Ragionamento in attesa che si cheti il polverone

Bersani Pier Luigidi Andrea Ermano, da l’Avvenire dei lavoratori, 8 marzo 2013*

D’accordo, il prossimo governo – qualunque esso possa essere, e fosse pure “del presidente” o “di scopo” o addirittura un altro esecutivo “tecnico” – dovrà comunque poggiare, almeno inizialmente, su “convergenze parallele”. Su questo punto, a nostro giudizio, ha completamente ragione lo storico del socialismo Giuseppe Tamburrano, la cui acuta rievocazione storica in chiave di attualità riportiamo qui sotto.

Ma allora, e a maggior ragione, perché le “convergenze parallele” del PD con Berlusconi (ad altissimo costo politico) dovrebbero funzionare meglio di quelle con i montiani e i transfughi eventualmente a venire?

Può il PD fare una legge sul conflitto d’interessi con il cavaliere? Evidentemente no. E allora può il PD, per la sesta legislatura consecutiva, permettersi di sacrificare la legge sul conflitto d’interessi sull’altare di un “inciucio” con l’Unto di Arcore? Evidentemente no. Infine, può la repubblica italiana bruciare il centro-sinistra, ultima riserva organizzata della nostra democrazia, in operazioni così avventurose? Evidentemente no.

A fronte di ciò, giustamente D’Alema si rammarica del fatto che “in un momento così drammatico, non sia possibile in questo Paese una risposta in termini di unità nazionale”. Ma l’Italia attualmente non possiede questa possibilità “e l’impedimento è rappresentato da Silvio Berlusconi”.

I cosiddetti “poteri forti” – Mediaset inclusa – stanno alzando polveroni di grande effetto scenografico contro la linea di Bersani, ma se parliamo di “convergenze parallele” è proprio il segretario del PD a presentare indiscutibili vantaggi rispetto a ogni suo concorrente possibile. Eccone alcuni.

Bersani ha una maggioranza di suo alla Camera e non dista moltissimo dall’averne una anche al Senato perché i “montiani”, diversi “grillini”, forse anche alcuni “pidiellini”, nonché probabilmente i senatori a vita potrebbero ben aderire a uno scenario di “convergenze bersaniane”, mentre è assai dubbio che i democrats (per non parlare dei “vendoliani”) siano disponibili a sostenere altre ipotesi d’assetto alla Camera.

Bersani può garantire meglio di chiunque altro un quadro a venire di “Unità nazionale”, allorché Berlusconi compisse l’augurabile “passo indietro”.

Bersani è già pienamente inserito nel contesto politico europeo del PSE e quindi sa come coordinarsi con Hollande e gli altri nello scontro di potere in atto a Bruxelles per il superamento delle politiche recessive della signora Merkel.

Bersani è l’unico candidato premier in grado di moderare il confronto con e tra le parti sociali. Non dimentichiamo in particolare la Cgil e la Fiom, che hanno battuto in breccia la linea Monti-Merkel. I “retroscenisti” di obbedienza confindustriale non lo dicono, ma questo è un responso assai importante tra quelli usciti dalle urne.

* il grassetto è di nandocan

 

“Non vanificare la sovranità popolare”

articolo-uno-costituzione

I Comitati Dossetti perla Costituzione ed Economia Democratica si rivolgono ai due soggetti politici che in questo momento hanno in mano il destino dell’Italia: gli eletti al Parlamento del 24-25 febbraio e gli elettori che nell’occasione hanno trasformato la volontà popolare in rappresentanza politica. “Agli uni e agli altri – scrivono – rivolgiamo il pressante appello a salvaguardare la Costituzione come condizione per far ripartire l’economia e salvare il Paese”.

“È necessario prendere atto che le divisioni presenti nella nostra comunità nazionale e tradottesi ora nelle divisioni della rappresentanza, sono molto profonde. Esse derivano da una disparità sempre maggiore nella situazione economica e nelle prospettive di vita tra anziani e giovani, tra ricchi e poveri, tra quanti galleggiano nella crisi e quanti ne sono sommersi, e attengono anche a diversità culturali e morali sempre più accentuate sul modo di concepire la sfera pubblica, sul rapporto tra legalità e arbitrio, sui modi di vita e di sviluppo, sul rapporto con l’ambiente e i beni comuni e sulle stesse forme della vita democratica. Queste differenze che attraversano la nostra società sono purtroppo ignorate dal sistema informativo-pubblicitario dei media, forse non ingiustamente disertati da alcuni, sicché appaiono col voto come sorpresa; in effetti tali contraddizioni ci sono e possono essere ricomposte solo attraverso conversioni e ricostruzioni di lungo periodo, e non attraverso affrettati espedienti politici”.

“In ciò – sottolineano – risiede la difficoltà di fare un governo, e non semplicemente nella mancanza di responsabilità e di misura. In questa realtà di divisione, una sola cosa abbiamo comune, ed è la Costituzione. Sarebbe un gravissimo errore avviare il processo di uscita dalla crisi cominciando con mutamenti costituzionali che semmai vanno riservati a una fase più avanzata, come altrettanto erroneo sarebbe il perseguire una semplificazione del quadro politico mediante leggi elettorali ancora più maggioritarie e discriminanti del “porcellum”, con cadute antiproporzionaliste e improvvisazioni presidenzialiste.

La salvaguardia del quadro costituzionale è essenziale non solo per non disperdere un patrimonio di valori condivisi e preservare la legittimazione etica dell’ordinamento, ma anche perché è condizione e garanzia di sicurezza per tutti, democratici e Cinque stelle, destra e sinistra, inclusi ed esclusi dalla rappresentanza parlamentare.

Riguardo agli eletti al nuovo Parlamento, la norma della Costituzione che prima di tutto essi sono chiamati a rispettare è l’art. 1 che stabilisce come “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. La Costituzione non si limita a proclamare la sovranità popolare. Dice che deve essere esercitata. Essa viene esercitata quando il potere del popolo si concretizza, attraverso l’investitura parlamentare, nei poteri di governo, così come attraverso l’ordine giudiziario essa si traduce concretamente nel potere di giurisdizione. Se i parlamentari eletti, perseguendo altre priorità, si dichiarano estranei al compito di trasformare la sovranità in potere di governo, ponendosi di fatto fuori del circuito popolo-Parlamento-governo, minanola Costituzione nel suo fondamento e vanificano quella sovranità popolare per realizzare la quale vengono eletti. In questo caso a essere puniti non sarebbero i politici, ma sarebbero puniti e traditi gli stessi cittadini.

Altra norma decisiva per gli eletti del 24-25 febbraio è l’art. 67 per il quale “ogni membro del Parlamento rappresentala Nazionesenza vincolo di mandato”. Ciò non significa che ognuno può fare quello che vuole, ma che il parlamentare non è tenuto a nessun altra obbedienza se non al bene della Nazione che rappresenta. Non avere altre obbedienze vuol dire per il rappresentante  essere libero di compiere in ogni momento, anche in circostanze prima non prevedibili, ciò che ritiene più utile al Paese. Vincoli sottoscritti in occasione della candidatura possono avere rilevanza sul piano morale, e ne è giudice la coscienza, ma in nessun modo e da nessuno possono essere fatti valere per esigere questo o quel comportamento del parlamentare. Un vincolo di mandato sarebbe la fonte di un conflitto d’interessi permanente tra gli interessi del mandante e l’interesse generale a cui deve provvedere l’eletto. Solo così funziona ed è legittimata la rappresentanza, a differenza di quanto accade per le forme di democrazia diretta. Un vincolo di mandato è strutturalmente impossibile nella democrazia rappresentativa, e la sua esclusione rientra nella stessa definizione di essa; non è una invenzione della casta, ma  è originaria, tanto da risalire alla Costituzione francese del 1791.

Per quanto riguarda l’elettorato che anche per la complicità di una legge elettorale antitetica allo spirito della Costituzione ha dato luogo a un Parlamento che renderebbe l’Italia ingovernabile, le norme costituzionali di più necessaria attuazione sono gli articoli 48, 49 e 54.

Secondo l’art. 48 il voto è un “dovere civico”; poiché tale dovere non è fine a se stesso, non si può pensare che tale voto sia dato o sia usato allo scopo di affermare o dimostrare l’ingovernabilità del Paese. Pertanto a tale dovere del cittadino corrisponde il diritto che gli eletti si adoperino in buona fede per far funzionare l’ordinamento costituzionale. Un diritto che l’elettorato può far valere.

L’art. 49 riconosce ai cittadini il diritto di  “associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, individuando nei partiti le realtà associative attraverso le quali i cittadini possono raggiungere tale scopo. Una linea culturale e politica intesa alla distruzione dei partiti, e di tutti i partiti, vanificherebbe il diritto dei cittadini a determinare in forme associate la politica nazionale, ridurrebbe la loro azione al piano sociale o a quello virtuale ed ancora circoscritto del web, e lascerebbe loro solo il diritto di eleggere a determinate scadenze una classe o casta dirigente.

L’art. 54 dice che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. L’elettorato è giudice dell’adempimento di questo dovere, ma nessun giudice può giudicare all’ingrosso, prescindendo dalle responsabilità personali senza discernere tra colpevoli e innocenti. Non tutti i partiti appartengono alla stessa storia e sono imputabili delle medesime responsabilità; e certamente c’è differenza tra chi in campagna elettorale impegna i soldi dell’erario per una vera e propria corruzione dei cittadini con la promessa di una regalia in danaro sotto forma di restituzione dell’IMU, e chi è fin troppo prudente nel non promettere più di quanto ritiene possibile fare. Un elettorato che permetta che il suo voto sia interpretato e brandito come un’accusa verso tutti quanti esercitano funzioni pubbliche e come una condanna di tutti i partiti, senza distinzione alcuna, vedrebbe vanificato il suo ruolo e perderebbe credibilità riguardo alle sue scelte e alle sue pronunzie.

Pertanto la fedeltà alla Costituzione, ai suoi principi e alle sue norme, è oggi l’unica via per dotare di un governo il Paese e portare l’Italia fuori della crisi”.

6 marzo 2013

Il 23 marzo cento piazze per la Costituzione

di Giuseppe Giulietti, 2 marzo 2013 (da articolo 21)

costituzione3Condividiamo parola per parola l’intervento di Mimmo Gallo, magistrato e da sempre un custode dei valori costituzionali e repubblicani. La manifestazione del 23 marzo ha il sapore di una iniziativa eversiva volta a far prevalere gli interessi di uno sull’interesse generale. La compravendita dei parlamentari, ammessa dallo stesso senatore De Gregorio, rappresenta una delle peggiori infamie etiche e politiche concepibili sul piano etico e politico.Per questo non si può fingere di non sapere e di non vedere.
Altro che governissimo o candidature del cavaliere alla presidenza delle camere!
Di fronte a questo annuncio occorre reagire convocando centinaia di piazze per la legalità e per la tutela della Costituzione, chiamando a raccolta chiunque abbia a cuore questi valori, senza distinzione di parte o di partito.
Articolo21, come sempre, fará la sua parte.
Ci piacerebbe che nella giornata del 23 marzo le altre forze politiche reagissero annunciando l’intera per dar vita ad un governo capace, prima di tornare alle urne, di approvare la nuova legge elettorale, le norme anti corruzione, una rigorosa normativa sul conflitto di interessi e la puntigliosa tutela della carta costituzionale, autentico bene comune.

sondaggio SWG per Agorà: la maggioranza di 5 stelle per un’alleanza col PD

SEGGI ELETTORALI

venerdì 1 marzo 2013, da clandestino web

I primi sondaggi post elettorali evidenziano come gli italiani non abbiano gradito l’esito delle elezioni: il 40% giudica negativamente il risultato elettorale, mentre addirittura il 33% lo giudica molto negativamente. Solo un 4% giudica molto positivamente il nuovo panorama elettorale, mentre il 23% commenta positivamente i nuovi scenari.

Secondo il sondaggio Swg presentato durante la trasmissione Agorà, gli italiani sono però mediamente tutti d’accordo su un dato: è il Movimento 5 stelle il vero vincitore di questa tornata elettorale: il 63% è convinto che sia il movimento di Grillo il vero vincitore, mentre solo il 10% pensa che la vittoria sia andata al centrodestra e alla grande rimonta eseguita dalla coalizione. Solo l’8% invece pensa che abbia vinto, la coalizione che, di fatto ha vinto e cioè il centrosinistra.

Alla luce dei risultati, per gli elettori di centrosinistra, il Pd dovrebbe allearsi con il Movimento 5 Stelle (72%); gli elettori sono meno convinti invece sulla questione del governissimo, che piace solo un 16%. L’ipotesi di una alleanza con il Movimento 5 stelle, piace anche alla maggioranza degli elettori del movimento, che convince il 66%.

 

Pd e 5 Stelle, un confronto in Parlamento

di Federico Orlando, 26 febbraio 2013*

grillo-bersaniSono cominciate, da lontano, le manovre per arrivare a una soluzione concordata della crisi post-elettorale, che consenta a un parlamento senza maggioranza di inventarsene una, la meno lontana possibile dalle affinità, anche se non proprio elettive, dei partiti. Nella conferenza stampa di martedì pomeriggio, Bersani, “non vincitore ma primo”, come si è definito, ha detto con più chiarezza di quanta solesse usare la vecchia politica, le cose che proporrebbe se toccasse a lui di tentare la costituzione di un governo
. Un “governo di combattimento”, ha chiarito subito il leader del Pd, che affronti subito alcuni capitoli non rinviabili: moralità , lavoro, anticorruzione, riforma dei partiti e della politica, problema sociale (con cambiamento delle clausole europee e con impegno per il Mezzogiorno e per la ripresa produttiva). Ha anche aggiunto, per quanto riguarda i rapporti istituzionali, che le presidenze delle due camere potrebbero essere assegnate a due gruppi parlamentari di diverso colore, come in altri tempi quando di solito il Senato era presieduto da un democristiano e la Camera da comunista. Ed è parso chiaro dal contesto del discorso che si sia trattato di un’avance di dialogo all’ M5S, affinché concorra ad assumersi le sue responsabilità e non esca fuori della strada riformista con palingenesi di tipo forzista-leghista.Il discorso bersaniano sembra dunque chiudere le porte tanto a un governo di cosiddetta unità nazionale, guidato da una personalità esterna, quanto a un accordo con Berlusconi per far fronte a una specie di invasione barbarica. Proprio a questo accordo aveva invece accennato in mattinata Berlusconi, né era mancata qualche voce, sia pure in sordina, che l’aveva presa per buona, proponendo un paradiso dorato (sul Colle?) per il cavaliere e un governo Bersani-Alfano. Articolo 21, pur giudicando una tale ipotesi di pura fantasia malata, ribadisce i suoi paletti. Come non accetteremo che Grillo continui in parlamento (con norme contro l’editoria e soppressione dell’Ordine dei giornalisti) gli oltraggi all’articolo 21 della Costituzione perpetrati in campagna elettorale; così non accetteremmo un’intesa col Pdl che escludesse il conflitto d’interesse, la lotta al duopolio televisivo, la legge anticorruzione (non la camomilla della ministra Severino), la guerra all’Europa, che noi vogliamo trasformare dall’attuale sudditanza in pace paritaria e costruttiva.Dunque, niente inciuci Pd-Pdl, ma solo un passo verso i nuovi gruppi che entrano per la prima volta alla camera e al senato, affinché partecipino, col loro bagaglio di idee buone ma non di pregiudizi distruttivi, alle prime incombenze istituzionali (e cioè l’elezione dei vertici dello Stato); e poi concorrano a dare spunti programmatici condivisi al “governo di combattimento”.
Forse rinunciando a pregiudizi, risentimenti ed estremismi da comizio, sarà possibile ritrovare anche quella comunione di elettori contrari alla destra oligopolista e fascista, che ha tenuto in mano l’Italia per vent’anni, strangolandola fino all’avvento del governo Monti: chirurgo probabilmente bravissimo, ma che non s’accorse (e non se ne accorsero per un anno, o non lo dissero, i suoi assistenti parlamentari), che gli interventi tecnicamente perfetti prostravano un malato gravemente debilitato.D’altronde, se non Grillo, i grillini “giovani e puliti” non avranno difficoltà a comprendere che un dialogo a distanza col Pd, sul terreno istituzionale e di alcuni punti del programma, non è una compromissione; ma è una garanzia anche per loro a non fuoriuscire dai problemi e non finire nella sola alternativa possibile al centrosinistra: la destra razzista e corrotta, che in Italia usurpa il nome di liberale ma è a pieno titolo fascista.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Massimo Marnetto: governo di stello-sinistra?

sondaggi parlamentoCalano i votanti, esplodono i grillini, risuscita B, vince la sinistra al foto-finish.

E adesso?
 L’Italia deve uscire da questo stallo usando le stelle.
Quelle di Grillo.per una collaborazione di stello-sinistra, non basata su un matrimonio di legislatura (per il genovese sarebbe un “inciucio” improponibile), ma su votazioni di fatto per raggiungere singoli obiettivi.
Sì perché guardando i programmi della coalizione di sinistra e del M5S le coincidenze ci sono e su punti importanti.
Legge sul conflitto d’interessi in primis.
Ma anche sulla riduzione dei costi della politica, sulla trasparenza e forse anche su una nuova legge elettorale.
Quindi, la situazione è molto complicata, ma lavorando con accortezza, se ne può trarre un vantaggio per il Paese.
perché se i grillini daranno il loro contributo, ne gioverà l’intero sistema; se faranno solo confusione, finiranno.
Certo, non si prospetta una legislatura intera, ma la governabilità non è preclusa a priori, purché il PD lavori con intelligenza, fuori e dentro di sé.
Con alleanze di scopo per governare.
Ed un prossimo congresso di grande rinnovamento, non solo anagrafico, ma di idee e di apertura.
Massimo Marnetto

Italia ingovernabile. Subito legge elettorale e conflitto di interessi, poi si torni alle urne

di Stefano Corradino, 26 febbraio 2013*

berlugrillobersaniIl libero esercizio del voto è condizionato da un conflitto di interessi che continua ad essere la principale anomalia democratica in Italia e in Europa. Lo abbiamo scritto a caratteri cubitali in questi anni (e quasi sempre isolati) e continuiamo a pensarlo anche all’indomani dell’esito del voto alle politiche, a conclusione di una campagna elettorale segnata da forti disparità di trattamento dei candidati e in cui neanche il silenzio elettorale della vigilia ha impedito ad alcuni (anzi ad uno solo) di violare le regole. Il voto del 24 e 25 febbraio lascia il paese in una sostanziale ingovernabilità: con un centro sinistra maggioranza alla Camera e minoranza al Senato (per numero di seggi), il boom del Movimento Cinque Stelle, primo partito alla Camera e un Berlusconi purtroppo ancora saldamente in sella a dispetto di quanti (noi certamente no) lo davano per disarcionato.Difficile ora profetizzare quale sarà lo scenario post-elettorale ma è improbabile che un governo nato da questo responso elettorale possa durare a lungo.

“Parlamento bloccato” sottotitolano oggi numerosi quotidiani. L’unico modo per “sbloccarlo”, prima di ritornare alle urne e non rendere evanescente il voto è approvare una norma rigorosa sul conflitto di interessi e cambiare la legge elettorale, cancellando questo metodo truffaldino che impedisce ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti. Tertium non datur.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Stampa romana: un piano per l’informazione

 Butturini PaoloPaolo Butturini, segretario dell’Associazione Stampa romana su Articolo 21: “…In conclusione penso si debba chiedere al Parlamento che uscirà dalle urne e al Governo che nascerà subito dopo “un piano Marshall” per l’informazione, fatto non di finanziamenti a pioggia, ma di selettivi aiuti che si concentrino sull’ammodernamento delle infrastrutture (la banda larga prima di tutto), sugli investimenti in nuovi prodotti editoriali, sulla crescita di professionalità adeguate (evitando con la formazione e la riqualificazione la macelleria sociale di intere categorie).
Riformare il mercato favorendo chi produce occupazione stabile e qualificata. Separando definitivamente il no profit dall’attività imprenditoriale che mira, lecitamente, a fare utili e detassando quelli reinvestiti. Un modo per impedire, fra l’altro, un processo carsico e pericolosissimo: l’espandersi delle mafie nel settore editoriale. Più di un segnale indica che la malavita organizzata, complice la crisi, sta mettendo le mani su piccole e medie testate, organizzando un’ informazione addomesticata che serve a mantenere il consenso sul territorio”.

Smacchiare il giaguaro

giaguaroRoma, 9 febbraio 2013 – Bersani e Monti: l’alleanza non c’è ancora. Dichiararla prima del voto porterebbe chiarezza, ma farebbe  perdere voti a destra e a sinistra. In una campagna elettorale giocata dall’avversario comune, con sconcertante successo, sulle menzogne e sulle false promesse, una “dissimulazione onesta” delle intenzioni  è  legittima difesa. Ma per il dopo elezioni quella sembra la soluzione probabile. Sempre che i risultati elettorali non smentiscano le previsioni e che il centrosinistra sia sempre deciso ad andare al governo solo con una robusta maggioranza.

Allora Vendola finirà per ammettere che in questo passaggio elettorale più a sinistra non si può. Per battere il populismo demagogico e corruttore di Berlusconi, accetterà il compromesso con una destra rispettabile. Monti si convincerà che fare i conti con Vendola è  più conveniente che trattare con Berlusconi, rendendosi conto che per il PD rompere la coalizione dei progressisti sarebbe invece poco meno che un tentato suicidio.

Certo è che il quadro politico appare oggi molto cambiato anche rispetto ad un anno fa. Ci eravamo  illusi che il cavaliere e la sua corte fossero definitivamente usciti di scena, che Monti e Casini  potessero prenderne il posto, che insomma l’Italia stesse finalmente per diventare un paese moderno (“normale”), con una dialettica politica bipolare simile a quella dei paesi europei più avanzati. Non è andata così. La suggestione che quelle menzogne e quelle false promesse  sembrano ancora in grado di esercitare su una parte consistente dell’elettorato dimostra che la potenza di fuoco mediatica di cui Berlusconi sfacciatamente dispone può colpire ancora una volta. Se non per vincere, per impedire ad altri di governare.

Che nella mentalità di ogni italiano vi sia una dose, piccola o grande, di anarco-individualismo non è solo un luogo comune. E decine di indagini sociologiche documentano l’analfabetismo politico e istituzionale diffuso in Italia. Su queste basi il berlusconismo, come più in generale il populismo di ogni colore,  ha costruito e continuerà a costruire le proprie fortune.

Combattere queste devianze culturali, prima ancora che politiche, è davvero imperativo. In questo compito sono impegnati associazioni e movimenti della società civile, con iniziative diffuse nel territorio che arricchiscono la partecipazione e sono state di stimolo  al rinnovamento della democrazia interna di qualche partito.  Ma è impresa di lunga durata, che per riuscire chiede comunque di essere accompagnata da una comunicazione finalmente libera dai conflitti di interesse e dalle pressioni di qualsiasi potere. Mentre gli abusi a cui stiamo assistendo anche in questa  campagna elettorale fanno capire qual è la determinazione di Berlusconi al riguardo.

I pericoli a cui andiamo incontro sono tali che non possiamo, nella ricerca astratta del meglio, rischiare di perdere il meno peggio. L’alternativa proposta da Ingroia, una maggioranza  di centrosinistra che si appoggi a “rivoluzione civile”, non potrebbe considerarsi adeguata, sia in termini di forza parlamentare – difficilmente raggiungerebbe quel 51 per cento che Bersani giudica insufficiente – sia in considerazione della credibilità richiesta dal contesto politico e finanziario europeo per affrontare la crisi economica in atto. Senza una rassicurazione immediata sulla stabilità del futuro governo, il “pareggio” al Senato fra le due coalizioni principali, tutt’altro che improbabile, rischia di avere serie conseguenze sul nostro debito pubblico. Ma anche una vittoria di stretta misura del centrosinistra sia alla Camera che al Senato non garantirebbe la forza che occorre per mettere in atto quelle riforme che la “Carta di intenti” prevede.

In questi giorni Monti è tornato a parlare genericamente di “equità”, di necessario impulso alla crescita. Forse mi illudo, ma possiamo fargli, almeno provvisoriamente, credito della buona volontà di riempire finalmente di contenuti quelle parole? In Europa sarà dura, come ha dimostrato anche la sessione di bilancio appena conclusa a Bruxelles. Tuttavia, con l’aiuto di Hollande Monti può essere indotto ad usare con maggiore determinazione il suo prestigio e la sua competenza per una politica economica più sensibile ai bisogni dei popoli che a quelli delle grandi banche. Dice, e in parte ha mostrato, di voler combattere l’evasione fiscale, la corruzione, l’illegalità. Con il centrosinistra e non più  zavorrato dalla destra farebbe probabilmente di meglio. Lo stesso dicasi per la riforma della RAI  e del sistema radiotelevisivo. E così via. Intanto, possiamo apprezzare il via libera che oggi i montiani hanno dato al voto per Ambrosoli presidente in Lombardia. Se PD e SEL vincessero il premio di maggioranza al Senato, questo peserebbe sugli equilibri dell’alleanza di governo. Mettiamocela tutta. Forse riusciremo a smacchiare il giaguaro.

Art.21: L’elenco delle candidate e dei candidati che hanno sottoscritto i 6 punti della “Dichiarazione di impegno comune”

articolo 21Articolo21 ha incontrato l’8 febbraio presso la Fnsi le candidate e i candidati alle elezioni politiche 2013 per presentare loro il documento approvato ad Acquasparta e chiedere di farlo proprio, di impegnarsi sui temi della libertà di informazione a partire dai primi cento giorni e prendere parte a un gruppo interparlamentare di Articolo21. Questo il testo che chiederemo di sottoscrivere:

Le sottoscritte candidate e candidati si impegnano a portare l’Italia in Europa anche nel settore delle telecomunicazioni e di levare dalle spalle dell’Italia quella magna nera che rappresenta una delle vergogne nazionali. Per queste ragioni ci impegniamo a porre nell’agenda del prossimo governo e parlamento:
1) La risoluzione del conflitto di interessi mediante una norma che vieti le candidature ai titolari di concessioni televisive su base locale, regionale, nazionale
2) L’introduzione di una rigorosa normativa antitrust che impedisca la concentrazione delle reti di trasmissione e la raccolta pubblicitaria
3) La modifica radicale della Legge 249 e della Legge Gaspari liberando le Autorità di garanzia e la Rai dal controllo diretto di governo e forze politiche 
4) L’eliminazione dai codici delle norme potenzialmente lesive del diritto di cronaca a cominciare dalle querele temerarie
5) La difesa della libertà della rete e della sua neutralità
6) La liberazione di ogni forma di attività espressiva (cinema, teatro, musica, spettacolo…) da qualsiasi forma di censura politica, economica, religiosa, attraverso nuove norme e con l’approvazione delle leggi sullo spettacolo, sul cinema, sull’editoria

FIRMATARI (in ordine alfabetico)

Pierluigi Bersani (Partito Democratico)
Maria Cristina Bigongiali (Rivoluzione Civile)
Rosa Calipari (Partito Democratico)
Michele Cervo (Rivoluzione Civile)
Carlo Cianetti (Rivoluzione Civile)
Paola Concia (Partito Democratico)
Maria Coscia (Partito Democratico)
Ilaria Cucchi (Rivoluzione Civile)
Cesare Damiano (Partito Democratico)
Massimo Donadi (Centro Democratico)
Stefano Fassina (Partito Democratico)
Arcangelo Ferri (Rivoluzione Civile)
Gianfranco Fini (Futuro e Libertà)
Pietro Grasso (Partito Democratico)
Fabio Granata (Futuro e Libertà)
Antonio Ingroia (Rivoluzione Civile)
Franco Latorre (Rivoluzione Civile)
Luisa Laurelli (Partito Democratico)
Saverio Lodato (Rivoluzione Civile)
Flavio Lotti (Rivoluzione Civile)
Matteo Magnisi (Rivoluzione Civile)
Michele Meta (Partito Democratico)
Corradino Mineo (Partito Democratico)
Roberto Natale (Sinistra Ecologia Libertà)
Andrea Olivero (Scelta Civica con Monti per l’Italia)
Matteo Orfini (Partito Democratico)
Paolo Pacifici (Sinistra Ecologia Libertà)
Daniele Panarese (Rivoluzione Civile)
Flavia Perina (Futuro e Libertà)
Francesca Puglisi (Partito Democratico)
Stefania Pezzopane (Partito Democratico)
Pina Picierno (Partito Democratico)
Roberto Rao (Udc)
Maurizio Torrealta (Rivoluzione Civile)
Lara Ricciatti (Sinistra Ecologia Libertà)
Gabriella Stramaccioni (Rivoluzione Civile)
Bruno Tabacci (Centro Democratico)
Nichi Vendola (Sinistra Ecologia Libertà)
Vincenzo Vita (Partito Democratico)

8 febbraio 2013

Tassa sulle Transazioni Finanziarie all’Italiana: un’occasione persa?

 

zerozerocinquedi Damiano Sabuzi – Action Aid —

Riepiloghiamo gli eventi per capire come siamo arrivati in Italia ad introdurre una Tassa sulle Transazioni Finanziarie, o più comunemente (ma impropriamente) detta Tobin Tax.
Il 28 settembre 2011 la Commissione presenta al Consiglio una proposta di direttiva riguardante “un sistema comune di tassazione delle transazioni finanziarie” (TTF o FTT). Secondo la Commissione europea, una FTT potrebbe disincentivare l’assunzione di rischi troppo elevati da parte degli operatori e, quindi, moderare il rischio sistemico.
La proposta della Commissione prevede che ciascuno Stato membro introduca una imposta sulle operazioni finanziarie pari ad almeno lo 0,1 per cento del controvalore scambiato per le operazioni finanziarie a pronti e ad almeno lo 0,01 per cento del valore nozionale per le operazioni in derivati. L’imposta si applica agli scambi in cui almeno una delle controparti (ossia il committente finale) sia stabilita in uno Stato membro e sia coinvolto un ente finanziario che ha sede nell’Unione; per quanto riguarda il prelievo la proposta europea non prevede una differenziazione delle aliquote in funzione del grado di regolamentazione del mercato in cui avviene lo scambio.
Per opposizione di alcuni membri della UE, la proposta della Commissione non ha fatto passi in avanti per l’introduzione della TTF nei 27 Stati membri dell’Unione.  Pertanto, su forte spinta e determinazione di alcuni stati europei  (Germania e Francia in primis), a giugno 2012 in occasione del Consiglio Ecofin e del vertice dei Capi di Stato e di Governo si è cominciata a fare strada la proposta di andare avanti attraverso la cooperazione rafforzata, permettendo così di introdurre la TTF solo in alcuni degli Stati dell’UE. Nella successiva riunione Ecofin del 9 ottobre 2012, ben 11 Stati membri (Austria, Belgio, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna), si dichiarano pronti a procedere alla cooperazione rafforzata in materia.
Con un’inaspettata tempestività, il 16 ottobre 2012, il Governo italiano ha inserito nel disegno di legge “Stabilità 2013” un’imposta di bollo sulle transazioni finanziarie (TTF) pari allo 0,05%. Sulla base delle analisi delle transazioni del 2011, il Governo ha infatti stimato che l’istituzione di questa imposta produrrà gettito annuo di 1.088 milioni di euro.
Soldi che potranno essere utilizzati per contrastare la povertà in Italia e nel mondo? Purtroppo il Disegno di Legge  non contiene nessun riferimento alla destinazione del gettito.
Il testo definitivo della Legge di Stabilità, modificata dallo stesso governo e approvata dal Parlamento, è ancora più deludente.  Innanzitutto, i derivati vengono esonerati dall’applicazione della TTF, salvo quelli sulle azioni, che in Italia rappresentano solo il 2,7% di tutti i derivati che non figurano nei listini di borsa. Con questa clausola, non solo vengono meno gli intenti principali del legislatore, cioè frenare la speculazione finanziaria, ma viene anche ridotta di fatto la base imponibile, sebbene una variazione nelle aliquote ha cercato di fare da contraccolpo per garantire comunque le entrate di cui il Governo ha bisogno per la copertura di bilancio.
La tassa inoltre non aiuta ad arginare il fenomeno dell’high frequency trading, ossia le operazioni più altamente speculative, ed è stata introdotta l’esenzione dei fondi pensione, lasciandoli soggetti alle attività speculative a breve termine.
Uno degli elementi invariati invece è la destinazione del gettito: non è prevista alcuna destinazione specifica per obiettivi di utilità pubblica. I proventi – probabilmente – della TTF saranno quindi semplicemente imputati come risorsa aggiuntiva a copertura di bilancio.
Per una volta avevamo sperato che l’Italia fosse capofila di un cambio di rotta e invece la normativa che regola la tassa sulle transazioni finanziarie rappresenta solo una goccia nell’oceano di quelle riforme necessarie per riportare la finanza al servizio dell’economia reale.
Da parte sua l’Europa il 22 gennaio 2012 ha autorizzato formalmente l’avvio della cooperazione rafforzata dando così il via libera all’introduzione della TTF negli undici paesi europei. Forse collaborando alla definizione della tassa europea con i nostri vicini di casa virtuosi potremo tornare sui nostri passi ed attuare una VERA Tassa sulle Transazioni Finanziarie sia a livello nazionale sia a livello europeo? Noi ci speriamo!