Ignorando me stesso

“Qui auroit à faire son faict, verroit que sa premiere lecon, c’est cognoistre ce qu’il est et ce qui luy est propre” (Essais,I,III). (“Chi dovesse fare il proprio dovere, vedrebbe che la prima lezione è per lui conoscere ciò che egli è e ciò che gli conviene”). (Saggi,I, III,p.29).

Lo aveva detto Socrate e altri prima di lui. Ma questa del “conosci te stesso” ha il destino di tutte le grandi massime,quanto più celebri tanto più disattese. Quando un principio etico ha acquistato rispetto universale, si può star certi che ne è stata accomodata l’interpretazione alle pratiche più diverse. Conoscere davvero se stessi è probabilmente impossibile, ma si potrebbe almeno provarci, se in fatto di educazione non fossimo ancora a prima di Galileo. Prima che siamo cresciuti abbastanza per impegnarci in questa difficile impresa, la società ha già provveduto a istruirci su quel che siamo e quel che dovremmo essere. Così almeno è stato per me, che non avevo ancora l’età della ragione ma già “sapevo” che ero “un essere ragionevole composto di anima e corpo”, che i miei istinti e desideri erano, salvo eccezioni, ispirati dal diavolo, e che se volevo fare il mio bene non avevo che da seguire le indicazioni dei genitori, dei maestri e del parroco. Se questa era la “Verità”, che altro dovevo conoscere? E infatti, la prima volta che lessi di Socrate e del “conosci te stesso”, pensai che si trattasse di un altro modo per definire l’esame di coscienza, un invito a verificare la coerenza con i modelli imposti dalla famiglia,dalla scuola e dal catechismo. Conoscere me stesso voleva dire lasciarmi giudicare dagli altri. Oggi, a cinquantatre anni suonati, penso che voglia dire tutt’altro: un invito a conoscere il mio cervello e il modo in cui funziona il mio sistema nervoso. Un invito a rifare la storia del mio carattere e del modo in cui è stato formato, prima dai cromosomi e poi dall’ ambiente. Un invito a tentar di scoprire l’origine dei miei pensieri e dei miei comportamenti, prima di ripartirli acriticamente tra il bene e il male. E così fare con quelli altrui. Ma ci sono voluti anni di sofferenze e di letture, e la depressione, e la psicanalisi. Una lettura in particolare, quella delle opere di Henri Laborit, mi ha quasi convinto che il cervello “non è fatto per pensare, è fatto per contribuire alla conservazione della struttura dell’organismo al quale appartiene”. Dico “quasi convinto” per doverosa prudenza, visto che pretendo di cimentarmi – ignorante come sono – in una materia così complessa e difficile. Ma sono ormai orientato a credere che tutte le nostre fedi e convinzioni, tutti i nostri ragionamenti e giudizi, siano soltanto espressione di un compromesso, più o meno fragile, tra il bisogno che abbiamo di conservare la struttura del nostro organismo individuale e il bisogno che ha l’organismo sociale a cui apparteniamo di conservare la propria. La società, con i suoi sistemi di dominio, con il linguaggio e la cultura, abita, per così dire,nel nostro cervello, e lo costringe a inventare sempre nuovi espedienti perché le esigenze di conservazione dei due organismi, individuale e sociale appunto, non entrino in conflitto mortale tra loro. Le conversioni, di qualunque genere, piccole e grandi, hanno probabilmente questa funzione. Le mie ricerche di questi anni sui devoti che affollano i santuari di tutte le religioni , sui consumatori del “sacro” che si nutrono di visioni e miracoli a dispetto non solo della ragione ma del più elementare buon senso mi hanno indotto a concludere che ogni uomo è capace delle più spericolate acrobazie intellettuali pur di non mettere in crisi il suo equilibrio interiore o di ricostruirlo dalle macerie di un disastro emotivo. Che cosa resta, allora, delle “verità” apprese nella mia infanzia? Resta, beninteso, che l’uomo ” è un essere ragionevole”. Ma non potrebbe essere la ragione , come l’istinto a livello animale, un’invenzione della natura per garantire, al più sofisticato livello evolutivo della specie umana, la conservazione e lo sviluppo della struttura individuale e sociale? Chiamiamolo “anima”, se vogliamo, questo insieme mirabile – e per molti aspetti sconosciuto – di relazioni tra i nostri neuroni, ma mi è difficile immaginarlo distinto o addirittura separato dal corpo. Torniamo a Montaigne, al suo invito a conoscere ciò che sono e “ciò che mi conviene”. Espressione ambigua, quest’ultima, almeno nel vocabolario italiano, usata per significare quel che è opportuno riguardo alla morale e alla buona educazione, ma anche quanto corrisponde soltanto al proprio interesse. Ambiguità insopportabile un tempo per la mia educazione cattolica, che esaltava ogni forma di sacrificio e considerava con sospetto ogni forma di piacere che non derivasse dall’apprezzamento dei superiori e dalla soddisfazione del dovere compiuto. Ma oggi quella contraddizione è finita, almeno per me. Che liberazione, che sollievo è stato scoprire quella semplice verità che lo stesso Montaigne dava già per scontata quattro secoli fa, e cioè che “perfino nella virtù l’ultimo scopo della nostra aspirazione è il piacere”! Montaigne proseguiva con cattiveria:” Mi piace di ripetere al loro orecchio questa parola che tanto li turba”. E pensava ai filosofi, naturalmente, ai moralisti e ai bacchettoni del suo tempo, ma forse anche a tutti i “virtuosi” che, allora come oggi, in perfetta buona fede, sono certi di “sacrificarsi” per il prossimo o per un ideale. Quando, da ragazzo, frequentavo l’azione cattolica, e mi ripetevano continuamente il motto “preghiera, azione, sacrificio”, e mi bombardavano la mente con l’esempio dei santi che avevano rinunciato al mondo e a se stessi per amore di Dio e del prossimo, non riuscivo a spiegarmi perché Gesù avesse comandato ai discepoli : “amate il prossimo come voi stessi”. “Più che voi stessi”, avrebbe dovuto dire invece. Ma non osavo porre la questione per il timore di apparire sacrilego. Quanto ai frati e alle suore che mi insegnavano, si guardavano bene dal soffermarsi su quel “come” e interpretavano come se tra un comparativo di uguaglianza e uno di maggioranza non ci fosse, in quel caso, gran differenza. Altrimenti avrebbero dovuto ammettere che nessuno può amare un altro più che se stesso, perché la natura – o meglio, la nostra struttura biologica – non lo consente, perché nessuno si sacrifica mai se non per conseguire un bene maggiore e perché nessun comandamento morale verrebbe seguito senza un premio o la speranza di un premio. Insomma, avrebbero dovuto dirmi che il piacere motiva le azioni dei santi come quelle dei peccatori. Come ha scritto il biologo Laborit, ” bisogna che la gente scopra che l’unica ragione d’essere è l’essere, cioè il ricercare il proprio piacere”. E poiché questo è ciò che inevitabilmente facciamo, tanto vale che ne prendiamo atto, senza complicarci la vita con inutili sensi di colpa.

Roma, autunno 1989

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