Politica e giustizia

caselliGian Carlo Caselli – (da I Siciliani Giovani,  Ci risiamo. Varie Procure, facendo il loro dovere, scoprono scandali su scandali. Uno più grave dell’altro. Ma qualcuno, oscenamente, recupera stan­chi ritornelli. E li risuona sperando che qualche testa permeabile se ne la­sci ancora incantare. Dischi rotti che insultano i magistrati, accusandoli di fare politica con le loro “manone” giacobine e con interventi immanca­bilmente definiti ad orologeria. Un grande complotto giudiziario, in so­stanza.

Tesi all’evidenza senza pudore, sor­retta unicamente dal disperato tentati­vo di sbianchettare le pesanti respon­sabilità penali, finanziarie, politiche e morali che emergono dalle inchieste. La realtà è ben diversa. L’intervento giudiziario è in crescita esponenziale in tutti i sistemi democratici. Ovunque esso occupa le prime pagine e spesso turba equilibri e destini politici. La sua stessa diffusione ne segnala la di­mensione oggettiva, escludendo che vi siano – almeno di regola – forzature soggettive.

Ciò vale anche per il nostro Paese, nel quale anzi i processi di Tangento­poli (ieri ed oggi) pongono addirittura il problema drammatico se la corru­zione costituisca un dato mar­ginale , seppure esteso, della nostra democra­zia o non piuttosto un suo elemento strutturale (in altre parole, se si tratti di corruzione “del” o “nel” si­stema).

A questo punto, inevitabile è la do­manda: è cosa buona e accettabi­le che l’indipendenza della giurisdi­zione possa provocare tutti questi sconquas­si?; – oppure bisogna trovare qualche coordinamento con la politi­ca?

Sostengono la seconda posizione coloro (e non son pochi) che strillano che non vi è sentenza che possa valere più del voto di milioni di italiani. Ma la confusione dei piani è evidente. Il primato della politica, nel senso che il governo della società e il motore del “vivere giusto” possono stare soltanto in azioni politiche e non in provvedi­menti giudiziari, è un fatto incontesta­bile. Com’è incontestabile che la giu­risdizione non è in grado – per natura – di risolvere stabilmente le patologie del sistema, ma solo di riconoscere e contribuire a rimuovere le ingiustizie ed illegalità in atto.

Senonché il primato della politica non è assoluto. In tutte le democrazie moderne la sovranità si esercita (deve esercitarsi!) nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione. E’ il siste­ma del bilanciamento dei poteri (“checks and balances”) che presidia l’ indipendenza della magistratura, senza di che (Toqueville lo insegnava un paio di secoli fa) la “tirannide della maggioranza” è sempre in agguato.

Dunque, mai fidarsi di quei sedi­centi statisti che sproloquiano di ma­gistrati animati da proterva volontà in­vasiva. Perché sono gli stessi che da una ventina d’anni non fanno un bel niente per ridurre la debolezza dei controlli (sia amministrativi sia della stampa, senza più condizionata da for­ti interessi) e per ridurre l’anomalia tutta italiana di una concentrazione di potere (economico, mediatico e poli­tico) che non ha eguali nelle demo­crazie occidentali. Mentre proprio in questi fenomeni affonda le radici l’ingiustamente vituperata espansione del giudiziario.

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