3. L’invenzione del cristianesimo

Che cosa fece Gesù?

 

  • Quando le storie si diffondono oralmente, da persona a persona a persona, può insorgere una disonestà globale che prescinde da un tentativo d’inganno volontario. Immaginate i seguaci del Cristo crocifisso che cercavano di fare proseliti: la loro convinzione era talmente forte da indurli ad abbellire qua e là la storia; ma al contempo si trattava di una convinzione talmente sincera da indurli a credere ai loro abbellimenti.
  • Di certo, l’operazione richiese considerevoli sforzi. Perché il vero Gesù – il “Gesù storico” – non diede affatto risalto all’amore universale. Questo, se non altro, è ciò che suggerisce un’analisi minuziosa e critica delle scritture.
  • Le prove concrete circa il “Gesù storico” sono esigue. I racconti evangelici della vita e delle parole di Gesù contenute nella Bibbia – i libri di Matteo, Marco, Luca e Giovanni – furono scritti in un periodo compreso tra il ’65 e il 100 e.v., da 35 a 70 anni dopo la sua morte.
  • Il vangelo secondo Marco è generalmente considerato il più attendibile dei quattro per quanto riguarda la veridicità dei fatti narrati. Fu scritto intorno al ’70 e.v., circa quarant’anni dopo la crocifissione.
  • La Bibbia ebraica aveva detto che il Messia sarebbe stato un discendente di re Davide e che, come Davide, sarebbe nato a Betlemme. Marco non spiega come mai “Gesù di Nazareth” fosse nato a Betlemme.
  • Lo stesso vale per ciò che riguarda l’atteggiamento di Gesù verso la sua stessa morte. Se Gesù era il figlio di Dio, mandato qui per morire, sarebbe legittimo immaginare che avrebbe accettato la morte con garbo; non allegramente, magari, ma almeno con una certa dignitosa rassegnazione. Dopotutto, conosceva il piano fin dall’inizio, e sapeva anche che, alla fine, sarebbe in ogni caso resuscitato. Eppure, nel Vangelo di Marco, le sue ultime parole sono: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”, come se la Crocifissione fosse per lui una terribile sorpresa, nonché la sua fine. Nel Vangelo di Luca, scritto dieci o venti anni dopo, non è presente una perplessità del genere e le ultime parole di Gesù sono, invece, assolutamente serene: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Nel Vangelo di Giovanni, le sue parole sono semplicemente: “tutto è compiuto!” e, anche in questo caso, non vi è traccia di dubbio o sorpresa.
  • Nel Vangelo di Giovanni, Gesù spettacolarizza i suoi miracoli. Prima di resuscitare Lazzaro – una cosa che non fa negli altri vangeli – dice che la sua malattia era “per la gloria di Dio”. I miracoli, inoltre, sono ormai esplicitamente simbolici. Quando Gesù guarisce un cieco dice: “sono la luce del mondo”. Un’affermazione alquanto immodesta, ma il Gesù di Giovanni non è un uomo modesto. In nessuno dei vangeli precedenti Gesù si identifica con Dio. Nel Vangelo di Giovanni, invece, dice: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. A questo punto, la leggenda e la teologia cristiana avevano avuto 60 o 70 anni per evolversi ed erano meno soggette che mai ai ricordi del reale Gesù umano.
  • In poche parole, se dobbiamo giudicare sulla base del Vangelo di Marco, il primo e più credibile dei quattro vangeli, il Gesù che conosciamo oggi non è il Gesù realmente esistito.
  • Nel Vangelo di Marco non c’è il Discorso della Montagna, non ci sono le Beatitudini. Gesù non dice “Beati i miti” o “porgi l’altra guancia” o “amate i vostri nemici”.
  • Il messaggio di amore universale viene categoricamente contraddetto da alcuni brani del Vangelo di Marco e non è un argomento di sicuro successo dal punto di vista politico. Allora, come ha fatto quel messaggio a entrare nella tradizione cristiana? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo andare al di là del “Gesù storico”….dobbiamo capire le città sparse per l’impero romano attraverso cui il movimento di Gesù si diffuse nei decenni successivi, cioè i luoghi in cui prese forma il Gesù che i cristiani conoscono oggi, dopo la morte del vero Gesù.

 

  • L’apostolo dell’amore

 

  • In effetti, quello che emerse alle origini del cristianesimo non è, a rigor di termini, un dio dell’amore universale. Come abbiamo detto, il fascino fondamentale della chiesa primitiva stava nel fatto che l’”amore fraterno” fosse una forma di amore familiare. E l’amore familiare è per definizione selettivo: è diretto all’interno, non all’esterno; alla famiglia e non a tutti. Questo è il tipo di amore predicato da Paolo: un amore diretto soprattutto agli altri cristiani.
  • Fondamentale per lo sviluppo del cristianesimo era essere disponibili verso gli estranei, ma non a tempo indeterminato; a meno che, ovviamente, gli estranei non fossero divenuti membri della chiesa, nel qual caso sarebbero stati tenuti a dare e non solo a prendere.
  • Il comando “amate i vostri nemici” compare sia nel Vangelo di Matteo sia in quello di Luca. Nella versione di Matteo, Gesù dice: “amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”. Nella Lettera ai Romani, scritta oltre dieci anni prima rispetto ai vangeli di Matteo o Luca, Paolo dice: “benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite”. E se non dice proprio di amare i propri nemici, comunque aggiunge: “se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete dagli da bere”. Nello stesso brano dice anche: “Non rendete a nessuno male per male…Non fatevi giustizia da voi stessi”.
  • Paolo faceva parte di una minoranza religiosa che erano in molti a non gradire e che, se non avesse dimostrato moderazione a fronte delle provocazioni, avrebbe potuto essere perseguitata fino all’estinzione. In questo senso la sua situazione era simile a quella di Filone, un altro seguace di una fede sospetta nell’impero romano del primo secolo.
  • Dopo avere esortato i cristiani a dare da mangiare e da bere al nemico, aggiunge:”facendo questo, infatti, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo”. In realtà, Paolo non fu il primo a intuire il concetto che fare amicizia con un nemico possa costituire un’efficace controffensiva. La sua linea dei “carboni ardenti” viene dal Libro dei Proverbi, dov’è preceduta da questo consiglio: “se il tuo nemico ha fame dagli pane da mangiare, se ha sete dagli acqua da bere”. Nell’introdurre nel cristianesimo la dottrina della gentilezza verso i nemici, Paolo non si dimostrò solo saggio: si dimostrò saggio sotto la guida dei testi sapienziali ebraici.

 

 

  • La sopravvivenza del cristianesimo più adatto

 

  • Alla fine del IV secolo il cristianesimo era ormai la religione ufficiale dell’impero, mentre le religioni pagane erano state vietate.
  • All’interno del cristianesimo delle origini esistevano molte sette, molte versioni del movimento di Gesù che, in teoria, avrebbero potuto vincere la gara interna e diventare la corrente principale del cristianesimo, come fece, alla fine, la versione di Paolo. E almeno una di esse corrisponde alla descrizione di questa ipotetica alternativa.
  • Alcuni documenti del IV secolo parlano degli Ebioniti, un gruppo che sosteneva che i fedeli di Gesù dovessero seguire la dottrina ebraica. Anche i pagani avrebbero potuto aspirare alla salvezza, ma solo dopo la conversione al giudaismo, il che implicava l’obbligo di seguire alla lettera la legge ebraica nelle questioni rituali, dalla cucina kasher alla circoncisione. Come ha osservato Bart Herman nel suo libro “I cristianesimi perduti”, la concezione che gli Ebioniti avevano di Gesù era probabilmente più vicina all’opinione di Gesù su se stesso rispetto alla sua immagine che finì per prevalere all’interno del cristianesimo. Gli Ebioniti sostenevano che Gesù non fosse un dio, ma solo un messia.
  • Nell’impero romano chiunque si rifiutasse di venerare gli dei di Stato aveva bisogno di una speciale esenzione, e il miglior modo per ottenerla era disporre di un profondo retaggio storico: dimostrare che la propria tradizione religiosa risaliva a un’epoca molto precedente rispetto all’impero romano.
  • Così, nell’avanzare le loro richieste di esenzione i cristiani avevano la necessità di minare le rivendicazioni di legittimità sollevate dagli ebrei. Sostenevano allora che, uccidendone il figlio, gli ebrei avevano abbandonato il loro dio. Nel secondo secolo, il padre della Chiesa Giustino spiegava che era per questo motivo che gli ebrei di sesso maschile vengono circoncisi: la circoncisione era un segno della loro colpa autorizzato da dio (quanto al fatto che questo rituale precedesse di oltre un millennio la morte del figlio di Dio, Giustino replicava che Dio conosce in anticipo il futuro.
  • E se non ci fosse stato Gesù? Anche se Gesù non fosse mai nato, o se fosse morto nell’anonimato, sarebbe affiorato qualche altro veicolo per il seme dell’amicizia interetnica. C’erano moltissimi veicoli in giro. Avete mai sentito parlare di Apollonio di Tiana? Come Gesù, visse nel primo secolo e.v. Secondo le storie raccontate in seguito dai suoi fedeli, si spostava di città in città con i suoi discepoli, facendo miracoli: curava gli storpi e i ciechi, esorcizzava gli indemoniati. Questi poteri derivavano dal suo contatto speciale con la divinità – trattino era figlio di Dio, diceva qualcuno -, come fu nel dono della profezia. Nel corso delle sue predicazioni affermava che ci si sarebbe dovuti preoccupare meno degli agi materiali e più del destino della propria anima, e abbracciava l’etica della condivisione. Fu perseguitato dai Romani, e quando morì ascese al cielo. La cosa conferiva un’interessante simmetria alla sua vita, dal momento che anche la sua nascita aveva avuto un che di miracoloso: prima che venisse al mondo, la madre era stata messa a parte della sua natura divina da una figura celeste. Vi suona familiare? Ma, potreste obiettare, Apollonio di Tiana non postulò una dottrina dell’amore interetnico! Be’, come abbiamo visto, forse non lo fece neanche Gesù. La dottrina venne elaborata da Paolo, un imprenditore della religione che la usò come cemento per la sua vasta impresa.
  • Anche se Paolo non fosse nato, qualsiasi religione divenuta prevalente nell’impero romano avrebbe condotto all’amicizia interetnica. Perché solo una religione di quel tipo sarebbe stata in grado di sfruttare le esternalità di rete per superare le rivali.
  • Forse Costantino seppe semplicemente riconoscere un buon collante sociale.
  • Ashoka, un imperatore indiano del terzo secolo p.e.v. , sta al buddismo come Costantino sta al cristianesimo.
  • Secondo la dottrina cristiana che emerse dopo Paolo, neanche coloro i quali avevano fatto conoscere quel Dio al mondo, gli ebrei, erano in possesso dei requisiti necessari per accedere alla salvezza.
  • Ciò che cresce è l’immagine che di Dio hanno gli uomini, non Dio in se, il quale, per quanto ne sappiamo, potrebbe anche non esistere. Tuttavia, come suggerito al capitolo 8, questa crescita di Dio potrebbe essere la prova, se non di un Dio con la D maiuscola di un intento più elevato in un qualche senso della parola. In particolare, come suggerito al capitolo 9, il concetto di Logos elaborato da Filone potrebbe essere un modo utile di considerare tale intento divino.
  • Il fatto di considerare Gesù come il Logos non è privo di una certa logica, in quanto il Logos espande l’ambito degli interessi morali dell’umanità. Nella misura in cui favorisce questa causa, in un certo senso, Gesù è veramente il “Verbo” fatto carne, un’incarnazione fisica del Logos. E, indubbiamente, il Gesù del Vangelo di Giovanni è un grande fautore dell’allargamento degli interessi morali, e quindi dell’amore fraterno. “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri”.
  • Perché è stata l’espansione dell’organizzazione sociale, e il conseguente intrecciarsi delle etnie in un gioco a somma non zero – il Logos in azione – che ha spinto Paolo a porre l’accento sull’amicizia interetnica e i cristiani che più tardi misero questo messaggio sulle labbra di Gesù. Quando i cristiani evocano la loro immagine di Gesù, rendendo di carne il messaggio dell’amore, in un certo senso il verbo – il Logos – si fa carne. Si può fare un confronto con un’antica dottrina legata allo gnosticismo e considerata per molto tempo eretica: il docetismo. Secondo il docetismo, Gesù non era realmente fatto di carne e sangue: era puro spirito, e la sua parte materiale era un fantasma, una sorta di illusione (in un antico racconto docetico della crocifissione, mentre è sulla croce Gesù ride: non sente dolore, dal momento che non ha un corpo). Nello scenario docetico, però, la venerazione per il modo in cui appariva Gesù è autentica, perché quell’apparenza, per quanto illusoria, era un’illusione appoggiata da Dio e, di conseguenza, era una vera manifestazione del divino. Lo stesso vale per la teologia del Logos: venerare Gesù come lo immaginano i cristiani significa, per un verso, venerare una costruzione dell’immaginazione, ma, per un altro verso venerare una manifestazione del divino. Potrebbe essere che il Gesù conosciuto dai cristiani sia tanto un’illusione che il vero volto di Dio.

 

  • In che modo Gesù è diventato il salvatore

 

  • Il nocciolo del messaggio cristiano è che Dio inviò suo figlio per preparare la strada alla vita eterna.
  • Il modo in cui prese forma la storia oggi considerata ufficiale rappresenta un caso ben rappresentativo di come Dio si evolve per soddisfare le esigenze psicologiche dei suoi seguaci, nonché le sue stesse esigenze di sopravvivenza.
  • Se i seguaci di Gesù avessero saputo mentre egli era in vita che l’espressione “Figlio dell’Uomo”  si riferiva a lui, e se egli avesse effettivamente detto loro che il Figlio dell’Uomo sarebbe stato crocifisso e resuscitato dopo tre giorni, è improbabile che, durante la crocifissione, si sarebbero dimenticati di tale previsione.
  • L’immagine di Gesù come il “Figlio dell’Uomo”, seduto tranquillamente in cielo, pronto ad accogliere le anime dei buoni cristiani, potrebbe essere stata fondamentale per il trionfo finale del cristianesimo. Questa immagine gli conferì un vantaggio decisivo sulle religioni che non offrivano la speranza di un aldilà piacevole e lo mantenne competitivo rispetto alle molte religioni che lo facevano. Ispirò, inoltre, i cristiani a morire nel nome della loro fede.
  • A un tratto, nella mente di Paolo, tutto acquistò un senso: un uomo, Adamo, a causa della sua debolezza aveva portato il peccato, e quindi la morte, alla razza umana e ora un uomo, Gesù, grazie alla sua forza e mediante la sua morte, aveva offerto la liberazione dal peccato e dalla morte. E tutto ciò era un segno d’amore. Dio, a cui gli esseri umani offrivano da tempo immemorabile sacrifici, amava a tal punto l’umanità da sacrificare il proprio figlio. Così una storia con un finale non lieto – la storia di un presunto messia che finiva sulla croce – diventò una promessa di salvezza e vita eterna assolutamente convincente.
  • La ricetta di Paolo per preservare la coesione della chiesa – definire “peccato” un comportamento disgregativo – potrebbe essere descritta come un modo di legare la salvezza individuale alla salvezza sociale.
  • Di certo il culto egizio di Osiride legava la salvezza individuale a quella sociale, e il fatto di far rientrare nella salvezza individuale un aldilà di beatitudine rinsaldava il legame. Una volta adottata dai seguaci di Gesù, la ricetta, perfezionata sotto questo aspetto, avrebbe aiutato il cristianesimo a dominare l’impero romano. In seguito, come vedremo tra poco, avrebbe contribuito a guidare l’espansione dell’Islam. Non si può negare la sua efficacia nell’aver reso tali alcune delle religioni dominanti del mondo.

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