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Le 3 I di Papa Francesco: inquietudine,incompletezza,immaginazione (6’32”)

Roma, 23 giugno 2017 – Un discorso del tutto innovativo rispetto alla cultura cattolica degli ultimi secoli. Così Raniero La Valle, giornalista e scrittore che come pochi altri ha seguito e commentato per oltre mezzo secolo avvenimenti interni ed esterni alla Chiesa e al Vaticano, ha definito l’esortazione rivolta da Papa Francesco al collegio degli scrittori della rivista dei gesuiti “Civiltà Cattolica” indicando loro tre parole che dovevano identificarne la missione: INQUIETUDINE (non essere mai paghi della situazione com’è), INCOMPLETEZZA (sapere che ci sono più cose in cielo e in terra che nella loro comprensione della realtà) e IMMAGINAZIONE (riuscire a pensare l’impensabile, sapere che un altro mondo è possibile a partire dalla liberazione degli oppressi). Tre parole che rappresentano anche il modello che Bergoglio ha dato a se stesso e al suo pontificato, ma che potrebbero valere anche la società laica e per la politica e in particolare per tutti i giornalisti, credenti e non credenti. Per questo il 13 giugno scorso se ne è parlato in un convegno promosso dall’Unione Cattolica della Stampa Italiana nella sede della FNSI. Nel video sono i passaggi che ho ritenuto più significativi dell’intervento di La Valle. Altri interventi potranno essere eventualmente pubblicati separatamente.
Come ha scritto lo stesso Raniero nel sito “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri”, nel dibattito alla Federazione della Stampa  si è detto che anche l’informazione in Italia sarebbe del tutto rinnovata, costruttiva e creativa, se si ispirasse a queste tre parole, che del resto appaiono valide per tutti, in ogni ambito della società e della vita, e potrebbero aprire la via per il passaggio all’epoca nuova.
In particolare da questa triplice conversione a un modo di essere opposto a quello oggi praticato, sarebbe trasformato il mondo politico. I politici sarebbero inquieti, fino a non poter dormire la notte, per la povertà, la disoccupazione e le guerre; sarebbero coscienti della loro incompletezza e perciò non più arroganti, narcisisti, incuranti del popolo e insofferenti della sua rappresentanza, e avrebbero abbastanza immaginazione da pensare e adottare politiche capaci di dare risposta al problema catastrofico e decisivo di oggi, che è quello delle migrazioni, dei naufragi di massa, e perciò dell’inevitabile estensione a tutti i cittadini del mondo (ossia agli “abitanti del pianeta”) del diritto all’eguaglianza e alla libera circolazione tra gli Stati”.

A che servono i giornalisti (e perché siamo male informati)

giornalismo 2Servono ancora i giornalisti per fare informazione? Il giornale su carta è destinato a scomparire? Quanto conta oggi il merito nella carriera di un giornalista? Perché il pluralismo è un valore? Quanto conta l’etica professionale nelle scelte di un giornalista? E quanto conta il merito nella sua carriera? Perché il precariato dei giornalisti danneggia la qualità dell’informazione? Quali sono i temi più trascurati? In che cosa dovrebbe distinguersi il servizio pubblico dalla televisione commerciale? Credi che la tv abbia contribuito al degrado della politica? A queste domande hanno risposto sette giornalisti durante i lavori del Forum organizzato ad Assisi da articolo 21 ed altre associazioni dal 13 al 15 dicembre 2013.

 

Il web disarciona il giornalismo

Bartoloni Romanodi Romano Bartoloni*, 8 marzo 2013 – Una volta il giornalismo aveva il polso della situazione del Paese, oggi non più. Terremotando la politica, le ultime elezioni hanno segnato il trionfo di Internet, mentre il boom del web ha spuntato le armi dei giornalisti che non ne hanno azzeccata più una. Persino i talk-shaw sono stati battuti dall’euforia del digitale, dalla voglia di contare di più da parte degli eserciti di internauti. Lo choc ha disorientato i pezzi da novanta del giornalismo, e con loro il codazzo di opinionisti di ogni peso e di ogni livello di presunzione. Li ha traditi la supponenza del saccente e la miopia autoreferenziale. Nonostante in molti origliassero fra gli anfratti della rete dal buco della serratura, non si è saputo cogliere la dimensione dei cambiamenti e l’impeto sconvolgente della democrazia diretta, e si è continuato a inseguire sondaggi surreali. A rimorchio del Palazzo della politica in mano a gente screditata, si è smarrita la bussola dell’opinione pubblica, e si è finito con il navigare a vista nel virtuale.

I mass-media tradizionali stanno perdendo il controllo della notizia che il web produce e auto produce da sé a ritmi incontenibili, stritolandola in mezzo alle ruote di una comunicazione prodotta da una miriade di protagonisti. Si fatica a intercettare i flussi delle fonti di informazione moltiplicatisi in misura esponenziale, e che ti passano sotto il naso a velocità supersonica. Si cerca di cogliere, fior da fiore dalla montagna interattiva, almeno gli spunti che possano soddisfare la spettacolarità degli eventi secondi canoni del mestiere avviati al tramonto. Il ruolo di mediatori tra i fatti e i cittadini si è indebolito al tal punto che i grillini dell’ultima ora hanno trovato la sfacciataggine di sfotterci. Peraltro, si rischia di ammainare la bandiera del giornalismo in un mondo editoriale che, invece, di mettersi al passo con i tempi, si illude di salvare la pelle smantellando le migliori energie professionali.

Diventa follia suicida restare a guardare la grande vetrina interattiva senza entrarci dentro con la forza dell’esperienza e l’autorevolezza del cronista. Non basta che lasciamo ai lettori l’opportunità di interagire con noi, con i nostri blog e con le nostre piattaforme digitali. Di questo passo, ci si infila in un ruolo di nicchia. Per raggiungere le grandi masse di navigatori, bisogna invertire la rotta. Non aspettarle nei nostri acquartieramenti, ma interloquire, con tenacia e spirito di servizio, in casa loro, dentro i siti, i social network, e i blog più frequentati assicurandoci ovviamente il rimbalzo sui mass-media multimediali. Ad esempio, che si aspetta a spiegare nei territori di M5stelle dove porta l’antisistema e raccontare come il fascismo conquistò il potere grazie all’ignavia dei partiti? Probabilmente si incavoleranno per l’interferenza, ma qualcuno comincerà ad aprire gli occhi e forse a ragionare sui valori della democrazia e a rispettare il ruolo del giornalista.

*Presidente Sindacato cronisti romani, il grassetto è di nandocan

Crisi durissima per le testate tradizionali, ma l’ impatto del web sul sistema dell’ informazione sarà complessivamente positivo

dalla  LSDI | 9 febbraio 2013

 Astracop
Anche se tre giornalisti italiani su 4 sono convinti che molti mezzi e molte testate tradizionali andranno in crisi o chiuderanno e se i pessimisti circa gli effetti negativi di Internet sull’ occupazione dei giornalisti (39%) superano lievemente gli ottimisti (34%), l’ impatto del web sul sistema dell’ informazione sarà nel complesso positivo.

È quanto emerge da uno studio realizzato da Astra Ricerchee presentato in occasione dei 50 anni della legge istitutiva dell’ Ordine dei giornalisti, celebrati il 7 febbraio  a Roma con il convegno sul tema “Giornalisti: mezzo secolo di Ordine tra etica, professionalità e cambiamento”.

Secondo lo studio – che ha coinvolto 1681 giornalisti e di cui pubblichiamo le sintesi diffuse dal Consiglio nazionale dell’ Ordine – la radio è considerata il mezzo più rispettoso della deontologia professionale, seguito da quotidiani, Internet e per ultima la tv.

Per quanto riguarda l’ etica, i giornalisti sono convinti che sia necessario formare meglio i futuri professionisti e sospendere le sovvenzioni alle testate che hanno comportamenti ripetutamente scorretti.

Sul piano ottimismo/pessimismo, l’ atteggiamento complessivo del campione mette in luce, con ogni evidenza, che il primo (68%: per più della metà intenso) prevale sul pessimismo (6%) e sull’ ambivalenza (26%).

Con un’aggiunta interessante – aggiunge la sintesi -: la propensione positiva a medio termine è maggiore della media nel centro-nord (specie nel Triveneto e nelle regioni ‘rosse’), tra le donne, tra i praticanti e – un po’ meno – i pubblicisti, sorprendentemente tra i giornalisti di età superiore ai 49 anni (con un ‘picco’ tra gli ultra59enni).

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A conferma, la Ricerca segnala i sentimenti, gli atteggiamenti che gli intervistati dichiarano di provare quando pensano alla crescita dell’ utilizzo del web anche in Italia per avere informazioni, notizie, commenti.

Nel 68% il giudizio è positivo o – meno – entusiasta, il 18% risulta ambiva-lente, solo per il 14% appare angosciato.

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