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L’ultimo comizio

Gramellini Massimoda Massimo Gramellini (informazione informazione)

«Cari elettori, per un disguido tecnico nelle settimane scorse è andata in onda la campagna sbagliata: il cagnolino di Monti, il giaguaro di Bersani, la busta di Berlusconi travestita da rimborso delle tasse, il mago Zurlì che smentisce la partecipazione di Giannino allo Zecchino d’Oro. In realtà avremmo dovuto intrattenervi su una questione più pregnante e approfittiamo di quest’ultimo comizio per farlo tutti insieme.

 Noi politici di destra e di sinistra registriamo con preoccupazione l’allarme lanciato dal linguista Tullio De Mauro: «Più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l’informazione scritta, con inevitabili conseguenze negative per la democrazia: molti sono spinti a votare più con la pancia che con la testa e non hanno gli strumenti culturali per controllare l’operato delle classi dirigenti».

Questa splendida situazione non è soltanto merito nostro – dall’Unità a oggi vi hanno contribuito generazioni di politici, impegnate a garantire attraverso i media e la scuola uno scrupoloso rispetto degli standard di ignoranza e rincoglionimento collettivo – ma tocca purtroppo a noi porvi termine. Fin qui eravamo sempre riusciti a conciliare il progresso economico con l’immobilismo culturale: quando i soldi girano nessuno si preoccupa se i cervelli rimangono in pausa, consentendo a chi li manipola di continuare a fare, indisturbato, i propri comodi.

 Ma per uscire dalla crisi attuale sembra non resti altra strada che investire nella ricerca, nella cultura e nella scuola. Riserveremo dunque a questi obiettivi quote più ingenti del Pil, finché non vi sarete trasformati da sudditi in cittadini.

Ci scusiamo fin d’ora per i disagi»!

Per una scuola nuova rileggere “Lettera a una professoressa”

Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa
di Stefano Guglielmin (dal sito “La poesia dello spirito”).

Per una scuola nuova ci vuole un libro vecchio come Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani. Per fortuna, alcuni professori sono finalmente usciti dall’idea, classista, che la cultura sia tutto ciò che ha dato lustro alla nostra civiltà: libri in classifica, morali per bene, imprese eroiche, rivoluzioni industriali. Ma in generale la scuola, su quelle leve, ha edificato la sua fortuna. Il risultato di questa selezione culturale plurisecolare è stata la formazione di una elite dominante e privilegiata (magari mascherata, come oggi, da illuminata riformatrice), e di uno sterminato serbatoio di forza lavoro.

Ce lo ricorda ancora don Milani, anzi, i suoi allievi raccolti intorno alla Scuola di Barbiana, negli anni Sessanta. Tutti ragazzini malnati a inchiostri e calamai, e che pure ammettevano che la scuola fosse “meglio della merda“. Pronunciata da un figlio di contadini è una frase forte, ambigua in fondo, perché il letame concima, è risorsa. Ma la scuola è meglio, se fatta bene. Concima infatti le menti, le libera dalla sottomissione ai poteri meschini. Le impegna per i poteri necessari, per quelli che vogliono realizzare una società equa.

Qualcosa è cambiato da allora, ma non tanto a pensarci bene. La bocciatura, come strumento invasivo per liberare il corpo sano della scuola dagli incapaci, sta tornando in auge; professori che non si vogliono aggiornare perché sottopagati aumentano di continuo; per non dire dell’idea che la scuola sia un’azienda che non può permettersi disavanzi, per cui chiede programmazioni e bilanci che tengano conto delle quantità spendibili anziché di formare cittadini capaci di spirito critico e solidali con il prossimo.

Rileggere Lettera a una professoressa significa tornare alle questioni di base, alla funzione ideologica della scuola e a quella di selezionatrice della classe dirigente. Per capirci: il primo anno di riforma Gentile, più di tre quarti degli esaminandi fu respinta. La borghesia gridò allarmata: ma come, noi paghiamo il regime e voi impedite ai nostri figli di diventare la futura classe dirigente? Il regime corse ai ripari abbassando gli obiettivi minimi. Ora siamo in un’altra fase, opposta, direi. In quella in cui gli obiettivi minimi sfiorano lo zero (non dappertutto, sia detto con chiarezza). La ragione è evidente: il rinnovo del potere passa per altre vie. Più clientelari, come si è ben visto.

Il professor Monti ci è invece arrivato per meriti acquisiti, ma questo capita solo quando il sistema clientelare non riesce più a disbrigare la matassa. Però è sempre lui, il sistema, ad avere l’ultima parola. Parola che il popolo riscrive così: a pagare sono sempre i soliti. Ma anche ad essere esclusi da una formazione di qualità sono sempre i soliti; e a subire un indottrinamento consumista; e a non riuscire a godersi l’effimero della bellezza, assorbendo acriticamente il bello di moda, quale effimero della produzione standardizzata.

Lettera a una professoressa ci insegna la democrazia, l’esatto contrario dell’Italia contemporanea, corporativa, razzista, opportunista e cinica, dove uomini mediocri – dietro ai quali, tuttavia, ci sono precisi gruppi di potere intelligenti – decidono i destini d’intere generazioni (vedi la disoccupazione giovanile e la riforma delle pensioni). La scuola non ha leve per scardinare tutto ciò, ma, se ben fatta, offre agli allievi la chiave per comprendere che matrix esiste e pulsa meno intensamente quanto più noi riusciamo a pensare creativamente.

Il libro scritto dagli otto ragazzi di Barbiana può aiutarci a vivere meglio, ad essere artisti non per vanità, ma per liberarci dagli stereotipi, per combattere il virus conformista che ci ammala. E ciò malgrado qualche riga sia davvero improponibile oggi, come l’invito, “nei casi estremi“, ad usare “la frusta” e l’idea che insegnare sia una vocazione talmente alta da chiedere, se possibile, “il celibato” o la castrazione preventiva.

*il grassetto è di nandocan

Monti, la scuola e la Costituzione

scuola tagliRicevo e pubblico volentieri da Ferdinando Longoni questo commento, che condivido totalmente (nandocan):

Ieri, 7 gennaio, stavo rientrando in Italia dalla Svezia. Sul volo da Monaco di Baviera a Roma distribuivano giornali italiani di giornata. Da un paio di settimane leggevo solo le versioni web dei quotidiani. Sulla prima pagina di La Repubblica non poteva sfuggirmi l’articolo:

Nuova rivoluzione nelle scuole

dal 2014 fondi solo alle migliori

ROMA – Rivoluzione in vista per la scuola italiana sul modello della riforma delle università: gli istituti migliori avranno più soldi. La novità viene dal fondo di Funzionamento, è stata introdotta nella legge di Stabilità varata a Natale e dovrebbe scattare dal 2014. In Italia non esiste però un meccanismo in grado di valutare scientificamente le performance dei singoli istituti.

INTRAVAIA E ZUNINO

(segue a pag. 21)

Confesso che mi era sfuggito questo particolare (così come molti altri) della Legge di Stabilità (ex finanziaria). Con la motivazione, certamente giusta, di salvare i conti dello Stato e con loro il Paese dal baratro e con la giustificazione dell’urgenza, imposta dalle regole di bilancio (la legge doveva essere approvata entro il 31 dicembre) chissà quali e quante altre porcate sono state introdotte nel bilancio. Perché di una vera porcata si tratta. Di un vero e proprio attentato ad uno dei diritti fondamentali garantiti dalla nostra Costituzione. E non credo di esagerare. Non si tratta, come dicono gli autori dell’articolo, di disporre o meno di strumenti per valutare le performance di un istituto. Anche se tali strumenti fossero disponibili, dovrebbero essere utilizzati per rimuovere o aggiornare i fattori responsabili delle carenze prestazionali. Il criterio, già insensatamente introdotto dalla Gelmini per le università, di finanziare chi va bene e non finanziare chi va male, non fa che aggravare il problema. I malcapitati che si troveranno, per ragioni geografiche, a frequentare scuole scarse avranno scuole sempre più scarse. Si verrà così ad accentuare, invece che ridurre, il divario tra i livelli qualitativi delle varie scuole e quindi, in definitiva, il divario di accesso alla conoscenza tra diversi gruppi di cittadini. Un concetto palesemente berlusconiano (se qualcuno ricorda l’infelice uscita del cavaliere sui figli degli operai e i figli dei professionisti).

Al Prof Monti, che è molto stimato negli ambienti bene del mondo che conta e che dobbiamo certamente ringraziare per averci, anche per questa sua immagine internazionale, tirato fuori dall’abisso nel quale il suo predecessore ci stava facendo precipitare, vorrei ricordare che la Costituzione italiana recita:

Art. 34.

La scuola è aperta a tutti.

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

 

ma già nei principi fondamentali afferma che:

Art. 3.

…..

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

E la scuola è istituzione fondamentale per consentire il pieno sviluppo della persona umana e l’uguaglianza dei cittadini. O no?
 La visione molto mercantile e aziendalistica della società, di stampo reaganiano e thatcheriano, sembra accomunare, pur nella immensa diversità di stile, il premier predecessore e il suo successore (e, purtroppo, aggiungo, ha contagiato anche alcuni esponenti apparentemente ancora della nostra parte). Scuole e ospedali non possono essere considerati come reparti e filiali di un’impresa industriale o commerciale e gestiti con obiettivi di massimo fatturato con il più alto utile d’impresa possibile. Il loro obiettivo è la massima efficacia possibile. Ciò non significa che non si debba puntare all’efficienza, ma per raggiungere questa non si deve perdere l’efficacia. “Ma non ci sono i soldi!” Ci sarebbero, se tutti pagassero (meno) tasse. Il vero problema dei conti pubblici è il mancato gettito fiscale al quale si accompagna anche una gestione allegra e/o truffaldina. Non si elimina un ospedale, si cacciano i dirigenti incapaci, irresponsabili e ladri. Purtroppo, invece, anche nelle settore privato gli alti livelli della dirigenza vengono premiati anche quando le aziende falliscono.
 Per fortuna si torna a votare, sperando che una buona politica possa sostituire una gestione emergenziale classista determinata da una pessima politica, anzi da una precedente politica delinquenziale.

Per tornare al tema della scuola, l’articolo, dal quale ho preso lo spunto per questo sfogo, mi ha colpito anche perché avevo da poco finito di leggere un libro di John Le Carré, “A Murder of Quality”, unico poliziesco, del 1962, del più famoso scrittore di romanzi di spionaggio. Romanzo poliziesco che si svolge in una scuola esclusiva, tipicamente britannica. Al termine dell’ultima edizione Penguin è stata aggiunta dall’autore una postfazione, datata ottobre 2010, nella quale egli si lancia in una severa critica del sistema scolastico inglese, caratterizzato dalla forte presenza di scuole elitarie e da una scuola pubblica di qualità piuttosto bassa. Secondo l’autore è un sistema che non favorisce l’integrazione tra classi, anzi tende a rafforzare le differenze sociali, dalla culla alla morte. Come risultato, più del 90% della popolazione è di fatto esclusa dai circuiti dai quali emerge la classe dirigente della Gran Bretagna. Da Eden all’attuale premier David Cameron, e a moltissimi dei ministri dei vari gabinetti succedutisi, sono stati alunni di Eton. Persino governanti laburisti come Attlee arrivarono a prospettare drastiche riduzioni della scuola pubblica a tutto vantaggio di quella privata. A quanto pare con risultati non proprio brillanti, per lo meno a detta di un personaggio come Le Carré che non è certamente un pericoloso bolscevico. Sull’altra sponda dell’Atlantico, i democratici americani stanno cercando di avvicinare il loro sistema sanitario ai modelli europei. Qui da noi, invece, sta cercando di rafforzarsi, questa volta col volto moderato di Monti, una politica all’insegna del “privato è bello”, estesa non solo ai mercati (di beni e di servizi non pubblici), ma anche alle attività che garantiscono diritti fondamentali dell’individuo. E quando la Costituzione è uno scomodo ostacolo si invocano le non meglio precisate riforme. Mi sento di consigliare a Monti e ai suoi seguaci e sponsor di rivedersi il bellissimo spettacolo di Benigni sui 12 principi della Costituzione. Potremmo diffonderne copie su DVD.

Ci vuole un cambio di rotta.

Nando