Elezioni. Agcom risponde ad Articolo21: “Sovraesposizione Pdl su reti Mediaset”

berlusconidurso1

17 gennaio 2013* – La lettera che ci ha inviato l’Agcom a seguito dei nostri esposti per le ripetute ed eclatanti violazioni delle regole sul pluralismo dell’informazione nel periodo precedente all’entrata in vigore della par condicio è un vero e proprio epitaffio inciso sulla tomba della adeguatezza di quella istituzione. Per la verità non é che ci fosse bisogno della lettera per arrivare a questa conclusione… ma impressiona la sicumera con cui sostanzialmente si dice: “noi non possiamo fare niente”. Colpisce già l’incipit della risposta che si riferisce a: “presunte violazioni nell’intervista all’on. Berlusconi nella trasmissione Domenica Live”. Tutta l’Italia ha parlato della scandalosa intervista della D’Urso e loro presumono (sic!). La lettera passa poi a sciorinare una tesi secondo la quale sarebbe impossibile l’applicazione della stessa delibera Agcom n.22 del 2006 che regola i trenta giorni precedenti lo scioglimento delle Camere perché: “non si può determinare a priori il dies a quo”.

Cioé vale a dire che tutti sapevano che il Presidente della Repubblica dopo pochi giorni avrebbe sciolto le Camere ma all’Agcom non ne erano informati. Infine, la “chicca”: solo a conclusione della campagna elettorale l’Autorità potrà intervenire (dunque le eventuali sanzioni le applico quando mi pare e non per ripristinare immediatamente, come vuole la legge, l’equilibrio tra i vari soggetti in campo). Insomma un disastro, che dà ulteriormente il senso del dramma che vive il nostro sistema dell’informazione. A questo punto é inutile perdere tempo con Agcom, che peraltro anche in par condicio si limita a blandi ed ecumenici richiami senza mai sanzionare. É tempo che intervengano altre istituzioni di garanzia a livello europeo ed internazionale. A loro d’ora in avanti ci rivolgeremo vista l’impossibilità di vedere applicate dagli organi preposti le pur inadeguate regole sul pluralismo.

* da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Bartolo Ciccardini*: signori, apparentatevi per favore!

Ciccardini Bartolo14 gennaio 2013 – La legge elettorale “porcellum” dà il premio di maggioranza alla somma delle liste apparentate.

Tutti i nostri timori si stanno avverando. Santoro rilancia Berlusconi, spinto dalla concupiscenza di fare una audience piena di soldi. Berlusconi riesce ancora una volta ad apparentare fascisti e separatisti. Convince Maroni ad apparentarsi facendo un passo indietro sulla Presidenza del Consiglio e tre passi avanti sulla Presidenza della Repubblica, e seguita ad apparentare tutto il peggio ed il suo contrario. Apparenta Lombardo, reduce dai disastri siciliani ed apparenta Storace, che ha avuto anche lui i suoi bei disastri laziali. Apparenta tutti gli sbandati democristiani (Rotondi, Giovanardi, Pizza e fichi) e comprerà, come cinque anni fa, la pagina finale sul Corriere della Sera con lo Scudo Crociato. Apparenta super indagati al sud, sia che siano governatori sia che siano semplici malfattori, tali che neppure Salvemini, autore di un aureo libretto, “Il Ministro della malavita”, riuscirebbe ad immaginare nei suoi incubi peggiori.

Non si apparenta solo con Grillo perché, compatto, gli costerebbe troppo. In fondo è sicuro che “spacchettati” li comprerà uno per uno, come già fece con gli uomini di Di Pietro. Ha fatto solo un’obiezione su Tremonti dicendo, finalmente e per la prima volta in vita sua: “Il Presidente del Consiglio, lo nomina il Presidente della Repubblica”, perché ha già deciso che il Presidente della Repubblica sarà lui.

La legge degli apparentamenti di liste contrastanti, l’ha inventata lui, fidando sulla sua capacità di venditore bugiardo e ladruncolo.

Per far questo ha ceduto il Nord ai separatisti, ha ceduto il Sud alla mafia, ha ceduto la Presidenza del Consiglio alla Lega. Puntando all’obiettivo di ottenere il premio di maggioranza.

Questo disegno svanirebbe, come un cattivo sogno, se i movimenti politici responsabili, rispettosi dell’unità nazionale, sostenitori dell’Europa, attenti alla regolarità dei conti ed alla correttezza della spesa, difensori della buona democrazia e della giustizia sociale, usassero l’accorgimento consentito dalla legge elettorale e si apparentassero.

Tutti uniti si avvicinano alla maggioranza assoluta e così incasserebbero il premio previsto dalla legge.

Come spiegheremo ai nostri lontani nipoti il fatto che le forze europeiste non vollero apparentarsi?

Ho già vissuto questo dramma.

Da ragazzo mi divertivo molto ad essere Balilla. A scuola avevo imparato a memoria una breve biografia di Mussolini. Credevo che la Patria fosse grande ed il fascismo indiscusso. Avevo in dotazione un piccolo moschetto ed ero caporale della mia squadra. Era molto divertente e, per di più, vincevamo i Campionati del Mondo di calcio, Bartali umiliava i francesi vincendo il Giro di Francia e Carnera era il più forte del globo terracqueo.

Un giorno compresi che era tutto falso. Quando capii come stavano le cose, andai a chiedermi perché fosse successo tutto questo. E lessi con l’ansia e la sofferenza con cui avevo letto i libri di Salgari, il libro di Angelo Tasca: “Nascita ed avvento del fascismo”.

Le divisioni ed i veti reciproci fra i capi della democrazia liberale, Giolitti, Nitti e Salandra, la frattura fra socialisti e popolari e l’intolleranza degli estremisti produssero il fascismo.

All’Istituto Sturzo c’è una scheda elettorale del 1954: a contrastare il listone fascista che accorpava tutti gli alleati, riluttanti od entusiasti che fossero, c’erano, tutti separati, la lista del Partito Popolare e ben sei (avete letto bene: 6!) liste socialiste. Consiglieremo ai nostri nipoti di leggere il libro di Angelo Tasca?

Il balletto dei veti è cominciato con Vendola, quando ha dichiarato che non sarebbe mai andato con Casini. Ma caro Nichi, ma i popolari moderati di Puglia non hanno accolto la tua giunta di sinistra con una gentile scheda bianca? Hai tutto il diritto con il tuo 3% di affermare i tuoi pregiudizi, ma all’atto pratico, tu che governi la Puglia dal 2006, perché dividi il fronte democratico per ridicole scomuniche?

Giunti in Parlamento farete quelle cose che si addicono al Parlamento, vale a dire vi confronterete e troverete un compromesso e se non lo troverete, pazienza, ci sarà comunque un Governo.

E tu, benedetto Casini, mi vuoi spiegare che significa questo veto a Vendola, come se fosse uno scomunicato “vitandum”? Tu affermi che Vendola è un estremista e che con lui non si può formare alcun governo. E facendo così valorizzi la propaganda della Santanchè, secondo la quale la sinistra non riuscirebbe a governare per colpa di Vendola. Ma Vendola non è un bombarolo uscito dal Regina Cieli! È governatore della Puglia per la seconda legislatura, dove non ha fatto un granchè, ma non ha certamente né messo le bombe, né saccheggiato le chiese. Non hai avuto questi scrupoli quando ti sei apparentato con la Polverini a Roma, mandando il tuo Raffaele D’Ambrosio a gestire, come vicepresidente, l’aumento sconsiderato dei fondi destinati all’appropriazione indebita! E ti fai scrupolo perché Vendola fa ogni tanto del folklore di sinistra?

Ma questi sono ancora errori marginali. Veniamo agli errori madornali.

Ma che gli è preso a Monti e Bersani? Monti ha preso misure terribili e pesanti, come doveva necessariamente fare da buon chirurgo. Ed ha fatto esattamente quello che Berlusconi aveva promesso all’Europa e che Bersani ha confermato che si dovesse fare quando è andato a rassicurare il Consiglio d’Europa. Bersani non può fare come Berlusconi che prima ha votato le misure di Monti e poi lo accusa di averci portato alla rovina.

È più onesto dire che il Partito Democratico responsabilmente ha votato in piena coscienza i provvedimenti di Monti, gli è riconoscente e cercherà ora di fare sì che quei sacrifici servano a riprendere, con una buona politica, lo sviluppo e l’equità, chiedendo di apparentarsi con una forza europeista, democratica e riformista che Monti rappresenta, sapendo che Monti è necessario per fare il governo della ricostruzione.

E Monti cosa va cianciando di destra e di sinistra? Mi sembra Gaber, milanese come lui. In questo momento Monti deve puntare a far sì che la sua opera non vada dispersa e solo il Partito Democratico può dargli questa garanzia. E’ giusto che ridia forza e prestigio ad un centro che sottragga i moderati all’influenza di Berlusconi, ma deve anche portare questa forza all’appuntamento governativo, apparentandosi con Bersani.

Signori, siete ancora in tempo! Fate questo atto responsabile di intelligenza. Concordate un programma che ci faccia rispettare nel mondo, che riporti l’Italia in Europa, che inauguri una stagione di lavoro dopo una stagione di sacrifici. E che ci salvi dai pericoli dell’antipolitica, della guerra civile, della follia irresponsabile.

Signori del centrosinistra, per favore, apparentatevi!

* il grassetto è di nandocan

Tanti sforzi, pochi candidati. E la Gerarchia ecclesiastica volta le spalle a Monti

Bagnasco36998. ROMA-ADISTA (Valerio Gigante). In principio fu Todi. Era l’ottobre 2011, il governo Berlusconi scricchiolava sotto il peso degli scandali politici e di quelli personali del presidente del Consiglio e la gerarchia cattolica stava seriamente vagliando la possibilità di cambiare cavallo, dopo quello cavalcato con successo per più di 15 anni, ottenendo innegabili vantaggi in termini di presenza politico-mediatica, di agevolazioni, esenzioni e privilegi, oltre ad una serie di provvedimenti (legge 40, “difesa” della famiglia, lotta alle unioni civili, caso Englaro, fine-vita, testamento biologico, scuola privata, ecc.) che ammiccavano alle “radici cristiane” del Paese, ai “valori non negoziabili” ed ai temi eticamente “sensibili”.

Nella cittadina umbra, sette associazioni cattoliche legate al mondo del lavoro (Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confcooperative, Confartigianato, Mcl), benedette (e anche opportunamente sostenute) dalle gerarchie ecclesiastiche, si incontrarono per preparare una alternativa cattolico-moderata al berlusconismo, prima che esso fosse definitivamente travolto dagli eventi. Di lì a pochi mesi, tre delle personalità che più avevano lavorato al successo di quell’assise – Andrea Riccardi, Corrado Passera e Lorenzo Ornaghi – entrarono nel nuovo governo guidato da Mario Monti, come garanti degli interessi (spesso contrapposti, comunque distinti) dei vertici della Cei, della Curia vaticana e del card. Camillo Ruini. Ad ottobre 2012 un nuovo incontro, sempre a Todi, di quelle stesse realtà (con una posizione, quella di Coldiretti, decisamente più tiepida e defilata) sanciva il varo di un rassemblement cattolico a sostegno dell’“agenda Monti”, in vista delle elezioni del 2013.

Todi al tramonto

Poi, sul finire del 2012, le dimissioni dell’esecutivo e la fine anticipata della legislatura, con l’ufficializzazione della “salita in politica” di Mario Monti, sembravano aver ulteriormente accelerato i tempi del matrimonio “religioso” tra la neonata “Scelta civica con Monti per l’Italia” e i vertici della Chiesa. Osservatore Romano e presidente dei vescovi italiani, Avvenire e segretario di Stato vaticano avevano infatti unanimemente plaudito al progetto politico-elettorale del presidente del Consiglio uscente.

E l’associazionismo cattolico istituzionale stava avviando la sua potente macchina organizzativa. Il 10 gennaio era stato fissato un terzo appuntamento delle sigle promotrici dei primi due incontri di Todi per ufficializzare la nuova “gioiosa macchina da guerra” del centro cattolico. Poi, però, qualcosa in quella macchina si è rotto, e l’incontro, che doveva svolgersi nella sede nazionale della Cisl a Roma, in via Po, è stato rinviato a data da destinarsi. Un fulmine a ciel sereno, che seguiva di pochi giorni l’annuncio che in ogni caso Monti non avrebbe preso parte all’iniziativa, nonostante la sua presenza fosse stata data ormai per certa. Dietro la decisione, tanto quella di Monti che quella appena successiva di cancellare l’incontro, ci sono stati – certo – i timori che l’evento potesse trasformarsi in un abbraccio troppo soffocante tra il mondo cattolico (oltre alle 7 sigle “fondatrici” era prevista infatti anche la presenza di Neocatecumenali, Focolarini, Azione Cattolica, Forum delle Famiglie, Scienza&Vita) e il progetto montiano; c’è stata – altrettanto indubbiamente – la scelta delle gerarchie ecclesiastiche di una maggiore prudenza dopo le prime, forse troppo entusiastiche ed affrettate, dichiarazioni a sostegno di Monti; ma, soprattutto, a determinare il precipitare degli eventi c’è stata una improvvisa crisi nell’idillio tra la Chiesa e l’ex rettore della Bocconi.

E i valori non negoziabili?

Sul precedente numero di Adista (v. Adista Notizie n. 1/2013) avevamo elencato una serie di nodi critici che rendevano il sostegno delle gerarchie alla “lista Monti” meno scontato di quanto in apparenza potesse sembrare: il fatto che una parte consistente dei vertici ecclesiastici guardi a destra, e che ad essa non è facile far digerire il sostegno al progetto montiano, specie ora che pare contrapposto in maniera più netta al PdL ed alla Lega che all’asse Pd-Vendola, con il quale invece già si prefigura un accordo post elettorale nel caso assai probabile che al centrosinistra manchi la maggioranza al Senato. Poi l’assenza dall’agenda Monti delle questioni etiche, niente affatto casuale, vista l’intenzione del presidente del Consiglio di demandare tali spinose questioni al dibattito parlamentare piuttosto che all’iniziativa dell’esecutivo che uscirà dalle urne. Così, se nella piattaforma firmata a “Todi 2” erano stati inseriti i valori non negoziabili, alcuni giorni dopo quegli stessi valori erano stati espunti dal manifesto per Montezemolo firmato da Riccardi. Infine i sondaggi, secondo i quali la lista Monti non decolla, anche perché gli indicatori economici e quelli su pressione fiscale ed occupazione non giocano affatto a favore dell’esecutivo uscente. A quelle ragioni si potrebbe oggi affiancare l’atteggiamento tiepido che la grande stampa mainstream (con la scontata eccezione, finora, del Tempo diretto da Mario Sechi, peraltro candidato proprio nel listone di Monti, e del Messaggero di proprietà del suocero di Casini, Francesco Gaetano Caltagirone) sta inaspettatamente riservando al “Terzo Polo” ed alla “salita in politica” di Monti.

Non c’era posto per loro nelle liste

Questioni di per sé però non decisive, anche se non prive di importanza. A calare sul tavolo l’asso di briscola è stata la composizione delle liste elettorali. Alla Camera, si sa, Monti ha accettato la presenza di altre liste a fianco della sua, quelle di Udc e Fli. Al Senato, però, ha imposto ai suoi alleati di correre tutti sotto uno stesso simbolo, il suo, vincolando tutti ad un rigido vaglio (sempre il suo, per il tramite di Enrico Bondi e Andrea Riccardi) delle candidature. La gerarchia ecclesiastica, che pensava di trovare ampie praterie per collocare, collegio per collegio, curia per curia, i propri uomini nello scacchiere elettorale di “Scelta civica con Monti per l’Italia” si è perciò trovata spiazzata. Pochi i posti per quelle sigle che avevano contribuito in maniera determinante al decollo del progetto montiano sotto l’egida Cei-Vaticano. Pochi i posti per gli uomini vicini alle curie locali ed alla presidenza della Cei. Insomma, più Monti pretendeva di gestire a suo modo le liste elettorali, più Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, uomo con solidi legami con la Segreteria di Stato e oggi factotum del presidente del Consiglio, veniva visto con crescente diffidenza dai vertici della Cei, i quali peraltro gli avevano spesso contrapposto nei mesi passati il banchiere Passera, non a caso defilatosi nelle ultime settimane man mano che cresceva l’egemonia di Riccardi.

Accusato di non aver svolto un sufficiente lavoro di lobbying a favore dei candidati cattolici graditi alla Cei Riccardi, complice anche una possibile candidatura a sindaco di Roma, si sarebbe fatto da parte, annunciando l’improvvisa decisione di non candidarsi al Parlamento, non senza aver prima lasciato il posto al suo fedelissimo luogotenente, Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant’Egidio.

Fallito il tentativo, che denunciava fretta e una certa superficialità, di una opzione preferenziale della gerarchia verso un solo partito, la presenza dei cattolici a queste elezioni potrebbe assumere lo schema tradizionale dell’era post democristiana: quello del presentare i propri esponenti in liste separate affinché con più efficacia possano una volta eletti colpire uniti. E se la presenza di cattolici dentro il PdL è ormai tradizione consolidata, più sorpresa ha destato la scelta di alcuni dirigenti dell’associazionismo ecclesiale, di correre nelle liste del Pd. Da via del Nazareno è stata infatti annunciata la candidatura del presidente del Centro nazionale volontariato e organizzatore delle settimane sociali Edo Patriarca (vicino al card. Ruini), della storica cattolica Emma Fattorini, dell’ex vicepresidente dell’Azione cattolica e direttore dell’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica Ernesto Preziosi e della segretaria dell’istituto Luigi Sturzo (che già aveva assunto posizioni critiche alla vigilia del secondo appuntamento di Todi) Flavia Nardelli (figlia di Flaminio Piccoli).

E non sarà solo un caso che, mentre l’ormai ex presidente della Acli Andrea Olivero – uno dei principali animatori degli incontri di Todi – ha annunciato la sua candidatura a sostegno di Mario Monti, un altro ex presidente della stessa associazione Luigi Bobba (anche lui vicino al card. Ruini), sarà di nuovo candidato con il Pd. Allo stesso modo, se il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni – considerato il portavoce dell’assise di Todi del 2011 – è tra i sostenitori dell’agenda Monti, ciò non ha impedito al suo vice, Giorgio Santini, di candidarsi con il Pd in quota al cosiddetto listino-Bersani. Insomma, siamo al paradosso che ci sono più cattolici “doc” in lista con il centrosinistra che con la lista civica di Monti.

Che pure, nel cruciale collegio senatoriale della Lombardia (che elegge 49 senatori, di cui 27 vanno al partito o alla coalizione vincente), presenta un tridente formato da Albertini, Ichino e dal leader ciellino Mauro che potrebbe dare parecchio filo da torcere al Pd. (valerio gigante)

Rodotà: “Il reddito di cittadinanza è un diritto universale”

«In Europa – sostiene Stefano Rodotà, uno dei giuristi italiani che hanno partecipato alla scrittura della Carta di Nizza e autore de “Il diritto di avere diritti” – siamo di fronte ad un mutamento strutturale che spinge qualcuno ad adoperarsi per azzerare completamente i diritti sociali, espellere progressivamente i cittadini dalla cittadinanza e far ritornare il lavoro addirittura a prima di Locke. Per accedere ai beni fondamentali della vita come l’istruzione o la salute, dobbiamo passare per il mercato e acquistare servizi o prestazioni. Il reddito universale di cittadinanza è il tentativo di reagire al ritorno a questa idea di cittadinanza censitaria».

Il reddito di cittadinanza, dunque, non il «salario minimo sociale e legale» chiesto dal presidente uscente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Come spiega questa dichiarazione?
Juncker ha mostrato più volte un’attenzione rispetto ad una fase nella quale debbono essere ripensati una serie di strumenti anche partendo da una riflessione più profonda sulla dimensione dei diritti. A parte la sua citazione di Marx, credo che la sua dichiarazione dovrebbe essere valutata alla luce dell’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali. In una delle sue carte fondative l’Ue si impegna a riconoscere il diritto all’assistenza sociale e abitativa e a garantire un’esistenza dignitosa ai cittadini. C’è un’assonanza molto forte con uno dei più belli articoli della nostra Costituzione, il 36. Considerati insieme, questi articoli offrono una chiave per considerare il reddito fuori dalla prospettiva riduzionistica con la quale di solito viene considerata. Diversamente dall’approccio del salario minimo, il reddito non può essere considerato solo come uno strumento di lotta contro la marginalità. In Europa non c’è solo la povertà crescente. Io credo che oggi la lotta all’esclusione sociale passi attraverso l’adozione del reddito di cittadinanza.
Cosa ne pensa del “reddito di sopravvivenza” proposto da Monti nella sua Agenda?

Monti si ispira all’idea riduzionista del welfare. La sua società è quella del capitalismo compassionevole di George Bush dove la vita degli esclusi è pari al grado zero dell’esistenza, un’esistenza che non è quella libera e dignitosa, è pura e semplice nuda vita. È l’idea che lo Stato deve cercare di non far morire i poveri. È una prospettiva inaccettabile. Se poi questo reddito di sopravvivenza è considerato non come la guida da seguire, ma come un passo per andare oltre verso il reddito di cittadinanza, non nel modo riduttivo in cui se ne sta parlando in questi giorni come il salario minimo, possiamo aprire una discussione qualitativamente importante nella cultura politica. Una discussione obbligata dati i tratti che ha la nostra Costituzione e la prospettiva indicata dalla Carta dei diritti. Esistenza e sopravvivenza sono però agli antipodi. Certo, dobbiamo considerare anche la sopravvivenza, ma quello cui noi dobbiamo guardare è l’esistenza libera e dignitosa.

 Leggi tutto da “La furia dei cervelli”

 

Servizio pubblico: Berlusconi ha vinto e Santoro ha vinto!

12 – 01 – 2013 Luigi Ricci (da Formiche.net)

Dopo due giorni dallo show di Servizio Pubblico ancora c’è chi si chiede chi ha vinto tra Santoro e Berlusconi. C’è chi segna la vittoria di Berlusconi, a scapito di Santoro; chi sostiene il “pari merito”; chi pensa che nessuno dei due si sia guadagnato una posizione di rilievo.

A mio giudizio, la puntata di Servizio Pubblico del 10 gennaio si è contraddistinta per un lavoro di negoziazione ben concepito, tanto da risultare nell’obiettivo auspicato da entrambi i leader: il Win-Win.
Il perfetto rendez-vous tra i vincitori: due ex rivali, veterani dell’era della politica-spettacolo della TV analogica. Michele Santoro, il decano dei conduttori di talk politici e Silvio Berlusconi, il più longevo leader politico in competizione per le prossime elezioni.
L’audience del programma sembrerebbe che abbia gratificato entrambi.
Infatti, i dati Auditel affermano Michele Santoro detentore del suo record storico di ascolto e quello di La7 con 8,7 milioni di spettatori (share del 33,6% e 15,6 milioni di contatti).

Silvio Berlusconi, nella peggiore delle ipotesi, ha conquistato non meno di 600 mila elettori, come stimano i principali sondaggisti. Quindi +1,5 punti, che rinverdiscono la speranza al recupero di Berlusconi (del resto non nuovo a queste imprese).
Il fatto di aver assistito ad un avvenimento Win-Win si è palesemente dimostrato quando Berlusconi, apostrofando Santoro “Mi raccomando: faccia buoni ascolti eh”, lasciava lo studio, consapevole di un grande successo “fuori casa”.
Solo dopo la lettera-requisitoria di Berlusconi contro Travaglio, Santoro ha intuito che la vittoria di Berlusconi sarebbe stata incommensurabilmente più grande di quella negli ascolti.

Perché dalla trasmissione Berlusconi se ne sarebbe andato via anche con lo scalpo di Travaglio, e questo è stato un colpo di scena non previsto dagli autori del programma, poiché,  buona parte della scaletta pare sia stata in qualche modo concordata con lo staff di Berlusconi.

Dopo l’affondo a Travaglio, si è visto un Santoro, con gli Chakra bloccati, privo di energia, di fronte ad un Berlusconi raggiante, colto dalle telecamere in uno stato di grazia in cui non si vedeva da tempo.

Il Berlusconi di questa campagna elettorale non è quello di un anno fa. Sarà anche merito delle cure rigeneranti cui si è sottoposto, lo scorso novembre, nel resort di Briatore a Malindi, mentre i suoi avversari, Bersani, Grillo e Monti, sono da mesi sotto pressione.
Sta di fatto che nella puntata di “Servizio Pubblico” Silvio Berlusconi è ricorso, senza rendersi conto, alle migliori tecniche di programmazione neuro linguistica (PNL), tattiche di persuasione capaci, con un minimo di abilità, di indurre le persone ad agire come secondo i propri piani.

Aver scelto di aprire Servizio Pubblico, con il video della discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994, è stato il miglior assist per consentirgli l’ancoraggio rapido. Tecnica adottata dai campioni sportivi per migliorare le loro prestazioni e dai grandi oratori per essere più convincenti nei confronti chi li ascolta.

Nel 1994, in pochi mesi, ha saputo rimontare sul Pds di Occhetto ed arrivare a Palazzo Chigi in appena 4 mesi: questo ricordo lo ha posto nella posizione mentale perfetta per gestire la puntata.
Come sarebbe andato a finire l’esito della serata, se Santoro avesse, invece, mandato in onda il videomessaggio di Berlusconi del novembre 2011, in cui annunciava le sue dimissioni da Presidente del Consiglio dei Ministri?

Luigi Ricci

Cinquantamila firme per Guzzanti e la7. “No alla censura alla satira”

220px-CorradoGuzzanti

Cinquantamila. Tante sono le adesioni pervenute sul sito www.change.org alla petizione contro il bavaglio a Corrado Guzzanti e a la7,  lanciata dal direttore di Articolo21 Stefano Corradino. La petizione è letteralmente esplosa sulla rete. Migliaia “i mi piace” su facebook, centinaia di condivisioni e di twitt. Le petizioni rilanciate da decine di blog e siti internet. Corrado Guzzanti denunciato per vilipendio alla religione. L’accusa viene dal L’associazione telespettatori cattolici “Aiart”, che ha deciso di denunciare l’emittente la7 per  aver trasmesso venerdì 4 gennaio “Recital”. Secondo l’Aiart il comico e attore romano avrebbe “offeso con battute da caserma il sentimento religioso degli italiani, vomitando insulti e falsità per oltre un’ora di spettacolo”. Ma la reprimenda mediatica è andata oltre la querela con la richiesta della sospensione del programma. La petizione è stata lanciata per chiedere all’Aiart di ritirare la denuncia e la richiesta di cancellazione del programma. Una richiesta fatta in nome dell’articolo21 della Costituzione, della libertà di espressione e di satira.

La petizione ha suscitato una pronta replica da parte di Luca Borgomeo, Presidente dell’Associazione di telespettatori cattolici Aiart: “Facciamo notare a Change.org che la denuncia non è contro Guzzanti ma contro La7. Non è in pericolo  la libertà d’espressione o di satira. Vogliamo solo che sia rispettato il sentimento religioso e che questo non sia dileggiato. Coloro che hanno firmato la petizione hanno visto tutto lo spettacolo andato in onda su La7?”

“Una replica piuttosto singolare” – controreplica Stefano Corradino, direttore di Articolo21 e promotore della petizione. E “francamente dichiarare che la denuncia sia rivolta non contro  Guzzanti ma contro La7 non sminuisce il grave errore dell’azione legale, tutt’altro: perché colpisce contemporaneamente sia l’emittente che ha mandato in onda “Recital” sia di riflesso il comico per aver interpretato il personaggio così sgradito all’Aiart. Sbagliato anche affermare che Guzzanti ha dileggiato il sentimento religioso. La satira dileggia, irride, schernisce le gerarchie e le iconografie, non certo i sentimenti. Non è in pericolo la libertà d’espressione o di satira? Allora si ritiri la denuncia e la richiesta di sospensione del programma: sono troppi i bavagli e le censure a cui abbiamo dovuto assistere impotenti negli ultimi venti anni”.

Ieri sera, venerdì 11 gennaio la7 ha mandato in onda la seconda puntata, ci auguriamo che nessuno torni a contestare la straordinaria satira di Corrado Guzzanti. Ma i censori sono sempre in agguato, per questo la petizione resta on line.

* da articolo 21, 12 gennaio 2013. Il grassetto è di nandocan

Beatrice Rangoni Machiavelli: Il lascito di Rita Levi Montalcini

Beatrice Rangoni Machiavelli, a cui sono grato per gli articoli sempre molto seguiti pubblicati su questo sito, mi ha inviato questo suo personale ricordo della grande scienziata recentemente scomparsa (nandocan).

*   *   *   *   *

Levi Montalcini RitaGennaio 2013 – Ho passato molti anni a Bruxelles impegnata nelle Istituzioni comunitarie. Quando sono stata eletta a incarichi di responsabilità nell’ECOSOC Europeo (CESE) ero spesso invitata ad intervenire alle riunioni delle Associazioni di categoria e di quelle dei vari organismi presenti a Bruxelles.

Agli inizi degli anni ‘80, il Presidente della Federazione delle Industrie europee mi aveva chiesto di parlare della situazione dell’UE, dal punto di vista del CESE, ai suoi associati provenienti dai vari Stati Membri.

Terminata la conferenza ci siamo messi a tavola per continuare la conversazione e rispondere ad eventuali domande. Ero seduta vicino al Presidente Nobel, era svedese e pronipote del Fondatore dell’omonimo Premio. Ho sempre prediletto e studiato la matematica; avevo letto un libro sulla storia del Nobel e avevo notato che i premiati erano in maggioranza ebrei e di lingua tedesca, ma non c’era nemmeno un matematico fra loro. Ne chiesi il perché al Presidente, mi rispose sorridendo che nella sua famiglia si diceva che a causa di una grande simpatia della sua bisnonna per una specie di Einstein svedese i matematici erano stati banditi.

La madre di Giovanni Malagodi era sorella del padre di Rita Levi Montalcini, una famiglia che apparteneva all’aristocrazia ebraica di Torino. Chiesi a Malagodi quale spiegazione poteva esserci sulla percentuale così alta di ebrei fra i Premi Nobel. Mi rispose che probabilmente era dovuto al fatto che in un’epoca molto remota gli ebrei erano gli unici che dalla loro religione erano obbligati a saper leggere e scrivere, e trascorrere almeno due ore al giorno nella lettura del Talmud e a riflettere sulle possibili interpretazioni di ogni frase.

 Vedevo spesso Rita Levi Montalcini, conosceva la mia attività nel campo dell’associazionismo femminile, e aveva voluto coinvolgermi in un suo progetto per aiutare le donne in Africa. Per merito suo furono istituite numerose associazioni in quel territorio con il compito di insegnare a leggere e a scrivere, affidato ad una di loro che era stata istruita in Italia.

Nel 1986, con 30 anni di ritardo rispetto alla sua scoperta, Rita Levi Montalcini è stata insignita del Premio Nobel. Ho avuto il privilegio di ascoltare una sua conferenza nella quale spiegava, anche ai profani, le implicazioni della scoperta per cui le era stato conferito il Premio. Si trattava di una “proteina segnale” importante nello sviluppo del sistema nervoso in quanto indirizza e regola la crescita degli assoni conduttori di impulsi in direzione centrifuga rispetto al corpo cellulare. Così è stata aperta una pista per la cura dell’Alzheimer, della SLA, dei tumori,  e altre malattie neurologiche.

La scoperta di Rita L. M. è un esempio straordinario di come un osservatore acuto e particolarmente dotato, possa individuare ipotesi valide da sviluppare in un caos fino ad allora indecifrabile. Aveva compreso che in ogni cellula neuronale esisteva un potenziale di crescita e trasformazione (il “nerve growing factor”). Stimolati dallo  studio e dall’apprendimento, i neuroni creavano fra loro dei microcircuiti di collegamento che potenziavano al massimo le capacità del cervello. Questo spiega anche come sia possibile che persone di età avanzata ma con la mente ancora lucida – come Leonardo da Vinci, o Beethoven – abbiano continuato a creare capolavori fino alla fine dei loro giorni.

L’affascinante esposizione di Rita Levi Montalcini mi aveva fatto pensare che la sua scoperta potesse spiegare la tanto alta percentuale di ebrei nell’ambito dei vincitori del Premio Nobel. Poco tempo dopo ho avuto il piacere di passare una serata con lei, in casa di comuni amici, così le ho potuto parlarle dell’interrogativo che mi ero posta.  Mi rispose con il suo indimenticabile sorriso: “Non posso negare che ci sia del vero in quello che tu dici. Ma bisogna anche aggiungere il grande desiderio di rivalsa di un popolo perseguitato, torturato, vittima di genocidio. Oggi siamo appagati e presenti a tutti i livelli della società occidentale. Non abbiamo più la forza e l’impegno che ci venivano da quel desiderio. I prossimi Nobel li avranno i nostri cugini dell’Islam”.

Ho subito pensato al Premio Nobel per la Fisica, il pakistano Abdus Salam che aveva portato la facoltà di Fisica di Trieste ad un tale livello da costituire un punto di riferimento internazionale.

La personalità, la generosità, l’intelligenza del cuore e del cervello di Rita Levi Montalcini rappresentano un lascito che onora la Scienza ed evidenzia il valore delle donne. Sosteneva infatti: “Se istruisci un bambino avrai un uomo istruito. Se istruisci una bambina, avrai una donna, una famiglia e una società istruita”.

 

 

La nomina di Monica Maggioni a Rai News contestata dai consiglieri Tobagi e Colombo.

raicavallo4

10 gennaio 2013 – ‘Resta il sospetto che la politica continui a contare nelle nomine Rai’. Lo scrivono i consiglieri Rai Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo dopo la nomina del direttore di Rainews, Monica Maggioni, in sostituzione di Corradino Mineo, candidato dal PD come capolista in Sicilia.  Una nomina che giudicano ‘prematura’ e sottolineano: ‘ci aspettavamo un deciso cambiamento di passo, da un vertice presentato come ‘tecnico’ e di garanzia. Purtroppo, come gia’ accaduto, non vediamo questo cambio di passo nel caso di una delicata nomina editoriale’. Tobagi e Colombo ricordano che ‘il 5 settembre 2012 il cda Rai ha dato mandato al direttore generale di elaborare in tempi brevi un progetto di dettaglio per l’unificazione di Televideo e Rainews da sottoporre all’approvazione del consiglio. Questa unificazione, invece, e’ ancora in elaborazione: ancora nessun progetto e’ stato presentato al consiglio. In questi mesi, inoltre, nonostante ripetute sollecitazioni, non si e’ discusso o chiarito quale sia la visione strategica per Rainews, un tema riguardo al quale sono stati sviluppati in passato progetti diversi, mai implementati’.

Alla RAI  “è maggioranza Berlusconi-Monti”, commenta Giulietti (Articolo 21)

“Inutile perdere tempo nella ennesima zuffa sui nomi e sugli organigrammi della Rai. Qui non si tratta piú di giudicare questa o quella delibera, ma di prendere lucidamente atto che in Rai si é ormai formata una maggioranza composta dai consiglieri ” montiani e berlusconiani” alcuni dei quali personalità di rilievo dei patiti che li hanno indicati”. È quanto afferma in una nota il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti. Da questo schieramento sono rimasti fuori, per loro scelta, i due consiglieri espressi da Libera,libertà e giustizia,tavola della pace,comitato per la libertà di informazione ai quali il segretario del Pd Bersani, con procedura innovativa e coraggiosa, chiese di indicare donne e uomini di comprovata autonomia ed indipendenza. Questa esperienza rischia di essere arrivata al capolinea soffocata dalla logica del conflitto di interesse e della legge Gasparri che rappresentano la vera questione, il bubbone da estirpare. Nelle prossime ore proporremo a tutte le associazioni che hanno a cuore l’articolo 21 della Costituzione di indire una grande manifestazione pubblica per chiedere alle forze politiche e ai candidati di assumere l’impegno ad inserire in testa alle loro agende la soluzione del conflitto di interesse,l’adozione di una normativa anti trust e la liberazione delle Autoritá di garanzia e della Rai dalle interferenze dei partiti e dei governi, politici o tecnici che siano o saranno. Altrimenti tutto continuerá come prima, altro che le chiacchiere sulla innovazione e la discontinuitá….

 

Per chi fischia il rigore

Monti RigoreRoma, 10 gennaio 2013 – Monti su twitter: “@tg1online Dialogo sì, con tutti, anche se avessi la maggioranza. Sostegno a governi non riformisti: NO”. Chi ha potuto seguire i primi cinguettii del premier in campagna elettorale avrà notato la facilità con cui si è subito adeguato alla poco nobile tradizione dei politici nostrani di evitare risposte impegnative. Dialogo e riformismo sono parole che non dicono molto, la seconda meno ancora della prima. Perché ci sono riforme che cambiano la realtà delle cose e riforme che si limitano ad aggiustarla. Infatti da Berlusconi a Vendola tutti si dichiarano riformisti.

Avrete letto anche voi  l’Agenda Monti e la “Carta di intenti” del centrosinistra. Secondo Eugenio Scalfari sarebbero quasi uguali. Apparentemente, forse, lo sono, nel senso che gli obbiettivi economici programmati spesso coincidono, ma quello che conta sono le priorità: nel recupero, nella distribuzione e nell’impiego delle risorse. Rigore, crescita ed equità: con queste tre parole il Professore-arbitro ha messo insieme la “strana” maggioranza. Si è visto poi per chi  fischiava il rigore.

Destra e sinistra non sono parole vuote. Nell’Italia e nell’Europa di oggi hanno ancora, come insegnava Bobbio, un significato importante. Dunque  ogni programma va letto alla luce dei comportamenti e della storia di chi promette di realizzarlo: persone, partiti o movimenti. E tener conto, come ammette lo stesso Scalfari, della “differenza tra i protagonisti, le forze politiche da esse guidate e i ceti sociali di riferimento”. L’uso di una parola vaga come “società civile” non serve a fare chiarezza, specie quando vi si confondono centri di potere finanziari, corporativi o religiosi a cui le carriere dei cosiddetti tecnici fanno spesso riferimento.

Chi ha premuto sulla decisione di Monti di “salire in politica” non avrà scrupoli a pretendere una spaccatura del centrosinistra o addirittura interna al PD in cambio di un accordo obbligato al Senato. A chi mostra ancora di puntare in questa direzione sarà bene rispondere nelle prossime settimane non con minore ma con maggiore chiarezza sull’unità della coalizione e sugli orientamenti che distinguono i progressisti dalla destra e dal centro.

In Europa e nel mondo non c’è un solo modo, quello liberista, di guardare alla globalizzazione, all’orizzonte federale europeo, alla crisi finanziaria o alle difficoltà della crescita. Ad esso i progressisti devono contrapporre una strategia da offrire al confronto democratico, senza ambiguità. Così anche per i nodi tuttora insoluti della politica nazionale, dalla difesa della Costituzione ai diritti civili, dalla riforma della giustizia alla normativa sulla corruzione e sul conflitto di interessi, dalla tutela dei beni comuni al rafforzamento del ruolo della scuola, della televisione e della sanità pubbliche.

Meglio ancora sarebbe se la sinistra cominciasse ad aprire lo sguardo ad una rigenerazione del pensiero politico, non più a rimorchio dell’economia. Come scrive l’antropologo Edgar Morin nel suo ultimo libro (“La via – Per l’avvenire dell’umanità”, Raffaello Cortina editore), “l’economia crede di risolvere i problemi politici e umani con la competizione, la deregolamentazione, la crescita, l’aumento del PIL e, in caso di crisi, con il rigore, cioè con i sacrifici imposti ai popoli. E come la civetta fugge il sole, la classe politica si allontana da qualsiasi pensiero che potrebbe illuminare il cammino del bene comune”.

Michele Serra: si combatte per l’Italia

berlulegaL’indissolubile comparaggio tra Lega e Berlusconi deve avere radici ben solide se riesce a resistere ad ogni sussulto e ogni separazione.

Queste radici sono riassumibili nel fastidio invincibile che una parte rilevante della piccola borghesia italiana ha per lo Stato, le tasse, le regole, la Costituzione, l’antifascismo, insomma per la Repubblica così come è nata, si è formata e bene o male ha percorso quasi settant’anni di vita nazionale, in evidente scollamento con una parte non piccola di italiani che non si sente repubblicana e in casi estremi (il secessionismo) neanche italiana.

Il risultato elettorale dell’ennesimo remake forzaleghista (rubo la definizione a Gad Lerner) ci dirà a che punto è l’implacabile lotta di quel pezzo di Italia contro l’Italia. Dubito che le ruberie nelle istituzioni, la triste avidità del clan Bossi, le crapule di Arcore, tanto meno gli episodi di razzismo che (da anni) fioriscono in quel campo siano determinanti per quell’elettorato. Che non ha mai brillato per scrupolo etico. Determinante sarà la voglia di credere ancora che “Silvio” sia in grado di ribaltare il tavolo, come promette di fare, senza successo, ormai da anni. Poiché quel tavolo appare più solido, e Berlusconi più vecchio e debole, è molto probabile la sua definitiva sconfitta!

Monti, la scuola e la Costituzione

scuola tagliRicevo e pubblico volentieri da Ferdinando Longoni questo commento, che condivido totalmente (nandocan):

Ieri, 7 gennaio, stavo rientrando in Italia dalla Svezia. Sul volo da Monaco di Baviera a Roma distribuivano giornali italiani di giornata. Da un paio di settimane leggevo solo le versioni web dei quotidiani. Sulla prima pagina di La Repubblica non poteva sfuggirmi l’articolo:

Nuova rivoluzione nelle scuole

dal 2014 fondi solo alle migliori

ROMA – Rivoluzione in vista per la scuola italiana sul modello della riforma delle università: gli istituti migliori avranno più soldi. La novità viene dal fondo di Funzionamento, è stata introdotta nella legge di Stabilità varata a Natale e dovrebbe scattare dal 2014. In Italia non esiste però un meccanismo in grado di valutare scientificamente le performance dei singoli istituti.

INTRAVAIA E ZUNINO

(segue a pag. 21)

Confesso che mi era sfuggito questo particolare (così come molti altri) della Legge di Stabilità (ex finanziaria). Con la motivazione, certamente giusta, di salvare i conti dello Stato e con loro il Paese dal baratro e con la giustificazione dell’urgenza, imposta dalle regole di bilancio (la legge doveva essere approvata entro il 31 dicembre) chissà quali e quante altre porcate sono state introdotte nel bilancio. Perché di una vera porcata si tratta. Di un vero e proprio attentato ad uno dei diritti fondamentali garantiti dalla nostra Costituzione. E non credo di esagerare. Non si tratta, come dicono gli autori dell’articolo, di disporre o meno di strumenti per valutare le performance di un istituto. Anche se tali strumenti fossero disponibili, dovrebbero essere utilizzati per rimuovere o aggiornare i fattori responsabili delle carenze prestazionali. Il criterio, già insensatamente introdotto dalla Gelmini per le università, di finanziare chi va bene e non finanziare chi va male, non fa che aggravare il problema. I malcapitati che si troveranno, per ragioni geografiche, a frequentare scuole scarse avranno scuole sempre più scarse. Si verrà così ad accentuare, invece che ridurre, il divario tra i livelli qualitativi delle varie scuole e quindi, in definitiva, il divario di accesso alla conoscenza tra diversi gruppi di cittadini. Un concetto palesemente berlusconiano (se qualcuno ricorda l’infelice uscita del cavaliere sui figli degli operai e i figli dei professionisti).

Al Prof Monti, che è molto stimato negli ambienti bene del mondo che conta e che dobbiamo certamente ringraziare per averci, anche per questa sua immagine internazionale, tirato fuori dall’abisso nel quale il suo predecessore ci stava facendo precipitare, vorrei ricordare che la Costituzione italiana recita:

Art. 34.

La scuola è aperta a tutti.

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

 

ma già nei principi fondamentali afferma che:

Art. 3.

…..

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

E la scuola è istituzione fondamentale per consentire il pieno sviluppo della persona umana e l’uguaglianza dei cittadini. O no?
 La visione molto mercantile e aziendalistica della società, di stampo reaganiano e thatcheriano, sembra accomunare, pur nella immensa diversità di stile, il premier predecessore e il suo successore (e, purtroppo, aggiungo, ha contagiato anche alcuni esponenti apparentemente ancora della nostra parte). Scuole e ospedali non possono essere considerati come reparti e filiali di un’impresa industriale o commerciale e gestiti con obiettivi di massimo fatturato con il più alto utile d’impresa possibile. Il loro obiettivo è la massima efficacia possibile. Ciò non significa che non si debba puntare all’efficienza, ma per raggiungere questa non si deve perdere l’efficacia. “Ma non ci sono i soldi!” Ci sarebbero, se tutti pagassero (meno) tasse. Il vero problema dei conti pubblici è il mancato gettito fiscale al quale si accompagna anche una gestione allegra e/o truffaldina. Non si elimina un ospedale, si cacciano i dirigenti incapaci, irresponsabili e ladri. Purtroppo, invece, anche nelle settore privato gli alti livelli della dirigenza vengono premiati anche quando le aziende falliscono.
 Per fortuna si torna a votare, sperando che una buona politica possa sostituire una gestione emergenziale classista determinata da una pessima politica, anzi da una precedente politica delinquenziale.

Per tornare al tema della scuola, l’articolo, dal quale ho preso lo spunto per questo sfogo, mi ha colpito anche perché avevo da poco finito di leggere un libro di John Le Carré, “A Murder of Quality”, unico poliziesco, del 1962, del più famoso scrittore di romanzi di spionaggio. Romanzo poliziesco che si svolge in una scuola esclusiva, tipicamente britannica. Al termine dell’ultima edizione Penguin è stata aggiunta dall’autore una postfazione, datata ottobre 2010, nella quale egli si lancia in una severa critica del sistema scolastico inglese, caratterizzato dalla forte presenza di scuole elitarie e da una scuola pubblica di qualità piuttosto bassa. Secondo l’autore è un sistema che non favorisce l’integrazione tra classi, anzi tende a rafforzare le differenze sociali, dalla culla alla morte. Come risultato, più del 90% della popolazione è di fatto esclusa dai circuiti dai quali emerge la classe dirigente della Gran Bretagna. Da Eden all’attuale premier David Cameron, e a moltissimi dei ministri dei vari gabinetti succedutisi, sono stati alunni di Eton. Persino governanti laburisti come Attlee arrivarono a prospettare drastiche riduzioni della scuola pubblica a tutto vantaggio di quella privata. A quanto pare con risultati non proprio brillanti, per lo meno a detta di un personaggio come Le Carré che non è certamente un pericoloso bolscevico. Sull’altra sponda dell’Atlantico, i democratici americani stanno cercando di avvicinare il loro sistema sanitario ai modelli europei. Qui da noi, invece, sta cercando di rafforzarsi, questa volta col volto moderato di Monti, una politica all’insegna del “privato è bello”, estesa non solo ai mercati (di beni e di servizi non pubblici), ma anche alle attività che garantiscono diritti fondamentali dell’individuo. E quando la Costituzione è uno scomodo ostacolo si invocano le non meglio precisate riforme. Mi sento di consigliare a Monti e ai suoi seguaci e sponsor di rivedersi il bellissimo spettacolo di Benigni sui 12 principi della Costituzione. Potremmo diffonderne copie su DVD.

Ci vuole un cambio di rotta.

Nando

Nessuno tocchi Corrado Guzzanti. Firmiamo la petizione di change.org

di Stefano Corradino, 8 gennaio 2013 (da Articolo 21)

padrepizarroMedioevo Italia. Corrado Guzzanti denunciato per vilipendio alla religione. L’accusa viene dall’associazione telespettatori cattolici Aiart che ha deciso di denunciare il comico e attore romano reo di ”aver offeso con battute da caserma il sentimento religioso degli italiani, vomitando insulti e falsità per oltre un’ora di spettacolo”. La trasmissione sul banco degli imputati è “Recital”, di e con Corrado Guzzanti andata in onda venerdì 4 gennaio su La7 in prima serata seguita tra l’altro da quasi un milione e mezzo di spettatori. Ma la reprimenda mediatica è andata oltre la querela con la richiesta della sospensione del programma.
“Scherza coi fanti ma lascia stare i santi” recita una vecchia massima  popolare che per alcuni è solo un proverbio ma per altri è un precetto inviolabile: la religione, per il suo legame con ciò che è ritenuto sacro, per qualcuno sembra debba godere di una sorta di speciale immunità dalla critica e dalla satira.Corrado Guzzanti è uno dei più stimati comici italiani e la sua è sempre stata una satira intelligente, corrosiva ma mai volgare, acuta e mai becera. E la satira sin dall’Antica Grecia ha avuto fra i propri bersagli preferiti proprio la religione, e in particolare gli esponenti pubblici del culto ed il ruolo politico e sociale svolto dalla religione.Con questa petizione intendiamo chiedere all’Aiart di ritirare la denuncia e la richiesta di cancellazione del programma. Lo chiediamo in nome dell’articolo21 della Costituzione, della libertà di espressione e di satira, anche quando l’ironia si abbatte sui potenti di ogni ordine e grado, politici, economici e religiosi.

“Siate sempre gioiosi” raccomandava San Francesco di Sales. “Un cristiano triste è un triste cristiano”.

Elezioni. Giulietti: ” Corradino Mineo scelta importante”

rainews2402

“Il Pd ha annunciato la candidatura di Corradino Mineo, direttore di Rainews, come capolista in Sicilia. Prendiamo atto con soddisfazione di questa scelta – afferma il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti – anche perché siamo sicuri che Corradino Mineo, uno dei soci fondatori di Articolo21… e da sempre protagonista delle battaglie per la libertà di espressione, porterà questi temi anche nel lavoro politico e parlamentare e in particolare sarà di grande utilità per l’illuminazione di temi e soggetti sociali troppe volte e troppo a lungo oscurati, sia in sede politica che mediatica”.

8 gennaio 2013

Mi chiedono quotidianamente: ma Beppe che fa?

di Giorgio Santelli, pubblicata da Grillie Pinocchi su facebook il giorno Martedì 8 gennaio 2013 alle ore 0.45 ·

 Sempre più persone che mi conoscono, che conoscono Beppe Giulietti, e Articolo 21 mi fanno questa domanda. Beppe che cosa fa? Nel senso che la legislatura è ormai finita e nessuno parla o vede una ricandidatura in parlamento del portavoce di Articolo 21. Qualcuno dice che comunque ha avuto una lunga esperienza parlamentare. Altri che a questo punto, dopo tutte le battaglie che abbiamo fatto, forse Beppe meriterebbe un’esperienza di governo. Due posizioni condivisibili. Io però continuo a farmi una domanda. E ci rimugino sopra sempre più spesso. E’ finita quella missione comune che ci eravamo assegnati nel 1994, quando Beppe fu candidato la prima volta? E quella che poi proseguì, facendo nascere quella straordinaria esperienza che è Articolo 21. Abbiamo ottenuto ciò che abbiamo inseguito per 18 anni? Purtroppo no. Anche se abbiamo fatto tanto. Abbiamo posto per più di una volta al centro dell’agenda politica il diritto al pluralismo, la salvaguardia dell’articolo 21 della Costituzione.

 

Abbiamo fatto discutere donne e uomini con storie e con appartenze culturali e politiche diverse. Abbiamo dato voce al mondo della cultura, del cinema, del teatro, dell’informazione. Mondi che hanno imparato a percorrere strade comuni. Abbiamo percorso una parte di quella strada ma se andiamo a vedere i risultati ottenuti, ci manca ancora molto da fare.

 

Questi 18 anni sono stati pesanti. E di fronte a noi quel rischio che abbiamo rappresentato non in Berlusconi ma nel berlusconismo non è affatto superato. Il conflitto di interessi è ancora lì dove lo abbiamo trovato, gli interventi a favore del pluralismo dei media sono una battaglia continua, le battaglie l’estensione dei diritti, per un lavoro più sicuro e meno precario. Sono obiettivi che dobbiamo ancora raggiungere. E’ vero, potremmo avere in parlamento, nel prossimo parlamento, tante donne e uomini che quella strada l’hanno percorsa con noi. Speriamo che ci possa essere Roberto Natale, Flavio Lotti,  Laura Boldrini, Gabriella Stramaccioni, Franco La Torre, Stefania Pezzopane,  Cesare Damiano, Pina Picierno, Vincenzo Vita, Francesca Puglisi, Lara Ricciatti. Ma non ci sarà Beppe in Parlamento e questa cosa non può passare inosservata. Perchè ogni volta, fin dalla prima ricandidatura, abbiamo dovuto lanciare sempre appelli per chiedere la ricandidatura di Beppe Giulietti. E la ragione è semplice. I temi che ha portato in parlamento sono stati sempre scomodi. E scomodo è stato sempre anche lui perchè indipendente. Non per “fini” personali ma perchè quando si affrontano temi scomodi la scomodità non fa comodo a nessuno.

 

“Che farà Beppe?” Posso dire che non penso farà il pensionato. Posso dire che non penso smetterà di lavorare con, in e per Articolo 21. Posso dire che saprà dare una mano a quei parlamentari che sceglieranno di portare avanti le battaglie e le campagne di Articolo 21. Posso dire che continuerà a voler bene al servizio pubblico e che lavorerà perchè sia libero e indipendente. Posso dire che ciò che faceva in Parlamento lo farà fuori, con la stessa identica forza e determinazione. Che sarà in prima linea contro il conflitto di interessi e lavorerà affinche la carta di intenti di Articolo 21 non resti solo sulla carta.

Poi qualcosa mi permetto di dirla io.

 

Posso dire che ringrazio tutti coloro che hanno permesso questi anni di impegno parlamentare di Beppe perchè non penso che nessuno sia mai rimasto deluso di aver riposto in lui quella fiducia.

Posso dire, però, che mi aspettavo che qualcuno si chiedesse, non per pietire deroghe particolari ma in una discussione legata alla buona politica, alle buone idee e in ragione dell’impegno dimostrato, quanto potrà pesare l’assenza di Beppe dal Parlamento. Posso dire che mi aspetto che i leader dei partiti e delle formazioni che hanno condiviso con noi le nostre campagne e che molte volte Articolo 21 è riuscito a far dialogare proprio sui temi del pluralismo, dicano che in ogni caso di Articolo 21 c’è una immutata necessità.

 

E onestamente, immaginando quanta necessità ci sarà di persone che nel governo abbiano da mettere a frutto l’impegno mostrato in questi anni, mi aspetto che fin da subito quei leader in modo trasversale comincino a ragionare sul fatto che forse, dopo 18 anni di analisi e proposte a favore della cultura e dell’informazione, si pensi al mondo di Articolo 21 come il luogo dove individuare una risorsa utile al governo di questo Paese. E se si penserà ad Articolo 21 non si potrà non pensare a Beppe Giulietti.

Zaccaria (Pd): “Tg5 esempio di telegiornale-spot a sostegno di Berlusconi”

Berluraiset“Una volta si facevano i video messaggi, oggi i TG spot: l’informazione politica del TG5 di ieri 6 gennaio è stata un perfetto esempio di un telegiornale di sostegno dell’editore-leader politico Silvio Berlusconi, sia nella distribuzione dei tempi che nella confezione delle notizie e nel loro ordine. Durata totale dell’informazione politica circa 6 minuti. Primo servizio di 2 minuti e 40 sec su Berlusconi che riassume con la sua voce un più ampio (3 minuti e 35) servizio intervista telefonica andato in onda all’ora di pranzo. Un vero e proprio spot montato con immagini accattivanti (in mezzo alla gente, alla scrivania con bandiere, con Obama, alla parata delle forze armate, con foto di repertorio). I soliti temi sui quali spicca il recupero di 10 punti nei sondaggi in 15 giorni. A seguire un servizio su Monti (notizia e non voce) di 1 minuto e 30, commentato criticamente da una giornalista che mette in evidenza il progetto di ridurre le tasse ma senza indicare la copertura a differenza di Berlusconi e ironia sul fatto che l’Imu in casa Monti la paga la moglie e lui non ne conosce l’importo. Per tutti gli altri partiti un pastone indistinto con Letta (PD) 27 sec, Di Pietro 25 sec, Bonelli 22 sec e Casini 18 sec.”. Lo dichiara Roberto Zaccaria, responsabile dell’Osservatori o del PD nel periodo di par condicio.

7 gennaio 2013

Quali trend per il giornalismo USA nel 2013? Le previsioni del Nieman Lab.

di Bernardo Parrella, LSDI, 4 gennaio 2013  

2013Lasciatoci alle spalle un 2012 inevitabilmente ricco di alti e bassi, proviamo a vedere qualche previsione d’oltreoceano per i “nuovi giornalismi” nel 2013. A partire da quanto propone il Nieman Journalism Lab di Harvard, che ha interpellato all’ uopo un nugolo dismart people.

Fra le repliche più stimolanti, diversi sottolineano l’arrivo di utili innovazioni contenutistiche (quindi non solo tecniche) per le news sui device mobili di nuova generazione, che continueranno a conquistare ampie fette di mercato:

Nei prossimi 12–18 mesi, molte testate d’informazione supereranno la soglia del 50 per cento di utenti che leggeranno le news su smartphone e tablet che su computer desktop o portatili (Fiona Spruill).

Per il sempre critico Nicholas Carr, le trasformazioni cruciali dell’industria sono avvenute anni or sono, e da allora ha preso piede una “inquitetante stabilità” con cui avremo ancora a che fare per un bel pezzo. In altri termini:

Il futuro è incerto, vero, ma è stato tale da tempo. […] Forse il 2013 sarà l’anno in cui finalmente smetteremo di parlare di “tecnologie dirompenti”, per dare così attenzione al nostro modo di usarle e vedere quel rimane e quel che cambia davvero.

C’è chi non manca di sottolineare come i social media andranno sempre più imitando il broadcast model, tipico della TV, perchè è quello più “palatabile per gli ultimi arrivati del social” ed è anche l’ambiente che gli “inserzionisti conoscono meglio e in cui sono disposti a spendere”.

Sul fronte opposto, Amanda Zamora si augura invece l’avvento di uno “slow movement nei social media”: l’abbandono dell’ossessione per le news in real time per creare invece narrative più ampie e articolate. Onde dar forza al “giornalismo nell’interesse pubblico”, che è poi la mission dell’organizzazione in cui lavora,ProPublica, e spingere alla partecipazione dei cittadini-reporter: è l’esempio del sito (in beta) Syria Deeply, che propone la mappatura della guerra civile in corso nel contesto delle fatalità e dei rifugiati sul campo.

Rimandando ulteriori previsioni alle pagine web del Nieman Journalism Lab, in prima fila rimane la spinosa questione del paywall, che sembra in arrivo perfino nel Bel Paese con l’Edicola Italiana. Analogo passaggio in arrivo, fra le parecchie testate USA, anche per il mensile The Atlantic. Va detto che solo dal 2008 i suoi contenuti erano stati “aperti” a tutti sul web, fatto che ha portato a discreti successi anche economici. Oggi però lo scenario generale è ben diverso, come puntualizza un’analisi di Forbes.com:

C’è bisogno di una “strategia olistica”, sostiene [il presidente] Scott Havens, indicando il New York Times come prova del fatto che il paywall può diventare opzione vincente per tutti, portando nuovi introiti per gli abbonamenti digitali senza limitare in modo singnificativo il traffico.

Ma i netizen ci staranno davvero? In attesa di capire meglio, è vero che il trend va prendendo ulteriormente piede — anche per le testate indipendenti. Lo rivela la mossa appena annunciata dal noto giornalista Andrew Sullivan: a partire dal primo febbraio, il suo blog The Dish lascerà il portale The Daily Beast, fondato nel 2008 e rilanciato a febbraio 2011 con l’incorporazione di Newsweek, che ha prodotto il suo ultimo numero cartaceo il 31 dicembre scorso. Il suo blog tornerà a essere, come in passato, del tutto indipendente. Nel motivare il cambio, lo stesso giornalista spiega fra l’altro:

Ecco il principio base: vogliamo creare un ambito dove siano soltanto i lettori a sostenere economicamente il sito. Non ci sarà nessun gruppo mediatico o venture capital a sovvenzionarci, e, fatto ancor più cruciale, niente inserzioni pubblicitarie a intralciare il progetto.

Andrew Sullivan The DishTuttavia è ovvio che un simile business model non può certo funzionare per tutte le testate online, amatoriali o professionali: Andrew Sullivan è “forse uno dei cinque nomi che vantano una enorme seguito sul Web” e quindi può permettersi di avere il solo sostegno dei lettori — considerando altresì che “va stipendiato lo staff di tre persone ben pagate, oltre a costi enormi per banda e server e spese personali non da poco (nel cuore di Manhattan)”, come segnala uno dei tanti commenti che plaudono all’iniziativa.

Nel giro di 24 ore, al pomeriggio del 3 gennaio 2013, il blog segnala di aver già raggiunto 333.000 dollari, un terzo della somma annuale prevista, con quasi 12.000 sottoscrittori paganti (incluso il sottoscritto) alla media di 28 dollari l’anno (cifra minima 19.99 dollari). Altro dettaglio interessante, i micro-pagamenti sono gestiti da TinyPass, sistema di e-commerce progettato proprio per siti sostenuti direttamente dagli utenti.

 

Diritti civili: il crocevia Monti

NEWS_87913Nell’Agenda del Professore non vengono neanche nominati. Ne approfitta il Pdl per lanciare un monito alla Chiesa e la democratica Concia per rimarcarne l’importanza*.

La campagna elettorale avanza senza risparmiare colpi e la nascita di un “polo Monti” crea palesi difficoltà sia al centrodestra sia al centrosinistra, almeno a quella parte che non ha abbandonato il proprio schieramento per seguire il Professore. In particolare sui diritti civili, nei fatti esclusi dall’Agenda Monti, tuona il Pdl per bocca del segretario Angelino Alfano e, per opposti motivi, la deputata del Pd Anna Paola Concia. Vediamo.

Angelino Alfano: «Se dovesse vincere la sinistra, inevitabilmente l’accordo Bersani-Vendola sotto il profilo dei cosiddetti diritti civili, come li chiamano loro, andrebbe in una direzione che a nostro avviso non sarebbe quella auspicata dalla Chiesa. Andrebbe verso uno zapaterismo assolutamente chiaro e già vi sono tutti i segnali in questo senso e quindi la separazione dell’area alternativa alla sinistra prodotta da Monti come risultato oggettivo produrrà, sul piano di alcuni ambiti programmatici, esattamente il risultato che la Chiesa vorrebbe scongiurare […] Quindi Monti ha poco da sdegnarsi o da detestare, il dato concreto è che se vince la sinistra porterà avanti delle cose che vanno in direzione opposta rispetto a quelle che ha voluto il Popolo della Libertà sotto il profilo dei diritti e dell’agenda bioetica». Il massaggio è evidentemente più rivolto alle gerarchie ecclesiastiche che a Mario Monti, a pochi giorni di distanza dell’ufficiale schieramento della Chiesa a favore del premier dimissionario.

Anna Paola Concia: «Voglio dire a Mario Monti che, non essendo per sua stessa ammissione esperto della materia o forse avendo cattivi consiglieri, fa molta confusione: i diritti civili non fanno parte dei cosiddetti ‘temi etici’, sono due cose ben distinte. Mi chiedo come mai un uomo che ha trascorso così tanto tempo in Europa e che si dichiara europeista, su queste questioni abbia delle posizioni lontanissime dagli altri leader europei, siano essi conservatori o progressisti. Possibile che in tutti questi anni trascorsi a Bruxelles il vento europeo di una società più giusta non abbia minimamente sfiorato il Professore? Il nostro premier si vanta del fatto che i temi di civiltà non fanno parte della sua Agenda, rivelando di avere un’idea della società prettamente economicistica, limitante per un leader politico che si candida a governare il paese. I diritti civili hanno infatti a che fare con la vita quotidiana e materiale delle persone; e hanno anche uno stretto legame con la vita economica dei cittadini e con la crescita dell’intero paese. Caro professore, se lo faccia spiegare dai suoi colleghi europei; è rimasto l’unico fra i leader in Europa ad avere queste posizioni».

*da Cronache laiche

Il sobrio mannaro

Monti mannaroLa trasformazione di Monti ci ha colti tutti di sorpresa.

Prima l’improvvisa crescita delle ambizioni, poi la trasfigurazione in leader di partito, fino al raggelante guaito rivolto a Bersani per far “silenziare” i suoi collaboratori.

Il sobrio tecnico bocconiano che odorava di dopobarba e parlava a bassa voce, si è trasformato in una inquietante creatura del potere, che dispensa unghiate moderate a tutti.
E’ bene ora stare attenti a non avvicinarglisi troppo, fidando sul ricordo del suo loden e dei modi sempre composti, perché il professore appena sente l’influsso dei palinsesti si trasforma e colpisce.
Il “sobrio mannaro” ha sete di voti e si aggira tra noi.
Massimo Marnetto, 5 gennaio 2013

Par condicio, Usigrai : Vigilanza garantisca pari rappresentanza di genere

rappresentanzadigenere

La richiesta all’AgCom di pubblicare ogni 3-4 giorni i dati dei “tempi di parola” di tutti i politici, le forze politiche e i movimenti, e una “indicazione chiara affinche’ sia assicurata parita’ di rappresentanza di genere nei singoli spazi informativi e all’interno di ciascuna forza politica”. E’ quanto chiede Vittorio Di Trapani segretario dell’Usigrai, alla commissione parlamentare di vigilanza Rai che oggi comincia l’esame della bozza di regolamento sulla par condicio nel servizio pubblico per la tornata elettorale del 24 e 25 febbraio prossimi. Per l’Usigrai si tratta di due indicazioni fondamentali, specie quella relativa alla richiesta all’AgCom, che se attuata e’ davvero in grado – secondo Di Trapani – di “garantire il pluralismo e la tempestivita’ per eventuali tempi di compensazione”.

3 gennaio 2013

 

“Pubblico”, cronaca di un giornalicidio

di Giovanni Rossi, 31 dicembre 2012

pubblico-prima-pagina“Pubblico giornale” sospende le pubblicazioni. Il numero del 31 dicembre 2012 è il 101 ed è l’ultimo prodotto da Pubblico Edizioni srl. Diciannove redattori, tre poligrafici, alcuni co.co.co. ed un numeroso gruppo di collaboratori a borderò perdono il lavoro. Sono i numeri finali di tre mesi di storia editoriale di un quotidiano voluto da imprenditori/non imprenditori, editato da un’azienda/non azienda. Ci paiono queste le migliori definizioni per qualificare chi oggi fugge di fronte alle difficoltà dopo aver avviato un’impresa con un capitale di partenza che appare risibile, dimostrando di non averne valutato i costi reali. In estrema sintesi: occorrerebbe ricapitalizzare, ma nessuno dei soci è disponibile. Un’impresa che è parsa puntare tutto sul nome di un collega noto, il Direttore-editore Luca Telese, come sembra dimostrare l’assoluta mancanza di un’adeguata azione promozionale a sostegno di un prodotto del tutto nuovo giunto nel mercato dell’informazione in uno dei suoi momenti di massima crisi.Chi, invece, ha affrontato questa avventura con il massimo impegno e serietà è stata la redazione che ha garantito l’uscita del giornale anche quando già l’azienda/non azienda aveva deciso la fuga e già a metà dicembre ragionava di chiusura.Nel numero di domenica 30 l’assemblea di redazione ha pubblicato un bel racconto di quanto è avvenuto, forte, chiaro. E l’ha titolato “Cronaca di un giornalicidio”. Un titolo quanto mai azzeccato. Nella sua illogicità questa storia è esemplare: ci dice come non si deve fare impresa e, soprattutto, come non si deve “giocare” con la vita di chi lavora. Nel pomeriggio di domenica i colleghi hanno poi ripercorso in una conferenza stampa la tappe della loro vicenda professionale e del loro impegno a non demordere nella speranza che l’esperienza di “Pubblico” non vada perduta.

Ora l’assemblea dei soci nominerà un liquidatore. Con lui il Sindacato dei giornalisti chiederà subito di affrontare i problemi più urgenti a cominciare dal garantire il pagamento di tutte le spettanze a cui i lavoratori – dipendenti, ma anche autonomi – hanno diritto per una prestazione già data.

La vicenda di “Pubblico giornale” porta anche ad una considerazione più generale. Siamo ormai in un campagna elettorale tra le più complesse e dai risultati più aperti degli ultimi anni (peraltro, sia detto per inciso, è proprio questo il momento meno adatto per togliere un giornale politico dalle edicole). Il Paese vive una grave crisi ed al suo interno l’industria dell’informazione è in uno stato disastroso. Se è vero che l’informazione è un parametro fondamentale per giudicare una democrazia l’Italia è proprio messa male. Oggi vanno di moda le “Agende”. Gli elettori dovranno giudicarle utilizzando svariati criteri. Ci permettiamo di suggerire anche una valutazione sulle proposte (quando e se ci sono) su come intervenire per favorire il rilancio di quella che è una vera e propria industria culturale che significa, anche, posti di lavoro, indotto, redditi per le famiglie.

* Segretario generale aggiunto della Federazione nazionale della stampa italiana. Il grassetto è di nandocan.