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Policità

 

Smorfie di propaganda

invadono gli schermi,

seducono le folle

al buon mercato.

In coda fra le quinte

visi truccati come le parole

ammiccano in attesa

di applausi pre impostati.

Il comico di turno

ripropone

al pubblico sghignazzo

battute trasversali.

 

Democrazia circense

e avvisi commerciali.

Acrobazie dialettiche

su novità passate

di ospiti stuzzicati

dal “bravo conduttore”.

14 novembre 2018

Le 3 I di Papa Francesco: inquietudine,incompletezza,immaginazione (6’32”)

Roma, 23 giugno 2017 – Un discorso del tutto innovativo rispetto alla cultura cattolica degli ultimi secoli. Così Raniero La Valle, giornalista e scrittore che come pochi altri ha seguito e commentato per oltre mezzo secolo avvenimenti interni ed esterni alla Chiesa e al Vaticano, ha definito l’esortazione rivolta da Papa Francesco al collegio degli scrittori della rivista dei gesuiti “Civiltà Cattolica” indicando loro tre parole che dovevano identificarne la missione: INQUIETUDINE (non essere mai paghi della situazione com’è), INCOMPLETEZZA (sapere che ci sono più cose in cielo e in terra che nella loro comprensione della realtà) e IMMAGINAZIONE (riuscire a pensare l’impensabile, sapere che un altro mondo è possibile a partire dalla liberazione degli oppressi). Tre parole che rappresentano anche il modello che Bergoglio ha dato a se stesso e al suo pontificato, ma che potrebbero valere anche la società laica e per la politica e in particolare per tutti i giornalisti, credenti e non credenti. Per questo il 13 giugno scorso se ne è parlato in un convegno promosso dall’Unione Cattolica della Stampa Italiana nella sede della FNSI. Nel video sono i passaggi che ho ritenuto più significativi dell’intervento di La Valle. Altri interventi potranno essere eventualmente pubblicati separatamente.
Come ha scritto lo stesso Raniero nel sito “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri”, nel dibattito alla Federazione della Stampa  si è detto che anche l’informazione in Italia sarebbe del tutto rinnovata, costruttiva e creativa, se si ispirasse a queste tre parole, che del resto appaiono valide per tutti, in ogni ambito della società e della vita, e potrebbero aprire la via per il passaggio all’epoca nuova.
In particolare da questa triplice conversione a un modo di essere opposto a quello oggi praticato, sarebbe trasformato il mondo politico. I politici sarebbero inquieti, fino a non poter dormire la notte, per la povertà, la disoccupazione e le guerre; sarebbero coscienti della loro incompletezza e perciò non più arroganti, narcisisti, incuranti del popolo e insofferenti della sua rappresentanza, e avrebbero abbastanza immaginazione da pensare e adottare politiche capaci di dare risposta al problema catastrofico e decisivo di oggi, che è quello delle migrazioni, dei naufragi di massa, e perciò dell’inevitabile estensione a tutti i cittadini del mondo (ossia agli “abitanti del pianeta”) del diritto all’eguaglianza e alla libera circolazione tra gli Stati”.

Politica e giustizia

caselliGian Carlo Caselli – (da I Siciliani Giovani,  Ci risiamo. Varie Procure, facendo il loro dovere, scoprono scandali su scandali. Uno più grave dell’altro. Ma qualcuno, oscenamente, recupera stan­chi ritornelli. E li risuona sperando che qualche testa permeabile se ne la­sci ancora incantare. Dischi rotti che insultano i magistrati, accusandoli di fare politica con le loro “manone” giacobine e con interventi immanca­bilmente definiti ad orologeria. Un grande complotto giudiziario, in so­stanza.

Tesi all’evidenza senza pudore, sor­retta unicamente dal disperato tentati­vo di sbianchettare le pesanti respon­sabilità penali, finanziarie, politiche e morali che emergono dalle inchieste. La realtà è ben diversa. L’intervento giudiziario è in crescita esponenziale in tutti i sistemi democratici. Ovunque esso occupa le prime pagine e spesso turba equilibri e destini politici. La sua stessa diffusione ne segnala la di­mensione oggettiva, escludendo che vi siano – almeno di regola – forzature soggettive.

Ciò vale anche per il nostro Paese, nel quale anzi i processi di Tangento­poli (ieri ed oggi) pongono addirittura il problema drammatico se la corru­zione costituisca un dato mar­ginale , seppure esteso, della nostra democra­zia o non piuttosto un suo elemento strutturale (in altre parole, se si tratti di corruzione “del” o “nel” si­stema).

A questo punto, inevitabile è la do­manda: è cosa buona e accettabi­le che l’indipendenza della giurisdi­zione possa provocare tutti questi sconquas­si?; – oppure bisogna trovare qualche coordinamento con la politi­ca?

Sostengono la seconda posizione coloro (e non son pochi) che strillano che non vi è sentenza che possa valere più del voto di milioni di italiani. Ma la confusione dei piani è evidente. Il primato della politica, nel senso che il governo della società e il motore del “vivere giusto” possono stare soltanto in azioni politiche e non in provvedi­menti giudiziari, è un fatto incontesta­bile. Com’è incontestabile che la giu­risdizione non è in grado – per natura – di risolvere stabilmente le patologie del sistema, ma solo di riconoscere e contribuire a rimuovere le ingiustizie ed illegalità in atto.

Senonché il primato della politica non è assoluto. In tutte le democrazie moderne la sovranità si esercita (deve esercitarsi!) nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione. E’ il siste­ma del bilanciamento dei poteri (“checks and balances”) che presidia l’ indipendenza della magistratura, senza di che (Toqueville lo insegnava un paio di secoli fa) la “tirannide della maggioranza” è sempre in agguato.

Dunque, mai fidarsi di quei sedi­centi statisti che sproloquiano di ma­gistrati animati da proterva volontà in­vasiva. Perché sono gli stessi che da una ventina d’anni non fanno un bel niente per ridurre la debolezza dei controlli (sia amministrativi sia della stampa, senza più condizionata da for­ti interessi) e per ridurre l’anomalia tutta italiana di una concentrazione di potere (economico, mediatico e poli­tico) che non ha eguali nelle demo­crazie occidentali. Mentre proprio in questi fenomeni affonda le radici l’ingiustamente vituperata espansione del giudiziario.

Per chi fischia il rigore

Monti RigoreRoma, 10 gennaio 2013 – Monti su twitter: “@tg1online Dialogo sì, con tutti, anche se avessi la maggioranza. Sostegno a governi non riformisti: NO”. Chi ha potuto seguire i primi cinguettii del premier in campagna elettorale avrà notato la facilità con cui si è subito adeguato alla poco nobile tradizione dei politici nostrani di evitare risposte impegnative. Dialogo e riformismo sono parole che non dicono molto, la seconda meno ancora della prima. Perché ci sono riforme che cambiano la realtà delle cose e riforme che si limitano ad aggiustarla. Infatti da Berlusconi a Vendola tutti si dichiarano riformisti.

Avrete letto anche voi  l’Agenda Monti e la “Carta di intenti” del centrosinistra. Secondo Eugenio Scalfari sarebbero quasi uguali. Apparentemente, forse, lo sono, nel senso che gli obbiettivi economici programmati spesso coincidono, ma quello che conta sono le priorità: nel recupero, nella distribuzione e nell’impiego delle risorse. Rigore, crescita ed equità: con queste tre parole il Professore-arbitro ha messo insieme la “strana” maggioranza. Si è visto poi per chi  fischiava il rigore.

Destra e sinistra non sono parole vuote. Nell’Italia e nell’Europa di oggi hanno ancora, come insegnava Bobbio, un significato importante. Dunque  ogni programma va letto alla luce dei comportamenti e della storia di chi promette di realizzarlo: persone, partiti o movimenti. E tener conto, come ammette lo stesso Scalfari, della “differenza tra i protagonisti, le forze politiche da esse guidate e i ceti sociali di riferimento”. L’uso di una parola vaga come “società civile” non serve a fare chiarezza, specie quando vi si confondono centri di potere finanziari, corporativi o religiosi a cui le carriere dei cosiddetti tecnici fanno spesso riferimento.

Chi ha premuto sulla decisione di Monti di “salire in politica” non avrà scrupoli a pretendere una spaccatura del centrosinistra o addirittura interna al PD in cambio di un accordo obbligato al Senato. A chi mostra ancora di puntare in questa direzione sarà bene rispondere nelle prossime settimane non con minore ma con maggiore chiarezza sull’unità della coalizione e sugli orientamenti che distinguono i progressisti dalla destra e dal centro.

In Europa e nel mondo non c’è un solo modo, quello liberista, di guardare alla globalizzazione, all’orizzonte federale europeo, alla crisi finanziaria o alle difficoltà della crescita. Ad esso i progressisti devono contrapporre una strategia da offrire al confronto democratico, senza ambiguità. Così anche per i nodi tuttora insoluti della politica nazionale, dalla difesa della Costituzione ai diritti civili, dalla riforma della giustizia alla normativa sulla corruzione e sul conflitto di interessi, dalla tutela dei beni comuni al rafforzamento del ruolo della scuola, della televisione e della sanità pubbliche.

Meglio ancora sarebbe se la sinistra cominciasse ad aprire lo sguardo ad una rigenerazione del pensiero politico, non più a rimorchio dell’economia. Come scrive l’antropologo Edgar Morin nel suo ultimo libro (“La via – Per l’avvenire dell’umanità”, Raffaello Cortina editore), “l’economia crede di risolvere i problemi politici e umani con la competizione, la deregolamentazione, la crescita, l’aumento del PIL e, in caso di crisi, con il rigore, cioè con i sacrifici imposti ai popoli. E come la civetta fugge il sole, la classe politica si allontana da qualsiasi pensiero che potrebbe illuminare il cammino del bene comune”.