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Ragionamento in attesa che si cheti il polverone

Bersani Pier Luigidi Andrea Ermano, da l’Avvenire dei lavoratori, 8 marzo 2013*

D’accordo, il prossimo governo – qualunque esso possa essere, e fosse pure “del presidente” o “di scopo” o addirittura un altro esecutivo “tecnico” – dovrà comunque poggiare, almeno inizialmente, su “convergenze parallele”. Su questo punto, a nostro giudizio, ha completamente ragione lo storico del socialismo Giuseppe Tamburrano, la cui acuta rievocazione storica in chiave di attualità riportiamo qui sotto.

Ma allora, e a maggior ragione, perché le “convergenze parallele” del PD con Berlusconi (ad altissimo costo politico) dovrebbero funzionare meglio di quelle con i montiani e i transfughi eventualmente a venire?

Può il PD fare una legge sul conflitto d’interessi con il cavaliere? Evidentemente no. E allora può il PD, per la sesta legislatura consecutiva, permettersi di sacrificare la legge sul conflitto d’interessi sull’altare di un “inciucio” con l’Unto di Arcore? Evidentemente no. Infine, può la repubblica italiana bruciare il centro-sinistra, ultima riserva organizzata della nostra democrazia, in operazioni così avventurose? Evidentemente no.

A fronte di ciò, giustamente D’Alema si rammarica del fatto che “in un momento così drammatico, non sia possibile in questo Paese una risposta in termini di unità nazionale”. Ma l’Italia attualmente non possiede questa possibilità “e l’impedimento è rappresentato da Silvio Berlusconi”.

I cosiddetti “poteri forti” – Mediaset inclusa – stanno alzando polveroni di grande effetto scenografico contro la linea di Bersani, ma se parliamo di “convergenze parallele” è proprio il segretario del PD a presentare indiscutibili vantaggi rispetto a ogni suo concorrente possibile. Eccone alcuni.

Bersani ha una maggioranza di suo alla Camera e non dista moltissimo dall’averne una anche al Senato perché i “montiani”, diversi “grillini”, forse anche alcuni “pidiellini”, nonché probabilmente i senatori a vita potrebbero ben aderire a uno scenario di “convergenze bersaniane”, mentre è assai dubbio che i democrats (per non parlare dei “vendoliani”) siano disponibili a sostenere altre ipotesi d’assetto alla Camera.

Bersani può garantire meglio di chiunque altro un quadro a venire di “Unità nazionale”, allorché Berlusconi compisse l’augurabile “passo indietro”.

Bersani è già pienamente inserito nel contesto politico europeo del PSE e quindi sa come coordinarsi con Hollande e gli altri nello scontro di potere in atto a Bruxelles per il superamento delle politiche recessive della signora Merkel.

Bersani è l’unico candidato premier in grado di moderare il confronto con e tra le parti sociali. Non dimentichiamo in particolare la Cgil e la Fiom, che hanno battuto in breccia la linea Monti-Merkel. I “retroscenisti” di obbedienza confindustriale non lo dicono, ma questo è un responso assai importante tra quelli usciti dalle urne.

* il grassetto è di nandocan

 

Krugman: Un voto contro l’austerità

Krugman Pauldi Paul Krugman, International Herald Tribune, 27 febbraio 2013* – 

Due mesi fa, quando Mario Monti si è dimesso dalla carica di Capo del Governo Italiano, il giornale “The Economist” ha espresso l’opinione che la “prossima campagna elettorale sarà soprattutto un test sulla maturità e sul realismo degli elettori italiani”. Presumibilmente questa azione matura e realistica avrebbe dovuto portare al ritorno di Monti, che è stato essenzialmente imposto all’Italia dai suoi creditori, al ruolo di Capo del Governo, questa volta con un reale mandato popolare.Non sembra che le cose siano andate per questo verso. Il partito di Monti é arrivato quarto, non solo arrivando dietro l’essenzialmente comico Silvio Berlusconi, ma anche dietro al vero comico Beppe Grillo, la cui mancanza di una piattaforma coerente non gli ha impedito di diventare una forza politica poderosa.Si è aperta una prospettiva fuori dall’ordinario, che ha diffuso nel mondo molti commenti sulla cultura politica italiana. Ma senza voler difendere le politiche del bunga bunga, lasciatemi porre la domanda più ovvia. Che bene ha esattamente fatto il realismo maturo all’Italia ed all’Europa intera?In effetti Monti è stato il proconsole insediato dalla Germania per realizzare l’austerità fiscale in una economia già in difficoltà; la volontà di perseguirla senza limiti è ciò che i circoli politici europei definiscono come rispettabilità. Posizione che sarebbe stata corretta, se queste politiche avessero potuto funzionare, cosa che non è avvenuta. E, ben lungi dal sembrare realisti e maturi, coloro che invocano ancora l’austerità appaiono petulanti e fallimentari.Consideriamo come avrebbero dovuto funzionare le cose fino a questo punto. Quando l’Europa si è infatuata per l’austerità, i membri della Commissione Europea hanno respinto le preoccupazioni che il taglio drastico della spesa e l’aumento delle tasse avrebbe approfondito la depressione di economie già in difficoltà. Al contrario, essi hanno insistito che queste politiche avrebbero rinforzato l’economia “ispirando la fiducia”.

Ma la fata della fiducia non si è fatta vedere. Le nazioni a cui è stata imposta una dura austerità stanno attraversando profonde crisi economiche; maggiore l’austerità, maggiore la depressione. Questa relazione è stata così forte che anche il Fondo Monetario Internazionale, in un forte mea culpa, ha ammesso che è stato sottovalutato il danno che l’austerità avrebbe prodotto. Nel frattempo, l’austerità non ha neppure raggiunto l’obiettivo minimo di ridurre il costo del debito. Al contrario, i paesi che hanno intrapreso politiche di dura austerità hanno visto aumentare il rapporto del debito pubblico sul Prodotto Interno Lordo, poiché la contrazione delle loro economie ha sopravanzato ogni riduzione degli interessi sul debito.

E poiché le politiche di austerità non sono state compensate da una politica di espansione perseguita altrove, l’economia europea nel suo insieme, che non ha mai recuperato dal crollo del 2008-2009, è caduta in una recessione con tassi di disoccupazione in rapida crescita. L’unica buona notizia è che il mercato degli interessi sul debito pubblico si è calmato, largamente grazie alla proclamata volontà della Banca Centrale europea di comprare debito pubblico qualora si fosse reso necessario. Come risultato, il crollo finanziario che avrebbe distrutto l’euro è stato sventato. Ma quale freddo conforto per i milioni di europei che hanno nel frattempo perso il loro lavoro e nutrono scarse speranze di trovarne uno nuovo.

Dato tutto questo, ci si sarebbe aspettati un qualche ripensamento da parte dei gruppi dirigenti europei, qualche sprazzo di flessibilità. Invece i principali responsabili di questa politica sono diventati ancor più insistenti nel dire che l’austerità è l’unica via perseguibile.

Perciò nel gennaio 2011 Olli Rehn, vicepresidente della Commissione Europea, ha lodato i programmi di austerità di Grecia, Spagna e Portogallo e predetto che il programma Greco in particolare avrebbe dato “risultati duraturi”. Da allora i tassi di disoccupazione si sono impennati in tutti e tre i paesi, ma nel dicembre del 2012, il Sig. Rehn ha pubblicato un editoriale dal titolo “L’Europa deve proseguire con le politiche di austerità” . E’ la risposta del Sig. Rehn a coloro che mostrano che gli effetti negativi dell’austerità sono stati molto più ampi di quanto atteso è stata di inviare una lettera ai Ministri delle Finanze dei Paesi EU e al FMI in cui dichiara che queste segnalazioni sono pericolose perché rischiano di “erodere la fiducia”.

Quest’altra considerazione ci porta all’Italia, una nazione che, a causa di tutte le sue disfunzioni, ha subito una politica di sostanziale austerità, e visto la sua economia contrarsi rapidamente come risultato di queste scelte.

Gli osservatori esteri sono terrorizzati dal voto italiano, ed a ragione; anche se l’incubo di un ritorno di Berlusconi al potere non si è materializzato, il forte risultato di Grillo o di entrambi potrebbe destabilizzare non solo l’Italia, ma l’Europa intera. Ma dovranno ricordarsi che l’Italia non è unica: politici discutibili potrebbero avere successo in tutta Europa meridionale. E la ragione per cui questo sta avvenendo é che la rispettabile Europa non vuole ammettere che le politiche che ha imposto ai suoi debitori sono un fallimento disastroso. Se non saranno cambiate, il voto italiano sarà solo un assaggio di una ulteriore pericolosa radicalizzazione.

*da Micromega, il grassetto è di nandocan

Bartolo Ciccardini*: signori, apparentatevi per favore!

Ciccardini Bartolo14 gennaio 2013 – La legge elettorale “porcellum” dà il premio di maggioranza alla somma delle liste apparentate.

Tutti i nostri timori si stanno avverando. Santoro rilancia Berlusconi, spinto dalla concupiscenza di fare una audience piena di soldi. Berlusconi riesce ancora una volta ad apparentare fascisti e separatisti. Convince Maroni ad apparentarsi facendo un passo indietro sulla Presidenza del Consiglio e tre passi avanti sulla Presidenza della Repubblica, e seguita ad apparentare tutto il peggio ed il suo contrario. Apparenta Lombardo, reduce dai disastri siciliani ed apparenta Storace, che ha avuto anche lui i suoi bei disastri laziali. Apparenta tutti gli sbandati democristiani (Rotondi, Giovanardi, Pizza e fichi) e comprerà, come cinque anni fa, la pagina finale sul Corriere della Sera con lo Scudo Crociato. Apparenta super indagati al sud, sia che siano governatori sia che siano semplici malfattori, tali che neppure Salvemini, autore di un aureo libretto, “Il Ministro della malavita”, riuscirebbe ad immaginare nei suoi incubi peggiori.

Non si apparenta solo con Grillo perché, compatto, gli costerebbe troppo. In fondo è sicuro che “spacchettati” li comprerà uno per uno, come già fece con gli uomini di Di Pietro. Ha fatto solo un’obiezione su Tremonti dicendo, finalmente e per la prima volta in vita sua: “Il Presidente del Consiglio, lo nomina il Presidente della Repubblica”, perché ha già deciso che il Presidente della Repubblica sarà lui.

La legge degli apparentamenti di liste contrastanti, l’ha inventata lui, fidando sulla sua capacità di venditore bugiardo e ladruncolo.

Per far questo ha ceduto il Nord ai separatisti, ha ceduto il Sud alla mafia, ha ceduto la Presidenza del Consiglio alla Lega. Puntando all’obiettivo di ottenere il premio di maggioranza.

Questo disegno svanirebbe, come un cattivo sogno, se i movimenti politici responsabili, rispettosi dell’unità nazionale, sostenitori dell’Europa, attenti alla regolarità dei conti ed alla correttezza della spesa, difensori della buona democrazia e della giustizia sociale, usassero l’accorgimento consentito dalla legge elettorale e si apparentassero.

Tutti uniti si avvicinano alla maggioranza assoluta e così incasserebbero il premio previsto dalla legge.

Come spiegheremo ai nostri lontani nipoti il fatto che le forze europeiste non vollero apparentarsi?

Ho già vissuto questo dramma.

Da ragazzo mi divertivo molto ad essere Balilla. A scuola avevo imparato a memoria una breve biografia di Mussolini. Credevo che la Patria fosse grande ed il fascismo indiscusso. Avevo in dotazione un piccolo moschetto ed ero caporale della mia squadra. Era molto divertente e, per di più, vincevamo i Campionati del Mondo di calcio, Bartali umiliava i francesi vincendo il Giro di Francia e Carnera era il più forte del globo terracqueo.

Un giorno compresi che era tutto falso. Quando capii come stavano le cose, andai a chiedermi perché fosse successo tutto questo. E lessi con l’ansia e la sofferenza con cui avevo letto i libri di Salgari, il libro di Angelo Tasca: “Nascita ed avvento del fascismo”.

Le divisioni ed i veti reciproci fra i capi della democrazia liberale, Giolitti, Nitti e Salandra, la frattura fra socialisti e popolari e l’intolleranza degli estremisti produssero il fascismo.

All’Istituto Sturzo c’è una scheda elettorale del 1954: a contrastare il listone fascista che accorpava tutti gli alleati, riluttanti od entusiasti che fossero, c’erano, tutti separati, la lista del Partito Popolare e ben sei (avete letto bene: 6!) liste socialiste. Consiglieremo ai nostri nipoti di leggere il libro di Angelo Tasca?

Il balletto dei veti è cominciato con Vendola, quando ha dichiarato che non sarebbe mai andato con Casini. Ma caro Nichi, ma i popolari moderati di Puglia non hanno accolto la tua giunta di sinistra con una gentile scheda bianca? Hai tutto il diritto con il tuo 3% di affermare i tuoi pregiudizi, ma all’atto pratico, tu che governi la Puglia dal 2006, perché dividi il fronte democratico per ridicole scomuniche?

Giunti in Parlamento farete quelle cose che si addicono al Parlamento, vale a dire vi confronterete e troverete un compromesso e se non lo troverete, pazienza, ci sarà comunque un Governo.

E tu, benedetto Casini, mi vuoi spiegare che significa questo veto a Vendola, come se fosse uno scomunicato “vitandum”? Tu affermi che Vendola è un estremista e che con lui non si può formare alcun governo. E facendo così valorizzi la propaganda della Santanchè, secondo la quale la sinistra non riuscirebbe a governare per colpa di Vendola. Ma Vendola non è un bombarolo uscito dal Regina Cieli! È governatore della Puglia per la seconda legislatura, dove non ha fatto un granchè, ma non ha certamente né messo le bombe, né saccheggiato le chiese. Non hai avuto questi scrupoli quando ti sei apparentato con la Polverini a Roma, mandando il tuo Raffaele D’Ambrosio a gestire, come vicepresidente, l’aumento sconsiderato dei fondi destinati all’appropriazione indebita! E ti fai scrupolo perché Vendola fa ogni tanto del folklore di sinistra?

Ma questi sono ancora errori marginali. Veniamo agli errori madornali.

Ma che gli è preso a Monti e Bersani? Monti ha preso misure terribili e pesanti, come doveva necessariamente fare da buon chirurgo. Ed ha fatto esattamente quello che Berlusconi aveva promesso all’Europa e che Bersani ha confermato che si dovesse fare quando è andato a rassicurare il Consiglio d’Europa. Bersani non può fare come Berlusconi che prima ha votato le misure di Monti e poi lo accusa di averci portato alla rovina.

È più onesto dire che il Partito Democratico responsabilmente ha votato in piena coscienza i provvedimenti di Monti, gli è riconoscente e cercherà ora di fare sì che quei sacrifici servano a riprendere, con una buona politica, lo sviluppo e l’equità, chiedendo di apparentarsi con una forza europeista, democratica e riformista che Monti rappresenta, sapendo che Monti è necessario per fare il governo della ricostruzione.

E Monti cosa va cianciando di destra e di sinistra? Mi sembra Gaber, milanese come lui. In questo momento Monti deve puntare a far sì che la sua opera non vada dispersa e solo il Partito Democratico può dargli questa garanzia. E’ giusto che ridia forza e prestigio ad un centro che sottragga i moderati all’influenza di Berlusconi, ma deve anche portare questa forza all’appuntamento governativo, apparentandosi con Bersani.

Signori, siete ancora in tempo! Fate questo atto responsabile di intelligenza. Concordate un programma che ci faccia rispettare nel mondo, che riporti l’Italia in Europa, che inauguri una stagione di lavoro dopo una stagione di sacrifici. E che ci salvi dai pericoli dell’antipolitica, della guerra civile, della follia irresponsabile.

Signori del centrosinistra, per favore, apparentatevi!

* il grassetto è di nandocan

Tanti sforzi, pochi candidati. E la Gerarchia ecclesiastica volta le spalle a Monti

Bagnasco36998. ROMA-ADISTA (Valerio Gigante). In principio fu Todi. Era l’ottobre 2011, il governo Berlusconi scricchiolava sotto il peso degli scandali politici e di quelli personali del presidente del Consiglio e la gerarchia cattolica stava seriamente vagliando la possibilità di cambiare cavallo, dopo quello cavalcato con successo per più di 15 anni, ottenendo innegabili vantaggi in termini di presenza politico-mediatica, di agevolazioni, esenzioni e privilegi, oltre ad una serie di provvedimenti (legge 40, “difesa” della famiglia, lotta alle unioni civili, caso Englaro, fine-vita, testamento biologico, scuola privata, ecc.) che ammiccavano alle “radici cristiane” del Paese, ai “valori non negoziabili” ed ai temi eticamente “sensibili”.

Nella cittadina umbra, sette associazioni cattoliche legate al mondo del lavoro (Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confcooperative, Confartigianato, Mcl), benedette (e anche opportunamente sostenute) dalle gerarchie ecclesiastiche, si incontrarono per preparare una alternativa cattolico-moderata al berlusconismo, prima che esso fosse definitivamente travolto dagli eventi. Di lì a pochi mesi, tre delle personalità che più avevano lavorato al successo di quell’assise – Andrea Riccardi, Corrado Passera e Lorenzo Ornaghi – entrarono nel nuovo governo guidato da Mario Monti, come garanti degli interessi (spesso contrapposti, comunque distinti) dei vertici della Cei, della Curia vaticana e del card. Camillo Ruini. Ad ottobre 2012 un nuovo incontro, sempre a Todi, di quelle stesse realtà (con una posizione, quella di Coldiretti, decisamente più tiepida e defilata) sanciva il varo di un rassemblement cattolico a sostegno dell’“agenda Monti”, in vista delle elezioni del 2013.

Todi al tramonto

Poi, sul finire del 2012, le dimissioni dell’esecutivo e la fine anticipata della legislatura, con l’ufficializzazione della “salita in politica” di Mario Monti, sembravano aver ulteriormente accelerato i tempi del matrimonio “religioso” tra la neonata “Scelta civica con Monti per l’Italia” e i vertici della Chiesa. Osservatore Romano e presidente dei vescovi italiani, Avvenire e segretario di Stato vaticano avevano infatti unanimemente plaudito al progetto politico-elettorale del presidente del Consiglio uscente.

E l’associazionismo cattolico istituzionale stava avviando la sua potente macchina organizzativa. Il 10 gennaio era stato fissato un terzo appuntamento delle sigle promotrici dei primi due incontri di Todi per ufficializzare la nuova “gioiosa macchina da guerra” del centro cattolico. Poi, però, qualcosa in quella macchina si è rotto, e l’incontro, che doveva svolgersi nella sede nazionale della Cisl a Roma, in via Po, è stato rinviato a data da destinarsi. Un fulmine a ciel sereno, che seguiva di pochi giorni l’annuncio che in ogni caso Monti non avrebbe preso parte all’iniziativa, nonostante la sua presenza fosse stata data ormai per certa. Dietro la decisione, tanto quella di Monti che quella appena successiva di cancellare l’incontro, ci sono stati – certo – i timori che l’evento potesse trasformarsi in un abbraccio troppo soffocante tra il mondo cattolico (oltre alle 7 sigle “fondatrici” era prevista infatti anche la presenza di Neocatecumenali, Focolarini, Azione Cattolica, Forum delle Famiglie, Scienza&Vita) e il progetto montiano; c’è stata – altrettanto indubbiamente – la scelta delle gerarchie ecclesiastiche di una maggiore prudenza dopo le prime, forse troppo entusiastiche ed affrettate, dichiarazioni a sostegno di Monti; ma, soprattutto, a determinare il precipitare degli eventi c’è stata una improvvisa crisi nell’idillio tra la Chiesa e l’ex rettore della Bocconi.

E i valori non negoziabili?

Sul precedente numero di Adista (v. Adista Notizie n. 1/2013) avevamo elencato una serie di nodi critici che rendevano il sostegno delle gerarchie alla “lista Monti” meno scontato di quanto in apparenza potesse sembrare: il fatto che una parte consistente dei vertici ecclesiastici guardi a destra, e che ad essa non è facile far digerire il sostegno al progetto montiano, specie ora che pare contrapposto in maniera più netta al PdL ed alla Lega che all’asse Pd-Vendola, con il quale invece già si prefigura un accordo post elettorale nel caso assai probabile che al centrosinistra manchi la maggioranza al Senato. Poi l’assenza dall’agenda Monti delle questioni etiche, niente affatto casuale, vista l’intenzione del presidente del Consiglio di demandare tali spinose questioni al dibattito parlamentare piuttosto che all’iniziativa dell’esecutivo che uscirà dalle urne. Così, se nella piattaforma firmata a “Todi 2” erano stati inseriti i valori non negoziabili, alcuni giorni dopo quegli stessi valori erano stati espunti dal manifesto per Montezemolo firmato da Riccardi. Infine i sondaggi, secondo i quali la lista Monti non decolla, anche perché gli indicatori economici e quelli su pressione fiscale ed occupazione non giocano affatto a favore dell’esecutivo uscente. A quelle ragioni si potrebbe oggi affiancare l’atteggiamento tiepido che la grande stampa mainstream (con la scontata eccezione, finora, del Tempo diretto da Mario Sechi, peraltro candidato proprio nel listone di Monti, e del Messaggero di proprietà del suocero di Casini, Francesco Gaetano Caltagirone) sta inaspettatamente riservando al “Terzo Polo” ed alla “salita in politica” di Monti.

Non c’era posto per loro nelle liste

Questioni di per sé però non decisive, anche se non prive di importanza. A calare sul tavolo l’asso di briscola è stata la composizione delle liste elettorali. Alla Camera, si sa, Monti ha accettato la presenza di altre liste a fianco della sua, quelle di Udc e Fli. Al Senato, però, ha imposto ai suoi alleati di correre tutti sotto uno stesso simbolo, il suo, vincolando tutti ad un rigido vaglio (sempre il suo, per il tramite di Enrico Bondi e Andrea Riccardi) delle candidature. La gerarchia ecclesiastica, che pensava di trovare ampie praterie per collocare, collegio per collegio, curia per curia, i propri uomini nello scacchiere elettorale di “Scelta civica con Monti per l’Italia” si è perciò trovata spiazzata. Pochi i posti per quelle sigle che avevano contribuito in maniera determinante al decollo del progetto montiano sotto l’egida Cei-Vaticano. Pochi i posti per gli uomini vicini alle curie locali ed alla presidenza della Cei. Insomma, più Monti pretendeva di gestire a suo modo le liste elettorali, più Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, uomo con solidi legami con la Segreteria di Stato e oggi factotum del presidente del Consiglio, veniva visto con crescente diffidenza dai vertici della Cei, i quali peraltro gli avevano spesso contrapposto nei mesi passati il banchiere Passera, non a caso defilatosi nelle ultime settimane man mano che cresceva l’egemonia di Riccardi.

Accusato di non aver svolto un sufficiente lavoro di lobbying a favore dei candidati cattolici graditi alla Cei Riccardi, complice anche una possibile candidatura a sindaco di Roma, si sarebbe fatto da parte, annunciando l’improvvisa decisione di non candidarsi al Parlamento, non senza aver prima lasciato il posto al suo fedelissimo luogotenente, Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant’Egidio.

Fallito il tentativo, che denunciava fretta e una certa superficialità, di una opzione preferenziale della gerarchia verso un solo partito, la presenza dei cattolici a queste elezioni potrebbe assumere lo schema tradizionale dell’era post democristiana: quello del presentare i propri esponenti in liste separate affinché con più efficacia possano una volta eletti colpire uniti. E se la presenza di cattolici dentro il PdL è ormai tradizione consolidata, più sorpresa ha destato la scelta di alcuni dirigenti dell’associazionismo ecclesiale, di correre nelle liste del Pd. Da via del Nazareno è stata infatti annunciata la candidatura del presidente del Centro nazionale volontariato e organizzatore delle settimane sociali Edo Patriarca (vicino al card. Ruini), della storica cattolica Emma Fattorini, dell’ex vicepresidente dell’Azione cattolica e direttore dell’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica Ernesto Preziosi e della segretaria dell’istituto Luigi Sturzo (che già aveva assunto posizioni critiche alla vigilia del secondo appuntamento di Todi) Flavia Nardelli (figlia di Flaminio Piccoli).

E non sarà solo un caso che, mentre l’ormai ex presidente della Acli Andrea Olivero – uno dei principali animatori degli incontri di Todi – ha annunciato la sua candidatura a sostegno di Mario Monti, un altro ex presidente della stessa associazione Luigi Bobba (anche lui vicino al card. Ruini), sarà di nuovo candidato con il Pd. Allo stesso modo, se il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni – considerato il portavoce dell’assise di Todi del 2011 – è tra i sostenitori dell’agenda Monti, ciò non ha impedito al suo vice, Giorgio Santini, di candidarsi con il Pd in quota al cosiddetto listino-Bersani. Insomma, siamo al paradosso che ci sono più cattolici “doc” in lista con il centrosinistra che con la lista civica di Monti.

Che pure, nel cruciale collegio senatoriale della Lombardia (che elegge 49 senatori, di cui 27 vanno al partito o alla coalizione vincente), presenta un tridente formato da Albertini, Ichino e dal leader ciellino Mauro che potrebbe dare parecchio filo da torcere al Pd. (valerio gigante)

Per chi fischia il rigore

Monti RigoreRoma, 10 gennaio 2013 – Monti su twitter: “@tg1online Dialogo sì, con tutti, anche se avessi la maggioranza. Sostegno a governi non riformisti: NO”. Chi ha potuto seguire i primi cinguettii del premier in campagna elettorale avrà notato la facilità con cui si è subito adeguato alla poco nobile tradizione dei politici nostrani di evitare risposte impegnative. Dialogo e riformismo sono parole che non dicono molto, la seconda meno ancora della prima. Perché ci sono riforme che cambiano la realtà delle cose e riforme che si limitano ad aggiustarla. Infatti da Berlusconi a Vendola tutti si dichiarano riformisti.

Avrete letto anche voi  l’Agenda Monti e la “Carta di intenti” del centrosinistra. Secondo Eugenio Scalfari sarebbero quasi uguali. Apparentemente, forse, lo sono, nel senso che gli obbiettivi economici programmati spesso coincidono, ma quello che conta sono le priorità: nel recupero, nella distribuzione e nell’impiego delle risorse. Rigore, crescita ed equità: con queste tre parole il Professore-arbitro ha messo insieme la “strana” maggioranza. Si è visto poi per chi  fischiava il rigore.

Destra e sinistra non sono parole vuote. Nell’Italia e nell’Europa di oggi hanno ancora, come insegnava Bobbio, un significato importante. Dunque  ogni programma va letto alla luce dei comportamenti e della storia di chi promette di realizzarlo: persone, partiti o movimenti. E tener conto, come ammette lo stesso Scalfari, della “differenza tra i protagonisti, le forze politiche da esse guidate e i ceti sociali di riferimento”. L’uso di una parola vaga come “società civile” non serve a fare chiarezza, specie quando vi si confondono centri di potere finanziari, corporativi o religiosi a cui le carriere dei cosiddetti tecnici fanno spesso riferimento.

Chi ha premuto sulla decisione di Monti di “salire in politica” non avrà scrupoli a pretendere una spaccatura del centrosinistra o addirittura interna al PD in cambio di un accordo obbligato al Senato. A chi mostra ancora di puntare in questa direzione sarà bene rispondere nelle prossime settimane non con minore ma con maggiore chiarezza sull’unità della coalizione e sugli orientamenti che distinguono i progressisti dalla destra e dal centro.

In Europa e nel mondo non c’è un solo modo, quello liberista, di guardare alla globalizzazione, all’orizzonte federale europeo, alla crisi finanziaria o alle difficoltà della crescita. Ad esso i progressisti devono contrapporre una strategia da offrire al confronto democratico, senza ambiguità. Così anche per i nodi tuttora insoluti della politica nazionale, dalla difesa della Costituzione ai diritti civili, dalla riforma della giustizia alla normativa sulla corruzione e sul conflitto di interessi, dalla tutela dei beni comuni al rafforzamento del ruolo della scuola, della televisione e della sanità pubbliche.

Meglio ancora sarebbe se la sinistra cominciasse ad aprire lo sguardo ad una rigenerazione del pensiero politico, non più a rimorchio dell’economia. Come scrive l’antropologo Edgar Morin nel suo ultimo libro (“La via – Per l’avvenire dell’umanità”, Raffaello Cortina editore), “l’economia crede di risolvere i problemi politici e umani con la competizione, la deregolamentazione, la crescita, l’aumento del PIL e, in caso di crisi, con il rigore, cioè con i sacrifici imposti ai popoli. E come la civetta fugge il sole, la classe politica si allontana da qualsiasi pensiero che potrebbe illuminare il cammino del bene comune”.

Monti, la scuola e la Costituzione

scuola tagliRicevo e pubblico volentieri da Ferdinando Longoni questo commento, che condivido totalmente (nandocan):

Ieri, 7 gennaio, stavo rientrando in Italia dalla Svezia. Sul volo da Monaco di Baviera a Roma distribuivano giornali italiani di giornata. Da un paio di settimane leggevo solo le versioni web dei quotidiani. Sulla prima pagina di La Repubblica non poteva sfuggirmi l’articolo:

Nuova rivoluzione nelle scuole

dal 2014 fondi solo alle migliori

ROMA – Rivoluzione in vista per la scuola italiana sul modello della riforma delle università: gli istituti migliori avranno più soldi. La novità viene dal fondo di Funzionamento, è stata introdotta nella legge di Stabilità varata a Natale e dovrebbe scattare dal 2014. In Italia non esiste però un meccanismo in grado di valutare scientificamente le performance dei singoli istituti.

INTRAVAIA E ZUNINO

(segue a pag. 21)

Confesso che mi era sfuggito questo particolare (così come molti altri) della Legge di Stabilità (ex finanziaria). Con la motivazione, certamente giusta, di salvare i conti dello Stato e con loro il Paese dal baratro e con la giustificazione dell’urgenza, imposta dalle regole di bilancio (la legge doveva essere approvata entro il 31 dicembre) chissà quali e quante altre porcate sono state introdotte nel bilancio. Perché di una vera porcata si tratta. Di un vero e proprio attentato ad uno dei diritti fondamentali garantiti dalla nostra Costituzione. E non credo di esagerare. Non si tratta, come dicono gli autori dell’articolo, di disporre o meno di strumenti per valutare le performance di un istituto. Anche se tali strumenti fossero disponibili, dovrebbero essere utilizzati per rimuovere o aggiornare i fattori responsabili delle carenze prestazionali. Il criterio, già insensatamente introdotto dalla Gelmini per le università, di finanziare chi va bene e non finanziare chi va male, non fa che aggravare il problema. I malcapitati che si troveranno, per ragioni geografiche, a frequentare scuole scarse avranno scuole sempre più scarse. Si verrà così ad accentuare, invece che ridurre, il divario tra i livelli qualitativi delle varie scuole e quindi, in definitiva, il divario di accesso alla conoscenza tra diversi gruppi di cittadini. Un concetto palesemente berlusconiano (se qualcuno ricorda l’infelice uscita del cavaliere sui figli degli operai e i figli dei professionisti).

Al Prof Monti, che è molto stimato negli ambienti bene del mondo che conta e che dobbiamo certamente ringraziare per averci, anche per questa sua immagine internazionale, tirato fuori dall’abisso nel quale il suo predecessore ci stava facendo precipitare, vorrei ricordare che la Costituzione italiana recita:

Art. 34.

La scuola è aperta a tutti.

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

 

ma già nei principi fondamentali afferma che:

Art. 3.

…..

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

E la scuola è istituzione fondamentale per consentire il pieno sviluppo della persona umana e l’uguaglianza dei cittadini. O no?
 La visione molto mercantile e aziendalistica della società, di stampo reaganiano e thatcheriano, sembra accomunare, pur nella immensa diversità di stile, il premier predecessore e il suo successore (e, purtroppo, aggiungo, ha contagiato anche alcuni esponenti apparentemente ancora della nostra parte). Scuole e ospedali non possono essere considerati come reparti e filiali di un’impresa industriale o commerciale e gestiti con obiettivi di massimo fatturato con il più alto utile d’impresa possibile. Il loro obiettivo è la massima efficacia possibile. Ciò non significa che non si debba puntare all’efficienza, ma per raggiungere questa non si deve perdere l’efficacia. “Ma non ci sono i soldi!” Ci sarebbero, se tutti pagassero (meno) tasse. Il vero problema dei conti pubblici è il mancato gettito fiscale al quale si accompagna anche una gestione allegra e/o truffaldina. Non si elimina un ospedale, si cacciano i dirigenti incapaci, irresponsabili e ladri. Purtroppo, invece, anche nelle settore privato gli alti livelli della dirigenza vengono premiati anche quando le aziende falliscono.
 Per fortuna si torna a votare, sperando che una buona politica possa sostituire una gestione emergenziale classista determinata da una pessima politica, anzi da una precedente politica delinquenziale.

Per tornare al tema della scuola, l’articolo, dal quale ho preso lo spunto per questo sfogo, mi ha colpito anche perché avevo da poco finito di leggere un libro di John Le Carré, “A Murder of Quality”, unico poliziesco, del 1962, del più famoso scrittore di romanzi di spionaggio. Romanzo poliziesco che si svolge in una scuola esclusiva, tipicamente britannica. Al termine dell’ultima edizione Penguin è stata aggiunta dall’autore una postfazione, datata ottobre 2010, nella quale egli si lancia in una severa critica del sistema scolastico inglese, caratterizzato dalla forte presenza di scuole elitarie e da una scuola pubblica di qualità piuttosto bassa. Secondo l’autore è un sistema che non favorisce l’integrazione tra classi, anzi tende a rafforzare le differenze sociali, dalla culla alla morte. Come risultato, più del 90% della popolazione è di fatto esclusa dai circuiti dai quali emerge la classe dirigente della Gran Bretagna. Da Eden all’attuale premier David Cameron, e a moltissimi dei ministri dei vari gabinetti succedutisi, sono stati alunni di Eton. Persino governanti laburisti come Attlee arrivarono a prospettare drastiche riduzioni della scuola pubblica a tutto vantaggio di quella privata. A quanto pare con risultati non proprio brillanti, per lo meno a detta di un personaggio come Le Carré che non è certamente un pericoloso bolscevico. Sull’altra sponda dell’Atlantico, i democratici americani stanno cercando di avvicinare il loro sistema sanitario ai modelli europei. Qui da noi, invece, sta cercando di rafforzarsi, questa volta col volto moderato di Monti, una politica all’insegna del “privato è bello”, estesa non solo ai mercati (di beni e di servizi non pubblici), ma anche alle attività che garantiscono diritti fondamentali dell’individuo. E quando la Costituzione è uno scomodo ostacolo si invocano le non meglio precisate riforme. Mi sento di consigliare a Monti e ai suoi seguaci e sponsor di rivedersi il bellissimo spettacolo di Benigni sui 12 principi della Costituzione. Potremmo diffonderne copie su DVD.

Ci vuole un cambio di rotta.

Nando

Diritti civili: il crocevia Monti

NEWS_87913Nell’Agenda del Professore non vengono neanche nominati. Ne approfitta il Pdl per lanciare un monito alla Chiesa e la democratica Concia per rimarcarne l’importanza*.

La campagna elettorale avanza senza risparmiare colpi e la nascita di un “polo Monti” crea palesi difficoltà sia al centrodestra sia al centrosinistra, almeno a quella parte che non ha abbandonato il proprio schieramento per seguire il Professore. In particolare sui diritti civili, nei fatti esclusi dall’Agenda Monti, tuona il Pdl per bocca del segretario Angelino Alfano e, per opposti motivi, la deputata del Pd Anna Paola Concia. Vediamo.

Angelino Alfano: «Se dovesse vincere la sinistra, inevitabilmente l’accordo Bersani-Vendola sotto il profilo dei cosiddetti diritti civili, come li chiamano loro, andrebbe in una direzione che a nostro avviso non sarebbe quella auspicata dalla Chiesa. Andrebbe verso uno zapaterismo assolutamente chiaro e già vi sono tutti i segnali in questo senso e quindi la separazione dell’area alternativa alla sinistra prodotta da Monti come risultato oggettivo produrrà, sul piano di alcuni ambiti programmatici, esattamente il risultato che la Chiesa vorrebbe scongiurare […] Quindi Monti ha poco da sdegnarsi o da detestare, il dato concreto è che se vince la sinistra porterà avanti delle cose che vanno in direzione opposta rispetto a quelle che ha voluto il Popolo della Libertà sotto il profilo dei diritti e dell’agenda bioetica». Il massaggio è evidentemente più rivolto alle gerarchie ecclesiastiche che a Mario Monti, a pochi giorni di distanza dell’ufficiale schieramento della Chiesa a favore del premier dimissionario.

Anna Paola Concia: «Voglio dire a Mario Monti che, non essendo per sua stessa ammissione esperto della materia o forse avendo cattivi consiglieri, fa molta confusione: i diritti civili non fanno parte dei cosiddetti ‘temi etici’, sono due cose ben distinte. Mi chiedo come mai un uomo che ha trascorso così tanto tempo in Europa e che si dichiara europeista, su queste questioni abbia delle posizioni lontanissime dagli altri leader europei, siano essi conservatori o progressisti. Possibile che in tutti questi anni trascorsi a Bruxelles il vento europeo di una società più giusta non abbia minimamente sfiorato il Professore? Il nostro premier si vanta del fatto che i temi di civiltà non fanno parte della sua Agenda, rivelando di avere un’idea della società prettamente economicistica, limitante per un leader politico che si candida a governare il paese. I diritti civili hanno infatti a che fare con la vita quotidiana e materiale delle persone; e hanno anche uno stretto legame con la vita economica dei cittadini e con la crescita dell’intero paese. Caro professore, se lo faccia spiegare dai suoi colleghi europei; è rimasto l’unico fra i leader in Europa ad avere queste posizioni».

*da Cronache laiche