Quelli che…Rodotà

RodotàRoma, 7 maggio 20134 – “La rivoluzione della dignità” era il titolo della manifestazione organizzata dalla rivista “Left” e dal suo direttore Maurizio Torrealta, per un incontro del professor Stefano Rodotà, costituzionalista e politologo di grande prestigio, con il popolo della sinistra che lo avrebbe voluto oggi alla Presidenza della Repubblica. Al teatro Eliseo di Roma, nel pomeriggio del 2 maggio scorso, si è parlato a lungo di lavoro, eguaglianza, diritti, libertà e giustizia. Valori fondanti della Repubblica e della Costituzione, il rispetto dei quali rende oggi improbabile, tormentata e decisamente precaria una coabitazione tra il centrosinistra e l’attuale centrodestra guidato da Berlusconi al governo del Paese. Ciò è apparso con molta chiarezza sia nell’introduzione e nella replica di Rodotà, sia negli interventi di Pippo Civati (PD), Vito Crimi (M5S), Gennaro Migliore (SEL), Adriano Prosperi (storico),Francesca Redavid (FIOM), Antonio Di Luca (operaio), Andrea Ranieri (Left), Gherardo Colombo (ex pool Mani Pulite), Antonio Ingroia (Azione civile), Antonio Cofferati (PD), Giuseppe Giulietti (Articolo 21), Tana De Zulueta (Iniziativa cittadina europea per la libertà di informazione e il pluralismo dei media). Un collegamento audiovideo tecnicamente difettoso dalla sala con Sandra Bonsanti  e Revelli ha purtroppo impedito l’utilizzo dei loro contributi in questa mia video-sintesi.

“Non vanificare la sovranità popolare”

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I Comitati Dossetti perla Costituzione ed Economia Democratica si rivolgono ai due soggetti politici che in questo momento hanno in mano il destino dell’Italia: gli eletti al Parlamento del 24-25 febbraio e gli elettori che nell’occasione hanno trasformato la volontà popolare in rappresentanza politica. “Agli uni e agli altri – scrivono – rivolgiamo il pressante appello a salvaguardare la Costituzione come condizione per far ripartire l’economia e salvare il Paese”.

“È necessario prendere atto che le divisioni presenti nella nostra comunità nazionale e tradottesi ora nelle divisioni della rappresentanza, sono molto profonde. Esse derivano da una disparità sempre maggiore nella situazione economica e nelle prospettive di vita tra anziani e giovani, tra ricchi e poveri, tra quanti galleggiano nella crisi e quanti ne sono sommersi, e attengono anche a diversità culturali e morali sempre più accentuate sul modo di concepire la sfera pubblica, sul rapporto tra legalità e arbitrio, sui modi di vita e di sviluppo, sul rapporto con l’ambiente e i beni comuni e sulle stesse forme della vita democratica. Queste differenze che attraversano la nostra società sono purtroppo ignorate dal sistema informativo-pubblicitario dei media, forse non ingiustamente disertati da alcuni, sicché appaiono col voto come sorpresa; in effetti tali contraddizioni ci sono e possono essere ricomposte solo attraverso conversioni e ricostruzioni di lungo periodo, e non attraverso affrettati espedienti politici”.

“In ciò – sottolineano – risiede la difficoltà di fare un governo, e non semplicemente nella mancanza di responsabilità e di misura. In questa realtà di divisione, una sola cosa abbiamo comune, ed è la Costituzione. Sarebbe un gravissimo errore avviare il processo di uscita dalla crisi cominciando con mutamenti costituzionali che semmai vanno riservati a una fase più avanzata, come altrettanto erroneo sarebbe il perseguire una semplificazione del quadro politico mediante leggi elettorali ancora più maggioritarie e discriminanti del “porcellum”, con cadute antiproporzionaliste e improvvisazioni presidenzialiste.

La salvaguardia del quadro costituzionale è essenziale non solo per non disperdere un patrimonio di valori condivisi e preservare la legittimazione etica dell’ordinamento, ma anche perché è condizione e garanzia di sicurezza per tutti, democratici e Cinque stelle, destra e sinistra, inclusi ed esclusi dalla rappresentanza parlamentare.

Riguardo agli eletti al nuovo Parlamento, la norma della Costituzione che prima di tutto essi sono chiamati a rispettare è l’art. 1 che stabilisce come “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. La Costituzione non si limita a proclamare la sovranità popolare. Dice che deve essere esercitata. Essa viene esercitata quando il potere del popolo si concretizza, attraverso l’investitura parlamentare, nei poteri di governo, così come attraverso l’ordine giudiziario essa si traduce concretamente nel potere di giurisdizione. Se i parlamentari eletti, perseguendo altre priorità, si dichiarano estranei al compito di trasformare la sovranità in potere di governo, ponendosi di fatto fuori del circuito popolo-Parlamento-governo, minanola Costituzione nel suo fondamento e vanificano quella sovranità popolare per realizzare la quale vengono eletti. In questo caso a essere puniti non sarebbero i politici, ma sarebbero puniti e traditi gli stessi cittadini.

Altra norma decisiva per gli eletti del 24-25 febbraio è l’art. 67 per il quale “ogni membro del Parlamento rappresentala Nazionesenza vincolo di mandato”. Ciò non significa che ognuno può fare quello che vuole, ma che il parlamentare non è tenuto a nessun altra obbedienza se non al bene della Nazione che rappresenta. Non avere altre obbedienze vuol dire per il rappresentante  essere libero di compiere in ogni momento, anche in circostanze prima non prevedibili, ciò che ritiene più utile al Paese. Vincoli sottoscritti in occasione della candidatura possono avere rilevanza sul piano morale, e ne è giudice la coscienza, ma in nessun modo e da nessuno possono essere fatti valere per esigere questo o quel comportamento del parlamentare. Un vincolo di mandato sarebbe la fonte di un conflitto d’interessi permanente tra gli interessi del mandante e l’interesse generale a cui deve provvedere l’eletto. Solo così funziona ed è legittimata la rappresentanza, a differenza di quanto accade per le forme di democrazia diretta. Un vincolo di mandato è strutturalmente impossibile nella democrazia rappresentativa, e la sua esclusione rientra nella stessa definizione di essa; non è una invenzione della casta, ma  è originaria, tanto da risalire alla Costituzione francese del 1791.

Per quanto riguarda l’elettorato che anche per la complicità di una legge elettorale antitetica allo spirito della Costituzione ha dato luogo a un Parlamento che renderebbe l’Italia ingovernabile, le norme costituzionali di più necessaria attuazione sono gli articoli 48, 49 e 54.

Secondo l’art. 48 il voto è un “dovere civico”; poiché tale dovere non è fine a se stesso, non si può pensare che tale voto sia dato o sia usato allo scopo di affermare o dimostrare l’ingovernabilità del Paese. Pertanto a tale dovere del cittadino corrisponde il diritto che gli eletti si adoperino in buona fede per far funzionare l’ordinamento costituzionale. Un diritto che l’elettorato può far valere.

L’art. 49 riconosce ai cittadini il diritto di  “associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, individuando nei partiti le realtà associative attraverso le quali i cittadini possono raggiungere tale scopo. Una linea culturale e politica intesa alla distruzione dei partiti, e di tutti i partiti, vanificherebbe il diritto dei cittadini a determinare in forme associate la politica nazionale, ridurrebbe la loro azione al piano sociale o a quello virtuale ed ancora circoscritto del web, e lascerebbe loro solo il diritto di eleggere a determinate scadenze una classe o casta dirigente.

L’art. 54 dice che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. L’elettorato è giudice dell’adempimento di questo dovere, ma nessun giudice può giudicare all’ingrosso, prescindendo dalle responsabilità personali senza discernere tra colpevoli e innocenti. Non tutti i partiti appartengono alla stessa storia e sono imputabili delle medesime responsabilità; e certamente c’è differenza tra chi in campagna elettorale impegna i soldi dell’erario per una vera e propria corruzione dei cittadini con la promessa di una regalia in danaro sotto forma di restituzione dell’IMU, e chi è fin troppo prudente nel non promettere più di quanto ritiene possibile fare. Un elettorato che permetta che il suo voto sia interpretato e brandito come un’accusa verso tutti quanti esercitano funzioni pubbliche e come una condanna di tutti i partiti, senza distinzione alcuna, vedrebbe vanificato il suo ruolo e perderebbe credibilità riguardo alle sue scelte e alle sue pronunzie.

Pertanto la fedeltà alla Costituzione, ai suoi principi e alle sue norme, è oggi l’unica via per dotare di un governo il Paese e portare l’Italia fuori della crisi”.

6 marzo 2013

Il cancro della democrazia

di Domenico Gallo, 1 marzo 2013*

berlusconi-processiAdesso è ufficiale, Berlusconi convoca la piazza contro la magistratura e chiama il popolo a manifestare il 23 marzo contro questo “cancro della nostra democrazia”. Probabilmente le ultime rivelazioni sulla vicenda De Gregorio sono la goccia che ha fatto traboccare il vaso della strutturale insofferenza di Berlusconi al controllo di legalità ed alle regole dello Stato di diritto.Qui viene fuori l’anomalia del sistema politico italiano che ha consentito che venissero affidate funzioni di uomo di Stato ad un personaggio che, oltre ad essere coinvolto, con i suoi più stretti collaboratori, in vicende di malaffare di ogni tipo, ha fatto della lotta alle regole costituzionali e dell’aggressione alle istituzioni di garanzia la ragione d’essere stessa del movimento da lui capeggiato.
Quello di Berlusconi non è semplicemente un rifiuto “ideologico” dei principi basilari dello Stato di diritto nel quadro di una visione monocratica in cui tutti i poteri sono concentrati nelle mani del sovrano. Egli non è semplicemente portatore di una cultura politica contraria alla Costituzione. Anche una cultura politica antidemocratica si può evolvere e può accettare compromessi: quella di Berlusconi, invece, è una lotta corpo a corpo contro la Costituzione che non può accettare mediazioni: o riuscirà a mettere sotto controllo politico l’attività della magistratura (inquirente e giudicante) oppure ne resterà travolto e gli si apriranno le porte del carcere o dell’esilio in Tunisia.
In questo contingente la realtà supera l’immaginazione e Berlusconi sta mettendo in opera la scena finale del film il Caimano con la folla che si scaglia contro i giudici. Quando un capo politico scaglia i suoi partigiani contro le istituzioni di garanzia, rivendicando il diritto di non essere sottoposto alla legge, siamo in presenza di un fatto gravemente eversivo. E’ la rivendicazione del Fuhrer Prinzip. E’ eversione allo stato puro.
Per quasi vent’anni i partiti politici democratici, il sistema dei media, i maitres à penser dei principali giornali italiani, hanno chiuso gli occhi di fronte a questo fenomeno degenerativo, hanno evitato che Berlusconi venisse escluso dal Parlamento, pur essendo ineleggibile, lo hanno accettato come un normale interlocutore politico, pienamente legittimato, nel gioco delle parti, a realizzare l’alternanza politica.
Le ultime elezioni politiche ormai hanno dimostrato a tutti che le finzioni non reggono più e che, arrivati ad un certo punto, inevitabilmente si devono fare i conti con la realtà: non si può più continuare a non vedere quanto Berlusconi ed il suo partito siano strutturalmente inconciliabili con le regole minime della democrazia con la quale hanno intrapreso una lotta mortale, al fondo della quale o soccomberanno loro o soccomberà la democrazia nel nostro paese.
Quando Berlusconi parla della magistratura come di un “cancro della democrazia”, evidentemente pensa a sé stesso e al movimento di cui è proprietario.
Adesso che tutte le finzioni sono crollate è venuto il tempo di incidere politicamente con il bisturi su questo cancro ed evitare che le metastasi si estendano oltre nel corpo delle istituzioni.
Si cominci ad escluderlo dalla corsa alla Presidenza delle Camere e si assumano atteggiamenti politici conseguenti con la gravità della situazione.
*il grassetto è di nandocan

Prove di secessione – perché la “macroregione” proposta dalla Lega è pericolosa

macroregione norddi Felice Besostri (da l’Avvenire dei lavoratori), 14 febbraio 2013 – Tra le norme inattuate della nostra Costituzione ve ne sono antiche, come l’articolo 39, sui sindacati, e il 49, sui partiti. L’art. 117, penultimo comma, è invece una norma della novella costituzionale del 2001: un prodotto dell’ultimo Ulivo. Ecco il testo, inattuato e sconosciuto ai più: “La legge regionale ratifica le intese della Regione con altre Regioni per il miglior esercizio delle proprie funzioni, anche con l’individuazione di organi comuni”. L’ultimo comma dell’art. 117, invece, prevede la possibilità che: “Nelle materie di sua competenza la Regione può concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato”. Questa disposizione è già andata in Corte Costituzionale, su iniziativa della Presidenza de Consiglio dei Ministri, che ha impugnato con un conflitto di attribuzioni la partecipazione della Provincia Autonoma di Bolzano, della Regione Friuli Venezia Giulia e del Veneto a un accordo comunitario di cooperazione transfrontaliera, “Interreg III A, Italia-Austria”, con i Länder Carinzia, Salisburgo e Tirolo senza la preventiva intesa con il Governo italiano. Il conflitto di attribuzione è stato risolto a favore della Provincia Autonoma di Bolzano e delle due Regioni dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 258 del 2004.E’ facile capire, anche per non esperti, che dal combinato disposto dei due ultimi commi dell’art. 117 Cost. possa uscire una miscela esplosiva per l’assetto del nostro Stato e minacciarne, come non mai nel passato, la stessa unità. L’indipendentismo siciliano aveva dalla sua un’antica tradizione, che ebbe un nuovo periodo di lustro dal 1943, anno di rinascita del separatismo, con due personaggi che propugnavano la separazione e la creazione di una repubblica isolana: Andrea Finocchiaro Aprile, fondatore e leader del Movimento Indipendentista Siciliano, e Antonio Canepa, professore universitario antifascista d’idee socialiste rivoluzionarie e primo capo della sua formazione militare, l’EVIS.La differenza fondamentale con l’oggi sta nel fatto che quel separatismo, come quello originario di Bossi e della Lega Nord, era eversivo dell’ordinamento costituzionale, mentre la macro-regione del Nord di cui parla Maroni si fonda su norme della Costituzione e non è incompatibile con l’Unione Europea.A distanza di poco più di un decennio si possono vedere i guasti di riforme costituzionali prese per ragioni di contingenza politica, allora si trattava di adescare la Lega Nord, “una costola della sinistra”, per separarla da Forza Italia. L’errore si è ripetuto con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio e l’accentramento finanziario in capo allo Stato centrale (legge costituzionale 20.4.2012, n. 1, riforma artt. 81, 97, 117 e 119 della Costituzione).

Sicché adesso Maroni, candidato governatore della Lombardia, parla vagamente di una “macro-regione del nord”, dai confini incerti, senza dire cioè nella sua proposta se essa per esempio comprenda o meno la regione a Statuto speciale Friuli Venezia Giulia. Lo sfondo di riferimento è alla proposta, articolata da Gianfranco Miglio nel 1993, per un compiuto assetto federale del Paese fondato su tre macro-regioni – la “settentrionale”, la “centrale” e la “meridionale”, oltre alle “isole”, alle Regioni a statuto speciale e a un “territorio federale” intorno a Roma (atto a risolvere il difficile nodo della “città capitale” e del suo statuto).

La riabilitazione postuma del professor Miglio è resa possibile dalla sostituzione di Bossi con Maroni. Il Senatùr non era stato tenero con il professore della Cattolica, quando questo abbandonò il movimento in opposizione all’accordo con Forza Italia. Piccolo florilegio delle opinioni di Bossi raccolto da Elisabetta Reguitti su Il Fatto Quotidiano del 12.8.11: “Me ne fotto delle minchiate di Miglio”. “Arteriosclerotico, traditore”. Alla domanda se Miglio fosse l’ideologo della Lega il Senatùr rispose: “Ideologo? No, un panchinaro”. “Miglio è una scoreggia nello spazio”. Così Bossi.

La proposta della Lega Nord è pericolosa proprio perché dettata da considerazioni prettamente politiche di partito. La norma costituzionale è del 2001, quando i leghisti erano al governo della Lombardia e del Veneto, presidenti Formigoni e rispettivamente Galan, entrambi di Forza Italia, poi PdL. Con le elezioni regionali del 2010 l’alleanza Lega Nord-PdL, conquistò anche il Piemonte, con il leghista Cota. Nessuna forma speciale di collaborazione ai sensi dell’art. 117 Cost. è stata varata, né udibilmente proposta, dalla Lega, che nel frattempo conquistava anche la Presidenza della Regione Veneto con Zaia. E la ragione di ciò è semplice: il coordinamento di Piemonte, Lombardia e Veneto in una macro-regione del Nord dotata di organi comuni, avrebbe assegnato la leadership al “Celeste”, Roberto Formigoni.

La Lombardia ha 9.917.714 abitanti, il Veneto 4.937.854 e il Piemonte 4.457.335. La preminenza lombarda è avvalorata dal suo contributo al PIL nazionale: il 20,8% con il 16,3% della popolazione. Seguono il Veneto con il 9,3% di Pil con l’ 8,1% della popolazione e, a distanza, il Piemonte con il 7,4% di PIL e popolazione. Come si vede da questi indicatori la Lombardia, sia come popolazione sia come contributo percentuale al PIL nazionale, supera la somma delle due altre Regioni “padane”.

Se ora si costituisse l’entità macro-regionale dotata di organi comuni come propone Maroni, le tre regioni del Nord sarebbero governate da una sola forza politica e nessun governo nazionale potrebbe non tenerne conto. Sarebbe in un certo senso come una Terza Camera accanto a Montecitorio e Palazzo Madama. Oltretutto il Trattato di Lisbona ha rafforzato la partecipazione dei Parlamenti nazionali e delle Regioni alla fase ascendente delle direttive comunitarie, quindi si può facilmente immaginare quale peso potrebbe esercitare sulle decisioni comunitarie un’entità macro-regionale, coesa e determinata, che assomma 19.312.903 abitanti. Per popolazione sarebbe l’ottavo Stato dell’Unione tra la Romania (21.498.616 abitanti) e i Paesi Bassi (16.485.787 abitanti).

Tale peso politico si accrescerebbe ulteriormente se al Governo ci fosse una coalizione affetta da dissidi interni che non potesse contare su una chiara maggioranza in entrambe le Camere. Ebbene, questa maggioranza per la coalizione PD, SEL, PSI e Centro Democratico è sicuramente a rischio al Senato.

Se si deve compiere una scelta, speriamo di no, tra vincere al Senato in Lombardia o vincere le elezioni regionali per il “Pirellone”, non c’è alcun dubbio che la sfida per il Governo regionale sia quella più importante.

Dopodiché l’art. 117 Cost. andrebbe riformato, prevedendo un passaggio al Parlamento nazionale per deliberazioni di coordinamento pluriregionale che prevedano anche l’istituzione di organi comuni. Non si può lasciare tutta la materia del contendere ai conflitti di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. Semmai si tratterebbe di accentuarne le motivazioni di funzionalità ed efficienza amministrativa rispetto a motivazioni puramente politiche (al limite dell’ideologia).

Un esempio cui guardare è L’AIPO, l’Agenzia Interregionale per il Po, ente strumentale di quattro delle Regioni su cui insiste il bacino del grande fiume: Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. La Valle d’Aosta e le province autonome di Trento e di Bolzano usufruiscono di speciali uffici locali. Le regioni Liguria e Toscana affidano all’AIPO, quanto ai corsi d’acqua afferenti, la gestione dei compiti connessi al bacino padano mediante “protocolli d’intesa” e particolari “convenzioni”. L’attività di pianificazione delle risorse e degli interventi relativi al bacino è curata dall’Autorità di bacino del fiume Po (AdBPo), organismo misto Stato-Regioni.

Per inciso: si tenga presente che nella visione politico-ideologica della Lega Nord non c’è spazio per intese con la Regione Emilia Romagna, governata dalla sinistra.

Altro elemento di valutazione: l’AIPO è sorta dopo la soppressione del Magistrato del Po, un organismo statale di grande competenza tecnica, che regolava l’integrazione tra il livello statale e quello regionale e che si era dimostrato capace di assicurare il massimo di efficienza, cioè di cooperazione al posto del conflitto istituzionalizzato.

La coalizione guidata da Umberto Ambrosoli dovrebbe già in questa campagna elaborare un modello di cooperazione interregionale efficiente, alternativa a quella conflittuale e ideologica della Lega Nord, per esempio con la Liguria per il sistema infrastrutturale correlato ai porti tirrenici. Nell’ambito delle competenze e funzioni regionali, che ci sono anche quelle delegate, ci sono materie importanti per lo sviluppo economico, sociale e civile, che se pensate in un quadro interregionale possono consentire economie di scala per i costi organizzativi e di gestione. Una rete di eccellenza può essere costituita dalle Università e dagli Istituti di ricovero e cura di carattere scientifico senza riguardo alla colorazione politica della Regione di appartenenza e con estensione, nell’ambito della cooperazione transfrontaliera, a organismi e istituti degli Stati confinanti.

* il grassetto è di nandocan


 

Nonno Benito

Mussolini Alessandradi Michele Serra, 3 febbraio 2013 – Si capisce che Alessandra Mussolini si sia imbufalita, negli studi televisivi di La7, perchè qualcuno (Andrea Scanzi del Fatto) le ha detto di non avere alcun rispetto di nonno Benito.Si è imbufalita perchè l’opinione di Scanzi che condivido e sottoscrivo è risuonata alle sue orecchie come un inatteso eccesso polemico, quando non è che la normale trasposizione colloquiale della Costituzione italiana e di tutte le convenzioni europee. Il fascismo, in Europa, è al bando. La sua apologia, in Italia, è fuori legge.

Questo non basta, ovviamente, a impedirne le varie forme di reviviscenza.Ma basta, almeno, a far capire a fascisti e nazisti che non sono bene accetti nella pur larga famiglia democratica.
Se Mussolini si risente perchè qualcuno le ricorda in pubblico che il nonno, fondatore del fascismo e principale ispiratore di Hitler, non merita rispetto, è perchè in decine, centinaia, migliaia di dibattiti, per anni, per rassegnazione o per ignavia o per cinismo, nessuno ha ritenuto importante dirglielo.
In Germania un eventuale nipote Otto Hitler andrebbe in televisione a dire che il nonno fu una brava persona? O condurrebbe una vita ritirata, intagliando orologi a cucù?
*da Informazione informazione

Rodotà: “Il reddito di cittadinanza è un diritto universale”

«In Europa – sostiene Stefano Rodotà, uno dei giuristi italiani che hanno partecipato alla scrittura della Carta di Nizza e autore de “Il diritto di avere diritti” – siamo di fronte ad un mutamento strutturale che spinge qualcuno ad adoperarsi per azzerare completamente i diritti sociali, espellere progressivamente i cittadini dalla cittadinanza e far ritornare il lavoro addirittura a prima di Locke. Per accedere ai beni fondamentali della vita come l’istruzione o la salute, dobbiamo passare per il mercato e acquistare servizi o prestazioni. Il reddito universale di cittadinanza è il tentativo di reagire al ritorno a questa idea di cittadinanza censitaria».

Il reddito di cittadinanza, dunque, non il «salario minimo sociale e legale» chiesto dal presidente uscente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Come spiega questa dichiarazione?
Juncker ha mostrato più volte un’attenzione rispetto ad una fase nella quale debbono essere ripensati una serie di strumenti anche partendo da una riflessione più profonda sulla dimensione dei diritti. A parte la sua citazione di Marx, credo che la sua dichiarazione dovrebbe essere valutata alla luce dell’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali. In una delle sue carte fondative l’Ue si impegna a riconoscere il diritto all’assistenza sociale e abitativa e a garantire un’esistenza dignitosa ai cittadini. C’è un’assonanza molto forte con uno dei più belli articoli della nostra Costituzione, il 36. Considerati insieme, questi articoli offrono una chiave per considerare il reddito fuori dalla prospettiva riduzionistica con la quale di solito viene considerata. Diversamente dall’approccio del salario minimo, il reddito non può essere considerato solo come uno strumento di lotta contro la marginalità. In Europa non c’è solo la povertà crescente. Io credo che oggi la lotta all’esclusione sociale passi attraverso l’adozione del reddito di cittadinanza.
Cosa ne pensa del “reddito di sopravvivenza” proposto da Monti nella sua Agenda?

Monti si ispira all’idea riduzionista del welfare. La sua società è quella del capitalismo compassionevole di George Bush dove la vita degli esclusi è pari al grado zero dell’esistenza, un’esistenza che non è quella libera e dignitosa, è pura e semplice nuda vita. È l’idea che lo Stato deve cercare di non far morire i poveri. È una prospettiva inaccettabile. Se poi questo reddito di sopravvivenza è considerato non come la guida da seguire, ma come un passo per andare oltre verso il reddito di cittadinanza, non nel modo riduttivo in cui se ne sta parlando in questi giorni come il salario minimo, possiamo aprire una discussione qualitativamente importante nella cultura politica. Una discussione obbligata dati i tratti che ha la nostra Costituzione e la prospettiva indicata dalla Carta dei diritti. Esistenza e sopravvivenza sono però agli antipodi. Certo, dobbiamo considerare anche la sopravvivenza, ma quello cui noi dobbiamo guardare è l’esistenza libera e dignitosa.

 Leggi tutto da “La furia dei cervelli”

 

Monti, la scuola e la Costituzione

scuola tagliRicevo e pubblico volentieri da Ferdinando Longoni questo commento, che condivido totalmente (nandocan):

Ieri, 7 gennaio, stavo rientrando in Italia dalla Svezia. Sul volo da Monaco di Baviera a Roma distribuivano giornali italiani di giornata. Da un paio di settimane leggevo solo le versioni web dei quotidiani. Sulla prima pagina di La Repubblica non poteva sfuggirmi l’articolo:

Nuova rivoluzione nelle scuole

dal 2014 fondi solo alle migliori

ROMA – Rivoluzione in vista per la scuola italiana sul modello della riforma delle università: gli istituti migliori avranno più soldi. La novità viene dal fondo di Funzionamento, è stata introdotta nella legge di Stabilità varata a Natale e dovrebbe scattare dal 2014. In Italia non esiste però un meccanismo in grado di valutare scientificamente le performance dei singoli istituti.

INTRAVAIA E ZUNINO

(segue a pag. 21)

Confesso che mi era sfuggito questo particolare (così come molti altri) della Legge di Stabilità (ex finanziaria). Con la motivazione, certamente giusta, di salvare i conti dello Stato e con loro il Paese dal baratro e con la giustificazione dell’urgenza, imposta dalle regole di bilancio (la legge doveva essere approvata entro il 31 dicembre) chissà quali e quante altre porcate sono state introdotte nel bilancio. Perché di una vera porcata si tratta. Di un vero e proprio attentato ad uno dei diritti fondamentali garantiti dalla nostra Costituzione. E non credo di esagerare. Non si tratta, come dicono gli autori dell’articolo, di disporre o meno di strumenti per valutare le performance di un istituto. Anche se tali strumenti fossero disponibili, dovrebbero essere utilizzati per rimuovere o aggiornare i fattori responsabili delle carenze prestazionali. Il criterio, già insensatamente introdotto dalla Gelmini per le università, di finanziare chi va bene e non finanziare chi va male, non fa che aggravare il problema. I malcapitati che si troveranno, per ragioni geografiche, a frequentare scuole scarse avranno scuole sempre più scarse. Si verrà così ad accentuare, invece che ridurre, il divario tra i livelli qualitativi delle varie scuole e quindi, in definitiva, il divario di accesso alla conoscenza tra diversi gruppi di cittadini. Un concetto palesemente berlusconiano (se qualcuno ricorda l’infelice uscita del cavaliere sui figli degli operai e i figli dei professionisti).

Al Prof Monti, che è molto stimato negli ambienti bene del mondo che conta e che dobbiamo certamente ringraziare per averci, anche per questa sua immagine internazionale, tirato fuori dall’abisso nel quale il suo predecessore ci stava facendo precipitare, vorrei ricordare che la Costituzione italiana recita:

Art. 34.

La scuola è aperta a tutti.

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

 

ma già nei principi fondamentali afferma che:

Art. 3.

…..

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

E la scuola è istituzione fondamentale per consentire il pieno sviluppo della persona umana e l’uguaglianza dei cittadini. O no?
 La visione molto mercantile e aziendalistica della società, di stampo reaganiano e thatcheriano, sembra accomunare, pur nella immensa diversità di stile, il premier predecessore e il suo successore (e, purtroppo, aggiungo, ha contagiato anche alcuni esponenti apparentemente ancora della nostra parte). Scuole e ospedali non possono essere considerati come reparti e filiali di un’impresa industriale o commerciale e gestiti con obiettivi di massimo fatturato con il più alto utile d’impresa possibile. Il loro obiettivo è la massima efficacia possibile. Ciò non significa che non si debba puntare all’efficienza, ma per raggiungere questa non si deve perdere l’efficacia. “Ma non ci sono i soldi!” Ci sarebbero, se tutti pagassero (meno) tasse. Il vero problema dei conti pubblici è il mancato gettito fiscale al quale si accompagna anche una gestione allegra e/o truffaldina. Non si elimina un ospedale, si cacciano i dirigenti incapaci, irresponsabili e ladri. Purtroppo, invece, anche nelle settore privato gli alti livelli della dirigenza vengono premiati anche quando le aziende falliscono.
 Per fortuna si torna a votare, sperando che una buona politica possa sostituire una gestione emergenziale classista determinata da una pessima politica, anzi da una precedente politica delinquenziale.

Per tornare al tema della scuola, l’articolo, dal quale ho preso lo spunto per questo sfogo, mi ha colpito anche perché avevo da poco finito di leggere un libro di John Le Carré, “A Murder of Quality”, unico poliziesco, del 1962, del più famoso scrittore di romanzi di spionaggio. Romanzo poliziesco che si svolge in una scuola esclusiva, tipicamente britannica. Al termine dell’ultima edizione Penguin è stata aggiunta dall’autore una postfazione, datata ottobre 2010, nella quale egli si lancia in una severa critica del sistema scolastico inglese, caratterizzato dalla forte presenza di scuole elitarie e da una scuola pubblica di qualità piuttosto bassa. Secondo l’autore è un sistema che non favorisce l’integrazione tra classi, anzi tende a rafforzare le differenze sociali, dalla culla alla morte. Come risultato, più del 90% della popolazione è di fatto esclusa dai circuiti dai quali emerge la classe dirigente della Gran Bretagna. Da Eden all’attuale premier David Cameron, e a moltissimi dei ministri dei vari gabinetti succedutisi, sono stati alunni di Eton. Persino governanti laburisti come Attlee arrivarono a prospettare drastiche riduzioni della scuola pubblica a tutto vantaggio di quella privata. A quanto pare con risultati non proprio brillanti, per lo meno a detta di un personaggio come Le Carré che non è certamente un pericoloso bolscevico. Sull’altra sponda dell’Atlantico, i democratici americani stanno cercando di avvicinare il loro sistema sanitario ai modelli europei. Qui da noi, invece, sta cercando di rafforzarsi, questa volta col volto moderato di Monti, una politica all’insegna del “privato è bello”, estesa non solo ai mercati (di beni e di servizi non pubblici), ma anche alle attività che garantiscono diritti fondamentali dell’individuo. E quando la Costituzione è uno scomodo ostacolo si invocano le non meglio precisate riforme. Mi sento di consigliare a Monti e ai suoi seguaci e sponsor di rivedersi il bellissimo spettacolo di Benigni sui 12 principi della Costituzione. Potremmo diffonderne copie su DVD.

Ci vuole un cambio di rotta.

Nando