In memoria di Giordano Bruno

Seppure la Chiesa abbia espresso, dopo quattrocento anni, il suo rammarico, ancora oggi l’Inquisizione è vista come una “deviazione” dei suoi adepti per salvare la dottrina.

di Walter Peruzzi (Cronache laiche), domenica 17 febbraio 2013 00:07
Roma, Campo de' Fiori - Il bassorilievo del processo a Giordano Bruno
Roma, Campo de’ Fiori – Il bassorilievo del processo a Giordano Bruno

Il 17 febbraio dell’Anno Santo 1600, al termine di un processo durato (fra denunce, carcerazione, interrogatorio, ritrattazioni) nove anni, Giordano Bruno veniva condannato a morte, condotto al rogo con la bocca inchiavardata e bruciato vivo in Campo dei Fiori. Un evento diventato, specie dall’Ottocento, un simbolo dell’Inquisizione.

Contro la «leggenda nera»
Da allora non sono mancate e non mancano difese della condanna di Bruno e della stessa macchina inquisitoriale. Secondo alcuni tradizionalisti cattolici come Rino Cammilleri (ma non è il solo) le accuse dei “laicisti” contro la «mite» Inquisizione sono una «leggenda nera». Essi sostengono che quella «santa» istituzione fu «necessaria», in alternativa ai tribunali laici, dato che «solo esperti ecclesiastici potevano asserire […] chi fosse davvero eretico, garantirgli un giusto e formale processo e persuaderlo, ove possibile» a pentirsi, avendo salva la vita. Per Cammilleri è ovviamente scontata la legittimità di processare gli eretici, perché in una società cristiana l’attacco alla Chiesa è un reato contro l’ordine sociale. «Il Santissimo Tribunale», anzi, «trattò con caritatevole pazienza e severa clemenza Giordano Bruno il quale […] era pieno di sé, pertinace e impenitente» e profferiva «le bestemmie più orribili […] Fu questo il motivo per cui lo condussero al rogo con la bocca serrata». Ci sono poi altri cattolici tradizionalisti più prudenti (si fa per dire), come il vescovo ciellino di San Marino-Montefeltro, Luigi Negri: essi giudicano sì l’omicidio una grave offesa alla persona, pur se insistono sul carattere garantista del processo a Bruno, ma ritengono che la sua condanna vada storicizzata («contestualizzata», direbbe Fisichella). Essa costituirebbe, come tutta l’attività dell’Inquisizione, una «riduzione della creatività e della libertà umana». Ma, tenuto conto che quella libertà era usata da Bruno in modo indebito, e che avrebbe portato alle ideologie totalitarie del Novecento, negatrici dell’uomo, «dobbiamo legare il 1600 al 1900» e pensare che, «forse», limitando «la libertà di ricerca in un punto», la Chiesa ha «creato quello che Giovanni Paolo II chiama “un grande movimento per la liberazione della persona umana”» (da False accuse alla Chiesa, Piemme). Da un male un bene, dunque: «una redenzione per mezzo del fuoco», come dice con sarcasmo Mark Twain a proposito dell’inferno.

La Chiesa e l’Inquisizione
Queste valutazioni sono ancora presenti fra i cattolici e non proprio marginali. Ma non è questa la posizione ufficiale della Chiesa, enunciata dal cardinale Paul Poupard, presidente del Pontificio consiglio per la cultura, il 3 febbraio 2000, nel quarto centenario del rogo. «Constatata l’incompatibilità della filosofia bruniana col pensiero cristiano, bisogna ribadire il rispetto per la persona», dice Poupard. E fin qui è come Negri. Ma poi, anziché contestualizzare, aggiunge: «Il rogo di Campo dei Fiori è, certo, uno di quei momenti storici, di quelle azioni di cui oggi non ci si può non rammaricare, deplorandole chiaramente. L’uso della coercizione e di metodi violenti non è assolutamente compatibile […] con l’affermazione della verità evangelica». Ciò si ricollega alla condanna di Giovanni Paolo II contro le violenze dell’Inquisizione, per le quali il papa chiese perdono giudicandole «controtestimonianze di cui la Chiesa si pente», “deviazioni” – anche se commesse da «uomini di Chiesa» – dalla sua dottrina. Tutto a posto, dunque? Non proprio.

Non “deviazioni” ma dottrina 
Le persecuzioni per ragioni di fede iniziano già nel 325 col Concilio di Nicea, continuando tutto il Medioevo e sfociando nell’Inquisizione, che va dal XII al XVIII secolo e finisce non per iniziativa della Chiesa ma per decisione dei principi illuminati e di Napoleone. Ancora più tardi, qualche anno fa, arriva la richiesta di perdono. Ora, come si può considerare “deviazione dalla via maestra” una pratica che la Chiesa ha seguito per quasi tutta la sua storia, senza mai seguirne un’altra?
Ciò costringe a pensare che non di “deviazioni” si tratti ma di comportamenti derivanti dalla stessa dottrina o da essa giustificati. E se ne ha conferma appena si osserva che le «violenze» deprecate da Giovanni Paolo II sono ordinate e predicate dagli «uomini di Chiesa» fondandosi sulla Bibbia (dove Dio invita gli israeliti a distruggere gli altari dei falsi dei e a uccidere chi li adora) o sugli argomenti dei massimi teologi – da Tommaso d’Aquino, per cui «è giusto uccidere gli eretici», a Bernardo di Chiaravalle, per cui ammazzare un infedele è «malicidio». Né manca la legittimazione solenne del magistero, di papi e di concili, come l’enciclica Quanta cura (1864) con cui Pio IX ricorda ai fedeli il «dovere di reprimere con pene stabilite i violatori della Religione cattolica».
La contraddizione, in una parola, non è fra i precetti della Chiesa e i comportamenti occasionali di alcuni suoi figli, ma fra la presunta mitezza del messaggio evangelico che la Chiesa millanta per offrire una immagine accattivante di sé e la durezza dei precetti costantemente predicati e applicati, sempre in nome del Vangelo – variandoli o scusandosene, quando la situazione lo consiglia, salvo tornare a “peccare” appena possibile.


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