Riflessioni sull’esperienza di fede

San Pietro folla 2Roma, 24 gennaio 2014 – Oggi, come tante altre volte, mi è capitato di leggere qualche pagina da meditare. Non tutti i libri sono buoni per meditare. Stamani si trattava di un e-book con i quattro vangeli unificati più quello apocrifo di Tommaso, e del testo di un vecchio monaco buddista, Thich Nhat Hanh, poeta e attivista vietnamita per la pace. Titolo suggestivo, “il miracolo della presenza mentale”. Fin da ragazzo ho imparato ad apprezzare la meditazione come un buon compagno di strada e pur non frequentando più la chiesa continuo a servirmene. Molto più che la semplice lettura, la meditazione aiuta a saggiare la propria mente a partire dalla pagina scritta. Qualche volta decido di mettere per iscritto quelle riflessioni e magari di condividerle sul mio blog. Così ho fatto per le pagine di “pensando in prosa”, che ognuno di voi potrà consultare.

Le letture di oggi mi suggeriscono alcune personalissime riflessioni sull’esperienza di fede. Ve le do come confidenze, senza la minima pretesa di analisi critica e come tali prendetele.  Anche se oggi non condivido più la fede degli avi, sono stato credente, praticante, impegnato e anche teologicamente istruito, per più di metà della mia vita. Non rinnego quel passato o quella mia formazione, che come tutte le esperienze fanno ancora parte del mio bagaglio culturale e ideale. Ma quella visione religiosa (per di più dogmatica) del mondo e della vita si è come sgretolata trent’anni fa al termine di   una lunga crisi depressiva. La motivazione cosciente è stata quella di un graduale approfondimento critico delle “sacre scritture” a partire da una critica del linguaggio fino alla contestazione della validità storica dei miracoli e del più importante di essi , la resurrezione di  Cristo.  “Senza la quale la nostra fede è vana”, assicura autorevolmente San Paolo.

Dubito tuttavia che quella motivazione razionale sarebbe stata sufficiente a determinare la rottura del mio equilibrio interiore. Perché questo io penso e pongo al centro di questa divagazione: che ognuno di noi, ignorante o istruito che sia, è inevitabilmente portato a credere in quella visione del mondo e della vita che meglio garantisce un equilibrio interiore di cui è solo in piccola parte consapevole. Un equilibrio che è condizionato dalla sua storia particolare, a cominciare dal patrimonio genetico e dalle esperienze infantili, come anche dal suo mondo di relazioni. Penso, con il conforto di qualche buon libro, che dalla necessità inconscia di mantenere questo equilibrio dipendano tutte le scelte che ognuno di noi continuerà – e l’illusione fa parte del gioco – ad attribuire al suo “libero arbitrio”. Su questo punto non vi annoierò oltre. Lo sviluppo di concetti che qui ho espresso in forma generica si trova nelle pagine da me scritte  successivamente alla crisi, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, riunite nel blog sotto la voce “pensando in prosa”, in particolare nella serie di “meditando Montaigne”.

Per me insomma la fede religiosa non è frutto semplicemente dell’ignoranza ma una sorta di sublimazione dell’istinto di sopravvivenza, di autodifesa dal dolore e dalla morte patita come ingiusta nel profondo di ciascuno di noi. La fede ha il potere di confortare il credente con la prospettiva di una vita beata dopo la morte, ma non solo con essa. C’è (misteriosamente ?) nel cuore di tutti, o della maggior parte, come l’anticipazione utopica di valori ideali di verità, bellezza, saggezza, bontà  e fraternità, percepiti in contrasto con la realtà attuale dell’evoluzione umana, individuale e sociale.

In qualche modo, allora, siamo tutti credenti. L’attesa del “regno dei cieli”, come della “città del sole”, come del “sole dell’avvenire” sono risposte diverse ad un solo bisogno. Da questo punto di vista si potrebbe dire che le religioni hanno un vantaggio sulle ideologie: sono, proprio perché custodite dall’immaginazione, meno facilmente falsificabili. Soprattutto in alcune religioni, quella cattolica ad esempio, il potere dell’immaginazione trova modo di esprimersi non soltanto nel rapporto con Dio e l’aldilà, ma soprattutto con la mitizzazione di figure umane concrete, come la Madonna o i santi, al punto che l’esistenza storica di questi ultimi viene spesso dai devoti tranquillamente ignorata per lasciar posto al mito.

“Non so dire, è al di sopra delle mie possibilità”, rispose una pellegrina veneta in visita al santuario quando le chiesi, per un’inchiesta televisiva sul culto di Sant’Antonio da Padova (“Sant’Antonio per grazia ricevuta”, Tg2 Dossier del 22 giugno 1981), se era al corrente che il santo era nato a Lisbona e si chiamava Fernando. Non diverse le risposte di altri fedeli intervistati in quella occasione, da chi lo invocava per ritrovare le cose perdute a chi aveva messo il santino nella stalla confondendolo con sant’Antonio abate. Così tante altre volte, avvicinando il popolo dei pellegrinaggi, a  Lourdes come a Medjugorie o a Cascia,  ho dovuto prendere atto che curiosità scientifica e fede sono inversamente proporzionali.

E oggi? Abitando nelle vicinanze del Vaticano, quasi ogni giorno mi capita di attraversare Piazza san Pietro. Da qualche anno la folla di pellegrini alle udienze del mercoledì o all’Angelus della domenica si è raddoppiata con gli ultimi Papi e continua a moltiplicarsi a vista d’occhio con Papa Bergoglio. Qui tuttavia la fede si intreccia con il richiamo mediatico del personaggio. Tra le decine di migliaia di intervenuti ce ne sono tanti che applaudono, relativamente pochi che ascoltano con attenzione, meno ancora che rispondono alle preghiere. Papa Francesco attrae e commuove per la sua umanità semplice, lontanissimo dalle figure ieratiche in sedia gestatoria della mia gioventù, ma forse tanto più vicino al Vangelo. Non ha abolito il peccato, come titolava un editoriale di Scalfari, ma la paura dell’inferno.

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