La curia vaticana si prepara al conclave: lo scontro sulle nomine

Ratzinger Bertone37066. CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA*. Che dietro le dimissioni del papa ed il Conclave ormai prossimo si stia consumando uno scontro fortissimo all’interno della Curia vaticana e dei vertici ecclesiastici – il segno più evidente dell’emergere di enormi contraddizioni all’interno dell’assetto di poteri economici finanziari che sostiene l’establishment vaticano – lo dimostra una volta di più il giro vertiginoso di nomine delle ultime settimane. Come se l’uscita di scena del pontefice avesse accelerato una serie di reazioni a catena. E come se lo stesso Benedetto XVI stesse cercando di preparare il terreno al proprio successore.

Rimozioni e nomine dell’ultimo minuto
Abbiamo già avuto modo di parlare del cambio della guardia ai vertici dello Ior, la cui presidenza, dopo una “vacanza” durata ben 9 mesi, è andata all’avvocato Ernst von Freyberg, leader in Germania della potentissima lobby dei Cavalieri di Malta, nonché presidente della Voss Schiffswerft und Maschinenfabrik, una società di Amburgo attiva nella cantieristica navale (a scopi civili e militari). 
Più recente (16 febbraio), la rimozione dalla Commissione cardinalizia di vigilanza dello Ior del card. Attilio Nicora, grande oppositore di Bertone all’interno della banca vaticana ed artefice di quelle norme per la trasparenza finanziaria varate nel 2010 da Benedetto XVI e successivamente depotenziate, su temi cruciali come la retroattività del dispositivo, proprio dal segretario di Stato. All’interno dello Ior Nicora è infatti sostenitore, assieme al card. Tauran, ma anche a figure come quella del dimissionato ex presidente Ettore Gotti Tedeschi, della necessità che la finanza vaticana si adegui alle normative europee ed alla collaborazione con le sue istituzioni bancarie e governative, per non perdere la possibilità di intrattenere rapporti con gli istituti di credito italiani e comunitari. La posta in gioco non è di scarso peso, né economico né “politico”. Ne è un esempio il clamoroso stop, ad inizio anno, ai pagamenti tramite bancomat e carte di credito all’interno delle mura vaticane imposto a Deutsche Bank Italia (che ha la gestione dei terminali Pos, cioè le macchinette dove “strisciare” le carte, in Vaticano), priva dell’autorizzazione necessaria per operare in Stati che agiscono fuori dalle normative dell’Unione Europea, come appunto il Vaticano.

Il sequestro (avvenuto poco prima che il papa varasse le norme antiriciclaggio) da parte della Procura di Roma di 23 milioni di euro depositati dallo Ior su un conto presso il Credito Artigiano è un altro esempio. All’epoca, il pm Stefano Rocco Fava e il procuratore aggiunto Nello Rossi sequestrarono il denaro prima che potesse essere trasferito dal conto dello Ior presso il Credito Artigiano alla Jp Morgan di Francoforte (20 milioni di euro) e alla Banca del Fucino (3 milioni). Secondo i pm, infatti, l’istituto vaticano si era rifiutato di dire «le generalità dei soggetti per conto dei quali eventualmente davano esecuzioni alle operazioni». In pratica, il reale proprietario dei soldi. Dalle indagini della Guardia di Finanza emergeva che lo Ior avrebbe versato sul suo conto al Credito Artigiano 15 milioni di euro provenienti dalla Cei, e frutto dell’8 per mille, con fondi di soggetti diversi. Inoltre, come raccontò Marco Lillo sul Fatto Quotidiano (31/1/12) «da altre operazioni emergeva che lo Ior funzionava come una fiduciaria e i suoi conti erano stati usati per schermare persino i proventi di una presunta truffa allo Stato italiano realizzata dal padre e dallo zio (condannato per fatti di mafia) di don Orazio Bonaccorsi (un prete catanese in servizio presso la Curia Romana, ndr)».

Se la “trasparenza” in Vaticano diventasse realtà, potrebbero venire fuori casi molto più eclatanti di quello scoperto dalla Procura di Roma.
In ogni caso l’uscita di Nicora, che è presidente dell’Autorità di informazione finanziaria della Santa Sede, dai vertici dello Ior era comunque pronosticata da tempo. Già nel luglio del 2012 Moneyval, la Commissione di esperti sulla valutazione delle misure di anticiriciclaggio monetario e di terrorismo finanziario – il meccanismo di monitoraggio del Consiglio d’Europa che dovrebbe assicurare che gli Stati membri rispettino gli standard finanziari internazionali – aveva rilevato che vi era un oggettivo conflitto di interessi tra il ruolo di Nicora all’interno della Commissione cardinalizia di vigilanza dello Ior e la carica contestualmente ricoperta di presidente dell’Aif, l’autorità di informazione finanziaria vaticana, nata nel 2010 sulla falsa riga dell’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia proprio col compito di vigilare sull’operato dello Ior. Un doppio ruolo, quello di “controllore” e “controllato”, che non si sarebbe potuto protrarre a lungo, pena la vanificazione proprio di quello sforzo di adeguamento agli standard europei di cui Nicora è il primo sostenitore. Non è quindi tanto l’abbandono di Nicora la vera notizia, quanto la nomina del suo successore, il card. Domenico Calcagno, fedelissimo di Bertone, che aveva già sostituito Nicora nel 2011 alla guida dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa).

Balestrero, promoveatur ut amoveatur?
Legata alla vicenda dello Ior anche la nomina di mons. Ettore Balestrero, che passa dalla Segreteria di Stato con il ruolo di sottosegretario della sezione per i Rapporti con gli Stati a nunzio in Colombia. 
Considerato vicino a Comunione  e Liberazione, uno dei movimenti più radicati negli “interessi materiali” della Chiesa in Italia (e non solo), nei mesi scorsi Balestrero era stato a capo della delegazione che aveva negoziato con Moneyval, per conto del segretario di Stato vaticano, l’ingresso del Vaticano nella white list dei Paesi finanziariamente “virtuosi”. Balestrero, altro allievo della scuola del card. Giuseppe Siri ad aver fatto una fulminea carriera sotto il pontificato di Benedetto XVI, ha goduto dell’ampia fiducia di Bertone. Un fatto che potrebbe essere una delle ragioni del suo trasferimento, in una sede peraltro prestigiosa, ma che lo ha allontanato, a soli 5 giorni dalla fine del pontificato di Benedetto XVI, dalle vicende interne vaticane in un momento cruciale. In ogni caso, grazie alla nomina a nunzio, Balestrero diventa arcivescovo a 46 anni, e va a guidare una nunziatura-chiave in America Latina, sede del Celam e sub Continente che conta 102 vescovi. Promoveatur ut amoveatur dunque, ma non senza che al prelato in uscita sia stata garantita una possibile rentrée quando le condizioni saranno mutate. A questo trasferimento non sembra nemmeno estraneo il fatto che il nome di Balestrero sembra compaia all’interno dell’ormai celebre dossier preparato per il papa nei mesi scorsi da una commissione di tre cardinali (Julián Herranz, Josef Tomko e Salvatore De Giorgi) in merito allo scandalo Vatileaks ed alle ragioni che ne sarebbero state all’origine. Il nome di Balestrero lo ha fatto esplicitamente – assieme a quello di Marco Simeon, opusdeista vicinissimo a Bertone, già direttore delle relazioni istituzionali e internazionali della Rai ed a quello di René Bruelhart, direttore dell’Autorità di informazione finanziaria della Santa Sede, con tanto di didascalia fotografica –  l’inchiesta condotta su Repubblica da Concita de Gregorio sui retroscena che avrebbero indotto il papa alle dimissioni. L’inchiesta di De Gregorio è stata forse anche la causa scatenante dell’inusitato attacco ai media sferrato dalla Segreteria di Stato vaticana e dal direttore della Sala Stampa p. Federico Lombardi (v. notizia successiva). Del resto, Bertone continua, nonostante dichiarazioni più o meno esplicite, ma tutte di segno contrario, fatte da altri prelati, a sostenere che il papa si sia dimesso unicamente perché non sentiva di avere più le forze per continuare il suo ministero. E che quindi dossier, ricatti, scandali, conflitti interni alla Curia vaticana non abbiano minimamente influito sulla scelta. Versione assai diversa da quella ribadita in più occasioni da un autorevolissimo osservatore (per conto del card. Ruini) di cose di Chiesa: il direttore di Tv2000 Dino Boffo, per il quale le dimissioni di Ratzinger intendono «porre fine a una gestione del potere che può scandalizzare gli ultimi e gli umili».
Sempre in tema di nomine vaticane, il 23 febbraio è arrivata quella del commissario incaricato dal papa di gestire la difficile crisi dell’Idi, l’ospedale di proprietà della Congregazione dell’Immacolata: si tratta del card. Giuseppe Versaldi, altro bertoniano di ferro. Il quale ha conferito a Giuseppe Profiti, presidente del Bambin Gesù e amico di Bertone sin da quando il cardinale era a Genova, pieni poteri amministrativi e gestionali. Il “cordone sanitario” del Segretario di Stato (v. Adista Notizie n. 10/2012) si allarga.

Bertone, Sodano e i dossier
Pare, insomma, che l’opposizione a Bertone guidata oggi dal card. Sodano stia tentando di mettere in atto una campagna in grande stile, oggettivamente favorita dalle dimissioni di Ratzinger, contro la gestione dell’attuale Segretario di Stato. Ma che da parte sua Bertone stia rinserrando le fila in vista del Conclave. A suo vantaggio andrebbero anche le rivelazioni fatte da Panorama (6/3), che parla di una massiccia e capillare opera di intercettazione messa in atto negli ultimi mesi dalla Segreteria di Stato nei confronti di prelati ed uomini di Curia per scoprire i responsabili dello scandalo Vatileaks. Ma anche per costruire dossier e raccogliere una colossale serie di informazioni su abitudini, amicizie e frequentazioni di chi lavora in Vaticano. Notizie che potrebbero mettere molti ecclesiastici in serio imbarazzo. E che forse non sono nemmeno estranee alle dimissioni del papa. (valerio gigante)

*Da ADISTA, il grassetto è di nandocan

Tanti sforzi, pochi candidati. E la Gerarchia ecclesiastica volta le spalle a Monti

Bagnasco36998. ROMA-ADISTA (Valerio Gigante). In principio fu Todi. Era l’ottobre 2011, il governo Berlusconi scricchiolava sotto il peso degli scandali politici e di quelli personali del presidente del Consiglio e la gerarchia cattolica stava seriamente vagliando la possibilità di cambiare cavallo, dopo quello cavalcato con successo per più di 15 anni, ottenendo innegabili vantaggi in termini di presenza politico-mediatica, di agevolazioni, esenzioni e privilegi, oltre ad una serie di provvedimenti (legge 40, “difesa” della famiglia, lotta alle unioni civili, caso Englaro, fine-vita, testamento biologico, scuola privata, ecc.) che ammiccavano alle “radici cristiane” del Paese, ai “valori non negoziabili” ed ai temi eticamente “sensibili”.

Nella cittadina umbra, sette associazioni cattoliche legate al mondo del lavoro (Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confcooperative, Confartigianato, Mcl), benedette (e anche opportunamente sostenute) dalle gerarchie ecclesiastiche, si incontrarono per preparare una alternativa cattolico-moderata al berlusconismo, prima che esso fosse definitivamente travolto dagli eventi. Di lì a pochi mesi, tre delle personalità che più avevano lavorato al successo di quell’assise – Andrea Riccardi, Corrado Passera e Lorenzo Ornaghi – entrarono nel nuovo governo guidato da Mario Monti, come garanti degli interessi (spesso contrapposti, comunque distinti) dei vertici della Cei, della Curia vaticana e del card. Camillo Ruini. Ad ottobre 2012 un nuovo incontro, sempre a Todi, di quelle stesse realtà (con una posizione, quella di Coldiretti, decisamente più tiepida e defilata) sanciva il varo di un rassemblement cattolico a sostegno dell’“agenda Monti”, in vista delle elezioni del 2013.

Todi al tramonto

Poi, sul finire del 2012, le dimissioni dell’esecutivo e la fine anticipata della legislatura, con l’ufficializzazione della “salita in politica” di Mario Monti, sembravano aver ulteriormente accelerato i tempi del matrimonio “religioso” tra la neonata “Scelta civica con Monti per l’Italia” e i vertici della Chiesa. Osservatore Romano e presidente dei vescovi italiani, Avvenire e segretario di Stato vaticano avevano infatti unanimemente plaudito al progetto politico-elettorale del presidente del Consiglio uscente.

E l’associazionismo cattolico istituzionale stava avviando la sua potente macchina organizzativa. Il 10 gennaio era stato fissato un terzo appuntamento delle sigle promotrici dei primi due incontri di Todi per ufficializzare la nuova “gioiosa macchina da guerra” del centro cattolico. Poi, però, qualcosa in quella macchina si è rotto, e l’incontro, che doveva svolgersi nella sede nazionale della Cisl a Roma, in via Po, è stato rinviato a data da destinarsi. Un fulmine a ciel sereno, che seguiva di pochi giorni l’annuncio che in ogni caso Monti non avrebbe preso parte all’iniziativa, nonostante la sua presenza fosse stata data ormai per certa. Dietro la decisione, tanto quella di Monti che quella appena successiva di cancellare l’incontro, ci sono stati – certo – i timori che l’evento potesse trasformarsi in un abbraccio troppo soffocante tra il mondo cattolico (oltre alle 7 sigle “fondatrici” era prevista infatti anche la presenza di Neocatecumenali, Focolarini, Azione Cattolica, Forum delle Famiglie, Scienza&Vita) e il progetto montiano; c’è stata – altrettanto indubbiamente – la scelta delle gerarchie ecclesiastiche di una maggiore prudenza dopo le prime, forse troppo entusiastiche ed affrettate, dichiarazioni a sostegno di Monti; ma, soprattutto, a determinare il precipitare degli eventi c’è stata una improvvisa crisi nell’idillio tra la Chiesa e l’ex rettore della Bocconi.

E i valori non negoziabili?

Sul precedente numero di Adista (v. Adista Notizie n. 1/2013) avevamo elencato una serie di nodi critici che rendevano il sostegno delle gerarchie alla “lista Monti” meno scontato di quanto in apparenza potesse sembrare: il fatto che una parte consistente dei vertici ecclesiastici guardi a destra, e che ad essa non è facile far digerire il sostegno al progetto montiano, specie ora che pare contrapposto in maniera più netta al PdL ed alla Lega che all’asse Pd-Vendola, con il quale invece già si prefigura un accordo post elettorale nel caso assai probabile che al centrosinistra manchi la maggioranza al Senato. Poi l’assenza dall’agenda Monti delle questioni etiche, niente affatto casuale, vista l’intenzione del presidente del Consiglio di demandare tali spinose questioni al dibattito parlamentare piuttosto che all’iniziativa dell’esecutivo che uscirà dalle urne. Così, se nella piattaforma firmata a “Todi 2” erano stati inseriti i valori non negoziabili, alcuni giorni dopo quegli stessi valori erano stati espunti dal manifesto per Montezemolo firmato da Riccardi. Infine i sondaggi, secondo i quali la lista Monti non decolla, anche perché gli indicatori economici e quelli su pressione fiscale ed occupazione non giocano affatto a favore dell’esecutivo uscente. A quelle ragioni si potrebbe oggi affiancare l’atteggiamento tiepido che la grande stampa mainstream (con la scontata eccezione, finora, del Tempo diretto da Mario Sechi, peraltro candidato proprio nel listone di Monti, e del Messaggero di proprietà del suocero di Casini, Francesco Gaetano Caltagirone) sta inaspettatamente riservando al “Terzo Polo” ed alla “salita in politica” di Monti.

Non c’era posto per loro nelle liste

Questioni di per sé però non decisive, anche se non prive di importanza. A calare sul tavolo l’asso di briscola è stata la composizione delle liste elettorali. Alla Camera, si sa, Monti ha accettato la presenza di altre liste a fianco della sua, quelle di Udc e Fli. Al Senato, però, ha imposto ai suoi alleati di correre tutti sotto uno stesso simbolo, il suo, vincolando tutti ad un rigido vaglio (sempre il suo, per il tramite di Enrico Bondi e Andrea Riccardi) delle candidature. La gerarchia ecclesiastica, che pensava di trovare ampie praterie per collocare, collegio per collegio, curia per curia, i propri uomini nello scacchiere elettorale di “Scelta civica con Monti per l’Italia” si è perciò trovata spiazzata. Pochi i posti per quelle sigle che avevano contribuito in maniera determinante al decollo del progetto montiano sotto l’egida Cei-Vaticano. Pochi i posti per gli uomini vicini alle curie locali ed alla presidenza della Cei. Insomma, più Monti pretendeva di gestire a suo modo le liste elettorali, più Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, uomo con solidi legami con la Segreteria di Stato e oggi factotum del presidente del Consiglio, veniva visto con crescente diffidenza dai vertici della Cei, i quali peraltro gli avevano spesso contrapposto nei mesi passati il banchiere Passera, non a caso defilatosi nelle ultime settimane man mano che cresceva l’egemonia di Riccardi.

Accusato di non aver svolto un sufficiente lavoro di lobbying a favore dei candidati cattolici graditi alla Cei Riccardi, complice anche una possibile candidatura a sindaco di Roma, si sarebbe fatto da parte, annunciando l’improvvisa decisione di non candidarsi al Parlamento, non senza aver prima lasciato il posto al suo fedelissimo luogotenente, Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant’Egidio.

Fallito il tentativo, che denunciava fretta e una certa superficialità, di una opzione preferenziale della gerarchia verso un solo partito, la presenza dei cattolici a queste elezioni potrebbe assumere lo schema tradizionale dell’era post democristiana: quello del presentare i propri esponenti in liste separate affinché con più efficacia possano una volta eletti colpire uniti. E se la presenza di cattolici dentro il PdL è ormai tradizione consolidata, più sorpresa ha destato la scelta di alcuni dirigenti dell’associazionismo ecclesiale, di correre nelle liste del Pd. Da via del Nazareno è stata infatti annunciata la candidatura del presidente del Centro nazionale volontariato e organizzatore delle settimane sociali Edo Patriarca (vicino al card. Ruini), della storica cattolica Emma Fattorini, dell’ex vicepresidente dell’Azione cattolica e direttore dell’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica Ernesto Preziosi e della segretaria dell’istituto Luigi Sturzo (che già aveva assunto posizioni critiche alla vigilia del secondo appuntamento di Todi) Flavia Nardelli (figlia di Flaminio Piccoli).

E non sarà solo un caso che, mentre l’ormai ex presidente della Acli Andrea Olivero – uno dei principali animatori degli incontri di Todi – ha annunciato la sua candidatura a sostegno di Mario Monti, un altro ex presidente della stessa associazione Luigi Bobba (anche lui vicino al card. Ruini), sarà di nuovo candidato con il Pd. Allo stesso modo, se il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni – considerato il portavoce dell’assise di Todi del 2011 – è tra i sostenitori dell’agenda Monti, ciò non ha impedito al suo vice, Giorgio Santini, di candidarsi con il Pd in quota al cosiddetto listino-Bersani. Insomma, siamo al paradosso che ci sono più cattolici “doc” in lista con il centrosinistra che con la lista civica di Monti.

Che pure, nel cruciale collegio senatoriale della Lombardia (che elegge 49 senatori, di cui 27 vanno al partito o alla coalizione vincente), presenta un tridente formato da Albertini, Ichino e dal leader ciellino Mauro che potrebbe dare parecchio filo da torcere al Pd. (valerio gigante)