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L’ultimo comizio

Gramellini Massimoda Massimo Gramellini (informazione informazione)

«Cari elettori, per un disguido tecnico nelle settimane scorse è andata in onda la campagna sbagliata: il cagnolino di Monti, il giaguaro di Bersani, la busta di Berlusconi travestita da rimborso delle tasse, il mago Zurlì che smentisce la partecipazione di Giannino allo Zecchino d’Oro. In realtà avremmo dovuto intrattenervi su una questione più pregnante e approfittiamo di quest’ultimo comizio per farlo tutti insieme.

 Noi politici di destra e di sinistra registriamo con preoccupazione l’allarme lanciato dal linguista Tullio De Mauro: «Più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l’informazione scritta, con inevitabili conseguenze negative per la democrazia: molti sono spinti a votare più con la pancia che con la testa e non hanno gli strumenti culturali per controllare l’operato delle classi dirigenti».

Questa splendida situazione non è soltanto merito nostro – dall’Unità a oggi vi hanno contribuito generazioni di politici, impegnate a garantire attraverso i media e la scuola uno scrupoloso rispetto degli standard di ignoranza e rincoglionimento collettivo – ma tocca purtroppo a noi porvi termine. Fin qui eravamo sempre riusciti a conciliare il progresso economico con l’immobilismo culturale: quando i soldi girano nessuno si preoccupa se i cervelli rimangono in pausa, consentendo a chi li manipola di continuare a fare, indisturbato, i propri comodi.

 Ma per uscire dalla crisi attuale sembra non resti altra strada che investire nella ricerca, nella cultura e nella scuola. Riserveremo dunque a questi obiettivi quote più ingenti del Pil, finché non vi sarete trasformati da sudditi in cittadini.

Ci scusiamo fin d’ora per i disagi»!

Prove di secessione – perché la “macroregione” proposta dalla Lega è pericolosa

macroregione norddi Felice Besostri (da l’Avvenire dei lavoratori), 14 febbraio 2013 – Tra le norme inattuate della nostra Costituzione ve ne sono antiche, come l’articolo 39, sui sindacati, e il 49, sui partiti. L’art. 117, penultimo comma, è invece una norma della novella costituzionale del 2001: un prodotto dell’ultimo Ulivo. Ecco il testo, inattuato e sconosciuto ai più: “La legge regionale ratifica le intese della Regione con altre Regioni per il miglior esercizio delle proprie funzioni, anche con l’individuazione di organi comuni”. L’ultimo comma dell’art. 117, invece, prevede la possibilità che: “Nelle materie di sua competenza la Regione può concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato”. Questa disposizione è già andata in Corte Costituzionale, su iniziativa della Presidenza de Consiglio dei Ministri, che ha impugnato con un conflitto di attribuzioni la partecipazione della Provincia Autonoma di Bolzano, della Regione Friuli Venezia Giulia e del Veneto a un accordo comunitario di cooperazione transfrontaliera, “Interreg III A, Italia-Austria”, con i Länder Carinzia, Salisburgo e Tirolo senza la preventiva intesa con il Governo italiano. Il conflitto di attribuzione è stato risolto a favore della Provincia Autonoma di Bolzano e delle due Regioni dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 258 del 2004.E’ facile capire, anche per non esperti, che dal combinato disposto dei due ultimi commi dell’art. 117 Cost. possa uscire una miscela esplosiva per l’assetto del nostro Stato e minacciarne, come non mai nel passato, la stessa unità. L’indipendentismo siciliano aveva dalla sua un’antica tradizione, che ebbe un nuovo periodo di lustro dal 1943, anno di rinascita del separatismo, con due personaggi che propugnavano la separazione e la creazione di una repubblica isolana: Andrea Finocchiaro Aprile, fondatore e leader del Movimento Indipendentista Siciliano, e Antonio Canepa, professore universitario antifascista d’idee socialiste rivoluzionarie e primo capo della sua formazione militare, l’EVIS.La differenza fondamentale con l’oggi sta nel fatto che quel separatismo, come quello originario di Bossi e della Lega Nord, era eversivo dell’ordinamento costituzionale, mentre la macro-regione del Nord di cui parla Maroni si fonda su norme della Costituzione e non è incompatibile con l’Unione Europea.A distanza di poco più di un decennio si possono vedere i guasti di riforme costituzionali prese per ragioni di contingenza politica, allora si trattava di adescare la Lega Nord, “una costola della sinistra”, per separarla da Forza Italia. L’errore si è ripetuto con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio e l’accentramento finanziario in capo allo Stato centrale (legge costituzionale 20.4.2012, n. 1, riforma artt. 81, 97, 117 e 119 della Costituzione).

Sicché adesso Maroni, candidato governatore della Lombardia, parla vagamente di una “macro-regione del nord”, dai confini incerti, senza dire cioè nella sua proposta se essa per esempio comprenda o meno la regione a Statuto speciale Friuli Venezia Giulia. Lo sfondo di riferimento è alla proposta, articolata da Gianfranco Miglio nel 1993, per un compiuto assetto federale del Paese fondato su tre macro-regioni – la “settentrionale”, la “centrale” e la “meridionale”, oltre alle “isole”, alle Regioni a statuto speciale e a un “territorio federale” intorno a Roma (atto a risolvere il difficile nodo della “città capitale” e del suo statuto).

La riabilitazione postuma del professor Miglio è resa possibile dalla sostituzione di Bossi con Maroni. Il Senatùr non era stato tenero con il professore della Cattolica, quando questo abbandonò il movimento in opposizione all’accordo con Forza Italia. Piccolo florilegio delle opinioni di Bossi raccolto da Elisabetta Reguitti su Il Fatto Quotidiano del 12.8.11: “Me ne fotto delle minchiate di Miglio”. “Arteriosclerotico, traditore”. Alla domanda se Miglio fosse l’ideologo della Lega il Senatùr rispose: “Ideologo? No, un panchinaro”. “Miglio è una scoreggia nello spazio”. Così Bossi.

La proposta della Lega Nord è pericolosa proprio perché dettata da considerazioni prettamente politiche di partito. La norma costituzionale è del 2001, quando i leghisti erano al governo della Lombardia e del Veneto, presidenti Formigoni e rispettivamente Galan, entrambi di Forza Italia, poi PdL. Con le elezioni regionali del 2010 l’alleanza Lega Nord-PdL, conquistò anche il Piemonte, con il leghista Cota. Nessuna forma speciale di collaborazione ai sensi dell’art. 117 Cost. è stata varata, né udibilmente proposta, dalla Lega, che nel frattempo conquistava anche la Presidenza della Regione Veneto con Zaia. E la ragione di ciò è semplice: il coordinamento di Piemonte, Lombardia e Veneto in una macro-regione del Nord dotata di organi comuni, avrebbe assegnato la leadership al “Celeste”, Roberto Formigoni.

La Lombardia ha 9.917.714 abitanti, il Veneto 4.937.854 e il Piemonte 4.457.335. La preminenza lombarda è avvalorata dal suo contributo al PIL nazionale: il 20,8% con il 16,3% della popolazione. Seguono il Veneto con il 9,3% di Pil con l’ 8,1% della popolazione e, a distanza, il Piemonte con il 7,4% di PIL e popolazione. Come si vede da questi indicatori la Lombardia, sia come popolazione sia come contributo percentuale al PIL nazionale, supera la somma delle due altre Regioni “padane”.

Se ora si costituisse l’entità macro-regionale dotata di organi comuni come propone Maroni, le tre regioni del Nord sarebbero governate da una sola forza politica e nessun governo nazionale potrebbe non tenerne conto. Sarebbe in un certo senso come una Terza Camera accanto a Montecitorio e Palazzo Madama. Oltretutto il Trattato di Lisbona ha rafforzato la partecipazione dei Parlamenti nazionali e delle Regioni alla fase ascendente delle direttive comunitarie, quindi si può facilmente immaginare quale peso potrebbe esercitare sulle decisioni comunitarie un’entità macro-regionale, coesa e determinata, che assomma 19.312.903 abitanti. Per popolazione sarebbe l’ottavo Stato dell’Unione tra la Romania (21.498.616 abitanti) e i Paesi Bassi (16.485.787 abitanti).

Tale peso politico si accrescerebbe ulteriormente se al Governo ci fosse una coalizione affetta da dissidi interni che non potesse contare su una chiara maggioranza in entrambe le Camere. Ebbene, questa maggioranza per la coalizione PD, SEL, PSI e Centro Democratico è sicuramente a rischio al Senato.

Se si deve compiere una scelta, speriamo di no, tra vincere al Senato in Lombardia o vincere le elezioni regionali per il “Pirellone”, non c’è alcun dubbio che la sfida per il Governo regionale sia quella più importante.

Dopodiché l’art. 117 Cost. andrebbe riformato, prevedendo un passaggio al Parlamento nazionale per deliberazioni di coordinamento pluriregionale che prevedano anche l’istituzione di organi comuni. Non si può lasciare tutta la materia del contendere ai conflitti di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. Semmai si tratterebbe di accentuarne le motivazioni di funzionalità ed efficienza amministrativa rispetto a motivazioni puramente politiche (al limite dell’ideologia).

Un esempio cui guardare è L’AIPO, l’Agenzia Interregionale per il Po, ente strumentale di quattro delle Regioni su cui insiste il bacino del grande fiume: Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. La Valle d’Aosta e le province autonome di Trento e di Bolzano usufruiscono di speciali uffici locali. Le regioni Liguria e Toscana affidano all’AIPO, quanto ai corsi d’acqua afferenti, la gestione dei compiti connessi al bacino padano mediante “protocolli d’intesa” e particolari “convenzioni”. L’attività di pianificazione delle risorse e degli interventi relativi al bacino è curata dall’Autorità di bacino del fiume Po (AdBPo), organismo misto Stato-Regioni.

Per inciso: si tenga presente che nella visione politico-ideologica della Lega Nord non c’è spazio per intese con la Regione Emilia Romagna, governata dalla sinistra.

Altro elemento di valutazione: l’AIPO è sorta dopo la soppressione del Magistrato del Po, un organismo statale di grande competenza tecnica, che regolava l’integrazione tra il livello statale e quello regionale e che si era dimostrato capace di assicurare il massimo di efficienza, cioè di cooperazione al posto del conflitto istituzionalizzato.

La coalizione guidata da Umberto Ambrosoli dovrebbe già in questa campagna elaborare un modello di cooperazione interregionale efficiente, alternativa a quella conflittuale e ideologica della Lega Nord, per esempio con la Liguria per il sistema infrastrutturale correlato ai porti tirrenici. Nell’ambito delle competenze e funzioni regionali, che ci sono anche quelle delegate, ci sono materie importanti per lo sviluppo economico, sociale e civile, che se pensate in un quadro interregionale possono consentire economie di scala per i costi organizzativi e di gestione. Una rete di eccellenza può essere costituita dalle Università e dagli Istituti di ricovero e cura di carattere scientifico senza riguardo alla colorazione politica della Regione di appartenenza e con estensione, nell’ambito della cooperazione transfrontaliera, a organismi e istituti degli Stati confinanti.

* il grassetto è di nandocan


 

Berlusconi spopola nei tg Mediaset

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13 febbraio 2013  – “Il nostro Osservatorio controlla i Tg del prime time. Dall’analisi dei dati cumulativi di 5 settimane di campagna elettorale emerge un sostanziale equilibrio in Rai mentre esiste un vistoso squilibrio su Mediaset”. Lo afferma Roberto Zaccaria, coordinatore dell’Osservatorio del Pd sul pluralismo dell’informazione televisiva ed ex presidente Rai.

“Il dato piu’ allarmante e’ rappresentato dal tempo di parola di Berlusconi che nei TG Mediaset ha avuto 1 ora e 26 minuti, contro i 32 di Bersani e i 26 di Monti (in particolare su Tg4 Berlusconi ha avuto 33 minuti, contro 13 per Bersani, su Studio Aperto 24 minuti contro 11 per Bersani)”.

”Ecco comunque i tempi (secondi) in dettaglio – continua Zaccaria – Rai: Berlusconi 2515, Bersani 2091, Monti 1502; Totale Presenze Mediaset: Berlusconi 3252, Bersani 2054, Monti 1577; All news Rainews24: Berlusconi 734, Bersani 670, Monti 344; Skytg24: 876, Bersani 897, Monti 755.; Totale tutte le emittenti: Berlusconi 7377 pari a 2 ore e 3 minuti, Bersani 5712 pari a 1 ora e 35 minuti, Monti 4178 pari a 1 ora e 10 minuti. ”Oggi – prosegue Zaccaria – sono state pubblicate con i n.97, 98, 99 e 100 le delibere Agcom che respingono i ricorsi sullo squilibrio tra Maroni e Ambrosoli con un solo richiamo a Sky”.

 

Smacchiare il giaguaro

giaguaroRoma, 9 febbraio 2013 – Bersani e Monti: l’alleanza non c’è ancora. Dichiararla prima del voto porterebbe chiarezza, ma farebbe  perdere voti a destra e a sinistra. In una campagna elettorale giocata dall’avversario comune, con sconcertante successo, sulle menzogne e sulle false promesse, una “dissimulazione onesta” delle intenzioni  è  legittima difesa. Ma per il dopo elezioni quella sembra la soluzione probabile. Sempre che i risultati elettorali non smentiscano le previsioni e che il centrosinistra sia sempre deciso ad andare al governo solo con una robusta maggioranza.

Allora Vendola finirà per ammettere che in questo passaggio elettorale più a sinistra non si può. Per battere il populismo demagogico e corruttore di Berlusconi, accetterà il compromesso con una destra rispettabile. Monti si convincerà che fare i conti con Vendola è  più conveniente che trattare con Berlusconi, rendendosi conto che per il PD rompere la coalizione dei progressisti sarebbe invece poco meno che un tentato suicidio.

Certo è che il quadro politico appare oggi molto cambiato anche rispetto ad un anno fa. Ci eravamo  illusi che il cavaliere e la sua corte fossero definitivamente usciti di scena, che Monti e Casini  potessero prenderne il posto, che insomma l’Italia stesse finalmente per diventare un paese moderno (“normale”), con una dialettica politica bipolare simile a quella dei paesi europei più avanzati. Non è andata così. La suggestione che quelle menzogne e quelle false promesse  sembrano ancora in grado di esercitare su una parte consistente dell’elettorato dimostra che la potenza di fuoco mediatica di cui Berlusconi sfacciatamente dispone può colpire ancora una volta. Se non per vincere, per impedire ad altri di governare.

Che nella mentalità di ogni italiano vi sia una dose, piccola o grande, di anarco-individualismo non è solo un luogo comune. E decine di indagini sociologiche documentano l’analfabetismo politico e istituzionale diffuso in Italia. Su queste basi il berlusconismo, come più in generale il populismo di ogni colore,  ha costruito e continuerà a costruire le proprie fortune.

Combattere queste devianze culturali, prima ancora che politiche, è davvero imperativo. In questo compito sono impegnati associazioni e movimenti della società civile, con iniziative diffuse nel territorio che arricchiscono la partecipazione e sono state di stimolo  al rinnovamento della democrazia interna di qualche partito.  Ma è impresa di lunga durata, che per riuscire chiede comunque di essere accompagnata da una comunicazione finalmente libera dai conflitti di interesse e dalle pressioni di qualsiasi potere. Mentre gli abusi a cui stiamo assistendo anche in questa  campagna elettorale fanno capire qual è la determinazione di Berlusconi al riguardo.

I pericoli a cui andiamo incontro sono tali che non possiamo, nella ricerca astratta del meglio, rischiare di perdere il meno peggio. L’alternativa proposta da Ingroia, una maggioranza  di centrosinistra che si appoggi a “rivoluzione civile”, non potrebbe considerarsi adeguata, sia in termini di forza parlamentare – difficilmente raggiungerebbe quel 51 per cento che Bersani giudica insufficiente – sia in considerazione della credibilità richiesta dal contesto politico e finanziario europeo per affrontare la crisi economica in atto. Senza una rassicurazione immediata sulla stabilità del futuro governo, il “pareggio” al Senato fra le due coalizioni principali, tutt’altro che improbabile, rischia di avere serie conseguenze sul nostro debito pubblico. Ma anche una vittoria di stretta misura del centrosinistra sia alla Camera che al Senato non garantirebbe la forza che occorre per mettere in atto quelle riforme che la “Carta di intenti” prevede.

In questi giorni Monti è tornato a parlare genericamente di “equità”, di necessario impulso alla crescita. Forse mi illudo, ma possiamo fargli, almeno provvisoriamente, credito della buona volontà di riempire finalmente di contenuti quelle parole? In Europa sarà dura, come ha dimostrato anche la sessione di bilancio appena conclusa a Bruxelles. Tuttavia, con l’aiuto di Hollande Monti può essere indotto ad usare con maggiore determinazione il suo prestigio e la sua competenza per una politica economica più sensibile ai bisogni dei popoli che a quelli delle grandi banche. Dice, e in parte ha mostrato, di voler combattere l’evasione fiscale, la corruzione, l’illegalità. Con il centrosinistra e non più  zavorrato dalla destra farebbe probabilmente di meglio. Lo stesso dicasi per la riforma della RAI  e del sistema radiotelevisivo. E così via. Intanto, possiamo apprezzare il via libera che oggi i montiani hanno dato al voto per Ambrosoli presidente in Lombardia. Se PD e SEL vincessero il premio di maggioranza al Senato, questo peserebbe sugli equilibri dell’alleanza di governo. Mettiamocela tutta. Forse riusciremo a smacchiare il giaguaro.

La rimonta di Berlusconi e l’effetto Mozart

di Emilio Carnevali (da Micromega), 31 gennaio 2013*

L’ultimo capodanno ha fatto registrare il record assoluto di ascolti televisivi negli ultimi 15 anni, con 17 milioni 936 mila spettatori nella fascia di prime time (20.30-22.30). Gli italiani, impoveriti dalla crisi, hanno scelto di rinunciare a cene e veglioni nei locali per trattenersi a casa in compagnia di Carlo Conti (la sua diretta da Courmayeur su Rai Uno ha vinto la serata con il 37.35% di share). Il direttore del Tg di La7 Enrico Mentana ha giustamente commentato che questi ascolti «raccontano la crisi più di un dato Istat».

Cambio di scena: da capodanno alle non meno pirotecniche convulsioni teatrali della campagna elettorale. Silvio Berlusconi, dato per “politicamente morto” fino a poco tempo fa, occupa militarmente ogni spazio televisivo e riesce ad imporre l’idea di una sua possibile rimonta. Non un blog, non un sito internet, non un quotidiano nazionale a larga diffusione, ma una puntata di un tradizionalissimo format televisivo come il programma di Michele Santoro assurge a “condensato simbolico” della grande riscossa (8,7 milioni di spettatori; share del 33,59% con punte del 51,48%). 
Era stato lo stesso per Mitt Romney dopo il primo dibattito con Barack Obama: la sua brillante prestazione ha galvanizzato l’elettorato repubblicano e ha reso assai più problematica la rielezione del presidente in carica. Obama ha dovuto vincere gli altri due duelli televisivi per neutralizzare gli effetti della prima sconfitta.

Berlusconi sa bene – diversamente da quello che finge di non sapere Grillo – che il 60% dei cittadini italiani ha ancora nella televisione la principale fonte di informazione. Fra gli elettori di centrodestra questa percentuale sale al 69%, ma anche fra gli elettori del Movimento 5 Stelle raggiunge la ragguardevole cifra del 44%. Solo il 25% degli elettori grillini indica internet come prima fonte di informazione politica. Sul totale dell’elettorato questa cifra si abbassa addirittura all’11% (dati di una indagine Demos pubblicati sulla Repubblica del 30 gennaio 2013). 

Del resto la televisione non è la sola cosa che sembra smentire le previsioni di una propria, definitiva, uscita di scena. Sempre Grillo ha dichiarato espressamente che i partiti politici sono finiti, che i loro leader sono degli zombi, morti che camminano. Ad oggi i sondaggi ci dicono che circa l’87% dell’elettorato è intenzionato a votare per uno degli zombi protagonisti di questa campagna elettorale in alternativa al Movimento 5 Stelle.

Chiaramente non c’è da soffermarsi troppo su dichiarazioni che sono da rubricare più nella propaganda (del tutto legittima, sia ben intenso) che nell’analisi sociologica (materia non adatta ai comizi di Grillo come a quelli di qualsiasi altro leader). È lo stesso leader del M5S a comportarsi in modo assai più sottile e sofisticato rispetto ai precetti che discenderebbero dalle sue semplificazioni (è recentissimo, ad esempio, l’annuncio di voler infrangere il tabù della partecipazione ad un programma televisivo).

Non sono certo semplificazioni superficiali, invece, molte argomentazioni di chi mette in guardia dal commettere l’errore opposto. Cioè l’errore di sopravvalutarne il ruolo e il peso del mezzo televisivo: certi numeri “fotografano” un fenomeno, si dice, non spiegano la rete complessa che lega i fattori alla base del fenomeno stesso.

C’è un storia illuminante a questo proposito: il famoso “effetto Mozart”. Nel 1993 fu pubblicato su Nature uno studio secondo il quale ascoltare Mozart per 10-15 minuti al giorno durante l’infanzia poteva incrementare il quoziente intellettivo di 8 o 9 punti. Molti genitori americani pensavano di aver trovato la formula magica per fare dei propri figli dei piccoli geni. Per un certo periodo lo stato della Georgia distribuì addirittura Cd di musica classica nelle scuole. Funzionava davvero? Naturalmente no. Ma allora i dati dell’articolo di Nature erano contraffatti? La risposta è ancora no, perché c’era davvero una correlazione empirica fra “intelligenza” e “ascolto di Mozart”. E allora qual era la spiegazione? La troviamo in quel fenomeno che in econometria si definisce “distorsione da variabile omessa”. È molto probabile, infatti, che le famiglie nelle quali si ascolta Mozart durante l’infanzia siano costituite da genitori che hanno un alto livello di istruzione e dunque forniscono molti stimoli intellettuali ai propri figli, arricchiscono il loro percorso di crescita con esperienze cognitive molto formative, li immergono in un ambiente ricco di possibilità di apprendimento e di sollecitazioni logico-linguistiche (Mozart o non Mozart). In altre parole la “variabile Mozart” incorporava altri fattori ai quali è da attribuire la causa principale del livello della variabile dipendente (il quoziente intellettivo). Esperimenti controllati casualizzati – cioè condotti esponendo all’ascolto di Mozart diversi bambini divisi in un “gruppo di trattamento” e un gruppo di controllo” – hanno dimostrato che non esiste alcun “effetto Mozart”.

Ora, cosa c’entra tutto ciò con Berlusconi e la televisione? C’entra eccome. Perché un’obiezione che implicitamente si muove al fronte degli “apocalittici” – cioè di coloro che lanciano con forza l’allarme sul potere televisivo dell’ex premier – è tutt’altro che rozza. Riproduce di fatto le critiche che furono formulate all’“effetto Morzart”: «È vero che il 69% degli elettori di Berlusconi ha come principale fonte di informazione la televisione», si sostiene. «Ma qual è la causa e qual è l’effetto? Non sarà che la causa ultima sia da rintracciare in un basso livello di istruzione, in una generale mancanza di strumenti per decodificare fenomeni complessi, in una condizione di “marginalità culturale” che causa sia il voto a Berlusconi sia la scarsa frequentazione di giornali o altre fonti di informazioni? E anche se questa non fosse l’unica direzione possibile della causalità, non c’è anche questo meccanismo all’opera nella dinamica generale delle forze?».

Per dirimere la questione ci vorrebbe un’analisi condotta con rigorosi criteri econometrici, tali appunto da eliminare il fenomeno di distorsione da variabili omesse.
Questa analisi c’è. L’ha condotta l’economista Fabio Sabatini dell’Università di Roma “La Sapienza” (l’articolo con le conclusioni dello studio è stato pubblicatosulla rivista Kyklos).

Sabatini ha utilizzato una serie di variabili di controllo che potrebbero influenzare la fiducia in Berlusconi da parte dei cittadini (quest’ultima era la variabile dipendente della quale si volevano individuare i fattori di origine): la situazione economica familiare degli intervistati; le caratteristiche demografiche (età, sesso, stato civile e area di residenza); i dati sulla vita di relazione (frequenza con cui si incontrano parenti, amici e colleghi, ecc.); la partecipazione sociale, misurata mediante l’iscrizione ad associazioni della società civile, la partecipazione a meeting di organizzazioni volontarie, ecc.; la fiducia nei confronti degli “altri” e di alcune istituzioni, quali il sistema giudiziario e le forze dell’ordine; la tolleranza nei confronti di determinate categorie di persone, quali gli immigrati extracomunitari; la professione e il livello di istruzione.

Concludeva Sabatini: «Le stime mostrano l’esistenza di una correlazione estremamente significativa e positiva tra la fiducia nella televisione e la fiducia nel presidente del Consiglio. Coloro che si fidano della tv hanno il 16,4% di probabilità in più di fidarsi di Berlusconi».
Naturalmente si tratta di maneggiare con cura questi dati, ed era lo stesso Sabatini a sottolineare i limiti di un’indagine condotta in questo modo (per esempio sarebbe utile seguire l’evoluzione dei comportamenti e delle percezioni degli intervistati nel tempo per eliminare i problemi di “endogenità” descritti nello studio). Ma si tratta comunque di risultati che dovrebbero far riflettere molto.

E se non vogliamo addentrarci nella complessità dei modelli econometrici, possiamo far ricorso alle altrettanto illuminanti considerazioni di un grande conoscitore del mezzo televisivo come Carlo Freccero. In un’intervista rilasciata recentemente a Repubblica, l’ex direttore dei palinsesti di Canale 5 e Italia 1 ha dichiarato: in televisione Berlusconi «è il migliore, in assoluto. Alterna toni di empatia con lo spettatore; diventa l’arcitaliano. E in un confronto con Monti sarebbe straordinario, Monti con i dossier a portata di mano e lui tutto show». Alla domanda «Questi confronti spostano elettori, secondo lei?», Freccero ha risposto: «No, tranne che per Grillo e per Berlusconi. Ogni elettore ha il suo elettorato: l’elettorato di Bersani non si muove in base alle performance Tv, quello di Berlusconi sì, gli si accende la speranza di rivedere Silvio al potere».

Ecco perché la presenza dilagante dell’ex premier in televisione nelle ultime settimane è funzionale ed estremamente utile al suo obiettivo primario ed irrinunciabile in questa campagna elettorale: mobilitare il proprio elettorato deluso.

Fortunatamente non viviamo in una società orwelliana e l’uccisione della realtà da parte della finzione è tutt’altro che un “delitto perfetto” così come lo concepiva il filosofo Jean Baudrillard. La crisi economica nella quale siamo immersi sarà un potente antidoto alle suggestioni degli incantatori di serpenti. 

Ma le elezioni hanno una dura semplicità dei numeri che talvolta fa giustizia delle più sofisticate analisi degli scenari: in Lombardia, regione fondamentale per il controllo del Senato nella prossima legislatura, le due principali coalizioni sono date testa a testa dai sondaggi. Siamo ancora così sicuri che non val la pena perdere tempo parlando di cose che spostano giusto l’1 o il 2% dei voti?

 

Conflitto d’interessi e legge Gasparri: “due riforme fondamentali anche per la Lista Monti”. Intervista a Andrea Olivero

di Gianni Rossi, 25 gennaio 2013*

andreaolivero1L’anomalia italiana nel campo dei media è uno degli argomenti purtroppo fuori dal dibattito politico, ma l’assenza di leggi liberali, europee e severe sta creando ancora una volta uno stravolgimento della campagna elettorale. Si tende a tenere sotto la cenere temi, come quelli delle libertà d’informazione, tutela e sviluppo del servizio pubblico, regole antitrust, ritenuti a torto meno prioritari rispetto alla crisi economica e finanziaria. Ne abbiamo parlato con Andrea Olivero, 42 anni, di Cuneo, per 7 anni presidente delle Acli e oggi capolista al Senato nel Piemonte per la Lista Monti.Olivero, una volta eletto al Parlamento, come pensa di affrontare il tema del conflitto di interessi insieme a quello di una seria legislazione antitrust che comprenda anche l’abolizione della legge Gasparri?
“E’ uno dei temi che la nostra lista ha posto tra quelli chiave. Anche nell’Agenda Monti c’è un capitolo a questo dedicato, perché crediamo sia una degli elementi dell’anomalia italiana. E’ una delle cause della grave crisi della politica. Mi impegnerò affinché dall’Agenda queste cose diventino una concreta azione politica, qualunque sia il nostro ruolo nella prossima legislatura”.

Certo, sembrano temi lontani dall’attuale crisi economica e sociale, eppure non pensa che siano alla base di un ordinato sviluppo della democrazia?
”Esattamente! Una corretta informazione è alla base di qualunque modalità altrettanto corretta di gestione della società. Né in ambito politico né in ambito sociale si può pensare di avere sviluppo, senza una forte trasparenza e una garanzia di legittimità in questi ambiti”.

Come avrà notato, proprio grazie all’attuale legge su conflitto di interesse e alla Gasparri, in realtà Berlusconi riesce comunque a invadere gli schermi, modificando a suo favore anche i sondaggi che prima lo davano ampiamente sconfitto.
“Credo che l’abbiamo visto negli ultimi 20 come il possesso dei media offra una straordinaria possibilità di manipolazione degli stessi e, quindi, si traduce anche in una manipolazione di quelli che sono i pensieri dell’opinione pubblica. Questo condizionamento rende estremamente difficile il confronto democratico e, l’abbiamo visto in tante occasioni, impedisce la trasformazione del paese.
Abbiamo ridotto l’Italia ad un talkshow che si ripete sempre uguale da 20 anni! Persino l’opposizione talvolta sembra accettare le regole di questo spettacolo”.

Pensa che la Gasparri andrebbe abolita e che la RAI andrebbe rafforzata e svincolata dal controllo dei partiti, come chiediamo ai candidati dei diversi partiti con l’Appello di Articolo 21, che presenteremo l’8 Febbraio?
“Penso che bisogna modificarla radicalmente, se non abolirla. I punti cardine sono certamente il mantenimento del Servizio pubblico, ma al contempo la trasformazione della Rai in soggetto autonomo in grado di valorizzare le professionalità e liberarsi dal laccio della partitocrazia che ha via, via limitato le sue possibilità, le sue capacità. Ci accorgiamo che la Rai per molti versi è un “Gigante legato”, che ha grande potenzialità inespresse, perché bloccato proprio dai lacci di una partitocrazia, odiosa ancor di più in quanto oggi i partiti non hanno più riconoscimento popolare. In fondo, con la vecchia partitocrazia erano pur sempre rappresentate delle idee. Oggi, invece, ci sono solo delle oligarchie”.

*da Articolo 21, il grassetto è di nandocan

Per chi fischia il rigore

Monti RigoreRoma, 10 gennaio 2013 – Monti su twitter: “@tg1online Dialogo sì, con tutti, anche se avessi la maggioranza. Sostegno a governi non riformisti: NO”. Chi ha potuto seguire i primi cinguettii del premier in campagna elettorale avrà notato la facilità con cui si è subito adeguato alla poco nobile tradizione dei politici nostrani di evitare risposte impegnative. Dialogo e riformismo sono parole che non dicono molto, la seconda meno ancora della prima. Perché ci sono riforme che cambiano la realtà delle cose e riforme che si limitano ad aggiustarla. Infatti da Berlusconi a Vendola tutti si dichiarano riformisti.

Avrete letto anche voi  l’Agenda Monti e la “Carta di intenti” del centrosinistra. Secondo Eugenio Scalfari sarebbero quasi uguali. Apparentemente, forse, lo sono, nel senso che gli obbiettivi economici programmati spesso coincidono, ma quello che conta sono le priorità: nel recupero, nella distribuzione e nell’impiego delle risorse. Rigore, crescita ed equità: con queste tre parole il Professore-arbitro ha messo insieme la “strana” maggioranza. Si è visto poi per chi  fischiava il rigore.

Destra e sinistra non sono parole vuote. Nell’Italia e nell’Europa di oggi hanno ancora, come insegnava Bobbio, un significato importante. Dunque  ogni programma va letto alla luce dei comportamenti e della storia di chi promette di realizzarlo: persone, partiti o movimenti. E tener conto, come ammette lo stesso Scalfari, della “differenza tra i protagonisti, le forze politiche da esse guidate e i ceti sociali di riferimento”. L’uso di una parola vaga come “società civile” non serve a fare chiarezza, specie quando vi si confondono centri di potere finanziari, corporativi o religiosi a cui le carriere dei cosiddetti tecnici fanno spesso riferimento.

Chi ha premuto sulla decisione di Monti di “salire in politica” non avrà scrupoli a pretendere una spaccatura del centrosinistra o addirittura interna al PD in cambio di un accordo obbligato al Senato. A chi mostra ancora di puntare in questa direzione sarà bene rispondere nelle prossime settimane non con minore ma con maggiore chiarezza sull’unità della coalizione e sugli orientamenti che distinguono i progressisti dalla destra e dal centro.

In Europa e nel mondo non c’è un solo modo, quello liberista, di guardare alla globalizzazione, all’orizzonte federale europeo, alla crisi finanziaria o alle difficoltà della crescita. Ad esso i progressisti devono contrapporre una strategia da offrire al confronto democratico, senza ambiguità. Così anche per i nodi tuttora insoluti della politica nazionale, dalla difesa della Costituzione ai diritti civili, dalla riforma della giustizia alla normativa sulla corruzione e sul conflitto di interessi, dalla tutela dei beni comuni al rafforzamento del ruolo della scuola, della televisione e della sanità pubbliche.

Meglio ancora sarebbe se la sinistra cominciasse ad aprire lo sguardo ad una rigenerazione del pensiero politico, non più a rimorchio dell’economia. Come scrive l’antropologo Edgar Morin nel suo ultimo libro (“La via – Per l’avvenire dell’umanità”, Raffaello Cortina editore), “l’economia crede di risolvere i problemi politici e umani con la competizione, la deregolamentazione, la crescita, l’aumento del PIL e, in caso di crisi, con il rigore, cioè con i sacrifici imposti ai popoli. E come la civetta fugge il sole, la classe politica si allontana da qualsiasi pensiero che potrebbe illuminare il cammino del bene comune”.