Social, non social

Piace e offende

il buon selvaggio che addenta la mela

ostentando il suo rutto di piacere.

Piace e offende

come il tornare indietro alle maniere

di un branco non ancora società.

Madama Civiltà,

che insegnava a sbucciare le parole

come la frutta

ormai tace e si arrende.

Anche la scuola non ci fa più caso.

Pertanto il buon selvaggio

ammicca sghignazzando in un messaggio:

fossimo noi ad aver la puzza al naso?

***13 luglio 2019

Prologo

Amo il silenzio delle mie parole

nell’incanto notturno del pensiero

che si affaccia dal sogno

e componendo va la musica dei versi

fino al ritorno di una voce amica

che dica il quando e il come della mente.

A lei dono quei versi e a chi li ascolta.

 

***12 giugno 2019

 

(Nella foto un particolare del dipinto di Max Ernst “La realidad es un collage”. A quanti apprezzano le mie poesie l’omaggio di un piccolo ebook , intitolato “Pensando in versi (1988- 2018)” che può essere scaricato liberamente e senza pubblicità cliccando su www.nandocan.info)

meditazione

Come rumore ostile
suonano le parole non udite
e come affanno
l’aria rubata all’ansia del respiro,
dunque non resta
che coniugare l’aria ed il respiro,
col silenzio la mente.

5 aprile 2019

Dove scoppia la primavera (1:56)

Roma, Villa Doria Pamphili, 31 marzo 2019. Bambini, piante e animali festeggiano alla “prima” della stagione primaverile.

Godersi Piazza Navona (01:37)

A Roma in un mattino di primavera.

Certezza

Parla da sola o in coro la certezza

e stolta ignora l’armonia del dubbio

che nel mistero gli esseri affratella.

Luccicando cadrà

come un bicchiere vuoto che si spezza

in mille pezzi fracassando al suolo.

 

***21 marzo 2019

Emozioni ignare

Lande sperdute della mia memoria/

sui vostri passi non vorrei tornare/

ma rivedervi sì, come dal treno/

scorre un passato di emozioni ignare,/

 

respirare il futuro in cui speravo,/

ritrovare il piacere di lottare/

contro la schiavitù dell’obbedire/

con la vana illusione di ordinare/

 

un paesaggio in perpetua evoluzione/

che non afferro e non saprò fermare/

fin quando arriverò alla mia stazione.//

 

14 gennaio 2019

 

 

Rivolta

Rovesciano le strade/
in un tumulto/
di disperati appelli alla ragione./
Invocano saggezze/
nei secoli bandite,/
promesse poi tradite/
dal potere dei pochi./
Scandaloso buonsenso/
alla deriva./
Un condottiero coi suoi tristi giochi/
non baderà a che il mondo sopravviva./

55 anni di professione

IMG_6130

Oggi, 5 ottobre 2018, festeggio 55 anni di professione, ieri inviato alla RAI per qualche milione di telespettatori, oggi su internet per qualche centinaio di amici. E “Nandocan” inizia il suo quattordicesimo anno. Grazie a tutti voi.

Libertà di cultura

Roma, 15 settembre 2018 – “Rotterdam unlimited”, Rotterdam senza frontiere. 178 culture diverse per quello che è uno dei festival di strada più grandi del mondo. Alla fine di luglio si sono dati appuntamento in questo parco centinaia di olandesi originari di Capo Verde. Isolate e povere di risorse, le isole di Capo Verde vivono sostenute soprattutto dai legami migratori col resto del mondo. Qui a Rotterdam,la seconda città olandese che ospita il più grande porto di Europa, cominciarono ad arrivare negli anni sessanta, in cerca di occupazione nel settore marittimo. Molti erano già sbarcati negli Stati Uniti, altri in Portogallo, nell’Africa occidentale e in Sudamerica. In Italia, badanti e domestiche capoverdiane, tra i primi immigrati ad arrivare nella più recente ondata migratoria, erano già a Roma nel 1957.

In Olanda ma soprattutto qui a Rotterdam i capoverdiani sono dunque di casa da tempo, riuscendo a integrarsi perfettamente con la popolazione locale. E oggi danno un forte contributo a quell’eclettismo culturale che nei Paesi Bassi come altrove si esprime principalmente nella musica, nella danza e nel cibo. Un esempio di integrazione da valere anche per il resto d’Europa.

Più che un festival, sembra una festa familiare, con un’atmosfera di eccitante allegria  cui collaborano grandi e piccini. E sono soprattutto i giovani, che rimproverano agli immigrati di prima generazione una mentalità e un comportamento troppo europei, i più decisi a sfoggiare colori vivaci e musica africana o giamaicana. I ritmi eseguiti da questo gruppo musicale sono funanà e kizomba.

Old Jerusalem

Se ripenso a Barcellona

Non c’è Europa senza la Spagna.

Non c’è Europa senza Barcellona.

Jeremy Rifkin e la società a costo marginale zero

Geremia Rifkin non è un profeta come il suo antico omonimo della Bibbia. Quello che nella Israele del sesto secolo avanti Cristo, invasa da Nabucodònosor II di Babilonia, ne prediceva la rovina, ammonendo inutilmente i re incapaci che si avvicendavano sul trono di David. Non che ai nostri giorni ne mancherebbe il motivo, con gli attuali capi di Stato che assistono quasi indifferenti ai danni prodotti all’economia e all’ecologia del pianeta dall’insipienza politica dei loro governi. No, mentre i mali che affliggono il mondo globalizzato – crisi economica, disoccupazione, povertà, fame e guerre – sembrano aggravarsi anziché risolversi, Geremia Rifkin continua da più di vent’anni a dimostrare e documentare le ragioni del suo ottimismo.

Presidente della Foundation of economic Trends di Washington e uno dei massimi esperti mondiali sul rapporto tra l’evoluzione della scienza e della tecnologia e lo sviluppo economico, l’ambiente e le cultura, continua a decretare, dopo trent’anni di studi e di ricerche sul campo, la fine dell’era del carbonio e l’alba della Terza Rivoluzione Industriale (TIR). Convinto che, come oggi centinaia di milioni di persone in tutto il mondo condividono informazioni attraverso internet, così nel giro di un decennio o poco più produrranno energia verde a casa propria, negli uffici e nelle fabbriche. E le condivideranno tra loro secondo i bisogni di ciascuno. Perché tutto questo sarà accompagnato da una vera rivoluzione culturale, dallo sviluppo di una coscienza “biosferica”.

Anche quest’ultimo libro, come il precedente dedicato alla “Terza Rivoluzione Industriale” e ai suoi cinque pilastri, sostiene – basandosi su un campione incredibilmente vasto di situazioni e dati di fatto analizzati anche con una certa pignoleria – che il capitalismo è sul viale del tramonto, sostituito da un modello diverso di convivenza, quello dei “beni comuni associativi”.

La politica, anche quella che si qualifica progressista e riformista ma non riesce ad alzare lo sguardo al di là di faccende e interessi immediati, non dovrebbe trascurare quei segnali che Jeremy Rifkin e altri studiosi come lui pongono alla nostra attenzione e che probabilmente corrispondono alle attese e procurerebbero il consenso di milioni di giovani.

Il discorso vale anche per l’informazione. Spero di fare, nel mio piccolo, una cosa utile ai miei lettori riportando, della traduzione italiana del libro, i brani che ho sottolineato come più significativi. Iniziative analoghe prese per altri libri hanno ottenuto in passato un certo successo e anche questa piccola fatica potrebbe valere la pena. Giudicherete voi stessi dalle pagine che gradualmente appariranno su nandocan magazine 2.

Quanto al mio giudizio nel merito, penso che la strada indicata da Rifkin possa essere quella giusta per farci uscire da una crisi sempre più evidente del capitalismo finanziario nella più recente versione neoliberista. Ma non darei tutto per scontato come sembra fare l’autore della “Società a costo marginale zero”. Il motivo è lo stesso indicato dal grande sociologo Zygmund Bauman, tre anni fa, quando è stato chiamato a commentare in un convegno la prima edizione del libro. “Quella dello sviluppo tecnologico non è una strada a senso unico – disse – e meno ancora è disegnata e predisposta in anticipo sulla sua costruzione. Rifkin presenta i beni comuni collaborativi come l’unico scenario, la cui implementazione è assicurata con certezza grazie alla logica della tecnologia.

“Cosa gli umani possano fare è forse una domanda che può e deve essere rivolta alla tecnologia. Cosa gli umani faranno, però, è una domanda che andrebbe piuttosto rivolta alla politica, alla sociologia, alla psicologia – e la risposta ultima probabilmente non si potrà dare se non a posteriori…”. Aiutiamoci allora a farle, queste domande. Buona lettura (nandocan).

Le 3 I di Papa Francesco: inquietudine,incompletezza,immaginazione (6’32”)

Roma, 23 giugno 2017 – Un discorso del tutto innovativo rispetto alla cultura cattolica degli ultimi secoli. Così Raniero La Valle, giornalista e scrittore che come pochi altri ha seguito e commentato per oltre mezzo secolo avvenimenti interni ed esterni alla Chiesa e al Vaticano, ha definito l’esortazione rivolta da Papa Francesco al collegio degli scrittori della rivista dei gesuiti “Civiltà Cattolica” indicando loro tre parole che dovevano identificarne la missione: INQUIETUDINE (non essere mai paghi della situazione com’è), INCOMPLETEZZA (sapere che ci sono più cose in cielo e in terra che nella loro comprensione della realtà) e IMMAGINAZIONE (riuscire a pensare l’impensabile, sapere che un altro mondo è possibile a partire dalla liberazione degli oppressi). Tre parole che rappresentano anche il modello che Bergoglio ha dato a se stesso e al suo pontificato, ma che potrebbero valere anche la società laica e per la politica e in particolare per tutti i giornalisti, credenti e non credenti. Per questo il 13 giugno scorso se ne è parlato in un convegno promosso dall’Unione Cattolica della Stampa Italiana nella sede della FNSI. Nel video sono i passaggi che ho ritenuto più significativi dell’intervento di La Valle. Altri interventi potranno essere eventualmente pubblicati separatamente.
Come ha scritto lo stesso Raniero nel sito “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri”, nel dibattito alla Federazione della Stampa  si è detto che anche l’informazione in Italia sarebbe del tutto rinnovata, costruttiva e creativa, se si ispirasse a queste tre parole, che del resto appaiono valide per tutti, in ogni ambito della società e della vita, e potrebbero aprire la via per il passaggio all’epoca nuova.
In particolare da questa triplice conversione a un modo di essere opposto a quello oggi praticato, sarebbe trasformato il mondo politico. I politici sarebbero inquieti, fino a non poter dormire la notte, per la povertà, la disoccupazione e le guerre; sarebbero coscienti della loro incompletezza e perciò non più arroganti, narcisisti, incuranti del popolo e insofferenti della sua rappresentanza, e avrebbero abbastanza immaginazione da pensare e adottare politiche capaci di dare risposta al problema catastrofico e decisivo di oggi, che è quello delle migrazioni, dei naufragi di massa, e perciò dell’inevitabile estensione a tutti i cittadini del mondo (ossia agli “abitanti del pianeta”) del diritto all’eguaglianza e alla libera circolazione tra gli Stati”.

Un’altra vita c’è

Un’altra vita c’è

che alla notte accompagna

i suoi fantasmi

e dilegua al mattino

restituendo alla mente

l’umanità del dubbio

e i suoi perché.

5 febbraio 2017

Il futuro chiedetelo a un poeta

orizzonte1Coltivata nel sogno è la speranza/

di cieli nuovi e di una terra nuova/

chi crede di vederli non li trova./

Una musica guida la mia danza/

di là dell’orizzonte è quella meta/

il futuro chiedetelo a un poeta.

***29 ottobre 2016

Poesia e colori di Boccadasse (video 2’59”)

Cullati da una bella canzone di Fabrizio De André, godetevi questo mio piccolo video girato a Genova in un antico borgo marinaro in un pomeriggio d’estate.
Il brano musicale è “Da a me riva”, di Fabrizio De André, tratto da “Creuza de ma”, 2014 Le Nuvole Srl/P, Sony Music REntertainement, Italy S.p.a. Segue il video  una traduzione dal genovese che ho trovato sul web:

 

Dalla mia riva
solo il tuo fazzoletto chiaro
dalla mia riva
nella mia vita
il tuo sorriso amaro
nella mia vita
mi perdonerai il magone
ma ti penso contro sole
e so bene stai guardando il mare
un po’ più al largo del dolore
e son qui affacciato
a questo baule da marinaio
e son qui a guardare
tre camicie di velluto
due coperte e il mandolino
e un calamaio di legno duro
e in una berretta nera
la tua foto da ragazza
per poter baciare ancora Genova
sulla tua bocca in naftalina

Attimo

ATTIMOVaga lo sguardo,

scivola sul niente

di superfici note,

indifferente

all’attimo presente,

che più non è, ma è stato.

L’avvenire matura nel passato.

Irreligione*

Gesù davanti al Sinedrio“Che bisogno abbiam più di testimoni?/

Ha bestemmiato!” disse/

Stracciandosi la veste non sapeva/

che con quel gesto il nome di quell’uomo/

diventava per secoli a venire/

la bestemmia del mondo,/

irreligione fatta di parole./

Anche misericordia è una parola./

Forse non basta chiedere perdono/

quando di solo pane vive l’uomo.

 

*da intendersi  non nel significato comune di ostilità nei riguardi della religione, ma in quello più letterale di assenza di legame tra gli uomini, divisione, separazione.

25 marzo 2016, venerdì santo. *

Contaci, se vuoi contare (video 5’37”)

ContaciSarà una riunione politica come le altre, ripetevo tra me prima di entrare al Palazzetto dello Sport. Una serie di discorsi dal palco, con qualche minuto in coda per qualche domanda. E quel titolo, Contaci, che cosa voleva dire? Renditi conto di quanti siamo? Una sfida azzardata per una nuova iniziativa, considerata la grandezza del locale e la pigrizia dei romani la domenica mattina. Soltanto dopo ho capito che il titolo significava qualcos’altro.

Domenica 6 marzo 2016, dopo una serie di incontri nei diversi quartieri della capitale, “CONTACI”, l’ultima novità dell’associazionismo di sinistra aveva invitato iscritti e simpatizzanti ad un esperimento di partecipazione definito “laboratorio 1000”, in vista delle prossime elezioni amministrative della città. Tra i promotori Luca Bergamo, l’inventore di «Enzimi» ora segretario di Culture Action Europe; Fiorella Farinelli, già assessore nelle due giunte Rutelli; Luigi Corvo punto di riferimento a Roma di Pippo Civati per «Possibile» e Emilia La Nave, presidente di Parte Civile, il movimento che appoggia Ignazio Marino.

Obbiettivo del “laboratorio” quello di offrire un nuovo modello di partecipazione: non si governa la città, ma si governa ‘con la città’. Forse non sarebbe stato facile riprodurre su larga scala un esperimento del genere. Ma il suo valore simbolico e pedagogico resta considerevole.

Con questo esperimento, Contaci diceva ai romani che nulla sarebbe cambiato senza ricostruire i legami sociali interrotti dalle precedenti esperienze di governo. Bisognava trovare il modo di parlare a quel cinquanta per cento di cittadini che non vanno più a votare. Bisognava progettare con loro nuovi modelli di governance a partire dai loro bisogni reali. E coinvolgerli poi in tutti i passaggi decisionali. Solo contando su tutto questo nascerà nei cittadini la consapevolezza di poter contare.