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La sfida di Grillo all’informazione e il diritto dei cittadini di sapere

di Roberto Natale, 8 marzo 2013*

grillo3“Sconvolgente, morboso, malato, mostruoso” non è l’assalto dei giornalisti ai neoparlamentari del MoVimento 5 Stelle. Quell’affollarsi di telecamere e microfoni è il prezzo, il felice prezzo, che paga ogni fenomeno nuovo e di successo che esce dall’anonimato e diventa oggetto di attenzione pubblica. Morboso, malato, mostruoso è piuttosto l’atteggiamento del loro leader: feroce avversario di Berlusconi, ma suo fedele e talentuoso emulo nel rapporto coi media. Nel ’94, nell’era analogica, ci fu la videocassetta della cosiddetta “discesa in campo”. Oggi che siamo digitali c’è il post. Ma uguale è la pretesa di una comunicazione unidirezionale, in cui le domande dei giornalisti sono un fastidioso inciampo da togliere di mezzo: con gli editti, con gli insulti, con le minacce. Noi non abbiamo cambiato idea: ai personaggi che abbiano ruolo pubblico compete il dovere di rispondere. E pazienza se la prova-telecamera talvolta provoca crepe nella fiducia dell’opinione pubblica. Tutta Italia rideva quando le Iene ricevevano risposte imbarazzanti ai test di storia fatti sulla piazza di Montecitorio. Antonio Di Pietro ha pagato un prezzo alto ad un’inchiesta televisiva di Report sulle sue proprietà immobiliari. Perché ora bisognerebbe riservare un trattamento di favore ai nuovi arrivati? L’opinione pubblica ha il diritto di conoscere le opinioni dei neoparlamentari sul fascismo o sui microchip inseriti negli Usa sotto la pelle degli individui. E se Grillo cerca i “mandanti” di queste operazioni, può aiutarlo un memorabile Altan di annata: “a volte mi chiedo chi sia il mandante di tutte le cazzate che faccio”.
Il problema delle proprietà dell’informazione esiste di certo, ma nello schema di Grillo non è solo il giornalismo “asservito” a fare problema: è il giornalismo in quanto tale a dar fastidio, perché le domande non sono previste nel rapporto diretto tra il leader carismatico e il suo popolo.
Con tutte le sue contraddizioni, zone d’ombra, incertezze, la gran parte del giornalismo italiano ha però dimostrato in questi vent’anni che il bavaglio non se lo vuole far mettere. L’allenamento intenso fatto con Berlusconi può tornare utile oggi, se Grillo intende continuare in questa sfida all’informazione, cioè al diritto dei cittadini di sapere: di sapere anche come a pensino gli altri 161 parlamentari oltre i due capigruppo autorizzati dal capo all’uso della parola.
Quanto poi alla proposta di vendere due reti Rai, sarebbe interessante sapere da Grillo (magari glielo facciamo chiedere da un giornale straniero) se abbia seguìto la recente vendita de La7, e abbia letto delle preoccupazioni diffuse per il possibile ampliarsi della già esorbitante influenza berlusconiana. Vogliamo incrementarla ulteriormente? Il discorso sulle dimensioni della Rai sta all’interno di una profonda revisione del sistema dei media: conflitto di interesse, tetti alla concentrazione pubblicitaria, misure per la salvaguardia dell’emittenza locale (che sta precipitando in una crisi mortale: al MoVimento 5 Stelle interessa, o basta la rete?). E si potrebbe scoprire persino che ciò di cui ha bisogno il Paese non è la privatizzazione della Rai, di fatto per tanti versi già privatizzata da partiti e gruppi di potere; ma una Rai “ripubblicizzata” , aperta ai cittadini nei suoi palinsesti e nelle sue stesse forme di governo.* da Articolo 21, il grassetto è di nandocan

Il potere del Grillo

di Massimo Malerba, 5 marzo 2013*

beppe-grilloNel momento in cui entra in Parlamento, per me, il Movimento 5 Stelle diventa un partito come gli altri, un soggetto parlamentare che esercita legittimamente un potere.E’, insomma, un potere forte o forse, come direbbe qualcuno, un potere liquido che si costituisce attraverso articolazioni innovative, caotiche e moltitudinarie.

Le sentinelle di questo potere sono gli influencer, i portatori di senso che agiscono nel web, diffondendo la dottrina virale, per orientare l’asse dell’opinione pubblica più avanzata, quella connessa, quella che fa opinione. Non mi riferisco ai normali cittadini che credono di aver fatto la rivoluzione ma a coloro che operano su input diretto o indiretto del potere. Ai guardiani della Rivoluzione.

I dati dell’Istituto Cattaneo parlano chiaro: ciò che ha decretato la vittoria del 5 Stelle è la fascia anagrafica 18-25 anni. In massa, i giovani, hanno votato per Grillo con qualche ragione. E’ la generazione digitale. Per questo il territorio di conquista è quello della rete. Oggi non vinci o non sei determinante se non ti collochi in posizioni egemoniche nella rete. Un vantaggio che Grillo ha abilmente coniugato ad una epica campagna di piazza, lo “Tsunami Tour”, il mainstream elettorale.

In quanto potere anche il Movimento 5 Stelle va monitorato, giudicato, criticato. Non è solo un diritto ma un dovere di ciascun cittadino vigilare sull’esercizio di questo e degli altri poteri. E chiunque abbia a cuore il tema della partecipazione democratica dovrebbe incoraggiare questa prassi. Chi invece reagisce alle critiche con il ritornello del presunto complotto contro il 5 Stelle da parte di chi lo teme (“hai paura eh?”), compie un atto di conformismo culturale, o peggio di servilismo politico, che ricorda tanto il berlusconismo.

E’ bene che gli attivisti veri del Movimento (non mi riferisco agli influencer) dismettano l’assetto “a testuggine” e ne assumano uno più consono ad un soggetto parlamentare: quello dell’ascolto. Perché da ora in poi le risposte che non danno ai giornalisti cominceranno a doverle dare ai cittadini. Esattamente come tutti gli altri.

* da Articolo 21, il grassetto è di nandocan

Krugman: Un voto contro l’austerità

Krugman Pauldi Paul Krugman, International Herald Tribune, 27 febbraio 2013* – 

Due mesi fa, quando Mario Monti si è dimesso dalla carica di Capo del Governo Italiano, il giornale “The Economist” ha espresso l’opinione che la “prossima campagna elettorale sarà soprattutto un test sulla maturità e sul realismo degli elettori italiani”. Presumibilmente questa azione matura e realistica avrebbe dovuto portare al ritorno di Monti, che è stato essenzialmente imposto all’Italia dai suoi creditori, al ruolo di Capo del Governo, questa volta con un reale mandato popolare.Non sembra che le cose siano andate per questo verso. Il partito di Monti é arrivato quarto, non solo arrivando dietro l’essenzialmente comico Silvio Berlusconi, ma anche dietro al vero comico Beppe Grillo, la cui mancanza di una piattaforma coerente non gli ha impedito di diventare una forza politica poderosa.Si è aperta una prospettiva fuori dall’ordinario, che ha diffuso nel mondo molti commenti sulla cultura politica italiana. Ma senza voler difendere le politiche del bunga bunga, lasciatemi porre la domanda più ovvia. Che bene ha esattamente fatto il realismo maturo all’Italia ed all’Europa intera?In effetti Monti è stato il proconsole insediato dalla Germania per realizzare l’austerità fiscale in una economia già in difficoltà; la volontà di perseguirla senza limiti è ciò che i circoli politici europei definiscono come rispettabilità. Posizione che sarebbe stata corretta, se queste politiche avessero potuto funzionare, cosa che non è avvenuta. E, ben lungi dal sembrare realisti e maturi, coloro che invocano ancora l’austerità appaiono petulanti e fallimentari.Consideriamo come avrebbero dovuto funzionare le cose fino a questo punto. Quando l’Europa si è infatuata per l’austerità, i membri della Commissione Europea hanno respinto le preoccupazioni che il taglio drastico della spesa e l’aumento delle tasse avrebbe approfondito la depressione di economie già in difficoltà. Al contrario, essi hanno insistito che queste politiche avrebbero rinforzato l’economia “ispirando la fiducia”.

Ma la fata della fiducia non si è fatta vedere. Le nazioni a cui è stata imposta una dura austerità stanno attraversando profonde crisi economiche; maggiore l’austerità, maggiore la depressione. Questa relazione è stata così forte che anche il Fondo Monetario Internazionale, in un forte mea culpa, ha ammesso che è stato sottovalutato il danno che l’austerità avrebbe prodotto. Nel frattempo, l’austerità non ha neppure raggiunto l’obiettivo minimo di ridurre il costo del debito. Al contrario, i paesi che hanno intrapreso politiche di dura austerità hanno visto aumentare il rapporto del debito pubblico sul Prodotto Interno Lordo, poiché la contrazione delle loro economie ha sopravanzato ogni riduzione degli interessi sul debito.

E poiché le politiche di austerità non sono state compensate da una politica di espansione perseguita altrove, l’economia europea nel suo insieme, che non ha mai recuperato dal crollo del 2008-2009, è caduta in una recessione con tassi di disoccupazione in rapida crescita. L’unica buona notizia è che il mercato degli interessi sul debito pubblico si è calmato, largamente grazie alla proclamata volontà della Banca Centrale europea di comprare debito pubblico qualora si fosse reso necessario. Come risultato, il crollo finanziario che avrebbe distrutto l’euro è stato sventato. Ma quale freddo conforto per i milioni di europei che hanno nel frattempo perso il loro lavoro e nutrono scarse speranze di trovarne uno nuovo.

Dato tutto questo, ci si sarebbe aspettati un qualche ripensamento da parte dei gruppi dirigenti europei, qualche sprazzo di flessibilità. Invece i principali responsabili di questa politica sono diventati ancor più insistenti nel dire che l’austerità è l’unica via perseguibile.

Perciò nel gennaio 2011 Olli Rehn, vicepresidente della Commissione Europea, ha lodato i programmi di austerità di Grecia, Spagna e Portogallo e predetto che il programma Greco in particolare avrebbe dato “risultati duraturi”. Da allora i tassi di disoccupazione si sono impennati in tutti e tre i paesi, ma nel dicembre del 2012, il Sig. Rehn ha pubblicato un editoriale dal titolo “L’Europa deve proseguire con le politiche di austerità” . E’ la risposta del Sig. Rehn a coloro che mostrano che gli effetti negativi dell’austerità sono stati molto più ampi di quanto atteso è stata di inviare una lettera ai Ministri delle Finanze dei Paesi EU e al FMI in cui dichiara che queste segnalazioni sono pericolose perché rischiano di “erodere la fiducia”.

Quest’altra considerazione ci porta all’Italia, una nazione che, a causa di tutte le sue disfunzioni, ha subito una politica di sostanziale austerità, e visto la sua economia contrarsi rapidamente come risultato di queste scelte.

Gli osservatori esteri sono terrorizzati dal voto italiano, ed a ragione; anche se l’incubo di un ritorno di Berlusconi al potere non si è materializzato, il forte risultato di Grillo o di entrambi potrebbe destabilizzare non solo l’Italia, ma l’Europa intera. Ma dovranno ricordarsi che l’Italia non è unica: politici discutibili potrebbero avere successo in tutta Europa meridionale. E la ragione per cui questo sta avvenendo é che la rispettabile Europa non vuole ammettere che le politiche che ha imposto ai suoi debitori sono un fallimento disastroso. Se non saranno cambiate, il voto italiano sarà solo un assaggio di una ulteriore pericolosa radicalizzazione.

*da Micromega, il grassetto è di nandocan

Pd e 5 Stelle, un confronto in Parlamento

di Federico Orlando, 26 febbraio 2013*

grillo-bersaniSono cominciate, da lontano, le manovre per arrivare a una soluzione concordata della crisi post-elettorale, che consenta a un parlamento senza maggioranza di inventarsene una, la meno lontana possibile dalle affinità, anche se non proprio elettive, dei partiti. Nella conferenza stampa di martedì pomeriggio, Bersani, “non vincitore ma primo”, come si è definito, ha detto con più chiarezza di quanta solesse usare la vecchia politica, le cose che proporrebbe se toccasse a lui di tentare la costituzione di un governo
. Un “governo di combattimento”, ha chiarito subito il leader del Pd, che affronti subito alcuni capitoli non rinviabili: moralità , lavoro, anticorruzione, riforma dei partiti e della politica, problema sociale (con cambiamento delle clausole europee e con impegno per il Mezzogiorno e per la ripresa produttiva). Ha anche aggiunto, per quanto riguarda i rapporti istituzionali, che le presidenze delle due camere potrebbero essere assegnate a due gruppi parlamentari di diverso colore, come in altri tempi quando di solito il Senato era presieduto da un democristiano e la Camera da comunista. Ed è parso chiaro dal contesto del discorso che si sia trattato di un’avance di dialogo all’ M5S, affinché concorra ad assumersi le sue responsabilità e non esca fuori della strada riformista con palingenesi di tipo forzista-leghista.Il discorso bersaniano sembra dunque chiudere le porte tanto a un governo di cosiddetta unità nazionale, guidato da una personalità esterna, quanto a un accordo con Berlusconi per far fronte a una specie di invasione barbarica. Proprio a questo accordo aveva invece accennato in mattinata Berlusconi, né era mancata qualche voce, sia pure in sordina, che l’aveva presa per buona, proponendo un paradiso dorato (sul Colle?) per il cavaliere e un governo Bersani-Alfano. Articolo 21, pur giudicando una tale ipotesi di pura fantasia malata, ribadisce i suoi paletti. Come non accetteremo che Grillo continui in parlamento (con norme contro l’editoria e soppressione dell’Ordine dei giornalisti) gli oltraggi all’articolo 21 della Costituzione perpetrati in campagna elettorale; così non accetteremmo un’intesa col Pdl che escludesse il conflitto d’interesse, la lotta al duopolio televisivo, la legge anticorruzione (non la camomilla della ministra Severino), la guerra all’Europa, che noi vogliamo trasformare dall’attuale sudditanza in pace paritaria e costruttiva.Dunque, niente inciuci Pd-Pdl, ma solo un passo verso i nuovi gruppi che entrano per la prima volta alla camera e al senato, affinché partecipino, col loro bagaglio di idee buone ma non di pregiudizi distruttivi, alle prime incombenze istituzionali (e cioè l’elezione dei vertici dello Stato); e poi concorrano a dare spunti programmatici condivisi al “governo di combattimento”.
Forse rinunciando a pregiudizi, risentimenti ed estremismi da comizio, sarà possibile ritrovare anche quella comunione di elettori contrari alla destra oligopolista e fascista, che ha tenuto in mano l’Italia per vent’anni, strangolandola fino all’avvento del governo Monti: chirurgo probabilmente bravissimo, ma che non s’accorse (e non se ne accorsero per un anno, o non lo dissero, i suoi assistenti parlamentari), che gli interventi tecnicamente perfetti prostravano un malato gravemente debilitato.D’altronde, se non Grillo, i grillini “giovani e puliti” non avranno difficoltà a comprendere che un dialogo a distanza col Pd, sul terreno istituzionale e di alcuni punti del programma, non è una compromissione; ma è una garanzia anche per loro a non fuoriuscire dai problemi e non finire nella sola alternativa possibile al centrosinistra: la destra razzista e corrotta, che in Italia usurpa il nome di liberale ma è a pieno titolo fascista.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

La rimonta di Berlusconi e l’effetto Mozart

di Emilio Carnevali (da Micromega), 31 gennaio 2013*

L’ultimo capodanno ha fatto registrare il record assoluto di ascolti televisivi negli ultimi 15 anni, con 17 milioni 936 mila spettatori nella fascia di prime time (20.30-22.30). Gli italiani, impoveriti dalla crisi, hanno scelto di rinunciare a cene e veglioni nei locali per trattenersi a casa in compagnia di Carlo Conti (la sua diretta da Courmayeur su Rai Uno ha vinto la serata con il 37.35% di share). Il direttore del Tg di La7 Enrico Mentana ha giustamente commentato che questi ascolti «raccontano la crisi più di un dato Istat».

Cambio di scena: da capodanno alle non meno pirotecniche convulsioni teatrali della campagna elettorale. Silvio Berlusconi, dato per “politicamente morto” fino a poco tempo fa, occupa militarmente ogni spazio televisivo e riesce ad imporre l’idea di una sua possibile rimonta. Non un blog, non un sito internet, non un quotidiano nazionale a larga diffusione, ma una puntata di un tradizionalissimo format televisivo come il programma di Michele Santoro assurge a “condensato simbolico” della grande riscossa (8,7 milioni di spettatori; share del 33,59% con punte del 51,48%). 
Era stato lo stesso per Mitt Romney dopo il primo dibattito con Barack Obama: la sua brillante prestazione ha galvanizzato l’elettorato repubblicano e ha reso assai più problematica la rielezione del presidente in carica. Obama ha dovuto vincere gli altri due duelli televisivi per neutralizzare gli effetti della prima sconfitta.

Berlusconi sa bene – diversamente da quello che finge di non sapere Grillo – che il 60% dei cittadini italiani ha ancora nella televisione la principale fonte di informazione. Fra gli elettori di centrodestra questa percentuale sale al 69%, ma anche fra gli elettori del Movimento 5 Stelle raggiunge la ragguardevole cifra del 44%. Solo il 25% degli elettori grillini indica internet come prima fonte di informazione politica. Sul totale dell’elettorato questa cifra si abbassa addirittura all’11% (dati di una indagine Demos pubblicati sulla Repubblica del 30 gennaio 2013). 

Del resto la televisione non è la sola cosa che sembra smentire le previsioni di una propria, definitiva, uscita di scena. Sempre Grillo ha dichiarato espressamente che i partiti politici sono finiti, che i loro leader sono degli zombi, morti che camminano. Ad oggi i sondaggi ci dicono che circa l’87% dell’elettorato è intenzionato a votare per uno degli zombi protagonisti di questa campagna elettorale in alternativa al Movimento 5 Stelle.

Chiaramente non c’è da soffermarsi troppo su dichiarazioni che sono da rubricare più nella propaganda (del tutto legittima, sia ben intenso) che nell’analisi sociologica (materia non adatta ai comizi di Grillo come a quelli di qualsiasi altro leader). È lo stesso leader del M5S a comportarsi in modo assai più sottile e sofisticato rispetto ai precetti che discenderebbero dalle sue semplificazioni (è recentissimo, ad esempio, l’annuncio di voler infrangere il tabù della partecipazione ad un programma televisivo).

Non sono certo semplificazioni superficiali, invece, molte argomentazioni di chi mette in guardia dal commettere l’errore opposto. Cioè l’errore di sopravvalutarne il ruolo e il peso del mezzo televisivo: certi numeri “fotografano” un fenomeno, si dice, non spiegano la rete complessa che lega i fattori alla base del fenomeno stesso.

C’è un storia illuminante a questo proposito: il famoso “effetto Mozart”. Nel 1993 fu pubblicato su Nature uno studio secondo il quale ascoltare Mozart per 10-15 minuti al giorno durante l’infanzia poteva incrementare il quoziente intellettivo di 8 o 9 punti. Molti genitori americani pensavano di aver trovato la formula magica per fare dei propri figli dei piccoli geni. Per un certo periodo lo stato della Georgia distribuì addirittura Cd di musica classica nelle scuole. Funzionava davvero? Naturalmente no. Ma allora i dati dell’articolo di Nature erano contraffatti? La risposta è ancora no, perché c’era davvero una correlazione empirica fra “intelligenza” e “ascolto di Mozart”. E allora qual era la spiegazione? La troviamo in quel fenomeno che in econometria si definisce “distorsione da variabile omessa”. È molto probabile, infatti, che le famiglie nelle quali si ascolta Mozart durante l’infanzia siano costituite da genitori che hanno un alto livello di istruzione e dunque forniscono molti stimoli intellettuali ai propri figli, arricchiscono il loro percorso di crescita con esperienze cognitive molto formative, li immergono in un ambiente ricco di possibilità di apprendimento e di sollecitazioni logico-linguistiche (Mozart o non Mozart). In altre parole la “variabile Mozart” incorporava altri fattori ai quali è da attribuire la causa principale del livello della variabile dipendente (il quoziente intellettivo). Esperimenti controllati casualizzati – cioè condotti esponendo all’ascolto di Mozart diversi bambini divisi in un “gruppo di trattamento” e un gruppo di controllo” – hanno dimostrato che non esiste alcun “effetto Mozart”.

Ora, cosa c’entra tutto ciò con Berlusconi e la televisione? C’entra eccome. Perché un’obiezione che implicitamente si muove al fronte degli “apocalittici” – cioè di coloro che lanciano con forza l’allarme sul potere televisivo dell’ex premier – è tutt’altro che rozza. Riproduce di fatto le critiche che furono formulate all’“effetto Morzart”: «È vero che il 69% degli elettori di Berlusconi ha come principale fonte di informazione la televisione», si sostiene. «Ma qual è la causa e qual è l’effetto? Non sarà che la causa ultima sia da rintracciare in un basso livello di istruzione, in una generale mancanza di strumenti per decodificare fenomeni complessi, in una condizione di “marginalità culturale” che causa sia il voto a Berlusconi sia la scarsa frequentazione di giornali o altre fonti di informazioni? E anche se questa non fosse l’unica direzione possibile della causalità, non c’è anche questo meccanismo all’opera nella dinamica generale delle forze?».

Per dirimere la questione ci vorrebbe un’analisi condotta con rigorosi criteri econometrici, tali appunto da eliminare il fenomeno di distorsione da variabili omesse.
Questa analisi c’è. L’ha condotta l’economista Fabio Sabatini dell’Università di Roma “La Sapienza” (l’articolo con le conclusioni dello studio è stato pubblicatosulla rivista Kyklos).

Sabatini ha utilizzato una serie di variabili di controllo che potrebbero influenzare la fiducia in Berlusconi da parte dei cittadini (quest’ultima era la variabile dipendente della quale si volevano individuare i fattori di origine): la situazione economica familiare degli intervistati; le caratteristiche demografiche (età, sesso, stato civile e area di residenza); i dati sulla vita di relazione (frequenza con cui si incontrano parenti, amici e colleghi, ecc.); la partecipazione sociale, misurata mediante l’iscrizione ad associazioni della società civile, la partecipazione a meeting di organizzazioni volontarie, ecc.; la fiducia nei confronti degli “altri” e di alcune istituzioni, quali il sistema giudiziario e le forze dell’ordine; la tolleranza nei confronti di determinate categorie di persone, quali gli immigrati extracomunitari; la professione e il livello di istruzione.

Concludeva Sabatini: «Le stime mostrano l’esistenza di una correlazione estremamente significativa e positiva tra la fiducia nella televisione e la fiducia nel presidente del Consiglio. Coloro che si fidano della tv hanno il 16,4% di probabilità in più di fidarsi di Berlusconi».
Naturalmente si tratta di maneggiare con cura questi dati, ed era lo stesso Sabatini a sottolineare i limiti di un’indagine condotta in questo modo (per esempio sarebbe utile seguire l’evoluzione dei comportamenti e delle percezioni degli intervistati nel tempo per eliminare i problemi di “endogenità” descritti nello studio). Ma si tratta comunque di risultati che dovrebbero far riflettere molto.

E se non vogliamo addentrarci nella complessità dei modelli econometrici, possiamo far ricorso alle altrettanto illuminanti considerazioni di un grande conoscitore del mezzo televisivo come Carlo Freccero. In un’intervista rilasciata recentemente a Repubblica, l’ex direttore dei palinsesti di Canale 5 e Italia 1 ha dichiarato: in televisione Berlusconi «è il migliore, in assoluto. Alterna toni di empatia con lo spettatore; diventa l’arcitaliano. E in un confronto con Monti sarebbe straordinario, Monti con i dossier a portata di mano e lui tutto show». Alla domanda «Questi confronti spostano elettori, secondo lei?», Freccero ha risposto: «No, tranne che per Grillo e per Berlusconi. Ogni elettore ha il suo elettorato: l’elettorato di Bersani non si muove in base alle performance Tv, quello di Berlusconi sì, gli si accende la speranza di rivedere Silvio al potere».

Ecco perché la presenza dilagante dell’ex premier in televisione nelle ultime settimane è funzionale ed estremamente utile al suo obiettivo primario ed irrinunciabile in questa campagna elettorale: mobilitare il proprio elettorato deluso.

Fortunatamente non viviamo in una società orwelliana e l’uccisione della realtà da parte della finzione è tutt’altro che un “delitto perfetto” così come lo concepiva il filosofo Jean Baudrillard. La crisi economica nella quale siamo immersi sarà un potente antidoto alle suggestioni degli incantatori di serpenti. 

Ma le elezioni hanno una dura semplicità dei numeri che talvolta fa giustizia delle più sofisticate analisi degli scenari: in Lombardia, regione fondamentale per il controllo del Senato nella prossima legislatura, le due principali coalizioni sono date testa a testa dai sondaggi. Siamo ancora così sicuri che non val la pena perdere tempo parlando di cose che spostano giusto l’1 o il 2% dei voti?