Frui paratis

“Heureux qui ait règlé à si juste mesure son besoin que ses richesses y puissent suffire sans son soing et empeschement, et sans que leur dispensation ou assemblage interrompe d’autres occupations qu’il suit, plus sortables, tranquilles et selon son coeur” (Essais,I,XIV).

(“Felice colui che ha regolato in sì giusta misura i suoi bisogni, che le ricchezze di lui possano bastarvi senza speciali sue cure e freni, e senza che lo spenderle o l’ammassarle interrompa altre occupazioni che egli abbia, più convenevoli, tranquille e conformi alla sua inclinazione” Saggi,I,XIV,pag.83).

A star dietro alle statistiche nazionali, io farei parte di quel gruppo di privilegiati che dispongono di un reddito medio-alto. Ipotesi tutto sommato accettabile, fatte le opportune riserve sull’ attendibilità di qualsiasi dato desunto in Italia dalle dichiarazioni dei redditi. Ma fino a poco tempo fa facevo parte di quella minoranza di italiani che non hanno la proprietà di una casa. A distogliermi dall’idea di acquistarne una era sempre il conto delle preoccupazioni a cui sarei andato incontro per mettere insieme i soldi necessari, per tutte le pratiche burocratiche, per la gestione condominiale, la manutenzione e così via. Non che non avessi anch’io, come tutti, la tentazione ricorrente di legarmi a qualcosa di solido, un pezzo di terra, una casa di cui disporre liberamente, da trasformare e adattare a mio gusto senza chiedere il permesso a nessuno. Ma i vantaggi che ne avrei tratto, in termini di libertà e sicurezza, mi apparivano inadeguati ai sacrifici richiesti. Non solo inadeguati, ma in buona misura immaginari. Mi bastava il ricordo di quante volte il possesso di un oggetto che pareva indispensabile al momento dell’acquisto si era rivelato superfluo. Di quante volte un oggetto che sembrava prezioso si era perso nello sfondo indistinto del mio piccolo mondo domestico, dimenticato in un angolo o in un cassetto. Capitava spesso, ad esempio, che durante una passeggiata a cavallo nei dintorni di Narni, qualcuno dei miei compagni di gita, arrivando in un posto ameno, cominciasse a calcolare il prezzo del terreno prima ancora di avere avuto il tempo di ammirare il paesaggio. In genere, avevo una reazione di fastidio che giudicavo salutare. Non sapevo che in breve tempo avrei visto le cose in modo radicalmente diverso. Cominciò col capitare anche a me di restare incantato dall’offerta, a un prezzo non troppo lontano dalle mie possibilità, di un bel casolare di campagna con adiacente terreno nella solitudine di una deliziosa valletta. Pensavo alle cenette estive sotto al pergolato, alle serate invernali accanto al caminetto, alla verdura fresca raccolta nell’orto, alle letture tranquille sotto gli alberi, al canto degli uccelli al mattino. Come sottrarsi completamente al fascino di quelle immagini di vita idilliaca che così spesso propone l’astuzia pubblicitaria? Ma l’acquisto di una casa non era così semplice come quello di una bottiglia di amaro al supermercato e avevo modo di riflettere. Per cominciare, al tempo che mi sarebbe rimasto per i piaceri dell’ arcadia dopo le fatiche e i disagi che avrei dovuto affrontare per mettere insieme il denaro, per occuparmi delle pratiche burocratiche, per ristrutturare i locali, per provvedere alla manutenzione, alla pulizia, al riscaldamento, alle cure delle piante e degli animali. Contando, per tutto questo, su qualche fine settimana, visto che non avevo intenzione di rinunciare al mio mestiere di giornalista, così come mia moglie al suo lavoro di insegnante. Insomma, non ne valeva la pena. Potevo andare a godermi gratis la vista di quel paesaggio tutte le volte che avessi voluto e gli altri piaceri della campagna, con poca fatica e poca spesa, accanto alla mia roulotte nel campeggio di Borgheria. Eppure…sono passati pochi mesi da quelle sagge riflessioni ed eccomi proprietario di un casale con giardino e frutteto. A farmi cambiare idea è bastato impostare il ragionamento in una prospettiva diversa: non più la casa per il weekend o le vacanze, ma una casa in campagna dove abitare per tutto l’anno o gran parte dell’anno. Non subito, magari, ma appena lo permetteranno le circostanze, tenuto conto del fatto che mia figlia Alessandra è andata nel frattempo a vivere per conto suo, che Nicola sarà laureato tra qualche anno, che Amelia potrebbe trovare da insegnare nelle vicinanze e che i miei impegni di giornalista sottoutilizzato potrebbero diventare sempre più compatibili con una residenza fuori città. D’altra parte vivere a Roma sta diventando ogni giorno più sgradevole. Il traffico caotico, l’inquinamento, i rumori, l’inefficienza dei servizi pubblici, le difficoltà burocratiche rendono la metropoli insopportabile a chiunque, figuriamoci a chi, come me, è così poco interessato alle occasioni e ai piaceri della vita mondana. Poiché uscire la sera è diventato così stressante, in centro ho finito per andarci di rado: per lavoro o per qualche acquisto ogni tanto, il cinema o la pizza un paio di volte al mese. Da quando, otto anni fa, ho scoperto quest’angolo di campagna umbra, mi par di rivivere ogni volta che torno. Non è solo per le passeggiate a cavallo nei boschi, per la vita all’aria aperta. Mi pare che in campagna sia perfino più facile intrecciare e mantenere amicizie e rapporti sociali. E non solo con gli abitanti del luogo: può sembrare paradossale, ma anche nel nostro ambiente attira più un invito in campagna che all’altro capo della città. Chi è pigro come me – mia moglie a volte mi fa concorrenza – finisce per trarre dalla vita cittadina tutti gli inconvenienti e nessun vantaggio. Perché allora non rovesciare il rapporto, perché non stabilirsi in campagna e andare ogni tanto in città? Sono troppo pigro anche per lasciarmi tentare dall’avidità di guadagno. La sola idea di darmi da fare per procurarmi qualche entrata supplementare mi affatica, al punto che, se non facessi parte di una categoria garantita da un contratto collettivo e dovessi patteggiare da solo i miei aumenti di stipendio, credo che mi rassegnerei facilmente ad un tenore di vita inferiore all’attuale, anche a costo di qualche disagio. Molti miei colleghi, ad esempio, cercano di arrotondare collaborando ad altri giornali, scrivendo libri o gestendo un ufficio stampa. Li vedo sempre al telefono o alla macchina da scrivere, molto raramente davanti a un buon libro. Tendono ad occuparsi di moltissime cose impegnandosi il meno possibile, al contrario di me che non riesco a fare a meno di impegnarmi a fondo anche se ho l’incarico più banale. Chi è più nevrotico, io o loro? Si lamentano che i soldi non bastano mai e a volte fingo di essere d’accordo, solo per non sembrare uno snob. Intendiamoci, non demonizzo affatto il superfluo, non sono un asceta, ma pigro come sono preferisco fare a meno di un po’ di superfluo se così posso risparmiarmi un poco di stress. Non mi piacerebbe essere ricco. Mi piacerebbe,invece, essere ricchissimo. Avere tanto denaro, da non dovermi preoccupare di amministrarlo, investirlo, moltiplicarlo. Spenderlo e basta. Avere il maggiordomo, una cuoca e un autista che mi scarrozzasse a mio piacimento. Ma se devo darmi tanto da fare per guadagnare e poi lamentarmi ugualmente che i soldi non bastano mai, se le mie proprietà debbono legarmi e condizionarmi, anziché accrescere la mia libertà, allora ne faccio a meno. Dunque non sono avido, eppure non posso negare di essere, almeno qualche volta e per ragioni che faccio ancora fatica a mettere a fuoco, un tantino avaro. Non in modo sistematico, soltanto in certe occasioni e in modo del tutto irrazionale. Per esempio, posso badare al risparmio facendo una piccola spesa, e non esitare affatt
o di fronte a un acquisto impegnativo, una volta che mi sia deciso ad esso. Faccio raramente un regalo, mai un regalo dozzinale. In questo, ho preso sicuramente da mio padre. Lesinava alla moglie e ai figli il denaro per le necessità quotidiane, ma quando era lui a comprare qualcosa, per sé o per gli altri, doveva essere di buona qualità. “E’ uno Zegna”, diceva compiaciuto mostrando la stoffa di un abito appena acquistato. “Ermenegildo Zegna, non Mario, il fratello, che è un’altra cosa”, aggiungeva tastandola e accarezzandola con l’aria di uno che se ne intende.

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