Il web disarciona il giornalismo

Bartoloni Romanodi Romano Bartoloni*, 8 marzo 2013 – Una volta il giornalismo aveva il polso della situazione del Paese, oggi non più. Terremotando la politica, le ultime elezioni hanno segnato il trionfo di Internet, mentre il boom del web ha spuntato le armi dei giornalisti che non ne hanno azzeccata più una. Persino i talk-shaw sono stati battuti dall’euforia del digitale, dalla voglia di contare di più da parte degli eserciti di internauti. Lo choc ha disorientato i pezzi da novanta del giornalismo, e con loro il codazzo di opinionisti di ogni peso e di ogni livello di presunzione. Li ha traditi la supponenza del saccente e la miopia autoreferenziale. Nonostante in molti origliassero fra gli anfratti della rete dal buco della serratura, non si è saputo cogliere la dimensione dei cambiamenti e l’impeto sconvolgente della democrazia diretta, e si è continuato a inseguire sondaggi surreali. A rimorchio del Palazzo della politica in mano a gente screditata, si è smarrita la bussola dell’opinione pubblica, e si è finito con il navigare a vista nel virtuale.

I mass-media tradizionali stanno perdendo il controllo della notizia che il web produce e auto produce da sé a ritmi incontenibili, stritolandola in mezzo alle ruote di una comunicazione prodotta da una miriade di protagonisti. Si fatica a intercettare i flussi delle fonti di informazione moltiplicatisi in misura esponenziale, e che ti passano sotto il naso a velocità supersonica. Si cerca di cogliere, fior da fiore dalla montagna interattiva, almeno gli spunti che possano soddisfare la spettacolarità degli eventi secondi canoni del mestiere avviati al tramonto. Il ruolo di mediatori tra i fatti e i cittadini si è indebolito al tal punto che i grillini dell’ultima ora hanno trovato la sfacciataggine di sfotterci. Peraltro, si rischia di ammainare la bandiera del giornalismo in un mondo editoriale che, invece, di mettersi al passo con i tempi, si illude di salvare la pelle smantellando le migliori energie professionali.

Diventa follia suicida restare a guardare la grande vetrina interattiva senza entrarci dentro con la forza dell’esperienza e l’autorevolezza del cronista. Non basta che lasciamo ai lettori l’opportunità di interagire con noi, con i nostri blog e con le nostre piattaforme digitali. Di questo passo, ci si infila in un ruolo di nicchia. Per raggiungere le grandi masse di navigatori, bisogna invertire la rotta. Non aspettarle nei nostri acquartieramenti, ma interloquire, con tenacia e spirito di servizio, in casa loro, dentro i siti, i social network, e i blog più frequentati assicurandoci ovviamente il rimbalzo sui mass-media multimediali. Ad esempio, che si aspetta a spiegare nei territori di M5stelle dove porta l’antisistema e raccontare come il fascismo conquistò il potere grazie all’ignavia dei partiti? Probabilmente si incavoleranno per l’interferenza, ma qualcuno comincerà ad aprire gli occhi e forse a ragionare sui valori della democrazia e a rispettare il ruolo del giornalista.

*Presidente Sindacato cronisti romani, il grassetto è di nandocan

La bufala del governo, l’ esca del FOIA e il copia-incolla dei media tradizionali

da LSDI  | 25 gennaio 2013

Foia-governoLa rivoluzione annunciata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri con l’introduzione del Freedom of Information Act e del nuovo istituto del diritto di accesso civico è una bufala.

Il decreto approvato il 22 gennaio a sera, infatti, pur introducendo diversi aspetti lodevoli nella disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità trasparenza e diffusione della PA, non introduce alcun Foia. (Altro discorso il fatto che un testo su trasparenza e accesso sia invisibile e inaccessibile, e che a quanto parrebbe quello uscito dal CdM non sia neanche una versione definitiva. Se in Italia avessimo davvero un FOIA, “potremmo accedere ai lavori preparatori per fugare ogni dubbio”,  come evidenzia Elena Aga Rossi in un commento su Forum PA, che ha recentemente pubblicato un panel proprio sul FOIA).

di Andrea Fama

Come hanno preso i media questa falsa notizia? L’hanno copiata e incollata. Almeno le testate giornalistiche più in vista, infatti, hanno rilanciato pedissequamente il comunicato della PdC, con buona pace per l’approfondimento critico, il fact-checking o eventuali rettifiche. Repubblica.it ha addirittura esaltato nel titolo l’adozione di un “Freedom Act”, con buona pace anche per la dizione. Sostanzialmente, l’autorevolezza di queste testate ha certificato la distorsione della realtà messa in atto dalla PdC (vagliela a spiegare adesso alla casalinga di Voghera la differenza tecnica e sostanziale tra il “Freedom Act” di Monti e il “Freedom of Information Act” in vigore in una novantina di Paesi del mondo).

Chi ha prodotto, quindi, la vera informazione?

La Iniziativa per l’adozione di un Freedom of Information Act in Italia ha subito lanciato l’allarme (ripreso da Lsdi) smontando le dichiarazioni entusiastiche su un Foia tricolore. Lo stesso ha fatto Guido Scorza, già professore avvocato e blogger, oggi firma del Fatto Quotidiano. O ancora, Guido Romeo, giornalista di Wired, che però approfondisce la vicenda dal sito della associazione Diritto di Sapere.

Insomma, sembra essere “l’attivismo”, e non certo la stampa generalista, la maggiore fonte di informazioni accurate e ragionate, pur su un tema così rilevante per il giornalismo come l’accesso alle informazioni della Pubblica Amministrazione.

Una tendenza, questa, già in atto in diversi ambiti della professione, come il fotogiornalismo, oggi sempre più appannaggio di ONG e fondazioni piuttosto che del National Geographic. Una tendenza, ma anche un’attitudine, che fa riflettere sul presente e sul futuro della professione, al di là di questioni come il tesserino e la formazione continua.

 

Quotidiani, 3 lettori su 4 in Usa hanno più di 45 anni

LSDI  | 20 gennaio 2013

Vecchio lettore

Un nuovo allarme sul progressivo invecchiamento del pubblico della stampa: dal 2010 al 2012 gli ultra 45enni sono passati dal 51 al 74%.

Una riflessione di Alan D. Mutter su Reflections of a Newsosaur

 

La popolazione dei lettori dei quotidiani negli Stati Uniti è fortemente invecchiata negli ultimi tre anni tanto che ora i tre quarti del pubblico ha un’ età superiore ai 44 anni.

Lo segnala Alan D. Mutter, nel suo  Reflections of a Newsosaur, sulla base di una serie di dati provenienti da varie fonti.

Usando lo stesso tipo di dati e la stessa metodologia,  nel 2010 Mutter aveva calcolato che allora solo un lettore su 2 era in quella fascia di età.

Questo rapido e progressivo ingrigirsi dei lettori ha delle grosse e spiacevoli implicazioni per gli editori, osserva Mutter.

 I dati:

Come mostra la tabella qui sotto, il Pew Research Center, in una  Ricerca dello scorso autunno, segnalava come i lettori di quotidiani fossero concentrati nelle fasce d’ età più elevate. Mentre solo il 6% di quanti avevano letto un quotidiano il giorno prima era nella fascia 18-24 anni, la percentuale saliva al 48% fra chi aveva 65 anni e più.

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Mutter ha usato i dati del Pew e quelli anagrafici globali per confrontare in ciascuna fascia d’ età la percentuale di lettori di quotidiani (in blu) con quella dell’ intero segmento di popolazione con quella età (in arancione).

 

Come si vede il 74% dei lettori di quotidiano hanno 45 anni e oltre, rispetto al 39% della consistenza di quella fascia d’ età nella popolazione globale. Mentre sull’ altro versante al 6% dei lettori fra i 18 e i 24 anni corrisponde il 10% della popolazione globale.

Mutter2

 

Il confronto con  dati raccolti nel 2010, quando erano il 51% i lettori di giornali di 45 anni e oltre – spiega dunque Mutter – dimostra che mentre tre anni fa questo costituiva un problema, ora,  per l’ industria dei quotidiani, si tratta di una vera e propria grave crisi.

 

 

 Le conseguenze:

 

– La ‘’maturità’’ del pubblico è poco attraente per la maggior parte degli inserzionisti, che in genere puntano sulle fasce di perone, in età più giovanile, che stanno per mettere su casa e fare figli. L’ invecchiamento dell’ audience può ridurre ulteriormente il potenziale di vendita per un settore che ha già perso più della metà del suo pubblicità dopo aver raggiunto un massimo storico di 49,4 miliardi dollari nel 2005.

– In assenza di un improvviso afflusso di lettori venti-trentenni, la forte dipendenza dei giornali dai lettori già invecchiati o in via di invecchiamento comporta che quel pubblico ad un certo punto si estinguerà. La Social Security Administration spiega  che una donna ultra65enne ha un’ aspettativa di altri 20 anni di vita, e  i dati sopra riportati dimostrano chiaramente che l’ industria della carta stampata non riesce a sostituire i vecchi lettori con individui più giovani. Ad un certo punto, il pubblico si contrarrà così tanto che: 1) gli editori non potranno più attirare inserzionisti in maniera sufficiente e 2) gli editori non potranno più far leva sulle economie di scala necessarie per un’ attività redditizia oppure 3) entrambe le cose.

– Un’ audience debole nei segmenti più giovani della popolazione suggerisce come sia la forma che il contenuto del prodotto-stampa non siano particolarmente attraenti per le generazioni cresciute nell’ era digitale. Anche se sembra difficile sperare di attrarre un numero significativo di lettori sotto i 45 anni, gli editori devono comunque cercare di estendere e proteggere le loro testate, sviluppando prodotti fatti specificamente per il digitale e destinati in particolare ai nativi digitali.

 Il tempo per spostare il fulcro della propria attività dalla carta al pixel – rileva Mutter – si sta esaurendo. E intanto – conclude – nessuno di noi è destinato a ringiovanire.

 

Quali trend per il giornalismo USA nel 2013? Le previsioni del Nieman Lab.

di Bernardo Parrella, LSDI, 4 gennaio 2013  

2013Lasciatoci alle spalle un 2012 inevitabilmente ricco di alti e bassi, proviamo a vedere qualche previsione d’oltreoceano per i “nuovi giornalismi” nel 2013. A partire da quanto propone il Nieman Journalism Lab di Harvard, che ha interpellato all’ uopo un nugolo dismart people.

Fra le repliche più stimolanti, diversi sottolineano l’arrivo di utili innovazioni contenutistiche (quindi non solo tecniche) per le news sui device mobili di nuova generazione, che continueranno a conquistare ampie fette di mercato:

Nei prossimi 12–18 mesi, molte testate d’informazione supereranno la soglia del 50 per cento di utenti che leggeranno le news su smartphone e tablet che su computer desktop o portatili (Fiona Spruill).

Per il sempre critico Nicholas Carr, le trasformazioni cruciali dell’industria sono avvenute anni or sono, e da allora ha preso piede una “inquitetante stabilità” con cui avremo ancora a che fare per un bel pezzo. In altri termini:

Il futuro è incerto, vero, ma è stato tale da tempo. […] Forse il 2013 sarà l’anno in cui finalmente smetteremo di parlare di “tecnologie dirompenti”, per dare così attenzione al nostro modo di usarle e vedere quel rimane e quel che cambia davvero.

C’è chi non manca di sottolineare come i social media andranno sempre più imitando il broadcast model, tipico della TV, perchè è quello più “palatabile per gli ultimi arrivati del social” ed è anche l’ambiente che gli “inserzionisti conoscono meglio e in cui sono disposti a spendere”.

Sul fronte opposto, Amanda Zamora si augura invece l’avvento di uno “slow movement nei social media”: l’abbandono dell’ossessione per le news in real time per creare invece narrative più ampie e articolate. Onde dar forza al “giornalismo nell’interesse pubblico”, che è poi la mission dell’organizzazione in cui lavora,ProPublica, e spingere alla partecipazione dei cittadini-reporter: è l’esempio del sito (in beta) Syria Deeply, che propone la mappatura della guerra civile in corso nel contesto delle fatalità e dei rifugiati sul campo.

Rimandando ulteriori previsioni alle pagine web del Nieman Journalism Lab, in prima fila rimane la spinosa questione del paywall, che sembra in arrivo perfino nel Bel Paese con l’Edicola Italiana. Analogo passaggio in arrivo, fra le parecchie testate USA, anche per il mensile The Atlantic. Va detto che solo dal 2008 i suoi contenuti erano stati “aperti” a tutti sul web, fatto che ha portato a discreti successi anche economici. Oggi però lo scenario generale è ben diverso, come puntualizza un’analisi di Forbes.com:

C’è bisogno di una “strategia olistica”, sostiene [il presidente] Scott Havens, indicando il New York Times come prova del fatto che il paywall può diventare opzione vincente per tutti, portando nuovi introiti per gli abbonamenti digitali senza limitare in modo singnificativo il traffico.

Ma i netizen ci staranno davvero? In attesa di capire meglio, è vero che il trend va prendendo ulteriormente piede — anche per le testate indipendenti. Lo rivela la mossa appena annunciata dal noto giornalista Andrew Sullivan: a partire dal primo febbraio, il suo blog The Dish lascerà il portale The Daily Beast, fondato nel 2008 e rilanciato a febbraio 2011 con l’incorporazione di Newsweek, che ha prodotto il suo ultimo numero cartaceo il 31 dicembre scorso. Il suo blog tornerà a essere, come in passato, del tutto indipendente. Nel motivare il cambio, lo stesso giornalista spiega fra l’altro:

Ecco il principio base: vogliamo creare un ambito dove siano soltanto i lettori a sostenere economicamente il sito. Non ci sarà nessun gruppo mediatico o venture capital a sovvenzionarci, e, fatto ancor più cruciale, niente inserzioni pubblicitarie a intralciare il progetto.

Andrew Sullivan The DishTuttavia è ovvio che un simile business model non può certo funzionare per tutte le testate online, amatoriali o professionali: Andrew Sullivan è “forse uno dei cinque nomi che vantano una enorme seguito sul Web” e quindi può permettersi di avere il solo sostegno dei lettori — considerando altresì che “va stipendiato lo staff di tre persone ben pagate, oltre a costi enormi per banda e server e spese personali non da poco (nel cuore di Manhattan)”, come segnala uno dei tanti commenti che plaudono all’iniziativa.

Nel giro di 24 ore, al pomeriggio del 3 gennaio 2013, il blog segnala di aver già raggiunto 333.000 dollari, un terzo della somma annuale prevista, con quasi 12.000 sottoscrittori paganti (incluso il sottoscritto) alla media di 28 dollari l’anno (cifra minima 19.99 dollari). Altro dettaglio interessante, i micro-pagamenti sono gestiti da TinyPass, sistema di e-commerce progettato proprio per siti sostenuti direttamente dagli utenti.