“Non vanificare la sovranità popolare”

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I Comitati Dossetti perla Costituzione ed Economia Democratica si rivolgono ai due soggetti politici che in questo momento hanno in mano il destino dell’Italia: gli eletti al Parlamento del 24-25 febbraio e gli elettori che nell’occasione hanno trasformato la volontà popolare in rappresentanza politica. “Agli uni e agli altri – scrivono – rivolgiamo il pressante appello a salvaguardare la Costituzione come condizione per far ripartire l’economia e salvare il Paese”.

“È necessario prendere atto che le divisioni presenti nella nostra comunità nazionale e tradottesi ora nelle divisioni della rappresentanza, sono molto profonde. Esse derivano da una disparità sempre maggiore nella situazione economica e nelle prospettive di vita tra anziani e giovani, tra ricchi e poveri, tra quanti galleggiano nella crisi e quanti ne sono sommersi, e attengono anche a diversità culturali e morali sempre più accentuate sul modo di concepire la sfera pubblica, sul rapporto tra legalità e arbitrio, sui modi di vita e di sviluppo, sul rapporto con l’ambiente e i beni comuni e sulle stesse forme della vita democratica. Queste differenze che attraversano la nostra società sono purtroppo ignorate dal sistema informativo-pubblicitario dei media, forse non ingiustamente disertati da alcuni, sicché appaiono col voto come sorpresa; in effetti tali contraddizioni ci sono e possono essere ricomposte solo attraverso conversioni e ricostruzioni di lungo periodo, e non attraverso affrettati espedienti politici”.

“In ciò – sottolineano – risiede la difficoltà di fare un governo, e non semplicemente nella mancanza di responsabilità e di misura. In questa realtà di divisione, una sola cosa abbiamo comune, ed è la Costituzione. Sarebbe un gravissimo errore avviare il processo di uscita dalla crisi cominciando con mutamenti costituzionali che semmai vanno riservati a una fase più avanzata, come altrettanto erroneo sarebbe il perseguire una semplificazione del quadro politico mediante leggi elettorali ancora più maggioritarie e discriminanti del “porcellum”, con cadute antiproporzionaliste e improvvisazioni presidenzialiste.

La salvaguardia del quadro costituzionale è essenziale non solo per non disperdere un patrimonio di valori condivisi e preservare la legittimazione etica dell’ordinamento, ma anche perché è condizione e garanzia di sicurezza per tutti, democratici e Cinque stelle, destra e sinistra, inclusi ed esclusi dalla rappresentanza parlamentare.

Riguardo agli eletti al nuovo Parlamento, la norma della Costituzione che prima di tutto essi sono chiamati a rispettare è l’art. 1 che stabilisce come “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. La Costituzione non si limita a proclamare la sovranità popolare. Dice che deve essere esercitata. Essa viene esercitata quando il potere del popolo si concretizza, attraverso l’investitura parlamentare, nei poteri di governo, così come attraverso l’ordine giudiziario essa si traduce concretamente nel potere di giurisdizione. Se i parlamentari eletti, perseguendo altre priorità, si dichiarano estranei al compito di trasformare la sovranità in potere di governo, ponendosi di fatto fuori del circuito popolo-Parlamento-governo, minanola Costituzione nel suo fondamento e vanificano quella sovranità popolare per realizzare la quale vengono eletti. In questo caso a essere puniti non sarebbero i politici, ma sarebbero puniti e traditi gli stessi cittadini.

Altra norma decisiva per gli eletti del 24-25 febbraio è l’art. 67 per il quale “ogni membro del Parlamento rappresentala Nazionesenza vincolo di mandato”. Ciò non significa che ognuno può fare quello che vuole, ma che il parlamentare non è tenuto a nessun altra obbedienza se non al bene della Nazione che rappresenta. Non avere altre obbedienze vuol dire per il rappresentante  essere libero di compiere in ogni momento, anche in circostanze prima non prevedibili, ciò che ritiene più utile al Paese. Vincoli sottoscritti in occasione della candidatura possono avere rilevanza sul piano morale, e ne è giudice la coscienza, ma in nessun modo e da nessuno possono essere fatti valere per esigere questo o quel comportamento del parlamentare. Un vincolo di mandato sarebbe la fonte di un conflitto d’interessi permanente tra gli interessi del mandante e l’interesse generale a cui deve provvedere l’eletto. Solo così funziona ed è legittimata la rappresentanza, a differenza di quanto accade per le forme di democrazia diretta. Un vincolo di mandato è strutturalmente impossibile nella democrazia rappresentativa, e la sua esclusione rientra nella stessa definizione di essa; non è una invenzione della casta, ma  è originaria, tanto da risalire alla Costituzione francese del 1791.

Per quanto riguarda l’elettorato che anche per la complicità di una legge elettorale antitetica allo spirito della Costituzione ha dato luogo a un Parlamento che renderebbe l’Italia ingovernabile, le norme costituzionali di più necessaria attuazione sono gli articoli 48, 49 e 54.

Secondo l’art. 48 il voto è un “dovere civico”; poiché tale dovere non è fine a se stesso, non si può pensare che tale voto sia dato o sia usato allo scopo di affermare o dimostrare l’ingovernabilità del Paese. Pertanto a tale dovere del cittadino corrisponde il diritto che gli eletti si adoperino in buona fede per far funzionare l’ordinamento costituzionale. Un diritto che l’elettorato può far valere.

L’art. 49 riconosce ai cittadini il diritto di  “associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, individuando nei partiti le realtà associative attraverso le quali i cittadini possono raggiungere tale scopo. Una linea culturale e politica intesa alla distruzione dei partiti, e di tutti i partiti, vanificherebbe il diritto dei cittadini a determinare in forme associate la politica nazionale, ridurrebbe la loro azione al piano sociale o a quello virtuale ed ancora circoscritto del web, e lascerebbe loro solo il diritto di eleggere a determinate scadenze una classe o casta dirigente.

L’art. 54 dice che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. L’elettorato è giudice dell’adempimento di questo dovere, ma nessun giudice può giudicare all’ingrosso, prescindendo dalle responsabilità personali senza discernere tra colpevoli e innocenti. Non tutti i partiti appartengono alla stessa storia e sono imputabili delle medesime responsabilità; e certamente c’è differenza tra chi in campagna elettorale impegna i soldi dell’erario per una vera e propria corruzione dei cittadini con la promessa di una regalia in danaro sotto forma di restituzione dell’IMU, e chi è fin troppo prudente nel non promettere più di quanto ritiene possibile fare. Un elettorato che permetta che il suo voto sia interpretato e brandito come un’accusa verso tutti quanti esercitano funzioni pubbliche e come una condanna di tutti i partiti, senza distinzione alcuna, vedrebbe vanificato il suo ruolo e perderebbe credibilità riguardo alle sue scelte e alle sue pronunzie.

Pertanto la fedeltà alla Costituzione, ai suoi principi e alle sue norme, è oggi l’unica via per dotare di un governo il Paese e portare l’Italia fuori della crisi”.

6 marzo 2013

Communitas: quale strada per il Partito democratico

communitas 2002di Stefano Volante, 1 marzo 2013 – Il risultato di queste elezioni è senz’altro il frutto scontato del cambiamento richiesto da tempo da gran parte del Paese, tanto profondo da essere sentito e vissuto dai tanti cittadini delusi da tutti i partiti. E questa volta è emerso, sconvolgente ma non del tutto inatteso.

Certamente il PD si è seduto dopo le vittoriose Primarie,ma usare Bersani come unico capro espiatorio è profondamente sbagliato in quanto non fotografa esattamente né la realtà attuale né la dinamica dei fatti: oltre a qualche mugugno nella stessa Direzione del Partito, si è rimasti sordi al messaggio proveniente dalla base, disincantata e priva di idee, senza proposte o progetti, priva di contenuti innovativi, con i Circoli semidiserti e sfiduciati. E con un Programma tutt’altro che accattivante.

Per questo dire che Berlusconi e Grillo hanno vinto non mi sembra che corrisponda al vero, visto che hanno semplicemente colmato il desiderio di Nuovo e di una Visione che, soprattutto negli ultimi mesi, Bersani non era stato in grado di dare, lasciando così un Vuoto Siderale solo da conquistare……

Tuttavia, vinte le Primarie, Bersani ha vinto anche alla Camera e, seppur di misura, anche al Senato e pertanto è indubbio che spetti a lui il delicato compito di ricevere l’incarico esplorativo a formare un nuovo governo da Napoletano. Ma è altrettanto indubbio che:

1. alla luce della lezione elettorale, Bersani dovrà muoversi su basi
minimali per presentare Linee che centrino pochi punti concreti (e non
programmatici che richiederebbe “fiducia piena”) che incontrino quelli del
M5S e comincino a muoversi sulle stesse basi;

2. dovrà rifondare la base del Partito concependo dei circoli con strutture e mentalità diverse, chiamando persone competenti a creare un’organizzazione capillarmente aperta a tutti i cittadini e le forze sociali, visto quanto attualmente sono seriamente compromessi e quanto poco svolgono il loro ruolo di presidio politico/culturale del territorio. Solo aprendosi seriamente e decisamente alla Società, il Partito Democratico può sperare di recuperare velocemente quel consenso fuggito verso altri lidi e che gli permetterebbe di essere visto con occhio ben diverso anche da molti cittadini in cerca di nuovo messaggio politico.

Stefano Volante, COMMUNITAS2002, Cittadini per l’Etica nella Politica, direzione@communitas2002.it

sondaggio SWG per Agorà: la maggioranza di 5 stelle per un’alleanza col PD

SEGGI ELETTORALI

venerdì 1 marzo 2013, da clandestino web

I primi sondaggi post elettorali evidenziano come gli italiani non abbiano gradito l’esito delle elezioni: il 40% giudica negativamente il risultato elettorale, mentre addirittura il 33% lo giudica molto negativamente. Solo un 4% giudica molto positivamente il nuovo panorama elettorale, mentre il 23% commenta positivamente i nuovi scenari.

Secondo il sondaggio Swg presentato durante la trasmissione Agorà, gli italiani sono però mediamente tutti d’accordo su un dato: è il Movimento 5 stelle il vero vincitore di questa tornata elettorale: il 63% è convinto che sia il movimento di Grillo il vero vincitore, mentre solo il 10% pensa che la vittoria sia andata al centrodestra e alla grande rimonta eseguita dalla coalizione. Solo l’8% invece pensa che abbia vinto, la coalizione che, di fatto ha vinto e cioè il centrosinistra.

Alla luce dei risultati, per gli elettori di centrosinistra, il Pd dovrebbe allearsi con il Movimento 5 Stelle (72%); gli elettori sono meno convinti invece sulla questione del governissimo, che piace solo un 16%. L’ipotesi di una alleanza con il Movimento 5 stelle, piace anche alla maggioranza degli elettori del movimento, che convince il 66%.

 

Massimo Marnetto: governo di stello-sinistra?

sondaggi parlamentoCalano i votanti, esplodono i grillini, risuscita B, vince la sinistra al foto-finish.

E adesso?
 L’Italia deve uscire da questo stallo usando le stelle.
Quelle di Grillo.per una collaborazione di stello-sinistra, non basata su un matrimonio di legislatura (per il genovese sarebbe un “inciucio” improponibile), ma su votazioni di fatto per raggiungere singoli obiettivi.
Sì perché guardando i programmi della coalizione di sinistra e del M5S le coincidenze ci sono e su punti importanti.
Legge sul conflitto d’interessi in primis.
Ma anche sulla riduzione dei costi della politica, sulla trasparenza e forse anche su una nuova legge elettorale.
Quindi, la situazione è molto complicata, ma lavorando con accortezza, se ne può trarre un vantaggio per il Paese.
perché se i grillini daranno il loro contributo, ne gioverà l’intero sistema; se faranno solo confusione, finiranno.
Certo, non si prospetta una legislatura intera, ma la governabilità non è preclusa a priori, purché il PD lavori con intelligenza, fuori e dentro di sé.
Con alleanze di scopo per governare.
Ed un prossimo congresso di grande rinnovamento, non solo anagrafico, ma di idee e di apertura.
Massimo Marnetto

Italia ingovernabile. Subito legge elettorale e conflitto di interessi, poi si torni alle urne

di Stefano Corradino, 26 febbraio 2013*

berlugrillobersaniIl libero esercizio del voto è condizionato da un conflitto di interessi che continua ad essere la principale anomalia democratica in Italia e in Europa. Lo abbiamo scritto a caratteri cubitali in questi anni (e quasi sempre isolati) e continuiamo a pensarlo anche all’indomani dell’esito del voto alle politiche, a conclusione di una campagna elettorale segnata da forti disparità di trattamento dei candidati e in cui neanche il silenzio elettorale della vigilia ha impedito ad alcuni (anzi ad uno solo) di violare le regole. Il voto del 24 e 25 febbraio lascia il paese in una sostanziale ingovernabilità: con un centro sinistra maggioranza alla Camera e minoranza al Senato (per numero di seggi), il boom del Movimento Cinque Stelle, primo partito alla Camera e un Berlusconi purtroppo ancora saldamente in sella a dispetto di quanti (noi certamente no) lo davano per disarcionato.Difficile ora profetizzare quale sarà lo scenario post-elettorale ma è improbabile che un governo nato da questo responso elettorale possa durare a lungo.

“Parlamento bloccato” sottotitolano oggi numerosi quotidiani. L’unico modo per “sbloccarlo”, prima di ritornare alle urne e non rendere evanescente il voto è approvare una norma rigorosa sul conflitto di interessi e cambiare la legge elettorale, cancellando questo metodo truffaldino che impedisce ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti. Tertium non datur.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

“La magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana”. Con una vergognosa dichiarazione Berlusconi viola il silenzio elettorale

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24 febbraio 2013 – Se ci fossero ancora dei dubbi sulla priorità che il nuovo parlamento dovrà trasformare in legge basta la cronaca della giornata di ieri: il presidente (onorario…) del Milan, giunto al centro sportivo di “Milanello”, per salutare la sua squadra ha incontrato i giornalisti ma invece di commentare l’ascesa in serie A del suo team o di pronosticare il risultato del derby di oggi Berlusconi è tornato a parlare di politica rompendo di fatto il silenzio elettorale. E se la forma è stata palesemente compromessa la sostanza è ancora più grave con la vergognosa dichiarazione rilasciata ai cronisti: “la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana”. Fin da quando Articolo21 è nata (nel 2001) ha messo al primo posto delle sue battaglie quella di una legge chiara e rigorosa sul conflitto di interessi. Ed è anche il primo dei 6 punti della dichiarazione comune che abbiamo chiesto di sottoscrivere, l’8 febbraio presso la Fnsi, a 43 candidati di diverse liste. Ieri abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione che una legge sul conflitto di interessi è La priorità. Quanto poi alla dichiarazione in sé purtroppo non c’è di che stupirsi visto che viene da un personaggio che ha definito Vittorio Mangano un eroe  e che ha fatto di tutto per delegittimare e offendere la magistratura e per salvarsi dai processi a colpi di leggi ad personam. Possiamo solo sperare che lunedí 25 febbraio sia il giorno della Liberazione da un ventennio di berlusconismo, la principale metastasi per la democrazia del secolo scorso (insieme al fascismo) e dei dodici anni che abbiamo alle spalle.

L’ultimo comizio

Gramellini Massimoda Massimo Gramellini (informazione informazione)

«Cari elettori, per un disguido tecnico nelle settimane scorse è andata in onda la campagna sbagliata: il cagnolino di Monti, il giaguaro di Bersani, la busta di Berlusconi travestita da rimborso delle tasse, il mago Zurlì che smentisce la partecipazione di Giannino allo Zecchino d’Oro. In realtà avremmo dovuto intrattenervi su una questione più pregnante e approfittiamo di quest’ultimo comizio per farlo tutti insieme.

 Noi politici di destra e di sinistra registriamo con preoccupazione l’allarme lanciato dal linguista Tullio De Mauro: «Più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l’informazione scritta, con inevitabili conseguenze negative per la democrazia: molti sono spinti a votare più con la pancia che con la testa e non hanno gli strumenti culturali per controllare l’operato delle classi dirigenti».

Questa splendida situazione non è soltanto merito nostro – dall’Unità a oggi vi hanno contribuito generazioni di politici, impegnate a garantire attraverso i media e la scuola uno scrupoloso rispetto degli standard di ignoranza e rincoglionimento collettivo – ma tocca purtroppo a noi porvi termine. Fin qui eravamo sempre riusciti a conciliare il progresso economico con l’immobilismo culturale: quando i soldi girano nessuno si preoccupa se i cervelli rimangono in pausa, consentendo a chi li manipola di continuare a fare, indisturbato, i propri comodi.

 Ma per uscire dalla crisi attuale sembra non resti altra strada che investire nella ricerca, nella cultura e nella scuola. Riserveremo dunque a questi obiettivi quote più ingenti del Pil, finché non vi sarete trasformati da sudditi in cittadini.

Ci scusiamo fin d’ora per i disagi»!

Stampa romana: un piano per l’informazione

 Butturini PaoloPaolo Butturini, segretario dell’Associazione Stampa romana su Articolo 21: “…In conclusione penso si debba chiedere al Parlamento che uscirà dalle urne e al Governo che nascerà subito dopo “un piano Marshall” per l’informazione, fatto non di finanziamenti a pioggia, ma di selettivi aiuti che si concentrino sull’ammodernamento delle infrastrutture (la banda larga prima di tutto), sugli investimenti in nuovi prodotti editoriali, sulla crescita di professionalità adeguate (evitando con la formazione e la riqualificazione la macelleria sociale di intere categorie).
Riformare il mercato favorendo chi produce occupazione stabile e qualificata. Separando definitivamente il no profit dall’attività imprenditoriale che mira, lecitamente, a fare utili e detassando quelli reinvestiti. Un modo per impedire, fra l’altro, un processo carsico e pericolosissimo: l’espandersi delle mafie nel settore editoriale. Più di un segnale indica che la malavita organizzata, complice la crisi, sta mettendo le mani su piccole e medie testate, organizzando un’ informazione addomesticata che serve a mantenere il consenso sul territorio”.

Par condicio. Berlusconi ancora favorito da Tg4 e Studio aperto

di Roberto Zaccaria, 20 febbraio 2013*

berlusconi_conflittoOggi si riunisce il Consiglio Agcom per esaminare i dati dell’ultima settimana. Non vorremmo che ci si limitasse a considerare solo quella, che potrebbe offrire un quadro parziale e quindi distorto. Il nostro Osservatorio ha esaminato i tempi dei Tg del prime time dall’8 gennaio al 17 febbraio. Nei tempi di parola Tg1, Tg2, Tg3 e Tg La7 effettuano un sostanziale equilibrio; Tg5 ha favorito Berlusconi anche se in maniera lieve, nell’ordine del 4% mentre Tg4 e  Studio  aperto hanno dato a B.  il 15% in più rispetto a Bersani. Nei tempi di notizia il Tg3 ha dato a Berlusconi il 24% contro il 16 a Bersani mentre Studio aperto ha dato il 51% a Berlusconi, gli altri Tg hanno fatto un buon equilibrio.  Rimane grave lo squilibrio nei Tg nazionale tra i tempi concessi a Maroni rispetto ad Ambrosoli.
*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Anche “Critica liberale” invita a votare per il centrosinistra

emergenza democratica“….Siamo stati critici accaniti della Sinistra organizzata, ne conosciamo tutti i difetti che risalgono alla sua cultura politica, al suo ceto dirigente, al suo opportunismo. Ma poniamo al primo posto la necessità assoluta di battere il berlusconismo e non vediamo alcuna realistica alternativa al voto per l’attuale coalizione di centrosinistra. E il successo del centrosinistra deve essere netto e portare all’autosufficienza, altrimenti il centrosinistra ha l’alibi per non assumersi la responsabilità delle proprie scelte di governo rifugiandosi nelle paludi dei veti reciproci e della complicità del consociativismo.
Né il qualunquismo sempre più di estrema destra di Grillo né l’ipocrita rivoluzione di Ingroia, utile solo a salvare dallo sfascio il personale politico dell’estrema sinistra paleolitica, costituiscono un’alternativa politica e numerica. Anche involontariamente, il voto disutile è oggettivamente un voto a favore di Berlusconi.
Siamo convinti che l’esperimento di Monti debba essere incoraggiato, perché nella ristrutturazione del sistema politico l’affermazione di una forza di centrodestra non cialtrona è un passo necessario, utile anche per un futuro rinnovamento del centrosinistra. Auspichiamo che Monti possa superare anche di un solo voto la coalizione berlusconiana perché sarebbe il primo passo verso la sua sostituzione. Ma oggi purtroppo questo esito non sembra realistico.
Nelle condizioni drammatiche in cui ci troviamo, Critica liberale quindi sceglie il “meno peggio”, convinta com’è di due obiettivi pregiudiziali e gerarchicamente ben definiti: prima di tutto, battere Berlusconi il più nettamente possibile; e in secondo luogo favorire anche la sua sconfitta all’interno dello schieramento di centrodestra come inizio per il suo definitivo superamento.
Orientamento n.27 Roma 16-2-2013 (citato dal sito di FCL, il grassetto è di nandocan)

Prove di secessione – perché la “macroregione” proposta dalla Lega è pericolosa

macroregione norddi Felice Besostri (da l’Avvenire dei lavoratori), 14 febbraio 2013 – Tra le norme inattuate della nostra Costituzione ve ne sono antiche, come l’articolo 39, sui sindacati, e il 49, sui partiti. L’art. 117, penultimo comma, è invece una norma della novella costituzionale del 2001: un prodotto dell’ultimo Ulivo. Ecco il testo, inattuato e sconosciuto ai più: “La legge regionale ratifica le intese della Regione con altre Regioni per il miglior esercizio delle proprie funzioni, anche con l’individuazione di organi comuni”. L’ultimo comma dell’art. 117, invece, prevede la possibilità che: “Nelle materie di sua competenza la Regione può concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato”. Questa disposizione è già andata in Corte Costituzionale, su iniziativa della Presidenza de Consiglio dei Ministri, che ha impugnato con un conflitto di attribuzioni la partecipazione della Provincia Autonoma di Bolzano, della Regione Friuli Venezia Giulia e del Veneto a un accordo comunitario di cooperazione transfrontaliera, “Interreg III A, Italia-Austria”, con i Länder Carinzia, Salisburgo e Tirolo senza la preventiva intesa con il Governo italiano. Il conflitto di attribuzione è stato risolto a favore della Provincia Autonoma di Bolzano e delle due Regioni dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 258 del 2004.E’ facile capire, anche per non esperti, che dal combinato disposto dei due ultimi commi dell’art. 117 Cost. possa uscire una miscela esplosiva per l’assetto del nostro Stato e minacciarne, come non mai nel passato, la stessa unità. L’indipendentismo siciliano aveva dalla sua un’antica tradizione, che ebbe un nuovo periodo di lustro dal 1943, anno di rinascita del separatismo, con due personaggi che propugnavano la separazione e la creazione di una repubblica isolana: Andrea Finocchiaro Aprile, fondatore e leader del Movimento Indipendentista Siciliano, e Antonio Canepa, professore universitario antifascista d’idee socialiste rivoluzionarie e primo capo della sua formazione militare, l’EVIS.La differenza fondamentale con l’oggi sta nel fatto che quel separatismo, come quello originario di Bossi e della Lega Nord, era eversivo dell’ordinamento costituzionale, mentre la macro-regione del Nord di cui parla Maroni si fonda su norme della Costituzione e non è incompatibile con l’Unione Europea.A distanza di poco più di un decennio si possono vedere i guasti di riforme costituzionali prese per ragioni di contingenza politica, allora si trattava di adescare la Lega Nord, “una costola della sinistra”, per separarla da Forza Italia. L’errore si è ripetuto con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio e l’accentramento finanziario in capo allo Stato centrale (legge costituzionale 20.4.2012, n. 1, riforma artt. 81, 97, 117 e 119 della Costituzione).

Sicché adesso Maroni, candidato governatore della Lombardia, parla vagamente di una “macro-regione del nord”, dai confini incerti, senza dire cioè nella sua proposta se essa per esempio comprenda o meno la regione a Statuto speciale Friuli Venezia Giulia. Lo sfondo di riferimento è alla proposta, articolata da Gianfranco Miglio nel 1993, per un compiuto assetto federale del Paese fondato su tre macro-regioni – la “settentrionale”, la “centrale” e la “meridionale”, oltre alle “isole”, alle Regioni a statuto speciale e a un “territorio federale” intorno a Roma (atto a risolvere il difficile nodo della “città capitale” e del suo statuto).

La riabilitazione postuma del professor Miglio è resa possibile dalla sostituzione di Bossi con Maroni. Il Senatùr non era stato tenero con il professore della Cattolica, quando questo abbandonò il movimento in opposizione all’accordo con Forza Italia. Piccolo florilegio delle opinioni di Bossi raccolto da Elisabetta Reguitti su Il Fatto Quotidiano del 12.8.11: “Me ne fotto delle minchiate di Miglio”. “Arteriosclerotico, traditore”. Alla domanda se Miglio fosse l’ideologo della Lega il Senatùr rispose: “Ideologo? No, un panchinaro”. “Miglio è una scoreggia nello spazio”. Così Bossi.

La proposta della Lega Nord è pericolosa proprio perché dettata da considerazioni prettamente politiche di partito. La norma costituzionale è del 2001, quando i leghisti erano al governo della Lombardia e del Veneto, presidenti Formigoni e rispettivamente Galan, entrambi di Forza Italia, poi PdL. Con le elezioni regionali del 2010 l’alleanza Lega Nord-PdL, conquistò anche il Piemonte, con il leghista Cota. Nessuna forma speciale di collaborazione ai sensi dell’art. 117 Cost. è stata varata, né udibilmente proposta, dalla Lega, che nel frattempo conquistava anche la Presidenza della Regione Veneto con Zaia. E la ragione di ciò è semplice: il coordinamento di Piemonte, Lombardia e Veneto in una macro-regione del Nord dotata di organi comuni, avrebbe assegnato la leadership al “Celeste”, Roberto Formigoni.

La Lombardia ha 9.917.714 abitanti, il Veneto 4.937.854 e il Piemonte 4.457.335. La preminenza lombarda è avvalorata dal suo contributo al PIL nazionale: il 20,8% con il 16,3% della popolazione. Seguono il Veneto con il 9,3% di Pil con l’ 8,1% della popolazione e, a distanza, il Piemonte con il 7,4% di PIL e popolazione. Come si vede da questi indicatori la Lombardia, sia come popolazione sia come contributo percentuale al PIL nazionale, supera la somma delle due altre Regioni “padane”.

Se ora si costituisse l’entità macro-regionale dotata di organi comuni come propone Maroni, le tre regioni del Nord sarebbero governate da una sola forza politica e nessun governo nazionale potrebbe non tenerne conto. Sarebbe in un certo senso come una Terza Camera accanto a Montecitorio e Palazzo Madama. Oltretutto il Trattato di Lisbona ha rafforzato la partecipazione dei Parlamenti nazionali e delle Regioni alla fase ascendente delle direttive comunitarie, quindi si può facilmente immaginare quale peso potrebbe esercitare sulle decisioni comunitarie un’entità macro-regionale, coesa e determinata, che assomma 19.312.903 abitanti. Per popolazione sarebbe l’ottavo Stato dell’Unione tra la Romania (21.498.616 abitanti) e i Paesi Bassi (16.485.787 abitanti).

Tale peso politico si accrescerebbe ulteriormente se al Governo ci fosse una coalizione affetta da dissidi interni che non potesse contare su una chiara maggioranza in entrambe le Camere. Ebbene, questa maggioranza per la coalizione PD, SEL, PSI e Centro Democratico è sicuramente a rischio al Senato.

Se si deve compiere una scelta, speriamo di no, tra vincere al Senato in Lombardia o vincere le elezioni regionali per il “Pirellone”, non c’è alcun dubbio che la sfida per il Governo regionale sia quella più importante.

Dopodiché l’art. 117 Cost. andrebbe riformato, prevedendo un passaggio al Parlamento nazionale per deliberazioni di coordinamento pluriregionale che prevedano anche l’istituzione di organi comuni. Non si può lasciare tutta la materia del contendere ai conflitti di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. Semmai si tratterebbe di accentuarne le motivazioni di funzionalità ed efficienza amministrativa rispetto a motivazioni puramente politiche (al limite dell’ideologia).

Un esempio cui guardare è L’AIPO, l’Agenzia Interregionale per il Po, ente strumentale di quattro delle Regioni su cui insiste il bacino del grande fiume: Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. La Valle d’Aosta e le province autonome di Trento e di Bolzano usufruiscono di speciali uffici locali. Le regioni Liguria e Toscana affidano all’AIPO, quanto ai corsi d’acqua afferenti, la gestione dei compiti connessi al bacino padano mediante “protocolli d’intesa” e particolari “convenzioni”. L’attività di pianificazione delle risorse e degli interventi relativi al bacino è curata dall’Autorità di bacino del fiume Po (AdBPo), organismo misto Stato-Regioni.

Per inciso: si tenga presente che nella visione politico-ideologica della Lega Nord non c’è spazio per intese con la Regione Emilia Romagna, governata dalla sinistra.

Altro elemento di valutazione: l’AIPO è sorta dopo la soppressione del Magistrato del Po, un organismo statale di grande competenza tecnica, che regolava l’integrazione tra il livello statale e quello regionale e che si era dimostrato capace di assicurare il massimo di efficienza, cioè di cooperazione al posto del conflitto istituzionalizzato.

La coalizione guidata da Umberto Ambrosoli dovrebbe già in questa campagna elaborare un modello di cooperazione interregionale efficiente, alternativa a quella conflittuale e ideologica della Lega Nord, per esempio con la Liguria per il sistema infrastrutturale correlato ai porti tirrenici. Nell’ambito delle competenze e funzioni regionali, che ci sono anche quelle delegate, ci sono materie importanti per lo sviluppo economico, sociale e civile, che se pensate in un quadro interregionale possono consentire economie di scala per i costi organizzativi e di gestione. Una rete di eccellenza può essere costituita dalle Università e dagli Istituti di ricovero e cura di carattere scientifico senza riguardo alla colorazione politica della Regione di appartenenza e con estensione, nell’ambito della cooperazione transfrontaliera, a organismi e istituti degli Stati confinanti.

* il grassetto è di nandocan


 

Art.21: L’elenco delle candidate e dei candidati che hanno sottoscritto i 6 punti della “Dichiarazione di impegno comune”

articolo 21Articolo21 ha incontrato l’8 febbraio presso la Fnsi le candidate e i candidati alle elezioni politiche 2013 per presentare loro il documento approvato ad Acquasparta e chiedere di farlo proprio, di impegnarsi sui temi della libertà di informazione a partire dai primi cento giorni e prendere parte a un gruppo interparlamentare di Articolo21. Questo il testo che chiederemo di sottoscrivere:

Le sottoscritte candidate e candidati si impegnano a portare l’Italia in Europa anche nel settore delle telecomunicazioni e di levare dalle spalle dell’Italia quella magna nera che rappresenta una delle vergogne nazionali. Per queste ragioni ci impegniamo a porre nell’agenda del prossimo governo e parlamento:
1) La risoluzione del conflitto di interessi mediante una norma che vieti le candidature ai titolari di concessioni televisive su base locale, regionale, nazionale
2) L’introduzione di una rigorosa normativa antitrust che impedisca la concentrazione delle reti di trasmissione e la raccolta pubblicitaria
3) La modifica radicale della Legge 249 e della Legge Gaspari liberando le Autorità di garanzia e la Rai dal controllo diretto di governo e forze politiche 
4) L’eliminazione dai codici delle norme potenzialmente lesive del diritto di cronaca a cominciare dalle querele temerarie
5) La difesa della libertà della rete e della sua neutralità
6) La liberazione di ogni forma di attività espressiva (cinema, teatro, musica, spettacolo…) da qualsiasi forma di censura politica, economica, religiosa, attraverso nuove norme e con l’approvazione delle leggi sullo spettacolo, sul cinema, sull’editoria

FIRMATARI (in ordine alfabetico)

Pierluigi Bersani (Partito Democratico)
Maria Cristina Bigongiali (Rivoluzione Civile)
Rosa Calipari (Partito Democratico)
Michele Cervo (Rivoluzione Civile)
Carlo Cianetti (Rivoluzione Civile)
Paola Concia (Partito Democratico)
Maria Coscia (Partito Democratico)
Ilaria Cucchi (Rivoluzione Civile)
Cesare Damiano (Partito Democratico)
Massimo Donadi (Centro Democratico)
Stefano Fassina (Partito Democratico)
Arcangelo Ferri (Rivoluzione Civile)
Gianfranco Fini (Futuro e Libertà)
Pietro Grasso (Partito Democratico)
Fabio Granata (Futuro e Libertà)
Antonio Ingroia (Rivoluzione Civile)
Franco Latorre (Rivoluzione Civile)
Luisa Laurelli (Partito Democratico)
Saverio Lodato (Rivoluzione Civile)
Flavio Lotti (Rivoluzione Civile)
Matteo Magnisi (Rivoluzione Civile)
Michele Meta (Partito Democratico)
Corradino Mineo (Partito Democratico)
Roberto Natale (Sinistra Ecologia Libertà)
Andrea Olivero (Scelta Civica con Monti per l’Italia)
Matteo Orfini (Partito Democratico)
Paolo Pacifici (Sinistra Ecologia Libertà)
Daniele Panarese (Rivoluzione Civile)
Flavia Perina (Futuro e Libertà)
Francesca Puglisi (Partito Democratico)
Stefania Pezzopane (Partito Democratico)
Pina Picierno (Partito Democratico)
Roberto Rao (Udc)
Maurizio Torrealta (Rivoluzione Civile)
Lara Ricciatti (Sinistra Ecologia Libertà)
Gabriella Stramaccioni (Rivoluzione Civile)
Bruno Tabacci (Centro Democratico)
Nichi Vendola (Sinistra Ecologia Libertà)
Vincenzo Vita (Partito Democratico)

8 febbraio 2013

Il cassiere Berlusconi e l’Imu

di Giuseppe Giulietti, 3 febbraio 3013*

berlusconi_conflitto“Decideranno i contribuenti se preferiranno ricevere i soldi, che hanno già pagato per l’Imu sulla prima casa, direttamente in contanti o ritirando il dovuto agli sportelli degli uffici postali, non escludo di restituire i soldi anche alle aziende agricole….”, così ha parlato Berlusconi presentando quella che ha definito la sua proposta shock. Forse agli sportelli i contribuenti troveranno direttamente Lui, il cassiere Silvio, oppure il suo delegato, ragionier Spinelli. Non contento ha aggiunto che leverà anche l’Irap, ridurrà l’Iva, e finanzierà il tutto ” con una piccola tassazione su tabacchi, giochi e liquori…”. Naturalmente si è ben guardato dall’annunciare una qualsiasi misura progressiva che sfiori  i grandi patrimoni e metta al sicuro tutti gli altri. Eppure questa strana conferenza stampa, con pochi giornalisti e molti figuranti plaudenti, non può essere archiviata a colpi di battute e ancor più con facili ironie.Forse non riuscirà a vincere la partita, ma le prossime settimane saranno segnate da questi slogan ripetuti a reti unificate affinché la bugia diventi verità. Quello che a noi non solo pare, ma oggettivamente è, solo una squallida fandonia, a molti altri italiani sembrerà una sogno assai migliore della realtà circostante.I suoi oppositori faranno bene a non limitarsi a manifestare sdegno e neppure ad esclamare : “Tanto non si può fare…”, ma dovranno mordergli  le caviglie, ricordare fatti e misfatti, non perdonargli nulla, contrapporre fatti alle fandonie. Berlusconi vuole ridurre i parlamentari?  E perché mai i suoi hanno votato contro ad ogni proposta di riduzione dei seggi e delle spese per la politica?

Berlusconi ritiene fallimentare la esperienza di Monti? E  perché mai lo ha votato e avrebbe volutoallearsi con lui, sino a qualche giorno fa? Chi aveva concordato con l’Europa il piano per la riduzione del deficit e l’aumento delle tasse? Il governo Berlusconi medesimo.

Guai , tuttavia, a cadere nella trappola del Cavaliere che vorrebbe costringere i suoi avversari nello definizione di “cupi tassatori” che vogliono impoverire i poveri ed affamare tutti gli italiani. Altrove il miliardario travestito da Savonarola farebbe ridere, ma quando si possiedono tante tv, le truffe hanno maggiori possibilità di riuscita e allora bisogna svelare l’imbroglio, spiegando come trovare i soldi per sanare le casse dello Stato, creare nuovo lavoro e ridurre davvero le imposte.

Perché non cominciare tagliando le spese militari e annullando il progetto per l’acquisto degli F35, per altro risultati persino difettosi e pericolosi? (A questo proposito non perdetevi la puntata di stasera di Presa Diretta su Rai3).

Perché non introdurre una patrimoniale, come hanno fatto i francesi, spiegando che dovrebbero pagarla solo quelli come Berlusconi e non la stragrandissima maggioranza degli italiani? Perché non annunciare che il primo consiglio dei ministri di una futura coalizione di centro sinistra trasformerà in legge le proposte avanzate da Don Ciotti e da Libera in materia di contrasto agli illeciti mafiosi e non dimenticherà di approvare la legge sul conflitto di interessi?

Perché non prevedere il sequestro dei patrimoni di chi ruba alle pubbliche amministrazioni e usa per sé le risorse pubbliche?

Ed ancora perché non annunciare l’immediata abrogazione di tutte le norme che assegnano alle forze politiche le nomine nelle banche, nelle fondazioni, negli enti culturali, negli ospedali, nelle Autorità di controllo, alla Rai… Si potrebbe proseguire, ma di questo ci sarebbe bisogno di fronte alla ennesima fiera delle illusioni che, tuttavia, sarebbe gravissimo sottovalutare. “Noi soli possiamo promettere, perché noi soli abbiamo mantenuto le promesse..” Ha concluso il suo comizio, chiamato chi sa perché conferenza stampa, il Cavaliere.

Dalla platea è partito un boato, qualcuno ha urlato “Bene, bravo..”. Lui sorridendo ha risposto ” Grazie..”, sembrava il grande Petrolini, purtroppo per noi, quest’ ultimo ha fatto ridere milioni di italiani, il Cavaliere di Arcore, invece, potrebbe farli piangere per l’ennesima volta, ma questa volta nessuno potrebbe invocare l’assoluzione, etica ancor prima che politica.

da Il Fatto Quotidiano, il grassetto è di nandocan

La rimonta di Berlusconi e l’effetto Mozart

di Emilio Carnevali (da Micromega), 31 gennaio 2013*

L’ultimo capodanno ha fatto registrare il record assoluto di ascolti televisivi negli ultimi 15 anni, con 17 milioni 936 mila spettatori nella fascia di prime time (20.30-22.30). Gli italiani, impoveriti dalla crisi, hanno scelto di rinunciare a cene e veglioni nei locali per trattenersi a casa in compagnia di Carlo Conti (la sua diretta da Courmayeur su Rai Uno ha vinto la serata con il 37.35% di share). Il direttore del Tg di La7 Enrico Mentana ha giustamente commentato che questi ascolti «raccontano la crisi più di un dato Istat».

Cambio di scena: da capodanno alle non meno pirotecniche convulsioni teatrali della campagna elettorale. Silvio Berlusconi, dato per “politicamente morto” fino a poco tempo fa, occupa militarmente ogni spazio televisivo e riesce ad imporre l’idea di una sua possibile rimonta. Non un blog, non un sito internet, non un quotidiano nazionale a larga diffusione, ma una puntata di un tradizionalissimo format televisivo come il programma di Michele Santoro assurge a “condensato simbolico” della grande riscossa (8,7 milioni di spettatori; share del 33,59% con punte del 51,48%). 
Era stato lo stesso per Mitt Romney dopo il primo dibattito con Barack Obama: la sua brillante prestazione ha galvanizzato l’elettorato repubblicano e ha reso assai più problematica la rielezione del presidente in carica. Obama ha dovuto vincere gli altri due duelli televisivi per neutralizzare gli effetti della prima sconfitta.

Berlusconi sa bene – diversamente da quello che finge di non sapere Grillo – che il 60% dei cittadini italiani ha ancora nella televisione la principale fonte di informazione. Fra gli elettori di centrodestra questa percentuale sale al 69%, ma anche fra gli elettori del Movimento 5 Stelle raggiunge la ragguardevole cifra del 44%. Solo il 25% degli elettori grillini indica internet come prima fonte di informazione politica. Sul totale dell’elettorato questa cifra si abbassa addirittura all’11% (dati di una indagine Demos pubblicati sulla Repubblica del 30 gennaio 2013). 

Del resto la televisione non è la sola cosa che sembra smentire le previsioni di una propria, definitiva, uscita di scena. Sempre Grillo ha dichiarato espressamente che i partiti politici sono finiti, che i loro leader sono degli zombi, morti che camminano. Ad oggi i sondaggi ci dicono che circa l’87% dell’elettorato è intenzionato a votare per uno degli zombi protagonisti di questa campagna elettorale in alternativa al Movimento 5 Stelle.

Chiaramente non c’è da soffermarsi troppo su dichiarazioni che sono da rubricare più nella propaganda (del tutto legittima, sia ben intenso) che nell’analisi sociologica (materia non adatta ai comizi di Grillo come a quelli di qualsiasi altro leader). È lo stesso leader del M5S a comportarsi in modo assai più sottile e sofisticato rispetto ai precetti che discenderebbero dalle sue semplificazioni (è recentissimo, ad esempio, l’annuncio di voler infrangere il tabù della partecipazione ad un programma televisivo).

Non sono certo semplificazioni superficiali, invece, molte argomentazioni di chi mette in guardia dal commettere l’errore opposto. Cioè l’errore di sopravvalutarne il ruolo e il peso del mezzo televisivo: certi numeri “fotografano” un fenomeno, si dice, non spiegano la rete complessa che lega i fattori alla base del fenomeno stesso.

C’è un storia illuminante a questo proposito: il famoso “effetto Mozart”. Nel 1993 fu pubblicato su Nature uno studio secondo il quale ascoltare Mozart per 10-15 minuti al giorno durante l’infanzia poteva incrementare il quoziente intellettivo di 8 o 9 punti. Molti genitori americani pensavano di aver trovato la formula magica per fare dei propri figli dei piccoli geni. Per un certo periodo lo stato della Georgia distribuì addirittura Cd di musica classica nelle scuole. Funzionava davvero? Naturalmente no. Ma allora i dati dell’articolo di Nature erano contraffatti? La risposta è ancora no, perché c’era davvero una correlazione empirica fra “intelligenza” e “ascolto di Mozart”. E allora qual era la spiegazione? La troviamo in quel fenomeno che in econometria si definisce “distorsione da variabile omessa”. È molto probabile, infatti, che le famiglie nelle quali si ascolta Mozart durante l’infanzia siano costituite da genitori che hanno un alto livello di istruzione e dunque forniscono molti stimoli intellettuali ai propri figli, arricchiscono il loro percorso di crescita con esperienze cognitive molto formative, li immergono in un ambiente ricco di possibilità di apprendimento e di sollecitazioni logico-linguistiche (Mozart o non Mozart). In altre parole la “variabile Mozart” incorporava altri fattori ai quali è da attribuire la causa principale del livello della variabile dipendente (il quoziente intellettivo). Esperimenti controllati casualizzati – cioè condotti esponendo all’ascolto di Mozart diversi bambini divisi in un “gruppo di trattamento” e un gruppo di controllo” – hanno dimostrato che non esiste alcun “effetto Mozart”.

Ora, cosa c’entra tutto ciò con Berlusconi e la televisione? C’entra eccome. Perché un’obiezione che implicitamente si muove al fronte degli “apocalittici” – cioè di coloro che lanciano con forza l’allarme sul potere televisivo dell’ex premier – è tutt’altro che rozza. Riproduce di fatto le critiche che furono formulate all’“effetto Morzart”: «È vero che il 69% degli elettori di Berlusconi ha come principale fonte di informazione la televisione», si sostiene. «Ma qual è la causa e qual è l’effetto? Non sarà che la causa ultima sia da rintracciare in un basso livello di istruzione, in una generale mancanza di strumenti per decodificare fenomeni complessi, in una condizione di “marginalità culturale” che causa sia il voto a Berlusconi sia la scarsa frequentazione di giornali o altre fonti di informazioni? E anche se questa non fosse l’unica direzione possibile della causalità, non c’è anche questo meccanismo all’opera nella dinamica generale delle forze?».

Per dirimere la questione ci vorrebbe un’analisi condotta con rigorosi criteri econometrici, tali appunto da eliminare il fenomeno di distorsione da variabili omesse.
Questa analisi c’è. L’ha condotta l’economista Fabio Sabatini dell’Università di Roma “La Sapienza” (l’articolo con le conclusioni dello studio è stato pubblicatosulla rivista Kyklos).

Sabatini ha utilizzato una serie di variabili di controllo che potrebbero influenzare la fiducia in Berlusconi da parte dei cittadini (quest’ultima era la variabile dipendente della quale si volevano individuare i fattori di origine): la situazione economica familiare degli intervistati; le caratteristiche demografiche (età, sesso, stato civile e area di residenza); i dati sulla vita di relazione (frequenza con cui si incontrano parenti, amici e colleghi, ecc.); la partecipazione sociale, misurata mediante l’iscrizione ad associazioni della società civile, la partecipazione a meeting di organizzazioni volontarie, ecc.; la fiducia nei confronti degli “altri” e di alcune istituzioni, quali il sistema giudiziario e le forze dell’ordine; la tolleranza nei confronti di determinate categorie di persone, quali gli immigrati extracomunitari; la professione e il livello di istruzione.

Concludeva Sabatini: «Le stime mostrano l’esistenza di una correlazione estremamente significativa e positiva tra la fiducia nella televisione e la fiducia nel presidente del Consiglio. Coloro che si fidano della tv hanno il 16,4% di probabilità in più di fidarsi di Berlusconi».
Naturalmente si tratta di maneggiare con cura questi dati, ed era lo stesso Sabatini a sottolineare i limiti di un’indagine condotta in questo modo (per esempio sarebbe utile seguire l’evoluzione dei comportamenti e delle percezioni degli intervistati nel tempo per eliminare i problemi di “endogenità” descritti nello studio). Ma si tratta comunque di risultati che dovrebbero far riflettere molto.

E se non vogliamo addentrarci nella complessità dei modelli econometrici, possiamo far ricorso alle altrettanto illuminanti considerazioni di un grande conoscitore del mezzo televisivo come Carlo Freccero. In un’intervista rilasciata recentemente a Repubblica, l’ex direttore dei palinsesti di Canale 5 e Italia 1 ha dichiarato: in televisione Berlusconi «è il migliore, in assoluto. Alterna toni di empatia con lo spettatore; diventa l’arcitaliano. E in un confronto con Monti sarebbe straordinario, Monti con i dossier a portata di mano e lui tutto show». Alla domanda «Questi confronti spostano elettori, secondo lei?», Freccero ha risposto: «No, tranne che per Grillo e per Berlusconi. Ogni elettore ha il suo elettorato: l’elettorato di Bersani non si muove in base alle performance Tv, quello di Berlusconi sì, gli si accende la speranza di rivedere Silvio al potere».

Ecco perché la presenza dilagante dell’ex premier in televisione nelle ultime settimane è funzionale ed estremamente utile al suo obiettivo primario ed irrinunciabile in questa campagna elettorale: mobilitare il proprio elettorato deluso.

Fortunatamente non viviamo in una società orwelliana e l’uccisione della realtà da parte della finzione è tutt’altro che un “delitto perfetto” così come lo concepiva il filosofo Jean Baudrillard. La crisi economica nella quale siamo immersi sarà un potente antidoto alle suggestioni degli incantatori di serpenti. 

Ma le elezioni hanno una dura semplicità dei numeri che talvolta fa giustizia delle più sofisticate analisi degli scenari: in Lombardia, regione fondamentale per il controllo del Senato nella prossima legislatura, le due principali coalizioni sono date testa a testa dai sondaggi. Siamo ancora così sicuri che non val la pena perdere tempo parlando di cose che spostano giusto l’1 o il 2% dei voti?

 

Elezioni: il voto “inutile” al senato

sondaggio sky tg24di Ferdinando Longoni, 29 gennaio 2013* – La situazione al senato dopo le elezioni potrebbe essere quella indicata nel quadro qui a fianco. Anche se i seggi del centrosinistra fossero 159 o 160 la situazione non sarebbe, nella sostanza, diversa.
Diventa fondamentale convincere gli elettori della sinistra che più sinistra non si può: se non se la sentono di votare PD, per lo meno votino SEL al Senato (e questo vale in modo particolare in Lombardia).
Ogni voto a Ingroia (specie al Senato) è un voto perso. So che gli elettori della sinistra estrema rifiutano di votare per il “meno peggio” (secondo il loro punto di vista), però disperdere il voto significa aiutare il “peggiore”. E’ questo che vogliono? Possibile che ogni volta si ripresenti sempre lo stesso problema? La storia non insegna niente? Guardino cosa succede a destra: litigano, ma si ricompattano tutti attorno a Berlusconi. E poi lavorare sugli indecisi e su quelli che a votare non vogliono andare. E anche sui grillini. Difficile, ma non impossibile.
La sola maggioranza relativa al Senato, o una maggioranza “risicata” come nel 2006, renderebbe inevitabile un accordo di governo con Monti o il ricorso a nuove elezioni (un disastro!).
Un accordo parlamentare con Monti su alcune riforme (p. es., legge elettorale, conflitto di interessi) sarà comunque inevitabile, anche con una solida maggioranza. Però un accordo di governo sarebbe meglio poterlo evitare. Sarebbe una paralisi.
* Caro Ferdinando, condivido tutto, tranne forse l’ultima frase, un po’ di ottimismo ci vuole (nandocan)

Conflitto d’interessi e legge Gasparri: “due riforme fondamentali anche per la Lista Monti”. Intervista a Andrea Olivero

di Gianni Rossi, 25 gennaio 2013*

andreaolivero1L’anomalia italiana nel campo dei media è uno degli argomenti purtroppo fuori dal dibattito politico, ma l’assenza di leggi liberali, europee e severe sta creando ancora una volta uno stravolgimento della campagna elettorale. Si tende a tenere sotto la cenere temi, come quelli delle libertà d’informazione, tutela e sviluppo del servizio pubblico, regole antitrust, ritenuti a torto meno prioritari rispetto alla crisi economica e finanziaria. Ne abbiamo parlato con Andrea Olivero, 42 anni, di Cuneo, per 7 anni presidente delle Acli e oggi capolista al Senato nel Piemonte per la Lista Monti.Olivero, una volta eletto al Parlamento, come pensa di affrontare il tema del conflitto di interessi insieme a quello di una seria legislazione antitrust che comprenda anche l’abolizione della legge Gasparri?
“E’ uno dei temi che la nostra lista ha posto tra quelli chiave. Anche nell’Agenda Monti c’è un capitolo a questo dedicato, perché crediamo sia una degli elementi dell’anomalia italiana. E’ una delle cause della grave crisi della politica. Mi impegnerò affinché dall’Agenda queste cose diventino una concreta azione politica, qualunque sia il nostro ruolo nella prossima legislatura”.

Certo, sembrano temi lontani dall’attuale crisi economica e sociale, eppure non pensa che siano alla base di un ordinato sviluppo della democrazia?
”Esattamente! Una corretta informazione è alla base di qualunque modalità altrettanto corretta di gestione della società. Né in ambito politico né in ambito sociale si può pensare di avere sviluppo, senza una forte trasparenza e una garanzia di legittimità in questi ambiti”.

Come avrà notato, proprio grazie all’attuale legge su conflitto di interesse e alla Gasparri, in realtà Berlusconi riesce comunque a invadere gli schermi, modificando a suo favore anche i sondaggi che prima lo davano ampiamente sconfitto.
“Credo che l’abbiamo visto negli ultimi 20 come il possesso dei media offra una straordinaria possibilità di manipolazione degli stessi e, quindi, si traduce anche in una manipolazione di quelli che sono i pensieri dell’opinione pubblica. Questo condizionamento rende estremamente difficile il confronto democratico e, l’abbiamo visto in tante occasioni, impedisce la trasformazione del paese.
Abbiamo ridotto l’Italia ad un talkshow che si ripete sempre uguale da 20 anni! Persino l’opposizione talvolta sembra accettare le regole di questo spettacolo”.

Pensa che la Gasparri andrebbe abolita e che la RAI andrebbe rafforzata e svincolata dal controllo dei partiti, come chiediamo ai candidati dei diversi partiti con l’Appello di Articolo 21, che presenteremo l’8 Febbraio?
“Penso che bisogna modificarla radicalmente, se non abolirla. I punti cardine sono certamente il mantenimento del Servizio pubblico, ma al contempo la trasformazione della Rai in soggetto autonomo in grado di valorizzare le professionalità e liberarsi dal laccio della partitocrazia che ha via, via limitato le sue possibilità, le sue capacità. Ci accorgiamo che la Rai per molti versi è un “Gigante legato”, che ha grande potenzialità inespresse, perché bloccato proprio dai lacci di una partitocrazia, odiosa ancor di più in quanto oggi i partiti non hanno più riconoscimento popolare. In fondo, con la vecchia partitocrazia erano pur sempre rappresentate delle idee. Oggi, invece, ci sono solo delle oligarchie”.

*da Articolo 21, il grassetto è di nandocan