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Il canto della merla

Bianco gelo di morte

avvolge il mondo

e noi ne siamo lieti.

Dei fanciulli la festa

tinge di sangue i volti

e d’allegria.

Magie di voci

riempiono il silenzio

di una limpida attesa.

Perché la neve è sogno

e non dolore?

La vita mai non muore./

31 gennaio 2018

Rughe

Le rughe sul mio sul tuo viso

sono il nostro romanzo d’amore

segnato nel volto e nella mente

inevitabilmente

dall’invidia del tempo per la vita.

Lo sai anche tu, cara amica,

che amare è una dolce fatica.

Ma, credimi, basta un sorriso

per ringiovanire il tuo viso.

E come in autunno

le foglie si arrendono al vento

verrà quel momento

che noi accoglieremo la sorte.

Soltanto chi ha camuffato la vita

nasconde la morte

20 settembre 2017

Libertà vigilata

Libertà mia tradita e immaginaria

che mi esortavi  a prendere la croce

perché perdessi il sonno e la mia voce

per costruire i tuoi castelli in aria,

sarà per te che non ascolto il canto

di sirene che invitano al piacere

e corro avanti senza mai vedere

le belle cose che mi stanno accanto.

Le belle cose anch’esse fatte d’aria

com’erano le bolle di sapone

che scoppiando ci davano lezione:

la vita è bella solo perché è varia.

24 luglio 2017

Elogio del divenire

La verità non c’è

e quando c’è puoi già dire che è falsa.

Vera è l’imprecisione della freccia

che dirige al bersaglio

di poco deviando dalla sorte

di un cammino d’amore.

E dio non c’è, ma forse la creazione.

L’innocenza creativa del risveglio

che l’immagine piega,

quasi metallo fuso, alla sorpresa

musicale del verso.

Il gioco delle nuvole cangianti

contro il sole

in un cielo di aprile.

O il vento sbarazzino

che scompiglia le forme

e rovistando va la spazzatura

tra i cassonetti.

Errori del destino

che danno alla natura il divenire

e bellezza alla vita.

***30 aprile 2017

Un’altra vita c’è

Un’altra vita c’è

che alla notte accompagna

i suoi fantasmi

e dilegua al mattino

restituendo alla mente

l’umanità del dubbio

e i suoi perché.

5 febbraio 2017

Lo so…la vita ha sempre ragione (Sei là…a vida tem sempre razão)

Toquinho e ViniciusRoma, 28 febbraio 2016 – Una canzone e un epigramma. Oggi è domenica e ho pensato di lasciar perdere l’attualità politica (nandocan magazine 1) per dedicare un po’ di tempo all’altro mio blog, quello più personale (nandocan magazine 2). Anche perché è un po’ di tempo che lo trascuro e avrei voglia di rilanciarlo. Lo faccio allora prendendo spunto da una vecchia canzone di Toquinho e Vinicius de Moraes, “Sei là…a vida tem sempre razão”, molto bella, che molti di voi conosceranno, ma della quale non ero riuscito a trovare una traduzione decente in italiano che potesse accompagnarsi alla stessa musica. Con l’aiuto di mia figlia Alessandra, che conosce il portoghese, ho provato a farlo io e quello che segue è il testo che vi propongo, naturalmente insieme alla versione originale cantata da Toquinho. Se c’è qualcuno che ha una chitarra e volesse provare a cantarla, mi farebbe piacere. Su un tema analogo ho scritto anche un nuovo epigramma, intitolato “Mosca cieca”, che pubblico a parte. (nandocan)

 

E’ già qualche giorno che penso alla vita

E sinceramente non vedo l’uscita.

Come, per esempio, non riesco a capire

perché appena nato cominci a morire.

Sei appena arrivato che devi lasciare

Perché non c’è nulla che possa restare.

Non so… lo so… la vita è una grande illusion

Non so… però… la vita ha ragione e io no

Nessuno sa bene che cosa aspettarsi

progetta, fa finta di dimenticarsi

che niente rinasce prima di cessare

e il sole che sorge dovrà tramontare

Non servirà a niente tenersene fuori

Se pensi alle gioie non pensi ai dolori

Non so…però… ci vuole passione, lo so,

Non so… lo so… la vita ha ragione e io no.

Mosca cieca

mosca cieca

Ieri ho pensato: viaggerò domani,/

domani tornerò su quei sentieri/

che ho percorso bendato fino a ieri/

pensando ad oggi e non vedrò domani.

Perché questa è la vita, non c’è scampo,/

camminerò bendato finché campo/

e se capiterà d’esser deluso/

avrò la nostalgia d’essermi illuso.

***28 febbraio 2016

Il treno ed io

Abito in città, ma nei pressi di una linea ferroviaria. Di notte, al passaggio dei treni, mi capita di “ricamarci sopra” (nandocan)*****

Treno notturno 1

Il brivido di un treno

scuote il fragile sonno

della vecchiaia

e mi riporta all’erta

di crucci antichi.

Io chiudo gli occhi,

attendo

che la nebbia si sciolga

nel mattino.

*****

Treno notturno 2

Scorre la vita come questo treno

Che fischia nella notte e fugge via

Col suo carico ignoto di pensieri

Trascinati dall’ansia del domani.

Condannati che vanno e non sai dove.

Tu come loro cerchi all’orizzonte

Il conforto dell’alba.

*

Troverò l’alba e mi darà conforto,

vedrò i pascoli rosa del mattino

con le schiere degli angeli assonnate

nei dintorni di Giove.

La mia speranza è un sentimento vano

quanto profondo: io sarò immortale.

*****

Firenze – Roma

Al monotono ritmo dei binari

si dilegua una vista

di fugaci apparenze.

Ricamate di nebbia mattutina

sfumano nel passato le colline:

sono e non sono,

sono e non sono….

Fuori passa l’inverno. Qui sul treno

timido il sole m’accarezza il viso.

 

Matteo 3, 9

Siria strage bambiniA VOI CREDENTI,/

IO, FIGLIO DI ABRAMO/

NATO NELL’EVANGELO

DALLE PIETRE/

RICONOSCO NELL’ESSERE/

LA VITA/

E NELLA MORTE/

IL NULLA/

E COSI’ SIA.

 

5 febbraio 2015

La gioventù cattolica in cammino

azione cattolicaGioventù, ch’è sì vano ricordare/

fragile sogno di tempi più lieti,/

l’avvenire promesso ad aspettare,/

non ti rimpiango in questi giorni quieti/

che la vita mi dà di ripensare/

vaghe certezze ed assurdi divieti,/

(quella croce che c’era da portare)./

La vita vera è questa, senza veti,/

soltanto amore da prendere e dare/.

22 aprile 2014

Parabola dell’alpinista

alpinistaSono i ricordi come tanti chiodi/

che l’alpinista pianta nel salire/

fino alla vetta della sua montagna/

dove posa lo sguardo sulle cose,/

il cammino compiuto e la bellezza/

breve del mondo.

Lo sosterranno poi nella discesa,/

di balzo in balzo, della sua vecchiaia./

Ora soltanto/

riconosce la vita e le appartiene./

Inciso sulla roccia/

il suo passaggio resterà per sempre.

7 dicembre 2013.

Vivere nel presente

Montaigne“L’anima che non ha una mira fissa, si perde: poiché, come si dice, essere dappertutto è un essere in nessun luogo”. Saggi, VIII,p.46.

“Quando ho fame, mangio. Quando sono stanco, dormo”. Sulle prime mi sembrò una banalità, uno di quegli assiomi apparentemente privi di significato che i maestri zen propongono alla meditazione dei discepoli. Apparentemente privi di significato e proprio per questo più adatti a liberare la mente dai pensieri involontari. Provai a concentrarmi sul respiro e mi accorsi che la mente era incapace di restarne cosciente per più di qualche minuto. Imparai che potevo ottenere un miglior risultato contando al ritmo del respiro. Se mi accorgevo di essermi distratto, ricominciavo da capo a contare, e se i pensieri involontari continuavano – ciò che non riuscivo a evitare nei momenti di preoccupazione o di tensione nervosa – provavo a introdurre qualche difficoltà (contando alla rovescia, saltando le cifre pari o dispari) così da obbligarmi a concentrare le mie energie sull’azione del respirare. Esercizi “yoga” da dilettanti, ma sufficienti a farmi capire il senso di quella frase, a darmi la misura di quanto distrattamente compiamo le nostre azioni. Il più delle volte non siamo noi a mangiare, ma soltanto la nostra bocca. Assorti in altri pensieri, per lo più involontari, non gustiamo neppure il cibo. Così è per quasi tutto ciò che facciamo, per la gran parte della nostra giornata e della nostra vita. Viviamo come automi. Potrei dire che, in realtà, non viviamo affatto, se non in qualche momento di vera lucidità. Mi capita spesso di pensare che la volontà non sia altro che concentrazione di energia mentale.Non sono capace di concentrarmi su una cosa, per questo penso di non riuscirvi. Non sarò certo io a negare l’importanza del progresso tecnico per la vita dell’uomo, ma se la conoscenza di una determinata tecnica fosse davvero indispensabile a compiere un’operazione, quella stessa tecnica non sarebbe mai stata inventata. Niente giova alla soluzione di un problema come trovarsi a risolverlo in stato di necessità. Ogni volta che mi trovo di fronte a una difficoltà, la prima reazione è quella di valutare se quello che sto facendo è davvero necessario, la seconda è quella di vedere se è possibile rimandarlo, la terza è un tentativo di lasciare ad altri la fatica di risolverla e solo se mi pare di non avere altra via di scampo riesco a trovare tutta la determinazione (leggi: concentrazione) che occorre per venirne a capo. Quando ci riesco, il piacere è proporzionato allo sforzo richiesto, mentre la rinuncia si porta sempre dietro un senso di frustrazione e di colpa. La mia depressione, qualche anno fa, si alimentava proprio di una catena distruttiva di rinunce e di frustrazioni, un meccanismo perverso che mi aveva gradualmente condotto all’immobilità e all’impotenza. Per uscirne, ho dovuto fare il cammino inverso, un piccolo esercizio di volontà dopo l’altro, strappando faticosamente le mie energie mentali al caos dei pensieri involontari. Una ginnastica del cervello che, soprattutto agli inizi, risulta di gran lunga più faticosa di quella muscolare, ma che, come questa, può diventare agevole con un allenamento metodico. Quasi sempre, subito dopo un sogno molto intenso, piacevole o spiacevole non importa, mi sveglio sudato e col respiro affannoso, come se all’intensità del sogno corrispondesse una forte concentrazione di energia mentale. Mi chiedo se ciò sia dovuto soltanto ad una partecipazione emotiva, oppure se una concentrazione di energia sia richiesta comunque, nello stato di sonno come in quello di veglia, per aumentare il livello di coscienza. Mi chiedo anche a che sia dovuta quella straordinaria sensazione di “lucidità” che ho provato in alcuni sogni, specie durante l’analisi, molto simile a quella sperimentata da sveglio in rare occasioni, come se vi fosse una reazione analoga a crescenti livelli di percezione verso il mondo esterno durante la veglia e a crescenti livelli di percezione verso il mondo interiore durante il sogno. Non ho mai fatto uso di allucinogeni, ma immagino che producano sensazioni di questo tipo, e così pure le estasi mistiche. Ho appreso che all’origine delle stigmate sarebbe proprio una straordinaria concentrazione sull’immagine del crocifisso in condizioni particolari del sistema nervoso e in soggetti culturalmente deboli ma ultrasensibili. Dovrò approfondire l’argomento su qualche testo specializzato. Non si ha concentrazione senza determinazione, e non si ha determinazione senza motivazione. Il successo ripetuto – la fede può rappresentare un’alternativa, ma non sempre – arricchisce la motivazione, e di conseguenza si accrescono determinazione e concentrazione. Ho sperimentato che per avere concentrazione è indispensabile un rapporto affettivo, e non soltanto intellettuale, con l’azione da compiere. Se un’azione, creativa o anche non creativa come la lettura di un libro o l’ascolto di un disco, non mi interessa, il minimo disturbo sarà sufficiente a distrarmi. Può sembrare una banalità, ma non tanto se si è stati colpevolizzati per una vita per mancanza di ” buona volontà” . “Ci vorrebbe una buona fame!”, mi dicevano se storcevo il naso davanti a una pietanza. Quella, sì, era una banalità. Ecco qual è il ruolo sociale (essenziale) di religione e morale: quello di fornire motivazioni alternative per azioni utili socialmente – anche quando l’utilità non è solo dei gruppi dominanti – ma prive di interesse personale immediato. E la motivazione può essere la speranza del paradiso o la paura dell’inferno, o anche solo la stima dei superiori e del prossimo. Niente di male, basta saperlo. Giorni fa sono stato ad una conferenza di Eugene D’Aquili, uno psichiatra dell’Università di Pensylvania famoso per i suoi studi di neuroantropologia. Mi aveva richiamato il titolo della conversazione, assai suggestivo: “Il complesso mitico-rituale: un modello di interazione tra cervello e cultura”. Da quanto ho capito, sarebbe stata individuata una struttura cognitiva, situata in un’area ben delimitata del cervello umano, che provvede ad ordinare il mondo elaborandone spiegazioni mitiche. Cogliere l’attimo fuggente, vivere alla giornata, a ogni giorno basta il suo affanno, la cicala e la formica, chi vuol viver lieto sia del doman non v’è certezza, e ora: quando mangio mangio, quando dormo dormo. Chissà se è mai esistito qualcuno che abbia imparato a vivere soltanto nel presente, a concentrarsi senza sforzo nell’azione che compie senza vagabondare con la mente nello spazio e nel tempo. La questione è se costui sarebbe davvero un uomo più felice o più “realizzato” degli altri. Se attribuiamo al vagabondaggio mentale involontario un valore negativo e al livello di coscienza un valore positivo, è probabile che lo sia. L’ideale sarebbe addestrarsi a riflettere sul passato e organizzare creativamente il proprio futuro con il maggior distacco possibile, pensando ogni cosa a suo tempo e impedendo all’ansia di rovinarci il presente con pensieri involontari. Una volta pensavo che passione e impegno fossero più o meno la stessa cosa. Oggi ne dubito. Impegnarsi vuol dire concentrarsi nell’azione o preoccuparsi del risult
ato
? La preoccupazione genera ansia, e l’ansia è nemica della concentrazione, impedisce il controllo dell’azione, la quale così risulta meno efficace. La preoccupazione nasce dall’interesse per il risultato, ma prima ancora dalla percezione di un pericolo oscuro, di una qualche punizione collegata a quel risultato. E la punizione maggiore è perdere la stima di se stessi. Anche l’emarginazione si può sopportare finché non mette in crisi il giudizio che si da di se stessi. Sono ansioso perché ho paura di rivelare a me stesso la mia incapacità. E’ un sentimento instillato dalla socioculturaper garantirsi la mia partecipazione, il mio lavoro. E’ proprio indispensabile per indurmi ad agire? E’ utile durante l’azione? Secondo la mia esperienza, essa ha piuttosto un effetto inibitorio. Per la paura di sbagliare, rinuncio ad agire. Dunque, la preoccupazione è nemica dell’impegno, oltre che della concentrazione. Come fare per non preoccuparmi? Dovrei smettere di giudicarmi severamente dai risultati delle mie azioni; cercare il piacere nell’azione in se stessa, non nel giudizio sul risultato di essa; vivere l’azione come soggetto, non identificarmi con l’oggetto dell’azione. Insomma, dovrei accettare di fare cose sbagliate, imperfette; accettare di non essere bravo, di non essere più bravo degli altri. Me lo permetti, babbo? Me lo permette, professore? Me lo permette, padre? Me lo permetti, Dio?

…e liberaci dal bene

somaroMediocrità che domini sul mondo/

libera tutti dal pensiero puro/

perché il tuo giogo ci sia meno duro/

e il ragionare sia meno profondo.

 

Salva la vita dalle sue utopie/

bombardaci di spot pubblicitari/

fai che viviamo, docili somari/

allegri e sciocchi come vecchie zie.

L’utilità del vivere (meditando Montaigne)

Montaigne2“L’utilità del vivere non è nella durata, è nell’uso che se ne fa: qualcuno ha vissuto a lungo ed ha vissuto poco: badateci finché ci siete. Sta nella vostra volontà, non nel numero degli anni, di aver vissuto abbastanza” (Saggi I, XX, p. 112).

Una frase che ricordo di aver udito fin da piccolo: “I L. vivono a lungo, i C. purtroppo no, ma tu hai preso dai L.”. I L. erano la famiglia di mia madre, e il fatto che alcuni di loro avessero agevolmente oltrepassato gli ottanta e i novant’anni deve aver creato questa leggenda di prodigiosa longevità. Mia madre, che ottantaquattro anni li ha già compiuti, ha ancora il vezzo di nascondere la sua età o, al contrario, di ostentarla con civetteria una volta che il suo interlocutore gliene abbia dati molti di meno. Il babbo è morto a 64 anni e anche suo padre è morto così giovane che non l’ho mai conosciuto. Dei tanti fratelli di mio padre soltanto uno è morto in età avanzata. Quando arrivava in casa la notizia di quelle morti premature, mi confortavo un poco all’idea che “avevo preso” dai L. Oggi, a 56 anni suonati, penso che vorrei vivere a lungo finché continuerò ad amare la vita. Meglio se in buona salute, ma anche in compagnia di qualche dolore se questo non mi priverà di una coscienza vigile e di una buona immaginazione. Non vorrei invece restare aggrappato alla vita solo per paura della morte. Quando dovessi odiare la vita, preferisco morire. Un tempo mi preoccupavo assai più che oggi dell’ “utilità del vivere” o di quale “uso” fare della vita. Mi hanno educato a occuparmene fin dall’infanzia e in modo quasi ossessivo. Adesso so che a questa incombenza provvede da solo il mio “super Io” e a me conviene piuttosto badare a che non ecceda. Ad amare e godere la vita ho dovuto educarmi da solo, e in età abbastanza avanzata. Mi incoraggiavano sì a vivere “in pace con me stesso”, ma intendevano in pace con la mia “buona coscienza”, in altre parole con il catechismo e l’autorità. Ho dovuto educarmi da solo a vivere bene con quella parte di me stesso che avevo perseguitato o rimosso. Infanzia, adolescenza e parte della giovinezza le ho passate pensando che la vita doveva ancora arrivare. Decenni di preparazione austera alla vita: che senso ha? La vita appartiene al presente. “Godi fanciullo mio”, scriveva Leopardi, ma anche lui in fondo pensava che l’illusione di una vigilia fosse l’unica felicità concessa agli esseri umani. Come se croce e delizia del genere umano potesse essere soltanto l’amore dell’ “infinito”. E perché non amare il finito? Perché non cercare il piacere in ciò che è ora e soltanto ora, cogliendo l'”attimo presente” e lasciando al “presente che verrà” la sua parte di gioia e dolore? Mentre scrivo è una stupenda mattina di settembre, sono piacevolmente seduto sulla poltrona dello studio, lo stereo è acceso e i miei pensieri affiorano cullati da una musica antica. Perché scrivo? Scrivo perché mi piace scrivere ora. Punto e basta. Ma ecco che il mio sguardo è distratto da un piccolo insetto che vola in mezzo alla stanza. Vola silenziosamente in circolo, instancabilmente, senza posarsi. Una mosca? No, non è una mosca. E’ un tarlo. Lo sguardo corre ora alle gambe del tavolo fratino e mi accorgo che c’è polvere di segatura dappertutto. Tutto il lavoro di disinfestazione che avevo fatto lo scorso anno dovrò farlo di nuovo. Quando? Come? Quanto tempo ho prima che gli altri mobili siano anch’essi infestati? Una piccolissima ansia, piccola e fastidiosa come l’insetto che l’ha provocata, ha già turbato il mio benessere. Potrei provare a convivere coi tarli, ma prima o poi l’istinto mi obbligherebbe a difendere il mio territorio. Perché il piacere non fosse turbato bisognerebbe cancellare il dolore, cancellare la morte. Bisognerebbe che il sistema nervoso, non soltanto la mente razionale, diventasse indifferente a qualsiasi minaccia. Amare realmente la vita vuol dire anche accettare la fragilità del piacere. Se non si può cancellare il dolore, si può sempre fare qualcosa per ridurlo. Per esempio, imparare a distinguere i problemi reali da quelli immaginari, i fastidi veri e inevitabili da quelli che ci procura il nostro complicatissimo modo di vivere. Per alcuni aspetti il progresso ci rende più liberi, per altri invece moltiplica le dipendenze, affidando serenità e benessere a meccanismi sempre più complessi, alle cure di specialisti sempre più esigenti e irreperibili. Prima di prendere una decisione bisognerebbe sempre chiedersi se serve a semplificare o a complicare ulteriormente la vita. E’ vero che le complicazioni salvano dalla noia, che stimolano utilmente l’intelligenza e la fantasia. Ma quando – come sempre più spesso accade – la soluzione non dipende da noi e non si può contare su un’organizzazione sociale efficiente, alle complicazioni segue soltanto la frustrazione. Meglio risparmiare energie per i problemi che inevitabilmente ci propone la sorte. D’altra parte, se è bene evitare tutto ciò che genera ansia non è meno utile saper prevenire la noia. Quando passo la maggior parte del tempo in azioni ripetitive e automatizzate ho l’impressione di vivere meno, dunque vivo di meno. Al contrario, una vita avventurosa è anche una vita più lunga, e ciò vale per le avventure del corpo come per quelle della mente. Chi è più capace di inventarsi la vita, giorno per giorno, vive di più rispetto a chi segue un’avvilente “routine”. Odio la guerra, ho un sacrosanto terrore delle catastrofi, ma è difficile negare che l’esperienza vissuta in queste terribili circostanze possa arricchire di senso un’intera esistenza. Lionello e Augusto, due vecchi contadini che incontro la sera “a veglia” nella mia casa di campagna, non avrebbero altro da raccontare che una vita di fatiche nei campi se non ci fosse stata la “naja” a far loro conoscere il mondo. La guerra in Abissinia, la prigionia in Palestina e in Egitto, anni di paura e di sofferenza, ma non parlano d’altro, come se soltanto in quegli anni il destino avesse illuminato un’esistenza altrimenti banale. Un destino crudele, quello dei poveri, di potersi vantare soltanto delle disgrazie. Si può essere ricchi e istruiti e condurre una vita da larve, ma certo la cultura non è indifferente. Chi è in grado di sviluppare e approfondire le proprie esperienze vive di più rispetto a chi non va mai oltre la superficie. Per questo però occorre un’intelligenza paziente, e nella cella di un monastero o di una prigione c’è chi ha saputo crearsi un’esistenza più intensa e varia di quella di molti che girano il mondo senza vederlo. La varietà degli oggetti intorno a noi conta meno della sapiente arte di leggerli, cogliendone tutti gli aspetti e le dimensioni. C’è chi ha avuto una vita appassionante concentrandosi su un solo autore, un solo libro, una sola opera d’arte. Infine, vive di più chi ha maggiori capacità e possibilità di associare immagini e idee. A che altro serve, in definitiva, la nostra cultura? Settembre 1992