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L’arte del conversare (meditando Montaigne)*

*Verso la metà degli anni ’80 la lettura dei famosissimi “Saggi” di Michel de Montaigne mi aiutò ad uscire felicemente da una lunga crisi depressiva e fu allora che mi venne in mente di mettere per iscritto questa serie di riflessioni molto personali sui grandi temi dell’esistenza che traevano spunto da alcune frasi celebri del grande filosofo per raccontare me stesso ma anche il mio modo di vedere la vita e il mio mestiere di giornalista. Quelle pagine sono quindi da moltissimi anni su questo blog ma non ho la minima idea di quanti amici abbiano avuto nozione della loro esistenza insieme al tempo e alla voglia di leggerle. Questa su “l’arte di conversare” è forse tra le più lette. Tutte le altre si possono trovare facilmente sotto il titolo “Meditando Montaigne” della voce “Pensieri in prosa” (nandocan, 1 febbraio 2018).

“J’observe en mes voyages cette practique, pour apprendre tousjours quelque chose par la communication d’autruy (qui est une des plus belles escholes qui puisse estre), de ramener tousjours ceux avec qui je confere, aux propos des choses qu’ils s‡avent le mieux” (Essais,I,XVII).

(“Nei miei viaggi, per imparare sempre qualcosa dalla consuetudine con altri (che è una delle più belle scuole che ci possa essere) tengo questo sistema, di portare sempre coloro, coi quali mi trovo a conversare, agli argomenti che essi conoscono meglio” (Saggi,I, XVIII, pag.88).

conversare come si deve, confesso che non ho mai imparato. Bisognerebbe sapere ascoltare tutto con attenzione, anche quando non ci coinvolge immediatamente, con la pazienza del cercatore d’oro che di buon grado setaccia tonnellate di fango per una pepita improbabile. Bisognerebbe far credito all’interlocutore della capacità di sorprenderci con qualcosa di interessante, cercare con tenacia la vena preziosa nella miniera di argomenti banali e spesso noiosi di cui è fatta una conversazione comune. Io invece non sono curioso se non di ciò che è già entrato a far parte dei miei interessi, intellettuali o semplicemente professionali. Converso volentieri soltanto con pochi amici e ho pochi amici proprio per questo motivo. Del resto, anche con loro seguo piuttosto il filo del mio ragionamento che il loro. Mi capita perfino di annuire meccanicamente mentre sto pensando a tutt’altro, e di dover poi recuperare a fatica l’oggetto della conversazione. Al telefono sto il meno possibile, a meno che si tratti di lavoro o di qualche faccenda che mi preme. Conosco persone capaci di chiacchierare brillantemente per ore e incapaci di leggere attentamente un libro dall’inizio alla fine. A me succede esattamente il contrario, forse perché i libri che leggo si trovano già nel mio “percorso” intellettuale. Se la mia scuola dipendesse da quella consuetudine con altri a cui incoraggia giustamente Montaigne, credo che sarei ancora mostruosamente ignorante.

Ammetto, insomma, che non so “stare in società”. A mia discolpa posso dire che non è facile imparare dalle conversazioni occasionali o salottiere qualcosa per cui valga la pena di affaticarsi. C’è insomma, o almeno così mi pare, una sproporzione tra le energie richieste da una conversazione ordinaria e l’arricchimento che si riceve. Ma può ben darsi che questa sia solo la mia esperienza, che un giudizio così severo dipenda dalla mia natura introversa e dall’abitudine, coltivata fin dall’infanzia, al monologo interiore piuttosto che al dialogo. Al monologo interiore, ma potrei dire anche a quello “esteriore”, perché mi piace esprimere ad alta voce pensieri, commenti, valutazioni. E magari non fosse così, perché da questa abitudine ho tratto nella mia vita assai più danni che vantaggi. Tutti sanno che per farsi degli amici occorre molta dissimulazione e a volte qualche simulazione benevola. Ebbene, io non solo sono avarissimo di complimenti (se non m’ escono proprio dal cuore), ma per un bisogno irresistibile di dire ciò che penso, specie quando si tratta di criticare l’autorità, trascuro sia la diplomazia che la più elementare prudenza. Così, se vengo sorpreso o stimolato da una notizia o da una lettura, o da uno spettacolo, ho subito voglia di commentare ad alta voce, di comunicare le mie reazioni, anche a costo di infastidire il malcapitato che si trova nella medesima stanza immerso in tutt’altre faccende. Può capitare ad esempio che, mentre i miei familiari stanno conversando per conto loro su tutt’altro argomento, io mi introduca del tutto a sproposito con l’oggetto delle mie letture o riflessioni solitarie. Poiché mi conoscono e mi vogliono bene, loro reagiscono con una risata, ma ho dovuto imparare a controllarmi nell’ambiente di lavoro dove i colleghi sarebbero di sicuro meno comprensivi.

Immagino che tutto questo si debba al modo in cui sono cresciuto, rimuginando giorno e notte, fin da bambino, su cosa dire o fare per soddisfare un insaziabile super Io. Un po’ più di compassione per me stesso e per i miei limiti umani, un po’ meno di perfezionismo e di sensibilità ai complessi di colpa avrebbero contribuito a sdrammatizzare il confronto con la mia coscienza anzitutto, e quindi col prossimo. Oggi sono perfettamente consapevole che questo mio appellarmi continuamente alla coerenza intellettuale e morale, questo condannare a ogni passo mediocrità e ipocrisia, il rigorismo che finisce prima o poi per far capolino nelle mie osservazioni valgono forse a ottenere l’approvazione, talvolta la stima, ma non la simpatia dell’ambiente in cui vivo. Quanto a correggermi, credo che sia troppo tardi.

Detto questo, devo anche aggiungere che nelle rare occasioni in cui mi sono trovato di fronte ad un carattere simile al mio, capace cioè di scoprirsi e raccontare di sé con imprudente spontaneità, la cosa non mi è affatto dispiaciuta,tutt’altro. Quando mi accorgo che l’interlocutore abbassa lo scudo e abbandona le solite, noiose schermaglie verbali, ecco che l’interesse si accende e il piacere di conversare comincia. Quello di aprirsi a un dialogo senza difese è un viaggio non privo di rischi, che pochi hanno il coraggio di affrontare, perché può capitare involontariamente di offendere e di essere offesi. Richiede un grado di tolleranza e di umiltà, di consapevolezza dei propri limiti e altrui, che la nostra immaturità emotiva stenta a concederci. Ma, una volta scelto l’interlocutore adatto, è un viaggio che vale comunque la pena di fare. Avventurarsi nel territorio interiore di una persona spiritualmente ricca (non necessariamente colta) può essere più impegnativo ma anche più stimolante dei minuetti verbali a cui ci sentiamo obbligati dalla nostra educazione borghese.

Gli amici coi quali mi è dato di condividere questa avventura si contano sulle punte delle dita. In gioventù era più facile ed avveniva più spesso. Ricordo appassionate discussioni sui grandi valori, sui grandi temi dell’esistenza, discussioni non astratte, legate al vissuto quotidiano. Oggi, se mi capita di imbarcarmi in discorsi così coinvolgenti, accade sempre e soltanto per una mia iniziativa, raffreddata, il più delle volte, dal silenzio imbarazzato e imbarazzante del mio interlocutore. Alla difficoltà oggettiva, psicologica e culturale, di entrare in sintonia con qualcuno, si assomma il gioco, ormai quasi istintivo nei più, della dissimulazione, l’attenzione costante a non lasciarsi coinvolgere in giudizi che possano identificare per ciò che si è e si pensa veramente. Mai come in questi casi ho la percezione esatta del danno che ricaverò dalle mie affermazioni. Mi riterrei un masochista se proprio l’imbarazzo degli altri non mi offrisse una piacevole sensazione di libertà. C’è poi una terza categoria di interlocutori possibili, e sono quelli bravissimi a simulare in privato – oggi con me, domani col mio peggiore nemico – una perfetta convergenza di idee e di opinioni. Sono gli stessi che non prendono mai posizione in pubblico, e sono i più pericolosi.

Quanto a seguire il consiglio di Montaigne – portare l’interlocutore sui temi che meglio conosce – non sta forse in questo il mio mestiere di giornalista? La questione, a giudicare almeno dal modo in cui sono condotte oggi le interviste agli esperti, sulla stampa e in televisione, non è affatto pacifica. Ci sono tanti modi per scegliere e formulare le domande. Il più corretto sarebbe quello che tende a far luce sulla nostra ignoranza, ma ho l’impressione che sia anche quello meno praticato. Io stesso non sfuggo sempre alla tentazione di far confermare all’intervistato quello che ho già appreso per altre vie, la piccola “verità” che mi propongo di dimostrare. Lo ritengo un peccato veniale quando l’intervista giunge alla fine di una ricerca accurata su tutte le fonti, quando la verifica sui fatti è stata portata a termine con sufficiente imparzialità, ciò che avviene ormai sempre più raramente.

In genere, oggi, quando si comincia un’inchiesta si conoscono già le conclusioni a cui si vuole arrivare, e poiché non mancano esperti schierati su tutte le questioni, basta scegliere quelli che fanno più comodo alla propria tesi. A completamento della frode, si può offrire un po’ di spazio alla campana avversaria per dare al lettore il “fumus” dell’obbiettività, e il gioco è fatto. Tanti anni fa, quando il giornalismo “di inchiesta” era ancora una cosa abbastanza seria, valeva la regola che il giornalista andasse per prima cosa a documentarsi sul fatto o sull’ argomento in questione dalle persone più competenti a trattarne – i protagonisti della vicenda in primo luogo e gli specialisti della materia – riservandosi il compito di riferire al gran pubblico i risultati di questa ricerca personale nel linguaggio più adatto. C’era chi svolgeva il compito con superficialità o, peggio, con faziosità, ma in generale chi si proponeva un’indagine seria aveva modo di realizzarla. Soprattutto, nessuno metteva in dubbio l’opportunità di dare più spazio a un testimone diretto come il giornalista inviato sul posto piuttosto che al commentatore o al conduttore di turno. C’era il confronto tra le opinioni come nel famoso “convegno dei cinque”, ma quasi tutto il tempo oggi occupato dai dibattiti e dai “talk shows” sulle televisioni pubbliche e private era riservato ai documentari, alle inchieste approfondite, ai servizi speciali. Quello che si diceva alla gente era più importante del “come” lo si diceva, pur essendo la forma nient’affatto sottovalutata.

Avendo vissuto direttamente e in prima persona questo passaggio, mi sono chiesto tante volte quali cause l’abbiano determinato. Quando ne ho parlato a un illustre dirigente televisivo, se l’è cavata col dire che c’è stato il passaggio dalla televisione artigianale a quella industriale, sottintendendo, immagino, complesse e inesorabili ragioni di costi e produttività. Spiegazione accettabile, ma non so quanto compatibile con gli emolumenti “americani” riconosciuti a certi conduttori di “talk show” che vanno per la maggiore. Mi convince di più un’altra ipotesi, e cioè che la concorrenza “commerciale” tra informazione e spettacolo abbia portato prima negli Stati Uniti e poi, di rimbalzo, da noi, alla spettacolarizzazione “forzata” della notizia come del relativo confronto di opinioni, alleggerendone i contenuti, semplificandone i termini, enfatizzando le contraddizioni e i contrasti, eliminando i toni grigi e sfumati che la complessità dei fatti e delle questioni oggettivamente richiede. Accanto ad essa, se ne potrebbe rischiare un’altra, più politica. In una società, come quella occidentale e americana in particolare, che attribuisce più valore alla decisione e all’azione che alla riflessione e alla conoscenza, meno si è problematici e meglio è. Semplificando i termini di una questione, si rischia di commettere errori ma si decide prima; analizzandola a fondo in tutti i suoi aspetti, si può trarre la conclusione più giusta ma quando ormai è troppo tardi.

La democrazia moderna richiede sempre più spesso al cittadino di schierarsi da una parte o dall’altra, identificandosi con questa o quella corrente di opinione. Gli “opinion leaders” hanno interesse ad aggregare consensi nel modo più sicuro e rapido possibile, ciò che si ottiene più facilmente con una versione mediata e unilaterale dei fatti piuttosto che con una testimonianza diretta e imparziale dei medesimi. L’inganno è far credere che la possibilità di scegliere tra più versioni unilaterali, tra diverse faziosità, garantisca a sufficienza il diritto dei cittadini ad essere informati, come se facendo una media dei “falsi” o ascoltando la propaganda più convincente si riuscisse a sapere come sono andate realmente le cose. Nessuno mi convincerà mai che udire tre commentatori di parte gioverà alla mia comprensione più che una sola testimonianza davvero indipendente. (Luglio 1991).

 

A che servono i giornalisti (e perché siamo male informati)

giornalismo 2Servono ancora i giornalisti per fare informazione? Il giornale su carta è destinato a scomparire? Quanto conta oggi il merito nella carriera di un giornalista? Perché il pluralismo è un valore? Quanto conta l’etica professionale nelle scelte di un giornalista? E quanto conta il merito nella sua carriera? Perché il precariato dei giornalisti danneggia la qualità dell’informazione? Quali sono i temi più trascurati? In che cosa dovrebbe distinguersi il servizio pubblico dalla televisione commerciale? Credi che la tv abbia contribuito al degrado della politica? A queste domande hanno risposto sette giornalisti durante i lavori del Forum organizzato ad Assisi da articolo 21 ed altre associazioni dal 13 al 15 dicembre 2013.

 

La Rai che vogliamo, 3: l’informazione in un nuovo modello organizzativo

RAI SaxaCome dovrà essere la RAI che vogliamo? Articolo 21, associazione che riunisce giornalisti e altri operatori del mondo della comunicazione, ha dedicato a questo tema la sua quarta assemblea nazionale, che si è svolta ad Acquasparta, in Umbria, dal 9 all’11 novembre del 2012. Tre giorni di dibattito per esaminare la realtà attuale e le prospettive future della grande azienda di servizio pubblico radiotelevisivo in tutti i loro aspetti: politici,culturali, sociali e organizzativi.
PRIMA PARTE (18 minuti circa): aspetti politico-istituzionali del servizio pubblico (conflitto di interessi, governance e finanziamento). Intervengono nell’ordine: Don Luigi Ciotti, Roberto Zaccaria, Enzo Carra, Giorgio Balzoni, Lelio Grassucci, Gianni Rossi, Nino Rizzo Nervo, Roberto Bertoni, Tiziana Ferrario, Andrea Camporese, Giuseppe Giulietti, Tana De Zulueta.
SECONDA PARTE (18 minuti circa), dedicata al prodotto editoriale, ospita gli interventi di Monica Guerritore, Filippo Vendemmiati, Elisabetta Tobagi, Nino Rizzo Nervo, Paolo Gentiloni, Barbara Scaramucci, Antonello Falomi, Roberto Natale, Marino Sinibaldi.
TERZA PARTE(10 minuti circa): si parla del peso delle ideologie nell’attuale modello organizzativo, del ruolo dell’informazione nella RAI del futuro, con particolare riferimento al giornalismo di inchiesta e al recupero dei temi oscurati. Intervengono Renato Parascandolo, Santo Della Volpe, Roberto Amen, Ezio Cerasi, Alessandra Mancuso, Luisa Betti, Nella Condorelli, Arianna Voto, Carlo Verna.
Queste che ho forse impropriamente definito video-sintesi sono piuttosto antologie di citazioni, scelte e montate molto liberamente con tecnica giornalistica per offrire il succo di quanto è stato detto a chi non ha tempo o voglia di dedicarsi ad una lunga registrazione integrale, comunque disponibile sul sito di Articolo 21.

Crisi durissima per le testate tradizionali, ma l’ impatto del web sul sistema dell’ informazione sarà complessivamente positivo

dalla  LSDI | 9 febbraio 2013

 Astracop
Anche se tre giornalisti italiani su 4 sono convinti che molti mezzi e molte testate tradizionali andranno in crisi o chiuderanno e se i pessimisti circa gli effetti negativi di Internet sull’ occupazione dei giornalisti (39%) superano lievemente gli ottimisti (34%), l’ impatto del web sul sistema dell’ informazione sarà nel complesso positivo.

È quanto emerge da uno studio realizzato da Astra Ricerchee presentato in occasione dei 50 anni della legge istitutiva dell’ Ordine dei giornalisti, celebrati il 7 febbraio  a Roma con il convegno sul tema “Giornalisti: mezzo secolo di Ordine tra etica, professionalità e cambiamento”.

Secondo lo studio – che ha coinvolto 1681 giornalisti e di cui pubblichiamo le sintesi diffuse dal Consiglio nazionale dell’ Ordine – la radio è considerata il mezzo più rispettoso della deontologia professionale, seguito da quotidiani, Internet e per ultima la tv.

Per quanto riguarda l’ etica, i giornalisti sono convinti che sia necessario formare meglio i futuri professionisti e sospendere le sovvenzioni alle testate che hanno comportamenti ripetutamente scorretti.

Sul piano ottimismo/pessimismo, l’ atteggiamento complessivo del campione mette in luce, con ogni evidenza, che il primo (68%: per più della metà intenso) prevale sul pessimismo (6%) e sull’ ambivalenza (26%).

Con un’aggiunta interessante – aggiunge la sintesi -: la propensione positiva a medio termine è maggiore della media nel centro-nord (specie nel Triveneto e nelle regioni ‘rosse’), tra le donne, tra i praticanti e – un po’ meno – i pubblicisti, sorprendentemente tra i giornalisti di età superiore ai 49 anni (con un ‘picco’ tra gli ultra59enni).

Astra1

A conferma, la Ricerca segnala i sentimenti, gli atteggiamenti che gli intervistati dichiarano di provare quando pensano alla crescita dell’ utilizzo del web anche in Italia per avere informazioni, notizie, commenti.

Nel 68% il giudizio è positivo o – meno – entusiasta, il 18% risulta ambiva-lente, solo per il 14% appare angosciato.

Astra2

 

Il servilismo verso il potere uno dei mali peggiori del giornalismo attuale, secondo i giornalisti di lingua spagnola

 | 1 febbraio 2013*

Spagna-copPiù della metà dei giornalisti di lingua spagnola nel mondo  (50,8%) ritengono che il male principale del giornalismo attuale sia il servilismo nei confronti del potere. E’ uno dei dati emersi da una Ricerca (El Estado del periodismo iberoamericano)  realizzata da Periodistas por el Mundo interrogando professionisti di 18 paesi, secondo cui fra i mali del giornalismo spiccano comunque, al primo e al secondo posto,  la remunerazione insufficiente (78,12%) e la instabilità lavorativa (68,75%).Tanto che quasi la metà degli intervistati (48,8%) temono di perdere il posto nel corso del 2013. Un quadro che, secondo il sito Clases de periodismo è collegato alla situazione critica o ‘’molto critica’’ del settore quest’ anno e con i massicci licenziamenti di giornalisti, come è accaduto a El Paìs.

Uno degli aspetti rilevanti della Ricerca è il fatto che solo il 5% del campione afferma di ricevere una remunerazione mensile uguale o superiore ai 2.000 euro (2.700 dollari Usa), contro il 44% che racconta di guadagnare meno di 500 euro (677 dollari).

Il futuro online

Per l’ 82% del campione, i media online continueranno a crescere a danno della stampa scritta, e l’ 8% ritiene che quest’ ultima soffrirà quest’ anno perdite ancora maggiori.L’ uso delle reti sociali è considerato ‘’importante’’ o ‘’molto importante’’ per il lavoro giornalistico per il 78% degli intervistati. Le più usate sono Facebook e Twitter, seguite da  LinkedIn e YouTube. Questi strumenti sono usati maggiormente per la diffusione di contenuti (92,5%), contatti con colleghi (85%) e documentazione (52,5%).

I blog invece sono stati messi in secondo piano: solo l’ 8% dei giornalisti intervistati ammette di averne uno come strumento di sviluppo professionale o per hobby.

*da LSDI, il grassetto è di nandocan

Quali trend per il giornalismo USA nel 2013? Le previsioni del Nieman Lab.

di Bernardo Parrella, LSDI, 4 gennaio 2013  

2013Lasciatoci alle spalle un 2012 inevitabilmente ricco di alti e bassi, proviamo a vedere qualche previsione d’oltreoceano per i “nuovi giornalismi” nel 2013. A partire da quanto propone il Nieman Journalism Lab di Harvard, che ha interpellato all’ uopo un nugolo dismart people.

Fra le repliche più stimolanti, diversi sottolineano l’arrivo di utili innovazioni contenutistiche (quindi non solo tecniche) per le news sui device mobili di nuova generazione, che continueranno a conquistare ampie fette di mercato:

Nei prossimi 12–18 mesi, molte testate d’informazione supereranno la soglia del 50 per cento di utenti che leggeranno le news su smartphone e tablet che su computer desktop o portatili (Fiona Spruill).

Per il sempre critico Nicholas Carr, le trasformazioni cruciali dell’industria sono avvenute anni or sono, e da allora ha preso piede una “inquitetante stabilità” con cui avremo ancora a che fare per un bel pezzo. In altri termini:

Il futuro è incerto, vero, ma è stato tale da tempo. […] Forse il 2013 sarà l’anno in cui finalmente smetteremo di parlare di “tecnologie dirompenti”, per dare così attenzione al nostro modo di usarle e vedere quel rimane e quel che cambia davvero.

C’è chi non manca di sottolineare come i social media andranno sempre più imitando il broadcast model, tipico della TV, perchè è quello più “palatabile per gli ultimi arrivati del social” ed è anche l’ambiente che gli “inserzionisti conoscono meglio e in cui sono disposti a spendere”.

Sul fronte opposto, Amanda Zamora si augura invece l’avvento di uno “slow movement nei social media”: l’abbandono dell’ossessione per le news in real time per creare invece narrative più ampie e articolate. Onde dar forza al “giornalismo nell’interesse pubblico”, che è poi la mission dell’organizzazione in cui lavora,ProPublica, e spingere alla partecipazione dei cittadini-reporter: è l’esempio del sito (in beta) Syria Deeply, che propone la mappatura della guerra civile in corso nel contesto delle fatalità e dei rifugiati sul campo.

Rimandando ulteriori previsioni alle pagine web del Nieman Journalism Lab, in prima fila rimane la spinosa questione del paywall, che sembra in arrivo perfino nel Bel Paese con l’Edicola Italiana. Analogo passaggio in arrivo, fra le parecchie testate USA, anche per il mensile The Atlantic. Va detto che solo dal 2008 i suoi contenuti erano stati “aperti” a tutti sul web, fatto che ha portato a discreti successi anche economici. Oggi però lo scenario generale è ben diverso, come puntualizza un’analisi di Forbes.com:

C’è bisogno di una “strategia olistica”, sostiene [il presidente] Scott Havens, indicando il New York Times come prova del fatto che il paywall può diventare opzione vincente per tutti, portando nuovi introiti per gli abbonamenti digitali senza limitare in modo singnificativo il traffico.

Ma i netizen ci staranno davvero? In attesa di capire meglio, è vero che il trend va prendendo ulteriormente piede — anche per le testate indipendenti. Lo rivela la mossa appena annunciata dal noto giornalista Andrew Sullivan: a partire dal primo febbraio, il suo blog The Dish lascerà il portale The Daily Beast, fondato nel 2008 e rilanciato a febbraio 2011 con l’incorporazione di Newsweek, che ha prodotto il suo ultimo numero cartaceo il 31 dicembre scorso. Il suo blog tornerà a essere, come in passato, del tutto indipendente. Nel motivare il cambio, lo stesso giornalista spiega fra l’altro:

Ecco il principio base: vogliamo creare un ambito dove siano soltanto i lettori a sostenere economicamente il sito. Non ci sarà nessun gruppo mediatico o venture capital a sovvenzionarci, e, fatto ancor più cruciale, niente inserzioni pubblicitarie a intralciare il progetto.

Andrew Sullivan The DishTuttavia è ovvio che un simile business model non può certo funzionare per tutte le testate online, amatoriali o professionali: Andrew Sullivan è “forse uno dei cinque nomi che vantano una enorme seguito sul Web” e quindi può permettersi di avere il solo sostegno dei lettori — considerando altresì che “va stipendiato lo staff di tre persone ben pagate, oltre a costi enormi per banda e server e spese personali non da poco (nel cuore di Manhattan)”, come segnala uno dei tanti commenti che plaudono all’iniziativa.

Nel giro di 24 ore, al pomeriggio del 3 gennaio 2013, il blog segnala di aver già raggiunto 333.000 dollari, un terzo della somma annuale prevista, con quasi 12.000 sottoscrittori paganti (incluso il sottoscritto) alla media di 28 dollari l’anno (cifra minima 19.99 dollari). Altro dettaglio interessante, i micro-pagamenti sono gestiti da TinyPass, sistema di e-commerce progettato proprio per siti sostenuti direttamente dagli utenti.