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L’han votato

Renzi BerlusconiL’han votato. Li ho visti ai gazebo/

tre milioni di italica gente/

“Tutti gli altri per noi sono niente,/

Matteo Renzi, noi siamo con te./

 

 

Mi correggo. Li ho visti ai gazebo/

due milioni di italica gente/

“Tutti gli altri per noi sono niente,/

Matteo Renzi, noi siamo con te”./

 

Mi han votato. Ora sto al Nazareno/

finalmente mi sento un vincente./

Tutti gli altri per me sono niente/

Berlusconi, son tutto per te.

 

24 gennaio 2014

Foto Berlusconi a Villa Certosa. Cinque mesi di reclusione a ex direttore di oggi

da Ossigeno Informazione – 3 marzo 2013 –

Foto Berlusconi a Villa Certosa. Cinque mesi di reclusione a ex direttore "Oggi"

Per averle pubblicate Pino Belleri dovrà inoltre pagare diecimila euro di danni. Furono scattate a Villa Certosa da Antonello Zappadu,  mostrano il Cavaliere con alcune giovani ospiti

Il giudice ha ritenuto che non si può invocare il diritto di cronaca e ha condannato l’ex direttore del settimanale Oggi, Pino Belleri, a 5 mesi di reclusione (pena sospesa) per ricettazione ed interferenza illecita nella vita privata e ad un risarcimento danni di diecimila euro da versare a Silvio Berlusconi. La decisione è del giudice della quarta sezione penale di Milano, Maria Teresa Guadagnino. La colpa; aver pubblicato, il 17 aprile 2007, quindici fotografie che ritraggono Berlusconi e un gruppo di ragazze sue ospiti che si trovavano all’interno della residenza privata di Villa Certosa (Olbia), in Sardegna.

Le immagini, pubblicate in un servizio intitolato «L’harem di Berlusconi», erano state scattate dal fotografo Antonello Zappadu: nei suoi confronti è in corso un distinto processo al Tribunale di Olbia, per violazione di domicilio e della privacy.

Il pubblico ministero aveva chiesto per Belleri una condanna a un anno e cinque mesi di reclusione. Il leader del Pdl, costituitosi parte civile, aveva chiesto un risarcimento di centomila euro.

L’avvocato Caterina Malavenda, che ha difeso Belleri, ha sostenuto che gli elettori avevano il diritto di conoscere il «modo di fare» di un leader che sosteneva una «linea politica pro-famiglia».

Il 23 marzo cento piazze per la Costituzione

di Giuseppe Giulietti, 2 marzo 2013 (da articolo 21)

costituzione3Condividiamo parola per parola l’intervento di Mimmo Gallo, magistrato e da sempre un custode dei valori costituzionali e repubblicani. La manifestazione del 23 marzo ha il sapore di una iniziativa eversiva volta a far prevalere gli interessi di uno sull’interesse generale. La compravendita dei parlamentari, ammessa dallo stesso senatore De Gregorio, rappresenta una delle peggiori infamie etiche e politiche concepibili sul piano etico e politico.Per questo non si può fingere di non sapere e di non vedere.
Altro che governissimo o candidature del cavaliere alla presidenza delle camere!
Di fronte a questo annuncio occorre reagire convocando centinaia di piazze per la legalità e per la tutela della Costituzione, chiamando a raccolta chiunque abbia a cuore questi valori, senza distinzione di parte o di partito.
Articolo21, come sempre, fará la sua parte.
Ci piacerebbe che nella giornata del 23 marzo le altre forze politiche reagissero annunciando l’intera per dar vita ad un governo capace, prima di tornare alle urne, di approvare la nuova legge elettorale, le norme anti corruzione, una rigorosa normativa sul conflitto di interessi e la puntigliosa tutela della carta costituzionale, autentico bene comune.

Il cancro della democrazia

di Domenico Gallo, 1 marzo 2013*

berlusconi-processiAdesso è ufficiale, Berlusconi convoca la piazza contro la magistratura e chiama il popolo a manifestare il 23 marzo contro questo “cancro della nostra democrazia”. Probabilmente le ultime rivelazioni sulla vicenda De Gregorio sono la goccia che ha fatto traboccare il vaso della strutturale insofferenza di Berlusconi al controllo di legalità ed alle regole dello Stato di diritto.Qui viene fuori l’anomalia del sistema politico italiano che ha consentito che venissero affidate funzioni di uomo di Stato ad un personaggio che, oltre ad essere coinvolto, con i suoi più stretti collaboratori, in vicende di malaffare di ogni tipo, ha fatto della lotta alle regole costituzionali e dell’aggressione alle istituzioni di garanzia la ragione d’essere stessa del movimento da lui capeggiato.
Quello di Berlusconi non è semplicemente un rifiuto “ideologico” dei principi basilari dello Stato di diritto nel quadro di una visione monocratica in cui tutti i poteri sono concentrati nelle mani del sovrano. Egli non è semplicemente portatore di una cultura politica contraria alla Costituzione. Anche una cultura politica antidemocratica si può evolvere e può accettare compromessi: quella di Berlusconi, invece, è una lotta corpo a corpo contro la Costituzione che non può accettare mediazioni: o riuscirà a mettere sotto controllo politico l’attività della magistratura (inquirente e giudicante) oppure ne resterà travolto e gli si apriranno le porte del carcere o dell’esilio in Tunisia.
In questo contingente la realtà supera l’immaginazione e Berlusconi sta mettendo in opera la scena finale del film il Caimano con la folla che si scaglia contro i giudici. Quando un capo politico scaglia i suoi partigiani contro le istituzioni di garanzia, rivendicando il diritto di non essere sottoposto alla legge, siamo in presenza di un fatto gravemente eversivo. E’ la rivendicazione del Fuhrer Prinzip. E’ eversione allo stato puro.
Per quasi vent’anni i partiti politici democratici, il sistema dei media, i maitres à penser dei principali giornali italiani, hanno chiuso gli occhi di fronte a questo fenomeno degenerativo, hanno evitato che Berlusconi venisse escluso dal Parlamento, pur essendo ineleggibile, lo hanno accettato come un normale interlocutore politico, pienamente legittimato, nel gioco delle parti, a realizzare l’alternanza politica.
Le ultime elezioni politiche ormai hanno dimostrato a tutti che le finzioni non reggono più e che, arrivati ad un certo punto, inevitabilmente si devono fare i conti con la realtà: non si può più continuare a non vedere quanto Berlusconi ed il suo partito siano strutturalmente inconciliabili con le regole minime della democrazia con la quale hanno intrapreso una lotta mortale, al fondo della quale o soccomberanno loro o soccomberà la democrazia nel nostro paese.
Quando Berlusconi parla della magistratura come di un “cancro della democrazia”, evidentemente pensa a sé stesso e al movimento di cui è proprietario.
Adesso che tutte le finzioni sono crollate è venuto il tempo di incidere politicamente con il bisturi su questo cancro ed evitare che le metastasi si estendano oltre nel corpo delle istituzioni.
Si cominci ad escluderlo dalla corsa alla Presidenza delle Camere e si assumano atteggiamenti politici conseguenti con la gravità della situazione.
*il grassetto è di nandocan

Krugman: Un voto contro l’austerità

Krugman Pauldi Paul Krugman, International Herald Tribune, 27 febbraio 2013* – 

Due mesi fa, quando Mario Monti si è dimesso dalla carica di Capo del Governo Italiano, il giornale “The Economist” ha espresso l’opinione che la “prossima campagna elettorale sarà soprattutto un test sulla maturità e sul realismo degli elettori italiani”. Presumibilmente questa azione matura e realistica avrebbe dovuto portare al ritorno di Monti, che è stato essenzialmente imposto all’Italia dai suoi creditori, al ruolo di Capo del Governo, questa volta con un reale mandato popolare.Non sembra che le cose siano andate per questo verso. Il partito di Monti é arrivato quarto, non solo arrivando dietro l’essenzialmente comico Silvio Berlusconi, ma anche dietro al vero comico Beppe Grillo, la cui mancanza di una piattaforma coerente non gli ha impedito di diventare una forza politica poderosa.Si è aperta una prospettiva fuori dall’ordinario, che ha diffuso nel mondo molti commenti sulla cultura politica italiana. Ma senza voler difendere le politiche del bunga bunga, lasciatemi porre la domanda più ovvia. Che bene ha esattamente fatto il realismo maturo all’Italia ed all’Europa intera?In effetti Monti è stato il proconsole insediato dalla Germania per realizzare l’austerità fiscale in una economia già in difficoltà; la volontà di perseguirla senza limiti è ciò che i circoli politici europei definiscono come rispettabilità. Posizione che sarebbe stata corretta, se queste politiche avessero potuto funzionare, cosa che non è avvenuta. E, ben lungi dal sembrare realisti e maturi, coloro che invocano ancora l’austerità appaiono petulanti e fallimentari.Consideriamo come avrebbero dovuto funzionare le cose fino a questo punto. Quando l’Europa si è infatuata per l’austerità, i membri della Commissione Europea hanno respinto le preoccupazioni che il taglio drastico della spesa e l’aumento delle tasse avrebbe approfondito la depressione di economie già in difficoltà. Al contrario, essi hanno insistito che queste politiche avrebbero rinforzato l’economia “ispirando la fiducia”.

Ma la fata della fiducia non si è fatta vedere. Le nazioni a cui è stata imposta una dura austerità stanno attraversando profonde crisi economiche; maggiore l’austerità, maggiore la depressione. Questa relazione è stata così forte che anche il Fondo Monetario Internazionale, in un forte mea culpa, ha ammesso che è stato sottovalutato il danno che l’austerità avrebbe prodotto. Nel frattempo, l’austerità non ha neppure raggiunto l’obiettivo minimo di ridurre il costo del debito. Al contrario, i paesi che hanno intrapreso politiche di dura austerità hanno visto aumentare il rapporto del debito pubblico sul Prodotto Interno Lordo, poiché la contrazione delle loro economie ha sopravanzato ogni riduzione degli interessi sul debito.

E poiché le politiche di austerità non sono state compensate da una politica di espansione perseguita altrove, l’economia europea nel suo insieme, che non ha mai recuperato dal crollo del 2008-2009, è caduta in una recessione con tassi di disoccupazione in rapida crescita. L’unica buona notizia è che il mercato degli interessi sul debito pubblico si è calmato, largamente grazie alla proclamata volontà della Banca Centrale europea di comprare debito pubblico qualora si fosse reso necessario. Come risultato, il crollo finanziario che avrebbe distrutto l’euro è stato sventato. Ma quale freddo conforto per i milioni di europei che hanno nel frattempo perso il loro lavoro e nutrono scarse speranze di trovarne uno nuovo.

Dato tutto questo, ci si sarebbe aspettati un qualche ripensamento da parte dei gruppi dirigenti europei, qualche sprazzo di flessibilità. Invece i principali responsabili di questa politica sono diventati ancor più insistenti nel dire che l’austerità è l’unica via perseguibile.

Perciò nel gennaio 2011 Olli Rehn, vicepresidente della Commissione Europea, ha lodato i programmi di austerità di Grecia, Spagna e Portogallo e predetto che il programma Greco in particolare avrebbe dato “risultati duraturi”. Da allora i tassi di disoccupazione si sono impennati in tutti e tre i paesi, ma nel dicembre del 2012, il Sig. Rehn ha pubblicato un editoriale dal titolo “L’Europa deve proseguire con le politiche di austerità” . E’ la risposta del Sig. Rehn a coloro che mostrano che gli effetti negativi dell’austerità sono stati molto più ampi di quanto atteso è stata di inviare una lettera ai Ministri delle Finanze dei Paesi EU e al FMI in cui dichiara che queste segnalazioni sono pericolose perché rischiano di “erodere la fiducia”.

Quest’altra considerazione ci porta all’Italia, una nazione che, a causa di tutte le sue disfunzioni, ha subito una politica di sostanziale austerità, e visto la sua economia contrarsi rapidamente come risultato di queste scelte.

Gli osservatori esteri sono terrorizzati dal voto italiano, ed a ragione; anche se l’incubo di un ritorno di Berlusconi al potere non si è materializzato, il forte risultato di Grillo o di entrambi potrebbe destabilizzare non solo l’Italia, ma l’Europa intera. Ma dovranno ricordarsi che l’Italia non è unica: politici discutibili potrebbero avere successo in tutta Europa meridionale. E la ragione per cui questo sta avvenendo é che la rispettabile Europa non vuole ammettere che le politiche che ha imposto ai suoi debitori sono un fallimento disastroso. Se non saranno cambiate, il voto italiano sarà solo un assaggio di una ulteriore pericolosa radicalizzazione.

*da Micromega, il grassetto è di nandocan

Pd e 5 Stelle, un confronto in Parlamento

di Federico Orlando, 26 febbraio 2013*

grillo-bersaniSono cominciate, da lontano, le manovre per arrivare a una soluzione concordata della crisi post-elettorale, che consenta a un parlamento senza maggioranza di inventarsene una, la meno lontana possibile dalle affinità, anche se non proprio elettive, dei partiti. Nella conferenza stampa di martedì pomeriggio, Bersani, “non vincitore ma primo”, come si è definito, ha detto con più chiarezza di quanta solesse usare la vecchia politica, le cose che proporrebbe se toccasse a lui di tentare la costituzione di un governo
. Un “governo di combattimento”, ha chiarito subito il leader del Pd, che affronti subito alcuni capitoli non rinviabili: moralità , lavoro, anticorruzione, riforma dei partiti e della politica, problema sociale (con cambiamento delle clausole europee e con impegno per il Mezzogiorno e per la ripresa produttiva). Ha anche aggiunto, per quanto riguarda i rapporti istituzionali, che le presidenze delle due camere potrebbero essere assegnate a due gruppi parlamentari di diverso colore, come in altri tempi quando di solito il Senato era presieduto da un democristiano e la Camera da comunista. Ed è parso chiaro dal contesto del discorso che si sia trattato di un’avance di dialogo all’ M5S, affinché concorra ad assumersi le sue responsabilità e non esca fuori della strada riformista con palingenesi di tipo forzista-leghista.Il discorso bersaniano sembra dunque chiudere le porte tanto a un governo di cosiddetta unità nazionale, guidato da una personalità esterna, quanto a un accordo con Berlusconi per far fronte a una specie di invasione barbarica. Proprio a questo accordo aveva invece accennato in mattinata Berlusconi, né era mancata qualche voce, sia pure in sordina, che l’aveva presa per buona, proponendo un paradiso dorato (sul Colle?) per il cavaliere e un governo Bersani-Alfano. Articolo 21, pur giudicando una tale ipotesi di pura fantasia malata, ribadisce i suoi paletti. Come non accetteremo che Grillo continui in parlamento (con norme contro l’editoria e soppressione dell’Ordine dei giornalisti) gli oltraggi all’articolo 21 della Costituzione perpetrati in campagna elettorale; così non accetteremmo un’intesa col Pdl che escludesse il conflitto d’interesse, la lotta al duopolio televisivo, la legge anticorruzione (non la camomilla della ministra Severino), la guerra all’Europa, che noi vogliamo trasformare dall’attuale sudditanza in pace paritaria e costruttiva.Dunque, niente inciuci Pd-Pdl, ma solo un passo verso i nuovi gruppi che entrano per la prima volta alla camera e al senato, affinché partecipino, col loro bagaglio di idee buone ma non di pregiudizi distruttivi, alle prime incombenze istituzionali (e cioè l’elezione dei vertici dello Stato); e poi concorrano a dare spunti programmatici condivisi al “governo di combattimento”.
Forse rinunciando a pregiudizi, risentimenti ed estremismi da comizio, sarà possibile ritrovare anche quella comunione di elettori contrari alla destra oligopolista e fascista, che ha tenuto in mano l’Italia per vent’anni, strangolandola fino all’avvento del governo Monti: chirurgo probabilmente bravissimo, ma che non s’accorse (e non se ne accorsero per un anno, o non lo dissero, i suoi assistenti parlamentari), che gli interventi tecnicamente perfetti prostravano un malato gravemente debilitato.D’altronde, se non Grillo, i grillini “giovani e puliti” non avranno difficoltà a comprendere che un dialogo a distanza col Pd, sul terreno istituzionale e di alcuni punti del programma, non è una compromissione; ma è una garanzia anche per loro a non fuoriuscire dai problemi e non finire nella sola alternativa possibile al centrosinistra: la destra razzista e corrotta, che in Italia usurpa il nome di liberale ma è a pieno titolo fascista.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

“La magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana”. Con una vergognosa dichiarazione Berlusconi viola il silenzio elettorale

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24 febbraio 2013 – Se ci fossero ancora dei dubbi sulla priorità che il nuovo parlamento dovrà trasformare in legge basta la cronaca della giornata di ieri: il presidente (onorario…) del Milan, giunto al centro sportivo di “Milanello”, per salutare la sua squadra ha incontrato i giornalisti ma invece di commentare l’ascesa in serie A del suo team o di pronosticare il risultato del derby di oggi Berlusconi è tornato a parlare di politica rompendo di fatto il silenzio elettorale. E se la forma è stata palesemente compromessa la sostanza è ancora più grave con la vergognosa dichiarazione rilasciata ai cronisti: “la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana”. Fin da quando Articolo21 è nata (nel 2001) ha messo al primo posto delle sue battaglie quella di una legge chiara e rigorosa sul conflitto di interessi. Ed è anche il primo dei 6 punti della dichiarazione comune che abbiamo chiesto di sottoscrivere, l’8 febbraio presso la Fnsi, a 43 candidati di diverse liste. Ieri abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione che una legge sul conflitto di interessi è La priorità. Quanto poi alla dichiarazione in sé purtroppo non c’è di che stupirsi visto che viene da un personaggio che ha definito Vittorio Mangano un eroe  e che ha fatto di tutto per delegittimare e offendere la magistratura e per salvarsi dai processi a colpi di leggi ad personam. Possiamo solo sperare che lunedí 25 febbraio sia il giorno della Liberazione da un ventennio di berlusconismo, la principale metastasi per la democrazia del secolo scorso (insieme al fascismo) e dei dodici anni che abbiamo alle spalle.

Conflitto di interessi: Giulietti, “Berlusconi scelga un modello qualsiasi in Europa”

Berlusconi uno e trino21 febbraio 2013 – “Berlusconi, al solo annuncio di una possibile legge sul conflitto di interessi è tornato ad indossare i panni dell’espropriando, della vittima del complotto “bolscevico”. Ci auguriamo che, almeno questa volta, nessuno abbocchi alla sceneggiata di sempre. Non si tratta, infatti, di “tosare” qualcuno ma, più semplicemente, di portare l’Italia in Europa anche nel sistema dei media”. Lo afferma in una nota il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti.

“Per non cadere nella sua trappola basterà adottare, in materia di conflitto di interessi, di normative antitrust, di contrasto alle posizioni dominanti, una delle normative già in vigore nei principali paesi europei. Se fossimo nei panni del nuovo governo, per non spaventare troppo Berlusconi, chiederemmo direttamente a Lui di scegliere il modello di riferimento, e poi lo porteremo subito al voto del Parlamento. Non si tratta, dunque, di danneggiare una persona o una azienda, ma, più semplicemente, di porre fine alla stagione del conflitto di interesse e delle norme ad aziendam e di trattare tutte le imprese in modo uguale, a prescindere dal nome e dal cognome del proprietario, come, peraltro, e non da oggi, ci hanno chiesto tutte le principali istituzioni internazionali che si occupano di libertà dei media”.
Subito dopo il voto Articolo 21 chiederà alle decine di candidate e di candidati, delle diverse liste, che hanno sottoscritto l’appello della associazione, di presentare una proposta comune, oltre ogni confine di parte e di partito”.

La7, trattativa in esclusiva con Cairo. A rischio l’autonomia editoriale della rete?

urbanocairo

“Sono fuori e lontano dalla politica di Silvio Berlusconi, non mi ha mai visto nei convegni di Forza Italia e non mi vedrà” “Non so se venderanno La7 a me, ma penso di sapere esattamente cosa fare, e come. E di poter garantire solidità finanziaria e nessuna ombra sulla linea editoriale: Mentana e Santoro per me sono inamovibili”. ”Mi infastidisce quando leggo che sono l’amico di B., il berluschino che tira via La7 alla democrazia per riporla nelle mani del tycoon onnivoro”. Così l’imprenditore torinese Urbano Cairo il 7 febbraio in un’intervista ad Antonello Caporale sul “Fatto Quotidiano”.

Ieri il cda di Telecom Italia ha approvato l’avvio di “una fase di negoziazione in esclusiva con Cairo Communication per le cessione dell’intera partecipazione in La7 srl, con l’esclusione della quota di Mtv Italia (51%) detenuta dalla stessa La7″. Lo ha reso noto lo stesso Gruppo Telecom.

La 7 – ha scritto alcuni giorni fa sul sito di Articolo21 il segretario Fnsi Franco Siddi – per la sua anima identitaria e per la sua cultura professionale, è una realtà di interesse pubblico che opera in un settore delicato e strategico della vita civile e democratica del Paese. Non si capisce proprio – e sicuramente ciò alimenta inquietudine per le sorti di un sistema radiotelevisivo italiano, per il pluralismo e per la sua libera competizione – la prospettiva che Telecom vada con frettolosità a disfarsi dell’emittente. Non sfuggono a nessuno le manovre, non sempre trasparenti, per ottenere il controllo di un ‘asset’ importante del sistema televisivo italiano”. Quelle di Siddi sono le nostre stesse preoccupazioni.

Sarebbe davvero paradossale – affermano il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti e il senatore Pd Vincenzo Vita – nella stagione nella quale tutti annunciano una legge sul conflitto di interessi, si dovesse invece assistere, inerti o complici, ad una ulteriore e devastante espansione della anomalia italiana. Non si tratta di affari loro, perché da un’operazione di questa natura potrebbe derivare una sostanziale riduzione del pluralismo dell’offerta ed un colpo mortale alla attuale esperienza editoriale che ha garantito una ventata di libertà in un sistema chiuso e melmoso”.

“Giudichiamolo a posteriori – ha scritto Alberto Guarnieri nel suo blog sull’Huffington Post Italia – sperando sinceramente che non faccia la fine di un altro signore che non era servo di Berlusconi ma voleva essere come lui. Uno che aveva anche lui una squadra di calcio, una tv (Tmc, cioè sempre La7, il cinema e tante altre cose. Che si chiamava e si chiama Vittorio Cecchi Gori, ancora pochi giorni fa condannato per l’ennesimo crack della sua carriera…”

*da articolo 21,il grassetto è di nandocan

La7, la trama è un po’ cambiata ma il finale potrebbe essere lo stesso, a meno che Della Valle…

 di Stefano Ferrante, da articolo 21, 15 febbraio 2013

Centro di produzione LA7 in Via NovaroQuello che rischia di andare in onda su La7 è il remake di un film già visto nel 2001. Allora, pochi mesi dopo la vittoria di Berlusconi alle elezioni, la Telecom appena acquistata da Tronchetti Provera azzerò in fretta e furia, pagando penali e liquidazioni assai onerose, il progetto del terzo polo tv di Fazio, Giovalli e Lerner, che faceva perdere il sonno dalle parti del Biscione. Oggi la trama è un po’ cambiata, ma il finale potrebbe essere lo stesso: alla vigilia di una tornata elettorale che potrebbe porre le premesse per ridisegnare il mercato radiotelevisivo e scardinare il duopolio, c’è chi vorrebbe che alla spiccia Telecom cedesse La7, proprio quando, l’emittente rivitalizzata dall’informazione della sua redazione, da Mentana, Gruber e Santoro, dimostra di poter essere protagonista nel mercato televisivo.Al di là della modalità della cessione, non scevra dall’ombra di intricati conflitti di interesse degli azionisti, la sua tempistica è davvero discutibile.
Perché vendere prima del voto una tv che dopo le elezioni potrebbe valere di più ed essere più appetibile, soprattutto se il responso delle urne fosse negativo per Berlusconi?
La7 sarebbe venduta così a un prezzo congruo, visto che le offerte finora arrivate sono lontane dalle attese dichiarate dai vertici di Telecom all’avvio della procedura di cessione?
Come mai Telecom mette in vendita oggi frequenze televisive (bene comune, demaniale, che lo Stato ha assegnato a La7 per svolgere la sua funzione pubblicamente rilevante) che tra non molto avranno un valore notevolmente superiore perché, secondo la legge, diverranno utilizzabili anche per la telefonia?
Gli interessati all’acquisto (Cairo, già stretto collaboratore di Berlusconi e oggi concessionario pubblicitario di La7, con un contratto per lui vantaggiosissimo e di lunga durata, e il Fondo Clessidra, guidato da Sposito, già dirigente delle aziende di Berlusconi) hanno un progetto industriale credibile per il futuro della Tv e un profilo in grado di garantire a La7 la libertà editoriale di cui ha goduto con l’editore Telecom?
Sono questioni che, evidentemente, non riguardano solo il futuro di un’azienda e dei suoi lavoratori, giornalisti e non.
In gioco ci sono principi cardine della democrazia liberale: la libera concorrenza, la trasparenza delle dinamiche finanziarie ed economiche, il destino di un bene pubblico importantissimo come l’etere, e, soprattutto, la libertà d’informazione garantita dall’articolo 21 della Costituzione.
Il prossimo governo non potrà non affrontare il nodo del pluralismo del sistema televisivo, già gravemente vulnerato dal conflitto d’interesse dell’ex premier–editore. Forse è con questa consapevolezza che i sostenitori della vendita-lampo e a ogni costo si stanno muovendo in queste ore.
da Repubblica.it:  “Della Valle prepara l’offerta, pronta la lettera al Cda di Ti Media. Il fondatore di Tod’s ha già firmato l’impegno di riservatezza per accedere alle carte messe a disposizione dalla società all’advisor, ha messo i legali al lavoro e ingaggiato una banca d’affari internazionale che lo assiste. Ha bisogno però di qualche settimana per metter a punto un’offerta interessante assieme ad altri cinque o sei imprenditori del made in Italy, cercando di coinvolgere anche chi lavora a La7 (da Enrico Mentana a Michele Santoro). Lo schema dell’offerta di Della Valle punta solo su una tv (La7 senza Mtv) e lascia a Telecom Italia il business delle infrastrutture e i multiplex. (16 febbraio, ore 12)”.
* membro del Cdr La7, il grassetto è di nandocan

Smacchiare il giaguaro

giaguaroRoma, 9 febbraio 2013 – Bersani e Monti: l’alleanza non c’è ancora. Dichiararla prima del voto porterebbe chiarezza, ma farebbe  perdere voti a destra e a sinistra. In una campagna elettorale giocata dall’avversario comune, con sconcertante successo, sulle menzogne e sulle false promesse, una “dissimulazione onesta” delle intenzioni  è  legittima difesa. Ma per il dopo elezioni quella sembra la soluzione probabile. Sempre che i risultati elettorali non smentiscano le previsioni e che il centrosinistra sia sempre deciso ad andare al governo solo con una robusta maggioranza.

Allora Vendola finirà per ammettere che in questo passaggio elettorale più a sinistra non si può. Per battere il populismo demagogico e corruttore di Berlusconi, accetterà il compromesso con una destra rispettabile. Monti si convincerà che fare i conti con Vendola è  più conveniente che trattare con Berlusconi, rendendosi conto che per il PD rompere la coalizione dei progressisti sarebbe invece poco meno che un tentato suicidio.

Certo è che il quadro politico appare oggi molto cambiato anche rispetto ad un anno fa. Ci eravamo  illusi che il cavaliere e la sua corte fossero definitivamente usciti di scena, che Monti e Casini  potessero prenderne il posto, che insomma l’Italia stesse finalmente per diventare un paese moderno (“normale”), con una dialettica politica bipolare simile a quella dei paesi europei più avanzati. Non è andata così. La suggestione che quelle menzogne e quelle false promesse  sembrano ancora in grado di esercitare su una parte consistente dell’elettorato dimostra che la potenza di fuoco mediatica di cui Berlusconi sfacciatamente dispone può colpire ancora una volta. Se non per vincere, per impedire ad altri di governare.

Che nella mentalità di ogni italiano vi sia una dose, piccola o grande, di anarco-individualismo non è solo un luogo comune. E decine di indagini sociologiche documentano l’analfabetismo politico e istituzionale diffuso in Italia. Su queste basi il berlusconismo, come più in generale il populismo di ogni colore,  ha costruito e continuerà a costruire le proprie fortune.

Combattere queste devianze culturali, prima ancora che politiche, è davvero imperativo. In questo compito sono impegnati associazioni e movimenti della società civile, con iniziative diffuse nel territorio che arricchiscono la partecipazione e sono state di stimolo  al rinnovamento della democrazia interna di qualche partito.  Ma è impresa di lunga durata, che per riuscire chiede comunque di essere accompagnata da una comunicazione finalmente libera dai conflitti di interesse e dalle pressioni di qualsiasi potere. Mentre gli abusi a cui stiamo assistendo anche in questa  campagna elettorale fanno capire qual è la determinazione di Berlusconi al riguardo.

I pericoli a cui andiamo incontro sono tali che non possiamo, nella ricerca astratta del meglio, rischiare di perdere il meno peggio. L’alternativa proposta da Ingroia, una maggioranza  di centrosinistra che si appoggi a “rivoluzione civile”, non potrebbe considerarsi adeguata, sia in termini di forza parlamentare – difficilmente raggiungerebbe quel 51 per cento che Bersani giudica insufficiente – sia in considerazione della credibilità richiesta dal contesto politico e finanziario europeo per affrontare la crisi economica in atto. Senza una rassicurazione immediata sulla stabilità del futuro governo, il “pareggio” al Senato fra le due coalizioni principali, tutt’altro che improbabile, rischia di avere serie conseguenze sul nostro debito pubblico. Ma anche una vittoria di stretta misura del centrosinistra sia alla Camera che al Senato non garantirebbe la forza che occorre per mettere in atto quelle riforme che la “Carta di intenti” prevede.

In questi giorni Monti è tornato a parlare genericamente di “equità”, di necessario impulso alla crescita. Forse mi illudo, ma possiamo fargli, almeno provvisoriamente, credito della buona volontà di riempire finalmente di contenuti quelle parole? In Europa sarà dura, come ha dimostrato anche la sessione di bilancio appena conclusa a Bruxelles. Tuttavia, con l’aiuto di Hollande Monti può essere indotto ad usare con maggiore determinazione il suo prestigio e la sua competenza per una politica economica più sensibile ai bisogni dei popoli che a quelli delle grandi banche. Dice, e in parte ha mostrato, di voler combattere l’evasione fiscale, la corruzione, l’illegalità. Con il centrosinistra e non più  zavorrato dalla destra farebbe probabilmente di meglio. Lo stesso dicasi per la riforma della RAI  e del sistema radiotelevisivo. E così via. Intanto, possiamo apprezzare il via libera che oggi i montiani hanno dato al voto per Ambrosoli presidente in Lombardia. Se PD e SEL vincessero il premio di maggioranza al Senato, questo peserebbe sugli equilibri dell’alleanza di governo. Mettiamocela tutta. Forse riusciremo a smacchiare il giaguaro.

Il cassiere Berlusconi e l’Imu

di Giuseppe Giulietti, 3 febbraio 3013*

berlusconi_conflitto“Decideranno i contribuenti se preferiranno ricevere i soldi, che hanno già pagato per l’Imu sulla prima casa, direttamente in contanti o ritirando il dovuto agli sportelli degli uffici postali, non escludo di restituire i soldi anche alle aziende agricole….”, così ha parlato Berlusconi presentando quella che ha definito la sua proposta shock. Forse agli sportelli i contribuenti troveranno direttamente Lui, il cassiere Silvio, oppure il suo delegato, ragionier Spinelli. Non contento ha aggiunto che leverà anche l’Irap, ridurrà l’Iva, e finanzierà il tutto ” con una piccola tassazione su tabacchi, giochi e liquori…”. Naturalmente si è ben guardato dall’annunciare una qualsiasi misura progressiva che sfiori  i grandi patrimoni e metta al sicuro tutti gli altri. Eppure questa strana conferenza stampa, con pochi giornalisti e molti figuranti plaudenti, non può essere archiviata a colpi di battute e ancor più con facili ironie.Forse non riuscirà a vincere la partita, ma le prossime settimane saranno segnate da questi slogan ripetuti a reti unificate affinché la bugia diventi verità. Quello che a noi non solo pare, ma oggettivamente è, solo una squallida fandonia, a molti altri italiani sembrerà una sogno assai migliore della realtà circostante.I suoi oppositori faranno bene a non limitarsi a manifestare sdegno e neppure ad esclamare : “Tanto non si può fare…”, ma dovranno mordergli  le caviglie, ricordare fatti e misfatti, non perdonargli nulla, contrapporre fatti alle fandonie. Berlusconi vuole ridurre i parlamentari?  E perché mai i suoi hanno votato contro ad ogni proposta di riduzione dei seggi e delle spese per la politica?

Berlusconi ritiene fallimentare la esperienza di Monti? E  perché mai lo ha votato e avrebbe volutoallearsi con lui, sino a qualche giorno fa? Chi aveva concordato con l’Europa il piano per la riduzione del deficit e l’aumento delle tasse? Il governo Berlusconi medesimo.

Guai , tuttavia, a cadere nella trappola del Cavaliere che vorrebbe costringere i suoi avversari nello definizione di “cupi tassatori” che vogliono impoverire i poveri ed affamare tutti gli italiani. Altrove il miliardario travestito da Savonarola farebbe ridere, ma quando si possiedono tante tv, le truffe hanno maggiori possibilità di riuscita e allora bisogna svelare l’imbroglio, spiegando come trovare i soldi per sanare le casse dello Stato, creare nuovo lavoro e ridurre davvero le imposte.

Perché non cominciare tagliando le spese militari e annullando il progetto per l’acquisto degli F35, per altro risultati persino difettosi e pericolosi? (A questo proposito non perdetevi la puntata di stasera di Presa Diretta su Rai3).

Perché non introdurre una patrimoniale, come hanno fatto i francesi, spiegando che dovrebbero pagarla solo quelli come Berlusconi e non la stragrandissima maggioranza degli italiani? Perché non annunciare che il primo consiglio dei ministri di una futura coalizione di centro sinistra trasformerà in legge le proposte avanzate da Don Ciotti e da Libera in materia di contrasto agli illeciti mafiosi e non dimenticherà di approvare la legge sul conflitto di interessi?

Perché non prevedere il sequestro dei patrimoni di chi ruba alle pubbliche amministrazioni e usa per sé le risorse pubbliche?

Ed ancora perché non annunciare l’immediata abrogazione di tutte le norme che assegnano alle forze politiche le nomine nelle banche, nelle fondazioni, negli enti culturali, negli ospedali, nelle Autorità di controllo, alla Rai… Si potrebbe proseguire, ma di questo ci sarebbe bisogno di fronte alla ennesima fiera delle illusioni che, tuttavia, sarebbe gravissimo sottovalutare. “Noi soli possiamo promettere, perché noi soli abbiamo mantenuto le promesse..” Ha concluso il suo comizio, chiamato chi sa perché conferenza stampa, il Cavaliere.

Dalla platea è partito un boato, qualcuno ha urlato “Bene, bravo..”. Lui sorridendo ha risposto ” Grazie..”, sembrava il grande Petrolini, purtroppo per noi, quest’ ultimo ha fatto ridere milioni di italiani, il Cavaliere di Arcore, invece, potrebbe farli piangere per l’ennesima volta, ma questa volta nessuno potrebbe invocare l’assoluzione, etica ancor prima che politica.

da Il Fatto Quotidiano, il grassetto è di nandocan

La rimonta di Berlusconi e l’effetto Mozart

di Emilio Carnevali (da Micromega), 31 gennaio 2013*

L’ultimo capodanno ha fatto registrare il record assoluto di ascolti televisivi negli ultimi 15 anni, con 17 milioni 936 mila spettatori nella fascia di prime time (20.30-22.30). Gli italiani, impoveriti dalla crisi, hanno scelto di rinunciare a cene e veglioni nei locali per trattenersi a casa in compagnia di Carlo Conti (la sua diretta da Courmayeur su Rai Uno ha vinto la serata con il 37.35% di share). Il direttore del Tg di La7 Enrico Mentana ha giustamente commentato che questi ascolti «raccontano la crisi più di un dato Istat».

Cambio di scena: da capodanno alle non meno pirotecniche convulsioni teatrali della campagna elettorale. Silvio Berlusconi, dato per “politicamente morto” fino a poco tempo fa, occupa militarmente ogni spazio televisivo e riesce ad imporre l’idea di una sua possibile rimonta. Non un blog, non un sito internet, non un quotidiano nazionale a larga diffusione, ma una puntata di un tradizionalissimo format televisivo come il programma di Michele Santoro assurge a “condensato simbolico” della grande riscossa (8,7 milioni di spettatori; share del 33,59% con punte del 51,48%). 
Era stato lo stesso per Mitt Romney dopo il primo dibattito con Barack Obama: la sua brillante prestazione ha galvanizzato l’elettorato repubblicano e ha reso assai più problematica la rielezione del presidente in carica. Obama ha dovuto vincere gli altri due duelli televisivi per neutralizzare gli effetti della prima sconfitta.

Berlusconi sa bene – diversamente da quello che finge di non sapere Grillo – che il 60% dei cittadini italiani ha ancora nella televisione la principale fonte di informazione. Fra gli elettori di centrodestra questa percentuale sale al 69%, ma anche fra gli elettori del Movimento 5 Stelle raggiunge la ragguardevole cifra del 44%. Solo il 25% degli elettori grillini indica internet come prima fonte di informazione politica. Sul totale dell’elettorato questa cifra si abbassa addirittura all’11% (dati di una indagine Demos pubblicati sulla Repubblica del 30 gennaio 2013). 

Del resto la televisione non è la sola cosa che sembra smentire le previsioni di una propria, definitiva, uscita di scena. Sempre Grillo ha dichiarato espressamente che i partiti politici sono finiti, che i loro leader sono degli zombi, morti che camminano. Ad oggi i sondaggi ci dicono che circa l’87% dell’elettorato è intenzionato a votare per uno degli zombi protagonisti di questa campagna elettorale in alternativa al Movimento 5 Stelle.

Chiaramente non c’è da soffermarsi troppo su dichiarazioni che sono da rubricare più nella propaganda (del tutto legittima, sia ben intenso) che nell’analisi sociologica (materia non adatta ai comizi di Grillo come a quelli di qualsiasi altro leader). È lo stesso leader del M5S a comportarsi in modo assai più sottile e sofisticato rispetto ai precetti che discenderebbero dalle sue semplificazioni (è recentissimo, ad esempio, l’annuncio di voler infrangere il tabù della partecipazione ad un programma televisivo).

Non sono certo semplificazioni superficiali, invece, molte argomentazioni di chi mette in guardia dal commettere l’errore opposto. Cioè l’errore di sopravvalutarne il ruolo e il peso del mezzo televisivo: certi numeri “fotografano” un fenomeno, si dice, non spiegano la rete complessa che lega i fattori alla base del fenomeno stesso.

C’è un storia illuminante a questo proposito: il famoso “effetto Mozart”. Nel 1993 fu pubblicato su Nature uno studio secondo il quale ascoltare Mozart per 10-15 minuti al giorno durante l’infanzia poteva incrementare il quoziente intellettivo di 8 o 9 punti. Molti genitori americani pensavano di aver trovato la formula magica per fare dei propri figli dei piccoli geni. Per un certo periodo lo stato della Georgia distribuì addirittura Cd di musica classica nelle scuole. Funzionava davvero? Naturalmente no. Ma allora i dati dell’articolo di Nature erano contraffatti? La risposta è ancora no, perché c’era davvero una correlazione empirica fra “intelligenza” e “ascolto di Mozart”. E allora qual era la spiegazione? La troviamo in quel fenomeno che in econometria si definisce “distorsione da variabile omessa”. È molto probabile, infatti, che le famiglie nelle quali si ascolta Mozart durante l’infanzia siano costituite da genitori che hanno un alto livello di istruzione e dunque forniscono molti stimoli intellettuali ai propri figli, arricchiscono il loro percorso di crescita con esperienze cognitive molto formative, li immergono in un ambiente ricco di possibilità di apprendimento e di sollecitazioni logico-linguistiche (Mozart o non Mozart). In altre parole la “variabile Mozart” incorporava altri fattori ai quali è da attribuire la causa principale del livello della variabile dipendente (il quoziente intellettivo). Esperimenti controllati casualizzati – cioè condotti esponendo all’ascolto di Mozart diversi bambini divisi in un “gruppo di trattamento” e un gruppo di controllo” – hanno dimostrato che non esiste alcun “effetto Mozart”.

Ora, cosa c’entra tutto ciò con Berlusconi e la televisione? C’entra eccome. Perché un’obiezione che implicitamente si muove al fronte degli “apocalittici” – cioè di coloro che lanciano con forza l’allarme sul potere televisivo dell’ex premier – è tutt’altro che rozza. Riproduce di fatto le critiche che furono formulate all’“effetto Morzart”: «È vero che il 69% degli elettori di Berlusconi ha come principale fonte di informazione la televisione», si sostiene. «Ma qual è la causa e qual è l’effetto? Non sarà che la causa ultima sia da rintracciare in un basso livello di istruzione, in una generale mancanza di strumenti per decodificare fenomeni complessi, in una condizione di “marginalità culturale” che causa sia il voto a Berlusconi sia la scarsa frequentazione di giornali o altre fonti di informazioni? E anche se questa non fosse l’unica direzione possibile della causalità, non c’è anche questo meccanismo all’opera nella dinamica generale delle forze?».

Per dirimere la questione ci vorrebbe un’analisi condotta con rigorosi criteri econometrici, tali appunto da eliminare il fenomeno di distorsione da variabili omesse.
Questa analisi c’è. L’ha condotta l’economista Fabio Sabatini dell’Università di Roma “La Sapienza” (l’articolo con le conclusioni dello studio è stato pubblicatosulla rivista Kyklos).

Sabatini ha utilizzato una serie di variabili di controllo che potrebbero influenzare la fiducia in Berlusconi da parte dei cittadini (quest’ultima era la variabile dipendente della quale si volevano individuare i fattori di origine): la situazione economica familiare degli intervistati; le caratteristiche demografiche (età, sesso, stato civile e area di residenza); i dati sulla vita di relazione (frequenza con cui si incontrano parenti, amici e colleghi, ecc.); la partecipazione sociale, misurata mediante l’iscrizione ad associazioni della società civile, la partecipazione a meeting di organizzazioni volontarie, ecc.; la fiducia nei confronti degli “altri” e di alcune istituzioni, quali il sistema giudiziario e le forze dell’ordine; la tolleranza nei confronti di determinate categorie di persone, quali gli immigrati extracomunitari; la professione e il livello di istruzione.

Concludeva Sabatini: «Le stime mostrano l’esistenza di una correlazione estremamente significativa e positiva tra la fiducia nella televisione e la fiducia nel presidente del Consiglio. Coloro che si fidano della tv hanno il 16,4% di probabilità in più di fidarsi di Berlusconi».
Naturalmente si tratta di maneggiare con cura questi dati, ed era lo stesso Sabatini a sottolineare i limiti di un’indagine condotta in questo modo (per esempio sarebbe utile seguire l’evoluzione dei comportamenti e delle percezioni degli intervistati nel tempo per eliminare i problemi di “endogenità” descritti nello studio). Ma si tratta comunque di risultati che dovrebbero far riflettere molto.

E se non vogliamo addentrarci nella complessità dei modelli econometrici, possiamo far ricorso alle altrettanto illuminanti considerazioni di un grande conoscitore del mezzo televisivo come Carlo Freccero. In un’intervista rilasciata recentemente a Repubblica, l’ex direttore dei palinsesti di Canale 5 e Italia 1 ha dichiarato: in televisione Berlusconi «è il migliore, in assoluto. Alterna toni di empatia con lo spettatore; diventa l’arcitaliano. E in un confronto con Monti sarebbe straordinario, Monti con i dossier a portata di mano e lui tutto show». Alla domanda «Questi confronti spostano elettori, secondo lei?», Freccero ha risposto: «No, tranne che per Grillo e per Berlusconi. Ogni elettore ha il suo elettorato: l’elettorato di Bersani non si muove in base alle performance Tv, quello di Berlusconi sì, gli si accende la speranza di rivedere Silvio al potere».

Ecco perché la presenza dilagante dell’ex premier in televisione nelle ultime settimane è funzionale ed estremamente utile al suo obiettivo primario ed irrinunciabile in questa campagna elettorale: mobilitare il proprio elettorato deluso.

Fortunatamente non viviamo in una società orwelliana e l’uccisione della realtà da parte della finzione è tutt’altro che un “delitto perfetto” così come lo concepiva il filosofo Jean Baudrillard. La crisi economica nella quale siamo immersi sarà un potente antidoto alle suggestioni degli incantatori di serpenti. 

Ma le elezioni hanno una dura semplicità dei numeri che talvolta fa giustizia delle più sofisticate analisi degli scenari: in Lombardia, regione fondamentale per il controllo del Senato nella prossima legislatura, le due principali coalizioni sono date testa a testa dai sondaggi. Siamo ancora così sicuri che non val la pena perdere tempo parlando di cose che spostano giusto l’1 o il 2% dei voti?

 

Il fascismo, Berlusconi e l’Italia che non ha mai fatto i conti con la storia

Le dichiarazioni revisioniste dell’ex premier rivelano che una parte del Paese ha sempre annullato il dramma socio-culturale che si è consumato durante il Ventennio.

 

di Claudio Tanari,  28 gennaio 2013*

In principio fu il revisionismo, preludio al negazionismo, alla David Irving e Robert Faurisson; poi la versione più presentabile di Ernst Nolte. Oggi possiamo aggiungere un’altra, invero poco originale, declinazione del vezzo di rivedere giudizi storici che sembravano ormai assodati. «Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene […] certamente il governo di allora per timore che la potenza tedesca vincesse preferì essere alleato alla Germania di Hitler piuttosto che opporvisi. Dentro questa alleanza ci fu l’imposizione della lotta e dello sterminio contro gli ebrei. L’Italia non ha le stesse responsabilità della Germania e la connivenza col nazismo all’inizio non fu completamente consapevole». Parola di Silvio Berlusconi.

Ecco, tali illuminanti esternazioni galleggerebbero tra il ridicolo e l’indecente se fossero state lanciate dopo un allegro festino a Palazzo Grazioli: ma queste lepidezze da Bar Sport sono state pronunciate – poco prima dell’irresistibile, abituale cedimento al sonno – da Mr. B in occasione della Giornata della Memoria, a Milano, nei pressi di quel binario 21 da cui partivano per la shoah vagoni blindati gonfi di ebrei.

Dichiarazioni non solo «superficiali, inopportune, sconcertanti» (Renzo Gattegna, Unione delle comunità ebraiche italiane) o «inaudite, disgustose» (Finocchiaro, Serracchiani).
Noi preferiamo prenderle come una sorta di coming out rivelatore del sentire profondo su questi temi non solo dell’autore ma di una parte probabilmente non minoritaria dell’opinione pubblica italiana.
Berlusconi non è nuovo all’esibizionismo fascistoide: ricordiamo tutti le battute sul Mussolini «che non ha mai ammazzato nessuno e mandava la gente a fare vacanza al confino» (2003) e le barzellette di repertorio sull’Olocausto. La sommaria conoscenza della Storia è per l’uomo funzionale alla capacità di utilizzarla a fini propagandistici ed elettorali, per loro natura effimeri e superficiali.

Il vero problema è che colui che è stato capo del governo di una delle più grandi democrazie occidentali dà voce alla pancia di un paese devastato dall’incultura, affetto da un’imbarazzante e ormai irrecuperabile mancanza di memoria, eticamente anestetizzato e mitridatizzato.
Berlusconi continua a esprimere con indubbia efficacia gli umori di quella fetta di italiani che si informa solo attraverso la tv, che non legge quotidiani, che non usa la Rete. Umori che non avevano spazio durante la Prima repubblica e che la discesa in campo del cavaliere ha pienamente – come si usò dire nel ’94 – definitivamente sdoganato.

Dal binario 21, dunque, insieme alle farneticazioni strumentali di un impresentabile ex premier è stato scritto un nuovo, sgangherato ma inquietante capitolo dell’autobiografia di una nazione che ha smarrito la sua storia.

* da Cronache laiche, il grassetto è di nandocan

Federico Orlando: l’’indifferenza degli italiani e il metodo nella follia

di Federico Orlando, 28 gennaio 2013

berlusconimusooliniC’è del metodo in quella follia del Cavaliere, che nel giorno della Memoria ricorda le “molte cose buone” fatte da Mussolini prima delle leggi razziali. E c’è la responsabilità personale di milioni di italiani, che con l’ indifferenza lo incoraggiano a perseverare. Anzi, ci si scaldano, se ne alimentano, si sentono vivi nella continuità “storica”, che l’opportunismo consiglia di tenere sotto la cenere. Forse la verità è che, fin dall’inizio della repubblica, le nostre scelte moderate e democratiche  hanno espresso consenso non per i più vicini ma per i meno lontani. Berlusconi ha sempre interpretato questa psicologia popolare, anche quando diceva che Mussolini “non ha mai ammazzato nessuno”: e ha continuato a rastrellare i voti degli eredi “socialisti” di Matteotti, degli eredi “liberali” di Gobetti. degli eredi “cattolici” di don Minzoni. Perfino qualcuno dei pochi superstiti della comunità ebraica italiana ha mostrato benevolenza per la destra, e perfino nel giorno della Memoria qualche suo esponente ha accompagnato il non invitato Berlusconi al Memoriale della Shoah. Segni di quella”banalità del male” che ci fa sordi al passato e complici del presente.Ieri i giornali hanno scatenato storici e penne brillanti a caccia di “errori” nelle opinioni del Cavaliere. Pochi hanno rilevato che, a parte il  ventennio berlusconiano, che non ha fatto nulla, nascondendosi dietro l’impotenza costituzionale del capo del governo, non è mai esistito in Italia regime che in vent’anni non abbia fatto”anche cose buone”. A De Gasperi ne bastò meno della metà (1946-1953) per farne tante da ricostruire e lanciare nel futuro il Paese distrutto dalla guerra mussoliniana.

Alla Destra Storica dei liberali bastarono 15 anni (1861-1876) per costruire un paese inesistente: abbattere barriere di sei o sette stati facendo della penisola un unico spazio economico, unificare la moneta, creare l’esercito e la marina militare, unificare l’amministrazione del regno, fare nuovi codici, rendere obbligatoria per tutti l’istruzione elementare, realizzare la “cura del ferro”  da Torino a Lecce, trasformare piste in strade nazionali più lunghe delle consolari romane, espandere Roma (anche imbruttendola) con enormi quartieri fuori le mura, mettere in vendita i beni demaniali  degli ex stati e liberare l’Italia e la Chiesa dall’ “asse ecclesiastico”, fra cui un milione di ettari, ereditati dai privilegi feudali. (Poi Mussolini nel 1929 li rimborsò, spremendo dalle tasche degli italiani un miliardo di lire di allora). Eccetera, fino alle riforme sociali e civili del ventennio giolittiano, a cominciare da quelle del lavoro.

Mussolini ha continuato in alcuni solchi già scavati, prendendosi in cambio la libertà degli italiani. Bene poco apprezzato in un paese dove, Comuni ed età comunale a parte, non  era mai stato conosciuto. Berlusconi dunque è il ventriloquo del  paese, che invece avrebbe dovuto educare. Minoranze a parte, l’Italia è rimasta così il paese del “consenso” (De Felice) e della “zona grigia” (Romano) quando, negli anni di Salò e della guerra civile, stette alla finestra ad aspettare il vincitore per un applauso opportunistico. Così, a causa anche di un estremismo di sinistra duro a morire, siamo arrivati a Casa Pound e a Forza  Nuova, non per le “cose buone” di Mussolini, ma per le peggiori, razzismo in testa.

I sette poundiani arrestati a Napoli avevano fra i loro progetti lo stupro di una studentessa ebrea; il messaggio filofascista di Grillo precede di qualche giorno le balorde parole di Berlusconi, forse irritato dalla concorrenza e anelante a tutta l’eredità elettorale della zona grigia e di quella nera. Una gara tra stercorari per appallottolare voti e seggi, mentre a Roma le sirene di Storace circuiscono perfino leader radicali ma non si fanno contagiare dal loro libertarismo perché vogliono un consiglio regionale di soli fascisti duri e puri. Bisogna che i partiti democratici, Pd in testa, lo ricordino ogni giorno; e denuncino l’indifferenza della “gente per bene”. Come ci ammoniva dal Tg2 la signora sopravvissuta ad Auschwitz: “Sui vostri monumenti alla Schoah non scrivete violenza, razzismo, dittatura e altre parole ovvie, scrivete ‘indifferenza’: perché nei giorni in cui ci rastrellarono, più che la violenza delle Ss e dei loro aguzzini fascisti, furono le finestre socchiuse del quartiere, i silenzi di chi avrebbe potuto gridare anziché origliare dalle porte, a ucciderci prima del campo di sterminio”.

Berlusconi e il fascismo: ma che male hanno fatto gli italiani per avere un politico come questo?

SE QUESTO di Valter Vecellio, 27 gennaio 2013 – “…E’ difficile adesso mettersi nei panni di chi decise allora. Certamente il governo di allora per il timore che la potenza tedesca si concretizzasse in una vittoria generale, preferì essere alleato alla Germania di Hitler piuttosto che contrapporvisi. E dentro questa alleanza ci fu l’imposizione della lotta, dello sterminio contro gli ebrei. Quindi il fatto delle leggi razziali è la peggiore colpa del leader, di Mussolini che per tanti altri versi aveva fatto bene…” (Silvio Berlusconi, 27 gennaio 2013)

Sconcerta, e inquieta, la “lettura” di Silvio Berlusconi di quel che è stato e fu il regime fascista.
Sconcerta per il giorno e il luogo scelto per dire questa sua scempiaggine, alla stazione di Milano, il giorno dedicato alla “Memoria”.
Sconcerta, e inquieta, perché rivela una “cultura” formatasi evidentemente sulle pagine dei “Diari” farlocchi che deve avergli procurato Marcello Dell’Utri, la stessa “cultura” che gli fece dire che sarebbe andato a recar visita e stringer la mano a “papà Cervi”, ignorando che era morto da tempo.
Sconcerta, e inquieta, perché Berlusconi, nella spasmodica ricerca di consenso, ha adottato una strategia secondo la quale ogni giorno deve andare in “prima pagina” per una corbelleria ogni volta più grande della precedente. Il suo linguaggio, le sue promesse, il suo programma è sempre più preso dai dieci punti di Cetto Laqualunque.
Sconcerta, e inquieta, perché il suo volgare e meschino ammiccamento alle formazioni di estrema destra viene un paio di giorni dopo quello che è emerso dall’inchiesta napoletana sul mondo “sommerso” dell’estrema destra: una ragazza colpevole di essere ebrea che doveva essere punita stuprandola; un orafo, colpevole di portare la kippà a cui si doveva incendiare il negozio…
E viene da chiedersi, senza ironia, e molto seriamente: ma che male ha fatto questo paese, che cosa devono scontare mai gli italiani, per avere un politico come Silvio Berlusconi e chi, in queste ore, lo difende?
Confutare tesi criminalmente stupide e odiosamente ripugnanti come quelle di Berlusconi, significa di fatto in qualche modo legittimarle. Allora, come predicava Marshall McLuhan per il terrorismo, “staccare la spina”? Il silenzio, forse, è la cosa che meglio si addice a Berlusconi e alle sue oltraggiose stupidaggini. Ma al tempo stesso occorre garantire che non si smarrisca la memoria, è necessario tenere vivo il ricordo e la verità di quello che fu, in una parola contrastare la menzogna. Senza stancarsi di farlo, e senza timore di apparire rituali e retorici.

*da Articolo 21, il grassetto è di nandocan.

Conflitto d’interessi e legge Gasparri: “due riforme fondamentali anche per la Lista Monti”. Intervista a Andrea Olivero

di Gianni Rossi, 25 gennaio 2013*

andreaolivero1L’anomalia italiana nel campo dei media è uno degli argomenti purtroppo fuori dal dibattito politico, ma l’assenza di leggi liberali, europee e severe sta creando ancora una volta uno stravolgimento della campagna elettorale. Si tende a tenere sotto la cenere temi, come quelli delle libertà d’informazione, tutela e sviluppo del servizio pubblico, regole antitrust, ritenuti a torto meno prioritari rispetto alla crisi economica e finanziaria. Ne abbiamo parlato con Andrea Olivero, 42 anni, di Cuneo, per 7 anni presidente delle Acli e oggi capolista al Senato nel Piemonte per la Lista Monti.Olivero, una volta eletto al Parlamento, come pensa di affrontare il tema del conflitto di interessi insieme a quello di una seria legislazione antitrust che comprenda anche l’abolizione della legge Gasparri?
“E’ uno dei temi che la nostra lista ha posto tra quelli chiave. Anche nell’Agenda Monti c’è un capitolo a questo dedicato, perché crediamo sia una degli elementi dell’anomalia italiana. E’ una delle cause della grave crisi della politica. Mi impegnerò affinché dall’Agenda queste cose diventino una concreta azione politica, qualunque sia il nostro ruolo nella prossima legislatura”.

Certo, sembrano temi lontani dall’attuale crisi economica e sociale, eppure non pensa che siano alla base di un ordinato sviluppo della democrazia?
”Esattamente! Una corretta informazione è alla base di qualunque modalità altrettanto corretta di gestione della società. Né in ambito politico né in ambito sociale si può pensare di avere sviluppo, senza una forte trasparenza e una garanzia di legittimità in questi ambiti”.

Come avrà notato, proprio grazie all’attuale legge su conflitto di interesse e alla Gasparri, in realtà Berlusconi riesce comunque a invadere gli schermi, modificando a suo favore anche i sondaggi che prima lo davano ampiamente sconfitto.
“Credo che l’abbiamo visto negli ultimi 20 come il possesso dei media offra una straordinaria possibilità di manipolazione degli stessi e, quindi, si traduce anche in una manipolazione di quelli che sono i pensieri dell’opinione pubblica. Questo condizionamento rende estremamente difficile il confronto democratico e, l’abbiamo visto in tante occasioni, impedisce la trasformazione del paese.
Abbiamo ridotto l’Italia ad un talkshow che si ripete sempre uguale da 20 anni! Persino l’opposizione talvolta sembra accettare le regole di questo spettacolo”.

Pensa che la Gasparri andrebbe abolita e che la RAI andrebbe rafforzata e svincolata dal controllo dei partiti, come chiediamo ai candidati dei diversi partiti con l’Appello di Articolo 21, che presenteremo l’8 Febbraio?
“Penso che bisogna modificarla radicalmente, se non abolirla. I punti cardine sono certamente il mantenimento del Servizio pubblico, ma al contempo la trasformazione della Rai in soggetto autonomo in grado di valorizzare le professionalità e liberarsi dal laccio della partitocrazia che ha via, via limitato le sue possibilità, le sue capacità. Ci accorgiamo che la Rai per molti versi è un “Gigante legato”, che ha grande potenzialità inespresse, perché bloccato proprio dai lacci di una partitocrazia, odiosa ancor di più in quanto oggi i partiti non hanno più riconoscimento popolare. In fondo, con la vecchia partitocrazia erano pur sempre rappresentate delle idee. Oggi, invece, ci sono solo delle oligarchie”.

*da Articolo 21, il grassetto è di nandocan

Elezioni. Agcom risponde ad Articolo21: “Sovraesposizione Pdl su reti Mediaset”

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17 gennaio 2013* – La lettera che ci ha inviato l’Agcom a seguito dei nostri esposti per le ripetute ed eclatanti violazioni delle regole sul pluralismo dell’informazione nel periodo precedente all’entrata in vigore della par condicio è un vero e proprio epitaffio inciso sulla tomba della adeguatezza di quella istituzione. Per la verità non é che ci fosse bisogno della lettera per arrivare a questa conclusione… ma impressiona la sicumera con cui sostanzialmente si dice: “noi non possiamo fare niente”. Colpisce già l’incipit della risposta che si riferisce a: “presunte violazioni nell’intervista all’on. Berlusconi nella trasmissione Domenica Live”. Tutta l’Italia ha parlato della scandalosa intervista della D’Urso e loro presumono (sic!). La lettera passa poi a sciorinare una tesi secondo la quale sarebbe impossibile l’applicazione della stessa delibera Agcom n.22 del 2006 che regola i trenta giorni precedenti lo scioglimento delle Camere perché: “non si può determinare a priori il dies a quo”.

Cioé vale a dire che tutti sapevano che il Presidente della Repubblica dopo pochi giorni avrebbe sciolto le Camere ma all’Agcom non ne erano informati. Infine, la “chicca”: solo a conclusione della campagna elettorale l’Autorità potrà intervenire (dunque le eventuali sanzioni le applico quando mi pare e non per ripristinare immediatamente, come vuole la legge, l’equilibrio tra i vari soggetti in campo). Insomma un disastro, che dà ulteriormente il senso del dramma che vive il nostro sistema dell’informazione. A questo punto é inutile perdere tempo con Agcom, che peraltro anche in par condicio si limita a blandi ed ecumenici richiami senza mai sanzionare. É tempo che intervengano altre istituzioni di garanzia a livello europeo ed internazionale. A loro d’ora in avanti ci rivolgeremo vista l’impossibilità di vedere applicate dagli organi preposti le pur inadeguate regole sul pluralismo.

* da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Bartolo Ciccardini*: signori, apparentatevi per favore!

Ciccardini Bartolo14 gennaio 2013 – La legge elettorale “porcellum” dà il premio di maggioranza alla somma delle liste apparentate.

Tutti i nostri timori si stanno avverando. Santoro rilancia Berlusconi, spinto dalla concupiscenza di fare una audience piena di soldi. Berlusconi riesce ancora una volta ad apparentare fascisti e separatisti. Convince Maroni ad apparentarsi facendo un passo indietro sulla Presidenza del Consiglio e tre passi avanti sulla Presidenza della Repubblica, e seguita ad apparentare tutto il peggio ed il suo contrario. Apparenta Lombardo, reduce dai disastri siciliani ed apparenta Storace, che ha avuto anche lui i suoi bei disastri laziali. Apparenta tutti gli sbandati democristiani (Rotondi, Giovanardi, Pizza e fichi) e comprerà, come cinque anni fa, la pagina finale sul Corriere della Sera con lo Scudo Crociato. Apparenta super indagati al sud, sia che siano governatori sia che siano semplici malfattori, tali che neppure Salvemini, autore di un aureo libretto, “Il Ministro della malavita”, riuscirebbe ad immaginare nei suoi incubi peggiori.

Non si apparenta solo con Grillo perché, compatto, gli costerebbe troppo. In fondo è sicuro che “spacchettati” li comprerà uno per uno, come già fece con gli uomini di Di Pietro. Ha fatto solo un’obiezione su Tremonti dicendo, finalmente e per la prima volta in vita sua: “Il Presidente del Consiglio, lo nomina il Presidente della Repubblica”, perché ha già deciso che il Presidente della Repubblica sarà lui.

La legge degli apparentamenti di liste contrastanti, l’ha inventata lui, fidando sulla sua capacità di venditore bugiardo e ladruncolo.

Per far questo ha ceduto il Nord ai separatisti, ha ceduto il Sud alla mafia, ha ceduto la Presidenza del Consiglio alla Lega. Puntando all’obiettivo di ottenere il premio di maggioranza.

Questo disegno svanirebbe, come un cattivo sogno, se i movimenti politici responsabili, rispettosi dell’unità nazionale, sostenitori dell’Europa, attenti alla regolarità dei conti ed alla correttezza della spesa, difensori della buona democrazia e della giustizia sociale, usassero l’accorgimento consentito dalla legge elettorale e si apparentassero.

Tutti uniti si avvicinano alla maggioranza assoluta e così incasserebbero il premio previsto dalla legge.

Come spiegheremo ai nostri lontani nipoti il fatto che le forze europeiste non vollero apparentarsi?

Ho già vissuto questo dramma.

Da ragazzo mi divertivo molto ad essere Balilla. A scuola avevo imparato a memoria una breve biografia di Mussolini. Credevo che la Patria fosse grande ed il fascismo indiscusso. Avevo in dotazione un piccolo moschetto ed ero caporale della mia squadra. Era molto divertente e, per di più, vincevamo i Campionati del Mondo di calcio, Bartali umiliava i francesi vincendo il Giro di Francia e Carnera era il più forte del globo terracqueo.

Un giorno compresi che era tutto falso. Quando capii come stavano le cose, andai a chiedermi perché fosse successo tutto questo. E lessi con l’ansia e la sofferenza con cui avevo letto i libri di Salgari, il libro di Angelo Tasca: “Nascita ed avvento del fascismo”.

Le divisioni ed i veti reciproci fra i capi della democrazia liberale, Giolitti, Nitti e Salandra, la frattura fra socialisti e popolari e l’intolleranza degli estremisti produssero il fascismo.

All’Istituto Sturzo c’è una scheda elettorale del 1954: a contrastare il listone fascista che accorpava tutti gli alleati, riluttanti od entusiasti che fossero, c’erano, tutti separati, la lista del Partito Popolare e ben sei (avete letto bene: 6!) liste socialiste. Consiglieremo ai nostri nipoti di leggere il libro di Angelo Tasca?

Il balletto dei veti è cominciato con Vendola, quando ha dichiarato che non sarebbe mai andato con Casini. Ma caro Nichi, ma i popolari moderati di Puglia non hanno accolto la tua giunta di sinistra con una gentile scheda bianca? Hai tutto il diritto con il tuo 3% di affermare i tuoi pregiudizi, ma all’atto pratico, tu che governi la Puglia dal 2006, perché dividi il fronte democratico per ridicole scomuniche?

Giunti in Parlamento farete quelle cose che si addicono al Parlamento, vale a dire vi confronterete e troverete un compromesso e se non lo troverete, pazienza, ci sarà comunque un Governo.

E tu, benedetto Casini, mi vuoi spiegare che significa questo veto a Vendola, come se fosse uno scomunicato “vitandum”? Tu affermi che Vendola è un estremista e che con lui non si può formare alcun governo. E facendo così valorizzi la propaganda della Santanchè, secondo la quale la sinistra non riuscirebbe a governare per colpa di Vendola. Ma Vendola non è un bombarolo uscito dal Regina Cieli! È governatore della Puglia per la seconda legislatura, dove non ha fatto un granchè, ma non ha certamente né messo le bombe, né saccheggiato le chiese. Non hai avuto questi scrupoli quando ti sei apparentato con la Polverini a Roma, mandando il tuo Raffaele D’Ambrosio a gestire, come vicepresidente, l’aumento sconsiderato dei fondi destinati all’appropriazione indebita! E ti fai scrupolo perché Vendola fa ogni tanto del folklore di sinistra?

Ma questi sono ancora errori marginali. Veniamo agli errori madornali.

Ma che gli è preso a Monti e Bersani? Monti ha preso misure terribili e pesanti, come doveva necessariamente fare da buon chirurgo. Ed ha fatto esattamente quello che Berlusconi aveva promesso all’Europa e che Bersani ha confermato che si dovesse fare quando è andato a rassicurare il Consiglio d’Europa. Bersani non può fare come Berlusconi che prima ha votato le misure di Monti e poi lo accusa di averci portato alla rovina.

È più onesto dire che il Partito Democratico responsabilmente ha votato in piena coscienza i provvedimenti di Monti, gli è riconoscente e cercherà ora di fare sì che quei sacrifici servano a riprendere, con una buona politica, lo sviluppo e l’equità, chiedendo di apparentarsi con una forza europeista, democratica e riformista che Monti rappresenta, sapendo che Monti è necessario per fare il governo della ricostruzione.

E Monti cosa va cianciando di destra e di sinistra? Mi sembra Gaber, milanese come lui. In questo momento Monti deve puntare a far sì che la sua opera non vada dispersa e solo il Partito Democratico può dargli questa garanzia. E’ giusto che ridia forza e prestigio ad un centro che sottragga i moderati all’influenza di Berlusconi, ma deve anche portare questa forza all’appuntamento governativo, apparentandosi con Bersani.

Signori, siete ancora in tempo! Fate questo atto responsabile di intelligenza. Concordate un programma che ci faccia rispettare nel mondo, che riporti l’Italia in Europa, che inauguri una stagione di lavoro dopo una stagione di sacrifici. E che ci salvi dai pericoli dell’antipolitica, della guerra civile, della follia irresponsabile.

Signori del centrosinistra, per favore, apparentatevi!

* il grassetto è di nandocan

Servizio pubblico: Berlusconi ha vinto e Santoro ha vinto!

12 – 01 – 2013 Luigi Ricci (da Formiche.net)

Dopo due giorni dallo show di Servizio Pubblico ancora c’è chi si chiede chi ha vinto tra Santoro e Berlusconi. C’è chi segna la vittoria di Berlusconi, a scapito di Santoro; chi sostiene il “pari merito”; chi pensa che nessuno dei due si sia guadagnato una posizione di rilievo.

A mio giudizio, la puntata di Servizio Pubblico del 10 gennaio si è contraddistinta per un lavoro di negoziazione ben concepito, tanto da risultare nell’obiettivo auspicato da entrambi i leader: il Win-Win.
Il perfetto rendez-vous tra i vincitori: due ex rivali, veterani dell’era della politica-spettacolo della TV analogica. Michele Santoro, il decano dei conduttori di talk politici e Silvio Berlusconi, il più longevo leader politico in competizione per le prossime elezioni.
L’audience del programma sembrerebbe che abbia gratificato entrambi.
Infatti, i dati Auditel affermano Michele Santoro detentore del suo record storico di ascolto e quello di La7 con 8,7 milioni di spettatori (share del 33,6% e 15,6 milioni di contatti).

Silvio Berlusconi, nella peggiore delle ipotesi, ha conquistato non meno di 600 mila elettori, come stimano i principali sondaggisti. Quindi +1,5 punti, che rinverdiscono la speranza al recupero di Berlusconi (del resto non nuovo a queste imprese).
Il fatto di aver assistito ad un avvenimento Win-Win si è palesemente dimostrato quando Berlusconi, apostrofando Santoro “Mi raccomando: faccia buoni ascolti eh”, lasciava lo studio, consapevole di un grande successo “fuori casa”.
Solo dopo la lettera-requisitoria di Berlusconi contro Travaglio, Santoro ha intuito che la vittoria di Berlusconi sarebbe stata incommensurabilmente più grande di quella negli ascolti.

Perché dalla trasmissione Berlusconi se ne sarebbe andato via anche con lo scalpo di Travaglio, e questo è stato un colpo di scena non previsto dagli autori del programma, poiché,  buona parte della scaletta pare sia stata in qualche modo concordata con lo staff di Berlusconi.

Dopo l’affondo a Travaglio, si è visto un Santoro, con gli Chakra bloccati, privo di energia, di fronte ad un Berlusconi raggiante, colto dalle telecamere in uno stato di grazia in cui non si vedeva da tempo.

Il Berlusconi di questa campagna elettorale non è quello di un anno fa. Sarà anche merito delle cure rigeneranti cui si è sottoposto, lo scorso novembre, nel resort di Briatore a Malindi, mentre i suoi avversari, Bersani, Grillo e Monti, sono da mesi sotto pressione.
Sta di fatto che nella puntata di “Servizio Pubblico” Silvio Berlusconi è ricorso, senza rendersi conto, alle migliori tecniche di programmazione neuro linguistica (PNL), tattiche di persuasione capaci, con un minimo di abilità, di indurre le persone ad agire come secondo i propri piani.

Aver scelto di aprire Servizio Pubblico, con il video della discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994, è stato il miglior assist per consentirgli l’ancoraggio rapido. Tecnica adottata dai campioni sportivi per migliorare le loro prestazioni e dai grandi oratori per essere più convincenti nei confronti chi li ascolta.

Nel 1994, in pochi mesi, ha saputo rimontare sul Pds di Occhetto ed arrivare a Palazzo Chigi in appena 4 mesi: questo ricordo lo ha posto nella posizione mentale perfetta per gestire la puntata.
Come sarebbe andato a finire l’esito della serata, se Santoro avesse, invece, mandato in onda il videomessaggio di Berlusconi del novembre 2011, in cui annunciava le sue dimissioni da Presidente del Consiglio dei Ministri?

Luigi Ricci

Michele Serra: si combatte per l’Italia

berlulegaL’indissolubile comparaggio tra Lega e Berlusconi deve avere radici ben solide se riesce a resistere ad ogni sussulto e ogni separazione.

Queste radici sono riassumibili nel fastidio invincibile che una parte rilevante della piccola borghesia italiana ha per lo Stato, le tasse, le regole, la Costituzione, l’antifascismo, insomma per la Repubblica così come è nata, si è formata e bene o male ha percorso quasi settant’anni di vita nazionale, in evidente scollamento con una parte non piccola di italiani che non si sente repubblicana e in casi estremi (il secessionismo) neanche italiana.

Il risultato elettorale dell’ennesimo remake forzaleghista (rubo la definizione a Gad Lerner) ci dirà a che punto è l’implacabile lotta di quel pezzo di Italia contro l’Italia. Dubito che le ruberie nelle istituzioni, la triste avidità del clan Bossi, le crapule di Arcore, tanto meno gli episodi di razzismo che (da anni) fioriscono in quel campo siano determinanti per quell’elettorato. Che non ha mai brillato per scrupolo etico. Determinante sarà la voglia di credere ancora che “Silvio” sia in grado di ribaltare il tavolo, come promette di fare, senza successo, ormai da anni. Poiché quel tavolo appare più solido, e Berlusconi più vecchio e debole, è molto probabile la sua definitiva sconfitta!

Zaccaria (Pd): “Tg5 esempio di telegiornale-spot a sostegno di Berlusconi”

Berluraiset“Una volta si facevano i video messaggi, oggi i TG spot: l’informazione politica del TG5 di ieri 6 gennaio è stata un perfetto esempio di un telegiornale di sostegno dell’editore-leader politico Silvio Berlusconi, sia nella distribuzione dei tempi che nella confezione delle notizie e nel loro ordine. Durata totale dell’informazione politica circa 6 minuti. Primo servizio di 2 minuti e 40 sec su Berlusconi che riassume con la sua voce un più ampio (3 minuti e 35) servizio intervista telefonica andato in onda all’ora di pranzo. Un vero e proprio spot montato con immagini accattivanti (in mezzo alla gente, alla scrivania con bandiere, con Obama, alla parata delle forze armate, con foto di repertorio). I soliti temi sui quali spicca il recupero di 10 punti nei sondaggi in 15 giorni. A seguire un servizio su Monti (notizia e non voce) di 1 minuto e 30, commentato criticamente da una giornalista che mette in evidenza il progetto di ridurre le tasse ma senza indicare la copertura a differenza di Berlusconi e ironia sul fatto che l’Imu in casa Monti la paga la moglie e lui non ne conosce l’importo. Per tutti gli altri partiti un pastone indistinto con Letta (PD) 27 sec, Di Pietro 25 sec, Bonelli 22 sec e Casini 18 sec.”. Lo dichiara Roberto Zaccaria, responsabile dell’Osservatori o del PD nel periodo di par condicio.

7 gennaio 2013