2. La comparsa del monoteismo abramitico

 

  • Il politeismo, la religione dell’antica Israele

 

  • Nell’episodio del primo libro dei Re, Dio usa il suo “dolce sussurro” per spiegare a Elia come fare a uccidere ogni adoratore di Baal dei dintorni. Poi, a distanza di un capitolo, dopo che alcuni Siriani hanno espresso dei dubbi sul potere del dio ebraico, Jahvè sottolinea la loro confusione facendone morire centoventisettemila. Questo dio poteva anche parlare in un sussurro, però usava il pugno di ferro. Ovviamente, una critica diffusa al monoteismo originatosi in Medio Oriente, si basa sulla constatazione che la sua teologia diede luogo a un’intolleranza belligerante. Qualcuno la considera addirittura una caratteristica intrinseca del monoteismo: mentre i politeisti non contestano il valore delle divinità degli altri popoli, secondo questa accusa i monoteisti ferventi sono allergici alla convivenza pacifica.
  • Questa, però, non è la vera storia narrata dalla Bibbia o, almeno, non tutta la storia. Leggendo attentamente la Bibbia ebraica, si nota che racconta la storia di un dio in evoluzione, un dio il cui carattere cambia radicalmente dall’inizio alla fine.
  • In effetti, anche nel primo millennio p.e.v., quando buona parte della Genesi, se non l’intero libro, prese forma, Dio era una divinità pragmatica: “piantò” personalmente il giardino dell’Eden, “fece tuniche di pelli” per Adamo ed Eva “e li vestì”. E non sembra che abbia fatto tutto questo mentre si librava in modo etereo sopra il pianeta. Dopo che Adamo ed Eva ebbero mangiato il frutto proibito, secondo la Genesi “udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino”. Il fatto di nascondersi potrebbe sembrare una strategia ingenua da adottare nei confronti del Dio onnisciente che conosciamo oggi ma, a quanto pare, allora questo Dio non era onnisciente. Perché “il Signore Dio chiamo l’uomo e gli disse: ‘Dove sei’?”. In poche parole,  a questo punto Jahvè è notevolmente simile alle divinità “primitive” delle società di cacciatori-raccoglitori e dei chiefdom: straordinariamente umano, dotato di poteri soprannaturali, ma non infiniti.
  •  Prima di negare l’esistenza di tutti gli dèi che non fossero Jahvè, la religione israelitica attraversò una fase in cui ammetteva la loro esistenza, ma ne condannava il culto (da parte degli Israeliti, se non altro; se i Moabiti volevano adorare Camos, erano affari loro). Tecnicamente, la religione israelitica raggiunse il monoteismo solo dopo un periodo di “monolatria”: la devozione esclusiva a un dio senza negare l’esistenza di altre divinità.
  • Se si va a guardare bene la parola “Dio” in alcune parti della Bibbia si troverà non la parola ebraica per Jahvè ma piuttosto la parola ebraica El. Considerato il fatto che l’El cananeo compare nella documentazione storica prima del dio israelitico Jahvè, si è tentati di arrivare alla conclusione che Jahvè si sia, in qualche modo, originato da El, e che possa aver cominciato la sua vita come una versione rinominata di El.
  • Così oggi, quando i credenti indicano le Scritture come prova del fatto che il loro Dio è diverso da tutte le altre divinità antiche, che è l’unico vero dio, qualsiasi scettico pratico di archeologia potrebbe replicare: ma perché mai qualcuno dovrebbe riporre la propria fede in un libro in continua contraddizione con la realtà storica?

 

  • Dal politeismo alla monolatria

 

  • Acab e Gezabele. Come sempre nel mondo antico l’alleanza con un paese significava trattare con rispetto i suoi dèi. Così se, come dice la Bibbia, Acab costruì un altare per Baal nella capitale d’Israele, Samaria, non si trattò semplicemente di una sorta di concessione alla sua bizzarra consorte: l’iniziativa faceva parte della logica insita nello sposare Gezabele, era l’espressione teologica del fondamento politico alla base del matrimonio. E così era da lungo tempo. Considerando con diffidenza la teologia di re Salomone nel X secolo p.e.v., la Bibbia si rammarica del fatto che egli avesse centinaia di mogli che “attirarono il suo cuore verso altre divinità”, ispirando venerazione ufficiale per “Astarte, dea di quelli di Sidone” e “Milcom, obbrobrio degli ammoniti” e “Camos, obbrobrio dei Moabiti”. Ma tutto questo “male agli occhi del Signore” costituiva, presumibilmente, una buona politica estera agli occhi di Salomone. Una politica estera “internazionalista”, che dava risalto ad alleanze e scambi commerciali di ampio respiro, esigeva un certo rispetto per le divinità straniere.
  • Forse è così che Israele cominciò ad avviarsi verso la monolatria: a causa di una reazione violenta contro l’internazionalismo. Ma perché mai qualcuno dovrebbe opporsi a una politica estera internazionalista? Nel caso dell’internazionalismo di Acab sono state proposte varie teorie.
  • Come ha osservato il biblista Bernard Lang, nell’antichità i luoghi di culto svolgevano a volte “diverse mansioni tipiche della moderna banca”, ed è provato che i Fenici usassero il tempio di Baal come quartier generale.
  • Il rapporto con i Fenici era vantaggioso per entrambe le parti, e la teologia di Acab si ampliò di conseguenza. Per gli Israeliti, invece, i cui mezzi di sostentamento erano minacciati dai Fenici, il rapporto con la Fenicia era a senso unico: i Fenici vincevano e loro perdevano. La loro teologia si contrasse di conseguenza. Questa teoria dei “mercanti risentiti” è alquanto congetturale, ma il principio generale è plausibile e lo abbiamo già visto operare nell’antica Mesopotamia e in ogni altro luogo: gli atteggiamenti nei confronti di una divinità straniera possono dipendere da come vengono percepiti gli stranieri.
  • Dal momento che Israele è un piccolo Stato incuneato tra grandi potenze, l’ ”alleanza” spesso equivale a un vassallaggio. Quando il Libro di Osea si lamenta del fatto che i capi di israele “fanno alleanze con l’Assiria e portano olio in Egitto”, non parla di vendere l’olio all’Egitto, ma di darglielo a titolo di tributo.
  • In Osea, come nel mondo antico in generale, la teologia e la geopolitica sono immagini speculari.
  • Osea e altri profeti della sua epoca mostravano i segni caratteristici dei veri credenti. Secondo la Bibbia, Osea scelse la sua sposa seguendo il comando divino “prenditi in moglie una prostituta”, in modo, a quanto pare, che il suo matrimonio fosse una metafora dell’infedeltà di Israele a Jahvè Come se non vi fosse abbastanza fanatismo in tutto ciò, Osea chiamò uno dei suoi figli “Non-mio-popolo” per simboleggiare la reazione di Jahvè all’infedeltà.
  • Amos non collega esplicitamente i ricchi al commercio estero, ma accumula disprezzo contro i consumi vistosi, che implicavano evidenti contatti con gli stranieri.
  • Il commercio internazionale riguardava in larga misura gioielli, tessuti e spezie che, a loro volta, riguardavano i biasimevoli ricchi. Perciò l’impulso anti-internazionalista del movimento del dio unico traeva naturalmente forza dal risentimento contro le élite cosmopolite.
  • Questo ambiente sociopolitico antico somiglia molto all’ambiente sociopolitico moderno derivante dalla globalizzazione. Allora come adesso, il commercio internazionale e il relativo progresso economico avevano provocato un improvviso cambiamento sociale e brusche spaccature sociali, creando un solco tra ricchi cosmopoliti e individui più poveri e di mentalità più ristretta.
  • Questa dinamica ha contribuito, in proporzioni variabili, a produrre cristiani, ebrei, musulmani fondamentalisti. E, a quanto pare, ha contribuito a produrre il dio da essi venerato.
  • Tanto per cominciare, Giosia ordinò ai sacerdoti di portare fuori del tempio di Jahvè e di bruciare “tutti gli oggetti fatti in onore di Baal, di Asera e di tutta la milizia del cielo” (che in questo contesto , indica i corpi celesti deificati). Fece scomparire i cavalli usati per il culto del sole dall’ingresso del tempio e “in onore di Astàrte, obbrobrio di quelli di Sidòne, di Càmos, obbrobrio dei Moabiti, e di Milcom, abominio degli ammoniti”; e, come ciliegina sulla torta, ricoprì questi siti con ossa umane. Giosia bandì, inoltre, i medium, gli stregoni, le divinità domestiche, gli idoli e gli altri vari “abomini che erano nel paese di Giuda e in Gerulasemme”.
  • Il punto non era tanto che gli Israeliti dovevano adorare Jahvè invece di altre divinità (anche se Giosia incoraggiava indubbiamente tale comportamento); il punto era che qualunque rappresentazione locale di Jahvè fossero abituati ad adorare, si trattava semplicemente di un’estensione dell’unico Jahvè di Gerusalemme. Di conseguenza, gli unici interpreti della sua volontà erano i profeti di Gerusalemme, adeguatamente insediati alla corte del re. L’epoca dell’autonomia interpretativa locale era finita.
  • Il regno di Giosia rappresentò uno spartiacque nel movimento verso il monoteismo. Jahvè, e Jahvè solo – e, in modo più specifico, Jahvè di Gerusalemme – era il dio degli Israeliti ufficialmente autorizzato.

 

  • Dalla monolatria al monoteismo

 

  • Nel 586 p.e.v., l’esilio babilonese – il più famoso trauma nella storia dell’antico Israele – era in pieno svolgimento.
  • Eppure, questa si sarebbe rivelata la cosa migliore che potesse mai succedere a Jahvè La teologia di Giosia – adorare Jahvè e Jahvè solo – sarebbe sopravvissuta e avrebbe prevalso e, per di più, avrebbe prevalso in una forma più grandiosa e intensa. Gli ebrei – e poi i cristiani, e poi i musulmani – sarebbero arrivati a credere che il dio abramitico fosse non solo l’unico dio che valesse la pena di adorare, ma l’unico dio esistente: la monolatria si sarebbe evoluta in monoteismo. Come ha osservato il teologo Ralph W. Klein, “i teologi israeliti e esilici trassero il massimo vantaggio dal loro disastro”.
  • L’ironia di questa logica – secondo cui la potenza di un dio è proporzionale alla violenza della minaccia che incombe sulla sua nazione – era emersa già nell’VIII secolo, quando il grande impero assiro tormentò tutta Israele e ne devastò unaparte. Quando Isaia citava Iahvè che diceva con disinvoltura “Oh! Assiria, verga del mio furore” non raffigurava un dio qualunque: un dio come quello presumibilmente teneva in pugno il dio imperiale assiro, il potente Assur.
  • Pensare che il proprio dio avesse subito una sconfitta così cocente è sempre equivalso a pensare che quel dio fosse morto. E a quell’epoca, in quella parte del mondo, pensare che la propria divinità nazionale fosse morta significava che la propria nazione era morta: identità divina, identità nazionale e identità etnica erano essenzialmente inseparabili.
  • Il “secondo Isaia” o “Deutero-Isaia” è un fulgido esempio dell’effetto dell’esilio sulla teologia israelitica.
  • Non stupisce che molti biblisti considerino il Secondo Isaia uno spartiacque: dopo secoli di profeti del dio unico che non si avventuravano in modo inequivocabile al di là della monolatria, finalmente arrivano delle dichiarazioni monoteistiche forti e chiare.
  • Dio promette che “porterà il diritto alle nazioni”. E’ un Dio universale non solo nel potere, ma anche negli intenti, e questa solidarietà allargata affida a Israele una missione molto importante. In un versetto ampiamente citato, Jahvè dice: “Ti renderò luce delle nazioni perché porti la  mia salvezza fino all’estremità della terra”.
  • Avendo sofferto a causa della loro infedeltà a Jahvè, gli Israeliti avrebbero cercato di evitare che gli altri popoli del mondo ripetessero il loro errore. Sin dalla sua nascita, quindi, il monoteismo è moralmente universalistico, e qualsiasi forma di aggressività abbia mostrato da allora è un’aberrazione, un allontanamento dalla norma e dal progetto.
  • Se volessimo dare una risposta semplice alla semplice domanda che ha aleggiato su tutta questa esposizione – nel momento in cui diventò il sovrano dell’universo, il dio abramitico era un dio di pace e di tolleranza? – dovremmo dire di no.
  • Per quanto ci è dato sapere, l’unico vero dio – il Dio degli ebrei, poi dei cristiani e poi dei musulmani – era in origine un dio della vendetta.
  • Che ne è stato dell’altro dio cristiano, quello che voleva che si amassero i propri nemici? Le situazioni cambiano e Dio cambia con loro. Questa dinamica, così com’è stata sviluppata da ebraismo, cristianesimo e islamismo, costituisce la materia di buona parte del resto di questo libro.

 

  • La storia di Filone di Alessandria

 

  • Forse la crescita di Dio è, in un certo senso, “naturale”: una parte intrinseca della storia umana, benché incredibilmente discontinua, soggetta a fasi di stagnazione e perfino di regressione.
  • Essenziale per la possibilità di crescita di un dio è la flessibilità semantica delle Scritture. Entro certi limiti, le persone possono leggere i propri testi sacri e trovare ciò che vogliono vedere, ciò che soddisfa le loro esigenze psicologiche, politiche e sociali. Le cause dell’esistenza di un margine interpretativo sono svariate e, sommandosi, diventano assai rilevanti. Una di tali cause è la semplice ambiguità.
  • La combinazione di ambiguità, memoria selettiva e parafrasi ingannevole consente ai credenti una grande influenza sul significato della loro religione. Quanto al puro potere semantico, però, nessuno di questo strumenti può competere con l’abile impiego di metafore e allegorie: con un unico tocco, possono cancellare il significato letterale di un testo e sostituirlo con qualcosa di completamente diverso.
  • La versione riveduta e corretta della tolleranza religiosa, quindi, dice che la tolleranza è più probabile quando si ritiene che l’intolleranza avrebbe ripercussioni negative, a prescindere dal fatto che il gioco sembri a somma zero o a somma non zero; quando, però, il gioco è a somma non zero – quando entrambe le parti si considerano potenziali perdenti – allora la tolleranza reciproca assume un senso.
  • Il fatto di avere un motivo pratico, egoistico per convivere con gli altri può essere (anche se talvolta non lo è) il primo passo per pensare a loro in modo altruistico. E una volta intrapreso un cammino di questo tipo, non esiste necessariamente un limite: è risaputo che la gente può sviluppare, e articolare, tutta una filosofia di sincero calore nei confronti dell’umanità nel suo insieme.
  • L’esistenza umana è piena di motivazioni egoistiche che inducono a cominciare a pensare in modo altruistico, e una tale logica affiora ripetutamente nella Bibbia ebraica.
  • Cercherò di dimostrare che, tutto sommato, nonostante qualche ricaduta, l’idea umana del divino diventa in effetti più ricca dal punto di vista morale, che “dio” tende a crescere moralmente perché la stessa umanità procede in quella direzione. E, a mio parere, il motivo è che le circostanze che inducono la crescita morale – l’ampiezza e lo spessore delle dinamiche a somma non zero – s’intensificano con il passare del tempo. L’evoluzione tecnologica (le ruote, le strade, i caratteri cuneiformi, gli alfabeti, i treni, i microchip) comporta che un numero sempre crescente di persone si leghi in un rapporto a somma non zero con un numero sempre crescente di altre persone a distanze sempre maggiori, spesso al di là dei confini etnici nazionali o religiosi. Questo non garantisce il progresso morale, ma fa sì che le circostanze prendano quella piega e, nel lungo termine, le circostanze favorevoli tendono a prevalere.

 

  • Logos: l’algoritmo divino

 

  • Proprio come l’interdipendenza delle città mesopotamiche nel terzo millennio p.e.v. aveva portato alla costituzione di un pantheon pan-sumero, l’interdipendenza di ebrei e Greci portò Filone a fondere il pensiero ebraico con quello greco.
  • La natura umana è fatta così: l’istinto che ci spinge a partecipare a giochi a somma non zero, a mantenere gli alleati sociali, favorisce la convergenza intellettuale, così come l’istinto che ci spinge a partecpare a giochi a somma zero, definendo nemici gli altri, alimenta la divergenza intellettuale. E, giochi a somma non zero a parte, c’era il problema della dissonanza cognitiva. Filone credeva nel giudaismo e in buona parte della filosofia greca, e fino a quando sarebbero apparsi in contraddizione, non avrebbe potuto riposare tranquillo.
  • Mentre Gesù predicava in Galilea, ad Alessandria Filone elaborava una concezione del mondo i cui ingredienti fondamentali, insieme a una terminologia specifica, sarebbero comparsi nel cristianesimo nel corso dei due secoli successivi, a mano a mano che esso diventava più solido.
  • Filone liquidò abilmente la rappresentazione antropomorfa di Dio nella Bibbia definendola una allegoria. Riguardo alla questione dell’aspetto di Dio, nel caso Egli non avesse sembianze umane, benché il filosofo sembri avere immaginato un Dio in un certo senso personale, la sua conclusione era che “nessun nome, nessuna espressione, nessuna concezione di nessun tipo sono adeguati”.
  • Era abbastanza semplice dire che Dio sfida la concezione umana e si colloca in un altro regno, al di là di ciò che è puramente materiale, che è ineffabile e trascendente. Se le cose stanno così, allora, qual’è esattamente il suo collegamento con il mondo?
  • Filone risolvette questa sfida con una parola:”Logos”. Il termine faceva parte della lingua greca comune, ma era anche un termine tecnico della filosofia ellenica. Era il sostantivo legato a un verbo che significava “parlare” e “contare”, e, quindi, significava “discorso” e “conto” o “calcolo”, ma quando se ne impadronirono gli antichi filosofi finì per assumere molti significati, come “ragione” e “ordine”.
  • Secondo Filone, ogni mente umana ha un duplice rapporto con il Logos. In primo luogo, come microcosmo: la mente sta al corpo come il Logos cosmico sta al mondo fisico; è il “principio ragionante” che governa l’universo. In secondo luogo, ogni mente umana è un pezzo del Logos divino, una sua estensione friabile; la mente, scriveva Filone, è “una porzione inseparabile dell’anima divina e benedetta”. In questo senso, non è necessario tentare di raggiungere l’unione con il divino: è intrinseca in noi sin dalla nascita. Ma una cosa è l’unione e un’altra l’Unione. La parte della mente che è estensione diretta del Logos è la mente razionale. E, a parere di Filone, la mente razionale è spesso in guerra con i bassi impulsi animali che, se ne avessero la possibilità, distorcerebbero la nostra visione e corromperebbero le nostre motivazioni. Più la mente razionale domina gli impulsi meschini, più stretto è il rapporto con il divino.
  • “Così come una lira è formata da note diverse, Dio ha voluto che mediante la reciprocità e l’unione tutte le cose create giungessero all’amicizia e alla concordia, che costituissero un’unica armonia, e che fossero governate da una trama di reciproche concessioni che conducesse al compimento del mondo”. Duemila anni dopo, non abbiamo ancora ottenuto la fratellanza mondiale. Tuttavia, come previsto da Filone, la storia ha portato un progresso morale e motivi di vera speranza.
  • Non c’è dubbio che, dagli inizi della civiltà in poi, vi sia stato un netto progresso nel campo delle dottrine morali. E nel primo millennio p.e.v. si manifestò un progresso notevole.
  • In primo luogo, un impegno economico più ampio originò un numero maggiore di rapporti a somma non zero tra persone appartenenti a etnie e anche a Stati diversi. Sempre più persone cominciarono, quindi, a nutrire un interesse egoistico per il costante benessere di altre persone che, per un verso o per un altro, erano diverse da loro. L’egoismo non portò ad amare queste persone, ma rafforzò la logica del non odiarle.
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