Massimo Mucchetti. Come uscire dalla crisi epocale dei media.

di Gianni Rossi, 16 febbraio 2013 (da articolo 21)

mucchettiGrande firma del giornalismo economico, Massimo Mucchetti, già vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, si presenta come candidato al Senato per il PD.  Fine conoscitore degli ambienti imprenditoriali, indagatore dei segreti finanziari più inconfessabili della cosiddetta “razza padrona”, Mucchetti negli anni ha subito, a causa delle sue inchieste “scomode”, anche intercettazioni illegali ed intromissioni sui suoi computer.  Il suo gruppo editoriale ha clamorosamente annunciato uno stato di crisi, dovuta alla forte diminuzione delle risorse pubblicitarie e alla difficile transizione verso la crossmedialità digitale. In ballo ci sarebbe anche la riduzione di 800 posti di lavoro, tra esuberi e prepensionamenti. A questa manovra rigorista e ottusa le organizzazioni sindacali hanno già scelto di rispondere unitariamente, programmando anche 10 giorni di sciopero e avanzando proposte alternative. Ecco, quindi, la lucida analisi di Mucchetti sulla situazione più generale di tutto il settore.D. Qual è la tua analisi di questa crisi della stampa? Deriva solo dalla mancanza di risorse o anche da legislazioni che non facilitano la libera concorrenza?R. “Oggi l’emergenza è data dalla recessione che inaridisce la fonte dei ricavi pubblicitari, per la stampa, per la televisione, per la radio. L’unico soggetto in forte crescita è Google. La sua offerta pubblicitaria, con il programma AdWords, risulta ottima per gli utenti e assai redditizia per il motore di ricerca. Ormai Google è di gran lunga la terza concessionaria di pubblicità italiana. Ma ha due caratteristiche singolari: non è sottoposta ad alcuna regola per la tutela della concorrenza; non paga le imposte in Italia. La recessione colpisce, inoltre, le vendite dei giornali e frena gli abbonamenti anche alla Pay-tv. Se si esclude SKY Italia, che fa parte di un Network internazionale, e la sullodata Google, l’intera industria della comunicazione in Italia ha l’acqua alla gola. Paradossalmente, nel prossimo futuro, l’azienda che potrà vantare la migliore affidabilità sul fronte dei ricavi sarà la RAI, grazie al canone, il cui gettito potrebbe essere aumentato attraverso il recupero della forte evasione. Le altre emittenti, da Mediaset a LA7, sono ormai entrate in una grave crisi: Per non parlare delle TV locali che oggi ancora in qualche modo reggono, grazie a sussidi di stato. La legislazione della concorrenza nei settori dei media va dunque ripensata, alla luce delle politiche industriali, indispensabile per assicurare la concorrenza medesima, il pluralismo delle culture, e la sopravvivenza e lo sviluppo delle aziende nel nuovo contesto di un’economia a un tempo travolta dalla recessione e sfidata dalla rivoluzione tecnologica. Non ha senso riproporre gli schemi dei primi anni Novanta. Oggi abbiamo dei nuovi monopoli nella Rete, gli OTT, gli Over The Top.”

D. La Rete è in forte espansione, ma non ancora ci sono proventi pubblicitari adeguati. I grandi gruppi editoriali sembrano non riuscire a sfondare in questo nuovo business. Non pensi che Google rischia di diventare un monopolista nella raccolta pubblicitaria?

R. ”I grandi e piccoli gruppi editoriali e televisivi faticano a fare fatturato pubblicitario sulla Rete e ancor più arrancano nel proporre contenuti a pagamento. Non è una debolezza italiana, è una difficoltà che colpisce gli editori della carta stampa e della radiotelevisione di tutto il mondo. Google è un luogo dove l’offerta dell’inserzione pubblicitaria si fa utilizzando contenuti di tutti i generi, prodotti da terzi, grazie al motore di ricerca, che, avendo raggiunto una percentuale di utilizzo enorme, grazie alla sua efficienza consegna alla multinazionale di Mountain View una posizione di fortissimo monopolio. Molto più forte, per dire, di quello esercitato da Mediaset nella raccolta televisiva. La strada scelta in Francia dal governo, che ha stretto un accordo con Google per la creazione di un fondo di 60 milioni di euro a favore dei new media, è soltanto l’inizio. Basta fare due conti. Il fatturato di Google in Italia si avvicina ai 700/800 milioni di euro: non possiamo essere più precisi, perché la contabilità viene fatta a Dublino. In Francia si stima superi il miliardo di euro, data la maggiore digitalizzazione del paese. Ma Google non paga le imposte nemmeno in Francia, ovviamente, e utilizza i diritti d’autore altrui senza remunerarli. L’accordo francese comporta un onere del 6% e forse meno sul fatturato: troppo poco per remunerare equamente i diritti d’autore utilizzati e al tempo stesso l’erario.”

D. Tu prevedi grandi sommovimenti di proprietà nel mondo dei media dopo queste elezioni?

R. “Intanto, Telecom Italia Media vuole vendere LA7. Ma una crisi radicale come quella in atto non potrà non avere riflessi sugli assetti proprietari anche di altre imprese editoriali e televisive. Non dimentichiamo che il Patto di sindacato di RCS/Mediagroup si avvicina alla scadenza e che anche Mediaset naviga in cattive acque. In questo contesto economico e tecnologico, la legge Gasparri, che nella sostanza non tiene conto degli Over The Top, Google in testa, appare ormai superata. Sarebbe quindi intelligente che le imprese del settore decidessero i tempi, i modi e le finalità delle proprie ristrutturazioni nel nuovo contesto normativo che aggiornerà il quadro, fin qui disegnato dalle legge sull’editoria e dalla Gasparri medesima”.

D. Anche Bersani ha invitato Telecom a non precipitare le decisioni sul LA7, prima delle elezioni. E Berlusconi ha reagito sostenendo che il leader del PD pressa la Telecom a prendere tempo, affinchè l’eventuale governo di centrosinistra possa colpire Mediaset e con ciò valorizzare l’emittente di Telecom Italia….

R. “Bersani ha fatto un discorso di puro buon senso. Io stesso con un intervento sul Messaggero avevo invitato il CDA di Telecom Italia a rinviare qualsiasi deliberazione sul futuro di Telecom Italia Media  a quando si fosse chiarito il nuovo contesto normativo per i settori delle TLC e delle comunicazioni in Italia. Quanto a Berlusconi, si può osservare come anche in questa circostanza il suo punto di riferimento non sia l’interesse del settore dei media a crescere nel nuovo contesto tecnologico, nonostante la recessione; ma la difesa di Mediaset all’interno di uno status quo che, come dimostrano gli stessi bilanci del Biscione, non è più in grado di assicurare l’antica prosperità della TV commerciale italiana. Fosse vero, e non lo è, che il governo di centrosinistra favorirebbe LA7, non si capirebbe perchéla Telecomdebba anticipare la vendita, come le suggerisce oggi Berlusconi.”.

 

Dieci anni di Terra Futura

131di Andrea Baranes, 12 febbraio 2013 – Dieci anni fa partiva l’esperienza di Terra Futura, dopo il successo e l’enorme partecipazione del primo Social Forum Europeo che si tenne a Firenze. L’idea su cui è nata Terra Futura era semplice quanto innovativa: unire l’analisi teorica con l’esperienza pratica, mettere a confronto sui temi e le grandi sfide che ci troviamo a vivere ricercatori, organizzazioni e reti della società civile, imprese, amministratori e semplici cittadini. Proponendo da un lato incontri, dibattiti e approfondimenti con centinaia di relatori da tutto il mondo e dall’altro i prodotti e servizi di chi prova a mettere in campo delle proprie soluzioni, giorno dopo giorno.

Al tempo della prima edizione, nel 2004, il contesto era completamente diverso da quello attuale. Una sparuta minoranza di persone criticava il modello di sviluppo, le scelte politiche ed economiche, il ruolo della finanza, gli impatti sull’ambiente della produzione e del consumo, le ingiustizie tra Nord e Sud del mondo e anche all’interno dei singoli Paesi. Delle esperienze viste tutt’al più come delle nicchie di mercato, pittoresche ma senza un grande futuro.

Oggi la situazione è radicalmente cambiata. Dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli USA, l’economia mondiale, e quella italiana in particolare, attraversano una fase di grande difficoltà. Forse non ha nemmeno più senso parlare di una crisi, o per lo meno il termine va spiegato almeno da tre punti di vista. Il primo è temporale: una crisi da l’idea di un fenomeno di rottura e di breve durata, qui stiamo parlando di un processo che dura da anni e che comporterà con ogni probabilità cambiamenti e impatti per gli anni a venire. In secondo luogo, se si vuole utilizzare il termine crisi, questo va declinato al plurale, e riguarda gli ambiti della finanza, dell’economia, dell’ambiente, del sociale, della democrazia. Il terzo piano è quello geografico con il sovrapporsi di differenti questioni che riguardano il piano locale, nazionale, europeo e internazionale.
Per rispondere all’ampiezza e alla profondità delle sfide e dei problemi, il primo cambiamento deve avvenire sul piano culturale. Occorre riconoscere una volta per tutte che il dogma economico neoliberista, vero e proprio pensiero unico degli ultimi trent’anni, ha miseramente fallito. Occorre mettere in campo un nuovo modo di pensare, di agire, di produrre, di consumare, di relazionarsi per creare un differente modello di sviluppo che sappia ricomprendere e superare le molteplici crisi che ci troviamo davanti.
Alcune di queste soluzioni erano quelle già presentate all’avvio di Terra Futura, dieci anni fa. Altre sono nate e si sono sviluppate nel frattempo. Oggi il dibattito su molti di questi temi è avanzato, e sono innumerevoli le proposte concrete. Dall’agricoltura biologica e a chilometro zero ai gruppi d’acquisto solidali, dal commercio equo all’efficienza energetica e alle rinnovabili, dalla finanza etica al turismo responsabile, dal software libero al riciclo a moltissime altre, quelle che dieci anni fa erano al massimo considerate con curiosità e sufficienza sono oggi in molti casi dei percorsi obbligati. Una delle prove maggiori del loro successo è forse nel tentativo del modello dominante di replicarne alcune caratteristiche senza però rimettere in discussione le fondamenta dell’attuale sistema.
Anche per questo, molto rimane ancora da fare per un reale cambiamento di rotta. Il dibattito emerso negli ultimi anni sui Beni Comuni e sulla necessità di superare la dicotomia pubblico-privato, innescando reali meccanismi di partecipazione dei cittadini, ne è forse la manifestazione più evidente.
In questi dieci anni Terra Futura è stata più di una mostra-mercato di buone pratiche per la sostenibilità. È stata un laboratorio di sperimentazioni lungo ognuna delle direttrici precedentemente menzionate. Temporale, proponendo soluzioni durature e al tempo stesso innovative. Cercando di proporre un modello finanziariamente ed economicamente solido, ambientalmente sostenibile, rispettoso dei diritti sociali e delle lavoratrici e dei lavoratori e che garantisca la democrazia e la partecipazione di tutte le persone interessate. Provando a conciliare, infine, gli aspetti locali con la dimensione globale delle tematiche affrontate.
È questo mix che vogliamo proporre nella decima edizione che si terrà dal 17 al 19 maggio 2013, come ogni anno alla Fortezza da Basso di Firenze. La speranza è che se questi dieci anni sono stati spesi per sperimentare e introdurre nuovi modelli, i prossimi dieci siano quelli in cui li metteremo in pratica su larga scala per la realizzazione della terra futura che desideriamo.

Andrea Baranes – Fondazione Culturale Responsabilità Etica