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Noi della barca di Bobo

Bobo e luoghi idea(li)Non siamo qui, compagni/

a inzuppare la mente/

nel brodo dei concetti,/

disperata ricerca/

del senso della storia./

Siamo qui per avere/

notizie di noi stessi:/

siamo dove vogliamo/

o siamo altrove?/

La barca va dove la vuole il vento/

e nessuno è al timone./

Il capitano scruta attorno al ponte/

suoi nemici in agguato./

Verso gli scogli andiamo alla deriva./

Riprendiamo la rotta/

noi tutti della barca./

Il mare aperto attende all’orizzonte./

 

14 giugno 2015

L’han votato

Renzi BerlusconiL’han votato. Li ho visti ai gazebo/

tre milioni di italica gente/

“Tutti gli altri per noi sono niente,/

Matteo Renzi, noi siamo con te./

 

 

Mi correggo. Li ho visti ai gazebo/

due milioni di italica gente/

“Tutti gli altri per noi sono niente,/

Matteo Renzi, noi siamo con te”./

 

Mi han votato. Ora sto al Nazareno/

finalmente mi sento un vincente./

Tutti gli altri per me sono niente/

Berlusconi, son tutto per te.

 

24 gennaio 2014

La lezione di Reichlin al PD: non serve Renzi, serve un partito

Reichlin GiubbonariNegli anni ’60 collaborava gomito a gomito con Berlinguer. Alfredo Reichlin, giornalista, ex direttore de L’Unità, parlamentare per sette legislature, ha oggi la stessa età e lo stesso  piglio energico del presidente Napolitano. Tra i fondatori del partito democratico,  è stato a suo tempo presidente della commissione per il manifesto dei valori. Il 5 luglio scorso, compagni e amici della sinistra lo hanno invitato a dire la sua sulla crisi e sulle prospettive del partito alla vigilia del congresso, senza peli sulla lingua come è suo costume. Ecco, in breve sintesi, la sua appassionata lezione.

Che pensi di Renzi? (rap)

Renzi Matteo 1Non è un gran signore/

ma è un gran parlatore/

ciarliero, smodato,/

il re del mercato…/

(…politico, intendo)/

Dibatte correndo,/

dibatte seduto,/

dibatte con chiunque/

gli da il benvenuto,/

dibatte a Firenze/

vantando esperienze,/

ce l’ha col palazzo,/

rottama da pazzo,/

dibatte in tivvù,/

l’hai visto anche tu./

Ci dice che fa/

e quel che farà./

Farà il segretario,/

qualcuno è contrario?/

Farà il presidente/

(se Letta consente)./

Considera ammessa/

qualunque scommessa./

Io punto parecchio/

su Palazzo Vecchio.

 

12 giugno 2013

Quelli che…Rodotà

RodotàRoma, 7 maggio 20134 – “La rivoluzione della dignità” era il titolo della manifestazione organizzata dalla rivista “Left” e dal suo direttore Maurizio Torrealta, per un incontro del professor Stefano Rodotà, costituzionalista e politologo di grande prestigio, con il popolo della sinistra che lo avrebbe voluto oggi alla Presidenza della Repubblica. Al teatro Eliseo di Roma, nel pomeriggio del 2 maggio scorso, si è parlato a lungo di lavoro, eguaglianza, diritti, libertà e giustizia. Valori fondanti della Repubblica e della Costituzione, il rispetto dei quali rende oggi improbabile, tormentata e decisamente precaria una coabitazione tra il centrosinistra e l’attuale centrodestra guidato da Berlusconi al governo del Paese. Ciò è apparso con molta chiarezza sia nell’introduzione e nella replica di Rodotà, sia negli interventi di Pippo Civati (PD), Vito Crimi (M5S), Gennaro Migliore (SEL), Adriano Prosperi (storico),Francesca Redavid (FIOM), Antonio Di Luca (operaio), Andrea Ranieri (Left), Gherardo Colombo (ex pool Mani Pulite), Antonio Ingroia (Azione civile), Antonio Cofferati (PD), Giuseppe Giulietti (Articolo 21), Tana De Zulueta (Iniziativa cittadina europea per la libertà di informazione e il pluralismo dei media). Un collegamento audiovideo tecnicamente difettoso dalla sala con Sandra Bonsanti  e Revelli ha purtroppo impedito l’utilizzo dei loro contributi in questa mia video-sintesi.

“Non vanificare la sovranità popolare”

articolo-uno-costituzione

I Comitati Dossetti perla Costituzione ed Economia Democratica si rivolgono ai due soggetti politici che in questo momento hanno in mano il destino dell’Italia: gli eletti al Parlamento del 24-25 febbraio e gli elettori che nell’occasione hanno trasformato la volontà popolare in rappresentanza politica. “Agli uni e agli altri – scrivono – rivolgiamo il pressante appello a salvaguardare la Costituzione come condizione per far ripartire l’economia e salvare il Paese”.

“È necessario prendere atto che le divisioni presenti nella nostra comunità nazionale e tradottesi ora nelle divisioni della rappresentanza, sono molto profonde. Esse derivano da una disparità sempre maggiore nella situazione economica e nelle prospettive di vita tra anziani e giovani, tra ricchi e poveri, tra quanti galleggiano nella crisi e quanti ne sono sommersi, e attengono anche a diversità culturali e morali sempre più accentuate sul modo di concepire la sfera pubblica, sul rapporto tra legalità e arbitrio, sui modi di vita e di sviluppo, sul rapporto con l’ambiente e i beni comuni e sulle stesse forme della vita democratica. Queste differenze che attraversano la nostra società sono purtroppo ignorate dal sistema informativo-pubblicitario dei media, forse non ingiustamente disertati da alcuni, sicché appaiono col voto come sorpresa; in effetti tali contraddizioni ci sono e possono essere ricomposte solo attraverso conversioni e ricostruzioni di lungo periodo, e non attraverso affrettati espedienti politici”.

“In ciò – sottolineano – risiede la difficoltà di fare un governo, e non semplicemente nella mancanza di responsabilità e di misura. In questa realtà di divisione, una sola cosa abbiamo comune, ed è la Costituzione. Sarebbe un gravissimo errore avviare il processo di uscita dalla crisi cominciando con mutamenti costituzionali che semmai vanno riservati a una fase più avanzata, come altrettanto erroneo sarebbe il perseguire una semplificazione del quadro politico mediante leggi elettorali ancora più maggioritarie e discriminanti del “porcellum”, con cadute antiproporzionaliste e improvvisazioni presidenzialiste.

La salvaguardia del quadro costituzionale è essenziale non solo per non disperdere un patrimonio di valori condivisi e preservare la legittimazione etica dell’ordinamento, ma anche perché è condizione e garanzia di sicurezza per tutti, democratici e Cinque stelle, destra e sinistra, inclusi ed esclusi dalla rappresentanza parlamentare.

Riguardo agli eletti al nuovo Parlamento, la norma della Costituzione che prima di tutto essi sono chiamati a rispettare è l’art. 1 che stabilisce come “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. La Costituzione non si limita a proclamare la sovranità popolare. Dice che deve essere esercitata. Essa viene esercitata quando il potere del popolo si concretizza, attraverso l’investitura parlamentare, nei poteri di governo, così come attraverso l’ordine giudiziario essa si traduce concretamente nel potere di giurisdizione. Se i parlamentari eletti, perseguendo altre priorità, si dichiarano estranei al compito di trasformare la sovranità in potere di governo, ponendosi di fatto fuori del circuito popolo-Parlamento-governo, minanola Costituzione nel suo fondamento e vanificano quella sovranità popolare per realizzare la quale vengono eletti. In questo caso a essere puniti non sarebbero i politici, ma sarebbero puniti e traditi gli stessi cittadini.

Altra norma decisiva per gli eletti del 24-25 febbraio è l’art. 67 per il quale “ogni membro del Parlamento rappresentala Nazionesenza vincolo di mandato”. Ciò non significa che ognuno può fare quello che vuole, ma che il parlamentare non è tenuto a nessun altra obbedienza se non al bene della Nazione che rappresenta. Non avere altre obbedienze vuol dire per il rappresentante  essere libero di compiere in ogni momento, anche in circostanze prima non prevedibili, ciò che ritiene più utile al Paese. Vincoli sottoscritti in occasione della candidatura possono avere rilevanza sul piano morale, e ne è giudice la coscienza, ma in nessun modo e da nessuno possono essere fatti valere per esigere questo o quel comportamento del parlamentare. Un vincolo di mandato sarebbe la fonte di un conflitto d’interessi permanente tra gli interessi del mandante e l’interesse generale a cui deve provvedere l’eletto. Solo così funziona ed è legittimata la rappresentanza, a differenza di quanto accade per le forme di democrazia diretta. Un vincolo di mandato è strutturalmente impossibile nella democrazia rappresentativa, e la sua esclusione rientra nella stessa definizione di essa; non è una invenzione della casta, ma  è originaria, tanto da risalire alla Costituzione francese del 1791.

Per quanto riguarda l’elettorato che anche per la complicità di una legge elettorale antitetica allo spirito della Costituzione ha dato luogo a un Parlamento che renderebbe l’Italia ingovernabile, le norme costituzionali di più necessaria attuazione sono gli articoli 48, 49 e 54.

Secondo l’art. 48 il voto è un “dovere civico”; poiché tale dovere non è fine a se stesso, non si può pensare che tale voto sia dato o sia usato allo scopo di affermare o dimostrare l’ingovernabilità del Paese. Pertanto a tale dovere del cittadino corrisponde il diritto che gli eletti si adoperino in buona fede per far funzionare l’ordinamento costituzionale. Un diritto che l’elettorato può far valere.

L’art. 49 riconosce ai cittadini il diritto di  “associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, individuando nei partiti le realtà associative attraverso le quali i cittadini possono raggiungere tale scopo. Una linea culturale e politica intesa alla distruzione dei partiti, e di tutti i partiti, vanificherebbe il diritto dei cittadini a determinare in forme associate la politica nazionale, ridurrebbe la loro azione al piano sociale o a quello virtuale ed ancora circoscritto del web, e lascerebbe loro solo il diritto di eleggere a determinate scadenze una classe o casta dirigente.

L’art. 54 dice che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. L’elettorato è giudice dell’adempimento di questo dovere, ma nessun giudice può giudicare all’ingrosso, prescindendo dalle responsabilità personali senza discernere tra colpevoli e innocenti. Non tutti i partiti appartengono alla stessa storia e sono imputabili delle medesime responsabilità; e certamente c’è differenza tra chi in campagna elettorale impegna i soldi dell’erario per una vera e propria corruzione dei cittadini con la promessa di una regalia in danaro sotto forma di restituzione dell’IMU, e chi è fin troppo prudente nel non promettere più di quanto ritiene possibile fare. Un elettorato che permetta che il suo voto sia interpretato e brandito come un’accusa verso tutti quanti esercitano funzioni pubbliche e come una condanna di tutti i partiti, senza distinzione alcuna, vedrebbe vanificato il suo ruolo e perderebbe credibilità riguardo alle sue scelte e alle sue pronunzie.

Pertanto la fedeltà alla Costituzione, ai suoi principi e alle sue norme, è oggi l’unica via per dotare di un governo il Paese e portare l’Italia fuori della crisi”.

6 marzo 2013

Pd e 5 Stelle, un confronto in Parlamento

di Federico Orlando, 26 febbraio 2013*

grillo-bersaniSono cominciate, da lontano, le manovre per arrivare a una soluzione concordata della crisi post-elettorale, che consenta a un parlamento senza maggioranza di inventarsene una, la meno lontana possibile dalle affinità, anche se non proprio elettive, dei partiti. Nella conferenza stampa di martedì pomeriggio, Bersani, “non vincitore ma primo”, come si è definito, ha detto con più chiarezza di quanta solesse usare la vecchia politica, le cose che proporrebbe se toccasse a lui di tentare la costituzione di un governo
. Un “governo di combattimento”, ha chiarito subito il leader del Pd, che affronti subito alcuni capitoli non rinviabili: moralità , lavoro, anticorruzione, riforma dei partiti e della politica, problema sociale (con cambiamento delle clausole europee e con impegno per il Mezzogiorno e per la ripresa produttiva). Ha anche aggiunto, per quanto riguarda i rapporti istituzionali, che le presidenze delle due camere potrebbero essere assegnate a due gruppi parlamentari di diverso colore, come in altri tempi quando di solito il Senato era presieduto da un democristiano e la Camera da comunista. Ed è parso chiaro dal contesto del discorso che si sia trattato di un’avance di dialogo all’ M5S, affinché concorra ad assumersi le sue responsabilità e non esca fuori della strada riformista con palingenesi di tipo forzista-leghista.Il discorso bersaniano sembra dunque chiudere le porte tanto a un governo di cosiddetta unità nazionale, guidato da una personalità esterna, quanto a un accordo con Berlusconi per far fronte a una specie di invasione barbarica. Proprio a questo accordo aveva invece accennato in mattinata Berlusconi, né era mancata qualche voce, sia pure in sordina, che l’aveva presa per buona, proponendo un paradiso dorato (sul Colle?) per il cavaliere e un governo Bersani-Alfano. Articolo 21, pur giudicando una tale ipotesi di pura fantasia malata, ribadisce i suoi paletti. Come non accetteremo che Grillo continui in parlamento (con norme contro l’editoria e soppressione dell’Ordine dei giornalisti) gli oltraggi all’articolo 21 della Costituzione perpetrati in campagna elettorale; così non accetteremmo un’intesa col Pdl che escludesse il conflitto d’interesse, la lotta al duopolio televisivo, la legge anticorruzione (non la camomilla della ministra Severino), la guerra all’Europa, che noi vogliamo trasformare dall’attuale sudditanza in pace paritaria e costruttiva.Dunque, niente inciuci Pd-Pdl, ma solo un passo verso i nuovi gruppi che entrano per la prima volta alla camera e al senato, affinché partecipino, col loro bagaglio di idee buone ma non di pregiudizi distruttivi, alle prime incombenze istituzionali (e cioè l’elezione dei vertici dello Stato); e poi concorrano a dare spunti programmatici condivisi al “governo di combattimento”.
Forse rinunciando a pregiudizi, risentimenti ed estremismi da comizio, sarà possibile ritrovare anche quella comunione di elettori contrari alla destra oligopolista e fascista, che ha tenuto in mano l’Italia per vent’anni, strangolandola fino all’avvento del governo Monti: chirurgo probabilmente bravissimo, ma che non s’accorse (e non se ne accorsero per un anno, o non lo dissero, i suoi assistenti parlamentari), che gli interventi tecnicamente perfetti prostravano un malato gravemente debilitato.D’altronde, se non Grillo, i grillini “giovani e puliti” non avranno difficoltà a comprendere che un dialogo a distanza col Pd, sul terreno istituzionale e di alcuni punti del programma, non è una compromissione; ma è una garanzia anche per loro a non fuoriuscire dai problemi e non finire nella sola alternativa possibile al centrosinistra: la destra razzista e corrotta, che in Italia usurpa il nome di liberale ma è a pieno titolo fascista.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Massimo Marnetto: governo di stello-sinistra?

sondaggi parlamentoCalano i votanti, esplodono i grillini, risuscita B, vince la sinistra al foto-finish.

E adesso?
 L’Italia deve uscire da questo stallo usando le stelle.
Quelle di Grillo.per una collaborazione di stello-sinistra, non basata su un matrimonio di legislatura (per il genovese sarebbe un “inciucio” improponibile), ma su votazioni di fatto per raggiungere singoli obiettivi.
Sì perché guardando i programmi della coalizione di sinistra e del M5S le coincidenze ci sono e su punti importanti.
Legge sul conflitto d’interessi in primis.
Ma anche sulla riduzione dei costi della politica, sulla trasparenza e forse anche su una nuova legge elettorale.
Quindi, la situazione è molto complicata, ma lavorando con accortezza, se ne può trarre un vantaggio per il Paese.
perché se i grillini daranno il loro contributo, ne gioverà l’intero sistema; se faranno solo confusione, finiranno.
Certo, non si prospetta una legislatura intera, ma la governabilità non è preclusa a priori, purché il PD lavori con intelligenza, fuori e dentro di sé.
Con alleanze di scopo per governare.
Ed un prossimo congresso di grande rinnovamento, non solo anagrafico, ma di idee e di apertura.
Massimo Marnetto

Smacchiare il giaguaro

giaguaroRoma, 9 febbraio 2013 – Bersani e Monti: l’alleanza non c’è ancora. Dichiararla prima del voto porterebbe chiarezza, ma farebbe  perdere voti a destra e a sinistra. In una campagna elettorale giocata dall’avversario comune, con sconcertante successo, sulle menzogne e sulle false promesse, una “dissimulazione onesta” delle intenzioni  è  legittima difesa. Ma per il dopo elezioni quella sembra la soluzione probabile. Sempre che i risultati elettorali non smentiscano le previsioni e che il centrosinistra sia sempre deciso ad andare al governo solo con una robusta maggioranza.

Allora Vendola finirà per ammettere che in questo passaggio elettorale più a sinistra non si può. Per battere il populismo demagogico e corruttore di Berlusconi, accetterà il compromesso con una destra rispettabile. Monti si convincerà che fare i conti con Vendola è  più conveniente che trattare con Berlusconi, rendendosi conto che per il PD rompere la coalizione dei progressisti sarebbe invece poco meno che un tentato suicidio.

Certo è che il quadro politico appare oggi molto cambiato anche rispetto ad un anno fa. Ci eravamo  illusi che il cavaliere e la sua corte fossero definitivamente usciti di scena, che Monti e Casini  potessero prenderne il posto, che insomma l’Italia stesse finalmente per diventare un paese moderno (“normale”), con una dialettica politica bipolare simile a quella dei paesi europei più avanzati. Non è andata così. La suggestione che quelle menzogne e quelle false promesse  sembrano ancora in grado di esercitare su una parte consistente dell’elettorato dimostra che la potenza di fuoco mediatica di cui Berlusconi sfacciatamente dispone può colpire ancora una volta. Se non per vincere, per impedire ad altri di governare.

Che nella mentalità di ogni italiano vi sia una dose, piccola o grande, di anarco-individualismo non è solo un luogo comune. E decine di indagini sociologiche documentano l’analfabetismo politico e istituzionale diffuso in Italia. Su queste basi il berlusconismo, come più in generale il populismo di ogni colore,  ha costruito e continuerà a costruire le proprie fortune.

Combattere queste devianze culturali, prima ancora che politiche, è davvero imperativo. In questo compito sono impegnati associazioni e movimenti della società civile, con iniziative diffuse nel territorio che arricchiscono la partecipazione e sono state di stimolo  al rinnovamento della democrazia interna di qualche partito.  Ma è impresa di lunga durata, che per riuscire chiede comunque di essere accompagnata da una comunicazione finalmente libera dai conflitti di interesse e dalle pressioni di qualsiasi potere. Mentre gli abusi a cui stiamo assistendo anche in questa  campagna elettorale fanno capire qual è la determinazione di Berlusconi al riguardo.

I pericoli a cui andiamo incontro sono tali che non possiamo, nella ricerca astratta del meglio, rischiare di perdere il meno peggio. L’alternativa proposta da Ingroia, una maggioranza  di centrosinistra che si appoggi a “rivoluzione civile”, non potrebbe considerarsi adeguata, sia in termini di forza parlamentare – difficilmente raggiungerebbe quel 51 per cento che Bersani giudica insufficiente – sia in considerazione della credibilità richiesta dal contesto politico e finanziario europeo per affrontare la crisi economica in atto. Senza una rassicurazione immediata sulla stabilità del futuro governo, il “pareggio” al Senato fra le due coalizioni principali, tutt’altro che improbabile, rischia di avere serie conseguenze sul nostro debito pubblico. Ma anche una vittoria di stretta misura del centrosinistra sia alla Camera che al Senato non garantirebbe la forza che occorre per mettere in atto quelle riforme che la “Carta di intenti” prevede.

In questi giorni Monti è tornato a parlare genericamente di “equità”, di necessario impulso alla crescita. Forse mi illudo, ma possiamo fargli, almeno provvisoriamente, credito della buona volontà di riempire finalmente di contenuti quelle parole? In Europa sarà dura, come ha dimostrato anche la sessione di bilancio appena conclusa a Bruxelles. Tuttavia, con l’aiuto di Hollande Monti può essere indotto ad usare con maggiore determinazione il suo prestigio e la sua competenza per una politica economica più sensibile ai bisogni dei popoli che a quelli delle grandi banche. Dice, e in parte ha mostrato, di voler combattere l’evasione fiscale, la corruzione, l’illegalità. Con il centrosinistra e non più  zavorrato dalla destra farebbe probabilmente di meglio. Lo stesso dicasi per la riforma della RAI  e del sistema radiotelevisivo. E così via. Intanto, possiamo apprezzare il via libera che oggi i montiani hanno dato al voto per Ambrosoli presidente in Lombardia. Se PD e SEL vincessero il premio di maggioranza al Senato, questo peserebbe sugli equilibri dell’alleanza di governo. Mettiamocela tutta. Forse riusciremo a smacchiare il giaguaro.

Elezioni: il voto “inutile” al senato

sondaggio sky tg24di Ferdinando Longoni, 29 gennaio 2013* – La situazione al senato dopo le elezioni potrebbe essere quella indicata nel quadro qui a fianco. Anche se i seggi del centrosinistra fossero 159 o 160 la situazione non sarebbe, nella sostanza, diversa.
Diventa fondamentale convincere gli elettori della sinistra che più sinistra non si può: se non se la sentono di votare PD, per lo meno votino SEL al Senato (e questo vale in modo particolare in Lombardia).
Ogni voto a Ingroia (specie al Senato) è un voto perso. So che gli elettori della sinistra estrema rifiutano di votare per il “meno peggio” (secondo il loro punto di vista), però disperdere il voto significa aiutare il “peggiore”. E’ questo che vogliono? Possibile che ogni volta si ripresenti sempre lo stesso problema? La storia non insegna niente? Guardino cosa succede a destra: litigano, ma si ricompattano tutti attorno a Berlusconi. E poi lavorare sugli indecisi e su quelli che a votare non vogliono andare. E anche sui grillini. Difficile, ma non impossibile.
La sola maggioranza relativa al Senato, o una maggioranza “risicata” come nel 2006, renderebbe inevitabile un accordo di governo con Monti o il ricorso a nuove elezioni (un disastro!).
Un accordo parlamentare con Monti su alcune riforme (p. es., legge elettorale, conflitto di interessi) sarà comunque inevitabile, anche con una solida maggioranza. Però un accordo di governo sarebbe meglio poterlo evitare. Sarebbe una paralisi.
* Caro Ferdinando, condivido tutto, tranne forse l’ultima frase, un po’ di ottimismo ci vuole (nandocan)

Tanti sforzi, pochi candidati. E la Gerarchia ecclesiastica volta le spalle a Monti

Bagnasco36998. ROMA-ADISTA (Valerio Gigante). In principio fu Todi. Era l’ottobre 2011, il governo Berlusconi scricchiolava sotto il peso degli scandali politici e di quelli personali del presidente del Consiglio e la gerarchia cattolica stava seriamente vagliando la possibilità di cambiare cavallo, dopo quello cavalcato con successo per più di 15 anni, ottenendo innegabili vantaggi in termini di presenza politico-mediatica, di agevolazioni, esenzioni e privilegi, oltre ad una serie di provvedimenti (legge 40, “difesa” della famiglia, lotta alle unioni civili, caso Englaro, fine-vita, testamento biologico, scuola privata, ecc.) che ammiccavano alle “radici cristiane” del Paese, ai “valori non negoziabili” ed ai temi eticamente “sensibili”.

Nella cittadina umbra, sette associazioni cattoliche legate al mondo del lavoro (Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confcooperative, Confartigianato, Mcl), benedette (e anche opportunamente sostenute) dalle gerarchie ecclesiastiche, si incontrarono per preparare una alternativa cattolico-moderata al berlusconismo, prima che esso fosse definitivamente travolto dagli eventi. Di lì a pochi mesi, tre delle personalità che più avevano lavorato al successo di quell’assise – Andrea Riccardi, Corrado Passera e Lorenzo Ornaghi – entrarono nel nuovo governo guidato da Mario Monti, come garanti degli interessi (spesso contrapposti, comunque distinti) dei vertici della Cei, della Curia vaticana e del card. Camillo Ruini. Ad ottobre 2012 un nuovo incontro, sempre a Todi, di quelle stesse realtà (con una posizione, quella di Coldiretti, decisamente più tiepida e defilata) sanciva il varo di un rassemblement cattolico a sostegno dell’“agenda Monti”, in vista delle elezioni del 2013.

Todi al tramonto

Poi, sul finire del 2012, le dimissioni dell’esecutivo e la fine anticipata della legislatura, con l’ufficializzazione della “salita in politica” di Mario Monti, sembravano aver ulteriormente accelerato i tempi del matrimonio “religioso” tra la neonata “Scelta civica con Monti per l’Italia” e i vertici della Chiesa. Osservatore Romano e presidente dei vescovi italiani, Avvenire e segretario di Stato vaticano avevano infatti unanimemente plaudito al progetto politico-elettorale del presidente del Consiglio uscente.

E l’associazionismo cattolico istituzionale stava avviando la sua potente macchina organizzativa. Il 10 gennaio era stato fissato un terzo appuntamento delle sigle promotrici dei primi due incontri di Todi per ufficializzare la nuova “gioiosa macchina da guerra” del centro cattolico. Poi, però, qualcosa in quella macchina si è rotto, e l’incontro, che doveva svolgersi nella sede nazionale della Cisl a Roma, in via Po, è stato rinviato a data da destinarsi. Un fulmine a ciel sereno, che seguiva di pochi giorni l’annuncio che in ogni caso Monti non avrebbe preso parte all’iniziativa, nonostante la sua presenza fosse stata data ormai per certa. Dietro la decisione, tanto quella di Monti che quella appena successiva di cancellare l’incontro, ci sono stati – certo – i timori che l’evento potesse trasformarsi in un abbraccio troppo soffocante tra il mondo cattolico (oltre alle 7 sigle “fondatrici” era prevista infatti anche la presenza di Neocatecumenali, Focolarini, Azione Cattolica, Forum delle Famiglie, Scienza&Vita) e il progetto montiano; c’è stata – altrettanto indubbiamente – la scelta delle gerarchie ecclesiastiche di una maggiore prudenza dopo le prime, forse troppo entusiastiche ed affrettate, dichiarazioni a sostegno di Monti; ma, soprattutto, a determinare il precipitare degli eventi c’è stata una improvvisa crisi nell’idillio tra la Chiesa e l’ex rettore della Bocconi.

E i valori non negoziabili?

Sul precedente numero di Adista (v. Adista Notizie n. 1/2013) avevamo elencato una serie di nodi critici che rendevano il sostegno delle gerarchie alla “lista Monti” meno scontato di quanto in apparenza potesse sembrare: il fatto che una parte consistente dei vertici ecclesiastici guardi a destra, e che ad essa non è facile far digerire il sostegno al progetto montiano, specie ora che pare contrapposto in maniera più netta al PdL ed alla Lega che all’asse Pd-Vendola, con il quale invece già si prefigura un accordo post elettorale nel caso assai probabile che al centrosinistra manchi la maggioranza al Senato. Poi l’assenza dall’agenda Monti delle questioni etiche, niente affatto casuale, vista l’intenzione del presidente del Consiglio di demandare tali spinose questioni al dibattito parlamentare piuttosto che all’iniziativa dell’esecutivo che uscirà dalle urne. Così, se nella piattaforma firmata a “Todi 2” erano stati inseriti i valori non negoziabili, alcuni giorni dopo quegli stessi valori erano stati espunti dal manifesto per Montezemolo firmato da Riccardi. Infine i sondaggi, secondo i quali la lista Monti non decolla, anche perché gli indicatori economici e quelli su pressione fiscale ed occupazione non giocano affatto a favore dell’esecutivo uscente. A quelle ragioni si potrebbe oggi affiancare l’atteggiamento tiepido che la grande stampa mainstream (con la scontata eccezione, finora, del Tempo diretto da Mario Sechi, peraltro candidato proprio nel listone di Monti, e del Messaggero di proprietà del suocero di Casini, Francesco Gaetano Caltagirone) sta inaspettatamente riservando al “Terzo Polo” ed alla “salita in politica” di Monti.

Non c’era posto per loro nelle liste

Questioni di per sé però non decisive, anche se non prive di importanza. A calare sul tavolo l’asso di briscola è stata la composizione delle liste elettorali. Alla Camera, si sa, Monti ha accettato la presenza di altre liste a fianco della sua, quelle di Udc e Fli. Al Senato, però, ha imposto ai suoi alleati di correre tutti sotto uno stesso simbolo, il suo, vincolando tutti ad un rigido vaglio (sempre il suo, per il tramite di Enrico Bondi e Andrea Riccardi) delle candidature. La gerarchia ecclesiastica, che pensava di trovare ampie praterie per collocare, collegio per collegio, curia per curia, i propri uomini nello scacchiere elettorale di “Scelta civica con Monti per l’Italia” si è perciò trovata spiazzata. Pochi i posti per quelle sigle che avevano contribuito in maniera determinante al decollo del progetto montiano sotto l’egida Cei-Vaticano. Pochi i posti per gli uomini vicini alle curie locali ed alla presidenza della Cei. Insomma, più Monti pretendeva di gestire a suo modo le liste elettorali, più Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, uomo con solidi legami con la Segreteria di Stato e oggi factotum del presidente del Consiglio, veniva visto con crescente diffidenza dai vertici della Cei, i quali peraltro gli avevano spesso contrapposto nei mesi passati il banchiere Passera, non a caso defilatosi nelle ultime settimane man mano che cresceva l’egemonia di Riccardi.

Accusato di non aver svolto un sufficiente lavoro di lobbying a favore dei candidati cattolici graditi alla Cei Riccardi, complice anche una possibile candidatura a sindaco di Roma, si sarebbe fatto da parte, annunciando l’improvvisa decisione di non candidarsi al Parlamento, non senza aver prima lasciato il posto al suo fedelissimo luogotenente, Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant’Egidio.

Fallito il tentativo, che denunciava fretta e una certa superficialità, di una opzione preferenziale della gerarchia verso un solo partito, la presenza dei cattolici a queste elezioni potrebbe assumere lo schema tradizionale dell’era post democristiana: quello del presentare i propri esponenti in liste separate affinché con più efficacia possano una volta eletti colpire uniti. E se la presenza di cattolici dentro il PdL è ormai tradizione consolidata, più sorpresa ha destato la scelta di alcuni dirigenti dell’associazionismo ecclesiale, di correre nelle liste del Pd. Da via del Nazareno è stata infatti annunciata la candidatura del presidente del Centro nazionale volontariato e organizzatore delle settimane sociali Edo Patriarca (vicino al card. Ruini), della storica cattolica Emma Fattorini, dell’ex vicepresidente dell’Azione cattolica e direttore dell’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica Ernesto Preziosi e della segretaria dell’istituto Luigi Sturzo (che già aveva assunto posizioni critiche alla vigilia del secondo appuntamento di Todi) Flavia Nardelli (figlia di Flaminio Piccoli).

E non sarà solo un caso che, mentre l’ormai ex presidente della Acli Andrea Olivero – uno dei principali animatori degli incontri di Todi – ha annunciato la sua candidatura a sostegno di Mario Monti, un altro ex presidente della stessa associazione Luigi Bobba (anche lui vicino al card. Ruini), sarà di nuovo candidato con il Pd. Allo stesso modo, se il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni – considerato il portavoce dell’assise di Todi del 2011 – è tra i sostenitori dell’agenda Monti, ciò non ha impedito al suo vice, Giorgio Santini, di candidarsi con il Pd in quota al cosiddetto listino-Bersani. Insomma, siamo al paradosso che ci sono più cattolici “doc” in lista con il centrosinistra che con la lista civica di Monti.

Che pure, nel cruciale collegio senatoriale della Lombardia (che elegge 49 senatori, di cui 27 vanno al partito o alla coalizione vincente), presenta un tridente formato da Albertini, Ichino e dal leader ciellino Mauro che potrebbe dare parecchio filo da torcere al Pd. (valerio gigante)

Per chi fischia il rigore

Monti RigoreRoma, 10 gennaio 2013 – Monti su twitter: “@tg1online Dialogo sì, con tutti, anche se avessi la maggioranza. Sostegno a governi non riformisti: NO”. Chi ha potuto seguire i primi cinguettii del premier in campagna elettorale avrà notato la facilità con cui si è subito adeguato alla poco nobile tradizione dei politici nostrani di evitare risposte impegnative. Dialogo e riformismo sono parole che non dicono molto, la seconda meno ancora della prima. Perché ci sono riforme che cambiano la realtà delle cose e riforme che si limitano ad aggiustarla. Infatti da Berlusconi a Vendola tutti si dichiarano riformisti.

Avrete letto anche voi  l’Agenda Monti e la “Carta di intenti” del centrosinistra. Secondo Eugenio Scalfari sarebbero quasi uguali. Apparentemente, forse, lo sono, nel senso che gli obbiettivi economici programmati spesso coincidono, ma quello che conta sono le priorità: nel recupero, nella distribuzione e nell’impiego delle risorse. Rigore, crescita ed equità: con queste tre parole il Professore-arbitro ha messo insieme la “strana” maggioranza. Si è visto poi per chi  fischiava il rigore.

Destra e sinistra non sono parole vuote. Nell’Italia e nell’Europa di oggi hanno ancora, come insegnava Bobbio, un significato importante. Dunque  ogni programma va letto alla luce dei comportamenti e della storia di chi promette di realizzarlo: persone, partiti o movimenti. E tener conto, come ammette lo stesso Scalfari, della “differenza tra i protagonisti, le forze politiche da esse guidate e i ceti sociali di riferimento”. L’uso di una parola vaga come “società civile” non serve a fare chiarezza, specie quando vi si confondono centri di potere finanziari, corporativi o religiosi a cui le carriere dei cosiddetti tecnici fanno spesso riferimento.

Chi ha premuto sulla decisione di Monti di “salire in politica” non avrà scrupoli a pretendere una spaccatura del centrosinistra o addirittura interna al PD in cambio di un accordo obbligato al Senato. A chi mostra ancora di puntare in questa direzione sarà bene rispondere nelle prossime settimane non con minore ma con maggiore chiarezza sull’unità della coalizione e sugli orientamenti che distinguono i progressisti dalla destra e dal centro.

In Europa e nel mondo non c’è un solo modo, quello liberista, di guardare alla globalizzazione, all’orizzonte federale europeo, alla crisi finanziaria o alle difficoltà della crescita. Ad esso i progressisti devono contrapporre una strategia da offrire al confronto democratico, senza ambiguità. Così anche per i nodi tuttora insoluti della politica nazionale, dalla difesa della Costituzione ai diritti civili, dalla riforma della giustizia alla normativa sulla corruzione e sul conflitto di interessi, dalla tutela dei beni comuni al rafforzamento del ruolo della scuola, della televisione e della sanità pubbliche.

Meglio ancora sarebbe se la sinistra cominciasse ad aprire lo sguardo ad una rigenerazione del pensiero politico, non più a rimorchio dell’economia. Come scrive l’antropologo Edgar Morin nel suo ultimo libro (“La via – Per l’avvenire dell’umanità”, Raffaello Cortina editore), “l’economia crede di risolvere i problemi politici e umani con la competizione, la deregolamentazione, la crescita, l’aumento del PIL e, in caso di crisi, con il rigore, cioè con i sacrifici imposti ai popoli. E come la civetta fugge il sole, la classe politica si allontana da qualsiasi pensiero che potrebbe illuminare il cammino del bene comune”.

Elezioni. Giulietti: ” Corradino Mineo scelta importante”

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“Il Pd ha annunciato la candidatura di Corradino Mineo, direttore di Rainews, come capolista in Sicilia. Prendiamo atto con soddisfazione di questa scelta – afferma il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti – anche perché siamo sicuri che Corradino Mineo, uno dei soci fondatori di Articolo21… e da sempre protagonista delle battaglie per la libertà di espressione, porterà questi temi anche nel lavoro politico e parlamentare e in particolare sarà di grande utilità per l’illuminazione di temi e soggetti sociali troppe volte e troppo a lungo oscurati, sia in sede politica che mediatica”.

8 gennaio 2013