giornalista con cui a quel tempo anche noi di Testimonianze eravamo in rapporto, don Lorenzo narra di due preti che gli avevano domandato se il suo scopo nel far scuola “fosse di portarli alla Chiesa o no” e cosa altro gli “potesse interessare al mondo nel far scuola se non questo”.  “E io – commenta – come potevo spiegare a loro così pii e così puliti che io i miei figlioli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare?”.

Che in quel “perdere la testa” ci fosse anche qualcosa di sensuale, di castamente “socratico”, forse non è da escludere. D’altronde non era infrequente tra i sacerdoti che si dedicavano alla direzione spirituale dei ragazzi, a cominciare dallo stesso don Bensi. Da qui ad accostarlo al protagonista di un romanzo piccante, per non dire porno, ci corre. Omnia munda mundis.

Per una scuola nuova rileggere “Lettera a una professoressa”

Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa
di Stefano Guglielmin (dal sito “La poesia dello spirito”).

Per una scuola nuova ci vuole un libro vecchio come Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani. Per fortuna, alcuni professori sono finalmente usciti dall’idea, classista, che la cultura sia tutto ciò che ha dato lustro alla nostra civiltà: libri in classifica, morali per bene, imprese eroiche, rivoluzioni industriali. Ma in generale la scuola, su quelle leve, ha edificato la sua fortuna. Il risultato di questa selezione culturale plurisecolare è stata la formazione di una elite dominante e privilegiata (magari mascherata, come oggi, da illuminata riformatrice), e di uno sterminato serbatoio di forza lavoro.

Ce lo ricorda ancora don Milani, anzi, i suoi allievi raccolti intorno alla Scuola di Barbiana, negli anni Sessanta. Tutti ragazzini malnati a inchiostri e calamai, e che pure ammettevano che la scuola fosse “meglio della merda“. Pronunciata da un figlio di contadini è una frase forte, ambigua in fondo, perché il letame concima, è risorsa. Ma la scuola è meglio, se fatta bene. Concima infatti le menti, le libera dalla sottomissione ai poteri meschini. Le impegna per i poteri necessari, per quelli che vogliono realizzare una società equa.

Qualcosa è cambiato da allora, ma non tanto a pensarci bene. La bocciatura, come strumento invasivo per liberare il corpo sano della scuola dagli incapaci, sta tornando in auge; professori che non si vogliono aggiornare perché sottopagati aumentano di continuo; per non dire dell’idea che la scuola sia un’azienda che non può permettersi disavanzi, per cui chiede programmazioni e bilanci che tengano conto delle quantità spendibili anziché di formare cittadini capaci di spirito critico e solidali con il prossimo.

Rileggere Lettera a una professoressa significa tornare alle questioni di base, alla funzione ideologica della scuola e a quella di selezionatrice della classe dirigente. Per capirci: il primo anno di riforma Gentile, più di tre quarti degli esaminandi fu respinta. La borghesia gridò allarmata: ma come, noi paghiamo il regime e voi impedite ai nostri figli di diventare la futura classe dirigente? Il regime corse ai ripari abbassando gli obiettivi minimi. Ora siamo in un’altra fase, opposta, direi. In quella in cui gli obiettivi minimi sfiorano lo zero (non dappertutto, sia detto con chiarezza). La ragione è evidente: il rinnovo del potere passa per altre vie. Più clientelari, come si è ben visto.

Il professor Monti ci è invece arrivato per meriti acquisiti, ma questo capita solo quando il sistema clientelare non riesce più a disbrigare la matassa. Però è sempre lui, il sistema, ad avere l’ultima parola. Parola che il popolo riscrive così: a pagare sono sempre i soliti. Ma anche ad essere esclusi da una formazione di qualità sono sempre i soliti; e a subire un indottrinamento consumista; e a non riuscire a godersi l’effimero della bellezza, assorbendo acriticamente il bello di moda, quale effimero della produzione standardizzata.

Lettera a una professoressa ci insegna la democrazia, l’esatto contrario dell’Italia contemporanea, corporativa, razzista, opportunista e cinica, dove uomini mediocri – dietro ai quali, tuttavia, ci sono precisi gruppi di potere intelligenti – decidono i destini d’intere generazioni (vedi la disoccupazione giovanile e la riforma delle pensioni). La scuola non ha leve per scardinare tutto ciò, ma, se ben fatta, offre agli allievi la chiave per comprendere che matrix esiste e pulsa meno intensamente quanto più noi riusciamo a pensare creativamente.

Il libro scritto dagli otto ragazzi di Barbiana può aiutarci a vivere meglio, ad essere artisti non per vanità, ma per liberarci dagli stereotipi, per combattere il virus conformista che ci ammala. E ciò malgrado qualche riga sia davvero improponibile oggi, come l’invito, “nei casi estremi“, ad usare “la frusta” e l’idea che insegnare sia una vocazione talmente alta da chiedere, se possibile, “il celibato” o la castrazione preventiva.

*il grassetto è di nandocan