L’arte del conversare (meditando Montaigne)*

*Verso la metà degli anni ’80 la lettura dei famosissimi “Saggi” di Michel de Montaigne mi aiutò ad uscire felicemente da una lunga crisi depressiva e fu allora che mi venne in mente di mettere per iscritto questa serie di riflessioni molto personali sui grandi temi dell’esistenza che traevano spunto da alcune frasi celebri del grande filosofo per raccontare me stesso ma anche il mio modo di vedere la vita e il mio mestiere di giornalista. Quelle pagine sono quindi da moltissimi anni su questo blog ma non ho la minima idea di quanti amici abbiano avuto nozione della loro esistenza insieme al tempo e alla voglia di leggerle. Questa su “l’arte di conversare” è forse tra le più lette. Tutte le altre si possono trovare facilmente sotto il titolo “Meditando Montaigne” della voce “Pensieri in prosa” (nandocan, 1 febbraio 2018).

“J’observe en mes voyages cette practique, pour apprendre tousjours quelque chose par la communication d’autruy (qui est une des plus belles escholes qui puisse estre), de ramener tousjours ceux avec qui je confere, aux propos des choses qu’ils s‡avent le mieux” (Essais,I,XVII).

(“Nei miei viaggi, per imparare sempre qualcosa dalla consuetudine con altri (che è una delle più belle scuole che ci possa essere) tengo questo sistema, di portare sempre coloro, coi quali mi trovo a conversare, agli argomenti che essi conoscono meglio” (Saggi,I, XVIII, pag.88).

conversare come si deve, confesso che non ho mai imparato. Bisognerebbe sapere ascoltare tutto con attenzione, anche quando non ci coinvolge immediatamente, con la pazienza del cercatore d’oro che di buon grado setaccia tonnellate di fango per una pepita improbabile. Bisognerebbe far credito all’interlocutore della capacità di sorprenderci con qualcosa di interessante, cercare con tenacia la vena preziosa nella miniera di argomenti banali e spesso noiosi di cui è fatta una conversazione comune. Io invece non sono curioso se non di ciò che è già entrato a far parte dei miei interessi, intellettuali o semplicemente professionali. Converso volentieri soltanto con pochi amici e ho pochi amici proprio per questo motivo. Del resto, anche con loro seguo piuttosto il filo del mio ragionamento che il loro. Mi capita perfino di annuire meccanicamente mentre sto pensando a tutt’altro, e di dover poi recuperare a fatica l’oggetto della conversazione. Al telefono sto il meno possibile, a meno che si tratti di lavoro o di qualche faccenda che mi preme. Conosco persone capaci di chiacchierare brillantemente per ore e incapaci di leggere attentamente un libro dall’inizio alla fine. A me succede esattamente il contrario, forse perché i libri che leggo si trovano già nel mio “percorso” intellettuale. Se la mia scuola dipendesse da quella consuetudine con altri a cui incoraggia giustamente Montaigne, credo che sarei ancora mostruosamente ignorante.

Ammetto, insomma, che non so “stare in società”. A mia discolpa posso dire che non è facile imparare dalle conversazioni occasionali o salottiere qualcosa per cui valga la pena di affaticarsi. C’è insomma, o almeno così mi pare, una sproporzione tra le energie richieste da una conversazione ordinaria e l’arricchimento che si riceve. Ma può ben darsi che questa sia solo la mia esperienza, che un giudizio così severo dipenda dalla mia natura introversa e dall’abitudine, coltivata fin dall’infanzia, al monologo interiore piuttosto che al dialogo. Al monologo interiore, ma potrei dire anche a quello “esteriore”, perché mi piace esprimere ad alta voce pensieri, commenti, valutazioni. E magari non fosse così, perché da questa abitudine ho tratto nella mia vita assai più danni che vantaggi. Tutti sanno che per farsi degli amici occorre molta dissimulazione e a volte qualche simulazione benevola. Ebbene, io non solo sono avarissimo di complimenti (se non m’ escono proprio dal cuore), ma per un bisogno irresistibile di dire ciò che penso, specie quando si tratta di criticare l’autorità, trascuro sia la diplomazia che la più elementare prudenza. Così, se vengo sorpreso o stimolato da una notizia o da una lettura, o da uno spettacolo, ho subito voglia di commentare ad alta voce, di comunicare le mie reazioni, anche a costo di infastidire il malcapitato che si trova nella medesima stanza immerso in tutt’altre faccende. Può capitare ad esempio che, mentre i miei familiari stanno conversando per conto loro su tutt’altro argomento, io mi introduca del tutto a sproposito con l’oggetto delle mie letture o riflessioni solitarie. Poiché mi conoscono e mi vogliono bene, loro reagiscono con una risata, ma ho dovuto imparare a controllarmi nell’ambiente di lavoro dove i colleghi sarebbero di sicuro meno comprensivi.

Immagino che tutto questo si debba al modo in cui sono cresciuto, rimuginando giorno e notte, fin da bambino, su cosa dire o fare per soddisfare un insaziabile super Io. Un po’ più di compassione per me stesso e per i miei limiti umani, un po’ meno di perfezionismo e di sensibilità ai complessi di colpa avrebbero contribuito a sdrammatizzare il confronto con la mia coscienza anzitutto, e quindi col prossimo. Oggi sono perfettamente consapevole che questo mio appellarmi continuamente alla coerenza intellettuale e morale, questo condannare a ogni passo mediocrità e ipocrisia, il rigorismo che finisce prima o poi per far capolino nelle mie osservazioni valgono forse a ottenere l’approvazione, talvolta la stima, ma non la simpatia dell’ambiente in cui vivo. Quanto a correggermi, credo che sia troppo tardi.

Detto questo, devo anche aggiungere che nelle rare occasioni in cui mi sono trovato di fronte ad un carattere simile al mio, capace cioè di scoprirsi e raccontare di sé con imprudente spontaneità, la cosa non mi è affatto dispiaciuta,tutt’altro. Quando mi accorgo che l’interlocutore abbassa lo scudo e abbandona le solite, noiose schermaglie verbali, ecco che l’interesse si accende e il piacere di conversare comincia. Quello di aprirsi a un dialogo senza difese è un viaggio non privo di rischi, che pochi hanno il coraggio di affrontare, perché può capitare involontariamente di offendere e di essere offesi. Richiede un grado di tolleranza e di umiltà, di consapevolezza dei propri limiti e altrui, che la nostra immaturità emotiva stenta a concederci. Ma, una volta scelto l’interlocutore adatto, è un viaggio che vale comunque la pena di fare. Avventurarsi nel territorio interiore di una persona spiritualmente ricca (non necessariamente colta) può essere più impegnativo ma anche più stimolante dei minuetti verbali a cui ci sentiamo obbligati dalla nostra educazione borghese.

Gli amici coi quali mi è dato di condividere questa avventura si contano sulle punte delle dita. In gioventù era più facile ed avveniva più spesso. Ricordo appassionate discussioni sui grandi valori, sui grandi temi dell’esistenza, discussioni non astratte, legate al vissuto quotidiano. Oggi, se mi capita di imbarcarmi in discorsi così coinvolgenti, accade sempre e soltanto per una mia iniziativa, raffreddata, il più delle volte, dal silenzio imbarazzato e imbarazzante del mio interlocutore. Alla difficoltà oggettiva, psicologica e culturale, di entrare in sintonia con qualcuno, si assomma il gioco, ormai quasi istintivo nei più, della dissimulazione, l’attenzione costante a non lasciarsi coinvolgere in giudizi che possano identificare per ciò che si è e si pensa veramente. Mai come in questi casi ho la percezione esatta del danno che ricaverò dalle mie affermazioni. Mi riterrei un masochista se proprio l’imbarazzo degli altri non mi offrisse una piacevole sensazione di libertà. C’è poi una terza categoria di interlocutori possibili, e sono quelli bravissimi a simulare in privato – oggi con me, domani col mio peggiore nemico – una perfetta convergenza di idee e di opinioni. Sono gli stessi che non prendono mai posizione in pubblico, e sono i più pericolosi.

Quanto a seguire il consiglio di Montaigne – portare l’interlocutore sui temi che meglio conosce – non sta forse in questo il mio mestiere di giornalista? La questione, a giudicare almeno dal modo in cui sono condotte oggi le interviste agli esperti, sulla stampa e in televisione, non è affatto pacifica. Ci sono tanti modi per scegliere e formulare le domande. Il più corretto sarebbe quello che tende a far luce sulla nostra ignoranza, ma ho l’impressione che sia anche quello meno praticato. Io stesso non sfuggo sempre alla tentazione di far confermare all’intervistato quello che ho già appreso per altre vie, la piccola “verità” che mi propongo di dimostrare. Lo ritengo un peccato veniale quando l’intervista giunge alla fine di una ricerca accurata su tutte le fonti, quando la verifica sui fatti è stata portata a termine con sufficiente imparzialità, ciò che avviene ormai sempre più raramente.

In genere, oggi, quando si comincia un’inchiesta si conoscono già le conclusioni a cui si vuole arrivare, e poiché non mancano esperti schierati su tutte le questioni, basta scegliere quelli che fanno più comodo alla propria tesi. A completamento della frode, si può offrire un po’ di spazio alla campana avversaria per dare al lettore il “fumus” dell’obbiettività, e il gioco è fatto. Tanti anni fa, quando il giornalismo “di inchiesta” era ancora una cosa abbastanza seria, valeva la regola che il giornalista andasse per prima cosa a documentarsi sul fatto o sull’ argomento in questione dalle persone più competenti a trattarne – i protagonisti della vicenda in primo luogo e gli specialisti della materia – riservandosi il compito di riferire al gran pubblico i risultati di questa ricerca personale nel linguaggio più adatto. C’era chi svolgeva il compito con superficialità o, peggio, con faziosità, ma in generale chi si proponeva un’indagine seria aveva modo di realizzarla. Soprattutto, nessuno metteva in dubbio l’opportunità di dare più spazio a un testimone diretto come il giornalista inviato sul posto piuttosto che al commentatore o al conduttore di turno. C’era il confronto tra le opinioni come nel famoso “convegno dei cinque”, ma quasi tutto il tempo oggi occupato dai dibattiti e dai “talk shows” sulle televisioni pubbliche e private era riservato ai documentari, alle inchieste approfondite, ai servizi speciali. Quello che si diceva alla gente era più importante del “come” lo si diceva, pur essendo la forma nient’affatto sottovalutata.

Avendo vissuto direttamente e in prima persona questo passaggio, mi sono chiesto tante volte quali cause l’abbiano determinato. Quando ne ho parlato a un illustre dirigente televisivo, se l’è cavata col dire che c’è stato il passaggio dalla televisione artigianale a quella industriale, sottintendendo, immagino, complesse e inesorabili ragioni di costi e produttività. Spiegazione accettabile, ma non so quanto compatibile con gli emolumenti “americani” riconosciuti a certi conduttori di “talk show” che vanno per la maggiore. Mi convince di più un’altra ipotesi, e cioè che la concorrenza “commerciale” tra informazione e spettacolo abbia portato prima negli Stati Uniti e poi, di rimbalzo, da noi, alla spettacolarizzazione “forzata” della notizia come del relativo confronto di opinioni, alleggerendone i contenuti, semplificandone i termini, enfatizzando le contraddizioni e i contrasti, eliminando i toni grigi e sfumati che la complessità dei fatti e delle questioni oggettivamente richiede. Accanto ad essa, se ne potrebbe rischiare un’altra, più politica. In una società, come quella occidentale e americana in particolare, che attribuisce più valore alla decisione e all’azione che alla riflessione e alla conoscenza, meno si è problematici e meglio è. Semplificando i termini di una questione, si rischia di commettere errori ma si decide prima; analizzandola a fondo in tutti i suoi aspetti, si può trarre la conclusione più giusta ma quando ormai è troppo tardi.

La democrazia moderna richiede sempre più spesso al cittadino di schierarsi da una parte o dall’altra, identificandosi con questa o quella corrente di opinione. Gli “opinion leaders” hanno interesse ad aggregare consensi nel modo più sicuro e rapido possibile, ciò che si ottiene più facilmente con una versione mediata e unilaterale dei fatti piuttosto che con una testimonianza diretta e imparziale dei medesimi. L’inganno è far credere che la possibilità di scegliere tra più versioni unilaterali, tra diverse faziosità, garantisca a sufficienza il diritto dei cittadini ad essere informati, come se facendo una media dei “falsi” o ascoltando la propaganda più convincente si riuscisse a sapere come sono andate realmente le cose. Nessuno mi convincerà mai che udire tre commentatori di parte gioverà alla mia comprensione più che una sola testimonianza davvero indipendente. (Luglio 1991).

 

Non bruciamo don Milani

“Ho creduto che don Milani somigliasse al mio prete pedofilo”, con questa citazione nel sottotitolo, la Repubblica di giovedì scorso ha dedicato due pagine, a cura di Dario Olivero, all’ultimo romanzo di Walter Siti, “Bruciare tutto”. Protagonista un prete pedofilo, don Leo, che secondo l’autore “forse forzando l’interpretazione” assomiglierebbe a don Milani a cui il libro è dedicato. “Ma se ho sbagliato l’interpretazione – ha prudentemente aggiunto – allora la dedica è fuori bersaglio”. Lo è infatti, come ogni interpretazione frettolosa e  infondata. Le reazioni che ci sono state hanno indotto il quotidiano romano a tornare sull’argomento il giorno dopo con una seria e documentata analisi di Silvia Ronchey e un’intervista con Giorgio Pecorini, amico e corrispondente dell’ispiratore di “Lettera a una professoressa”. A cinquant’anni dalla morte, la figura di don Lorenzo merita un’attenzione meno superficiale, cosa che provo a fare anch’io ripescando nella memoria qualche ricordo personale (nandocan). 

***Roma, 23 aprile 2017 – Per un giornalista alle prime armi come ero io nella Firenze dei primi anni sessanta non era facile farsi ricevere a Barbiana da don Lorenzo Milani, in quella parrocchietta sperduta del Mugello dove era stato confinato dalla Curia arcivescovile. Per riuscirci avrei dovuto accettare di essere “processato” davanti alla classe dei suoi ragazzi, in rappresentanza di tutta la mia corporazione di pennivendoli. E così avvenne, con qualche disagio da parte mia ma anche il premio di un’esperienza indimenticabile, quella di  testimone diretto della straordinaria complicità che legava il priore a quei ragazzi così diversi da lui per educazione e provenienza sociale. E della feroce determinazione che quello straordinario maestro poneva nel far crescere nelle menti di quei piccoli montanari l’orgoglio della propria dignità. Così ogni settimana faceva salire lassù, uno per volta, politici, scienziati, artisti, militaristi, antimilitaristi, nobildonne, stranieri, protestanti per darli in pasto alla curiosità e al desiderio di conoscere dei suoi alunni. Soltanto un folle avrebbe potuto ipotizzare allora, tanto meno oggi a cinquant’anni dalla morte di don Lorenzo, qualcosa di morboso o di volgare.

Ricordo anche un altro incontro, precedente, con don Milani.  Giugno 1959, due anni dopo l’uscita del primo libro, “Esperienze pastorali”, quello che gli era costato (felix culpa) il trasferimento punitivo dalla Pieve di San Donato a Calenzano a una parrocchietta sperduta nell’Alto Mugello, che diventerà famosa nel mondo come la scuola di Barbiana. Alcune pagine “rivoluzionarie” di quel libro ci erano state lette in classe, al liceo Dante di Firenze, dal nostro professore di religione, don Raffaele Bensi, prima che il libro uscisse. Don Bensi era anche il direttore spirituale di Lorenzo, come lo era di Giorgio La Pira e di molti  giovani cattolici della mia generazione, tra cui Tiziano Terzani e il sottoscritto.

Ma veniamo a quella riunione improvvisata del 22 giugno 1959. Rivedo ancora la scena, nella penombra estiva di un antico palazzo di via Capponi, dove  “Testimonianze”, la rivista fondata da Padre Ernesto Balducci, aveva  la sua redazione, al centro della città. A poche centinaia di metri, in via Venezia, era la cella conventuale in cui viveva il sindaco Giorgio La Pira, che nelle sue passeggiatine serali spesso si affacciava a salutarci con frasi come questa: “Signori, va tutto bene. Diceva mio nonno: il Papa fa gli ultimi sforzi per essere re”.   La Firenze di quegli anni era davvero un laboratorio di novità politiche e culturali, oltre che religiose. A duecento metri da noi, nella chiesa dell’Annunziata, predicava David Maria Turoldo, religioso e poeta. Un poco più lontano, la chiesa dell’Isolotto aveva da poco un parroco “sovversivo”, don Enzo Mazzi, che nel sessantotto verrà sospeso e costretto insieme con la sua comunità a celebrare messa in piazza.

Per il cardinale Ottaviani e il suo amico arcivescovo di Firenze, monsignor Florit, così come per il direttore della “Nazione”, Enrico Mattei, eravamo i “comunistelli di sagrestia”. Una frase “volgare e qualunquista”, la definirà poi don Milani. “Comunistelli”, figuriamoci. Con Papa Pio XII felicemente regnante, era già eversivo non confondersi con i clericali e gli integralisti, non pensare al PCI come al demonio. Denunciare, come faceva don Milani, i compromessi della Chiesa con il capitalismo e stare dalla parte dei preti operai – don Bruno Borghi, a Firenze, era allora il primo in Italia – bastava a mettersi sotto tiro. Ma “la famiglia cristiana dell’operaio e del contadino – scriveva il priore di Barbiana nel ’58 a un amico milanese – ha bisogno di un prete povero, giusto, onesto, distaccato dal denaro e dalla potenza, dalla Confida, dal governo, capace di dire pane al pane senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto, senza politica, così come sapevano fare i profeti o Giovanni Battista”.

I profeti e il Battista. Già perché la spiritualità cristiana dell’ebreo Lorenzo Milani sapeva molto di Vecchio Testamento. “La religione per me – scriveva nel ’61 a Elena Brambilla, un’altra dei suoi amici milanesi – consiste solo nell’osservare i 10 comandamenti e confessarsi presto quando non si sono osservati. Tutto il resto o son balle o appartiene a un livello che non è per me e che certo non serve ai poveri”. La verità è che tra i cosiddetti cattolici del dissenso, che si ispiravano alle novità teologiche di oltralpe, ai De Lubac, Danielou, Chenu, Teilhard de Chardin, quella di don Milani era una figura molto particolare, quasi ostentatamente semplice e gelosa della propria diversità. Le difficoltà di quell’incontro nel palazzo di via Capponi si spiegavano anche così. Ma ecco come lo raccontò il giorno dopo lo stesso don Milani in una lettera a Elena Brambilla del 23 giugno 1959. “Ieri ero a Firenze per accompagnare i ragazzi agli esami. Mentre aspettavo che uscissero mi si sono avvicinati due giovani che non conoscevo pregandomi di seguirli in una loro saletta dove in breve tempo hanno radunato un bel gruppo di giovani studenti loro pari e un sacerdote che conoscevo solo dagli scritti: il padre Balducci. Sono state due ore di inferno per me e per loro. Si parlava due lingue: per me era lo stesso che essere all’estero, ma all’estero senza lingua! E sono cattolici ferventi anzi eroici (la loro rivista si chiama “Testimonianze”) e sono per di più ferventi ammiratori e propagatori del mio libro”.

A quasi sessant’anni di distanza, di  quell’incontro improvvisato non ricordo molto, ma mi rimase impressa una frase: “Io i miei ragazzi li amo fino al limite del sesto comandamento”. Sì, proprio quello che nella Bibbia è tradotto con “Non commettere adulterio” e nel catechismo, assai più genericamente,“non commettere atti impuri”. Che una frase come quella potesse essere allora causa di turbamento era ed è comprensibile. Per qualcuno anche oggi dopo che gli scandali dei sacerdoti pedofili si sono moltiplicati. Ma nel linguaggio volutamente provocatorio di don Milani non solo l’obbedienza – come nella sua famosa lettera ai cappellani militari –  ma anche la prudenza “non è più una virtù”. E lui non riesce neppure a concepire in quel suo popolo di montanari  “un amore disinteressato e universale, di quelli di cui si sente parlare sui libri di ascetica” (lettera a Elena Brambilla del 20.6.1961). Scrivendo a Giorgio Pecorini, il giornalista con cui a quel tempo anche noi di Testimonianze eravamo in rapporto, don Lorenzo narra di due preti che gli avevano domandato se il suo scopo nel far scuola “fosse di portarli alla Chiesa o no” e cosa altro gli “potesse interessare al mondo nel far scuola se non questo”.  “E io – commenta – come potevo spiegare a loro così pii e così puliti che io i miei figlioli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare?”.

Che in quel “perdere la testa” ci fosse anche qualcosa di sensuale, di castamente “socratico”, forse non è da escludere. D’altronde non era infrequente tra i sacerdoti che si dedicavano alla direzione spirituale dei ragazzi, a cominciare dallo stesso don Bensi. Da qui ad accostarlo al protagonista di un romanzo piccante, per non dire porno, ci corre. Omnia munda mundis.

Due novembre sul Ponte, la morte senza tabù

2 novembreL’amico Severino Saccardi, direttore di “Testimonianze”, mi ha inviato copia di un articolo da lui scritto per il “Corriere fiorentino”. Condivido volentieri con voi le sue riflessioni. In fondo, il 2 novembre non esiste solo per esorcizzare la morte con le zucche di Halloween (nandocan)

***“di Severino Saccardi, 2 novembre 2014 – Dianina, caffè!”.  Iniziavano così, allegramente, al mio richiamo, le giornate con Diana, amorevole compagna della mia vita. Parlavamo degli anni che ancora avremmo potuto vivere insieme. Così non è stato. Come mi si è rivelato il 1 marzo scorso, quando Diana, improvvisamente, se ne è andata. Un dolore grande, una cesura incredibile, il trovarsi sbalzato improvvisamente su un altro versante della vita. Avranno un senso particolare, quest’anno, per chi scrive, i giorni dedicati ad Ognissanti ed alla memoria dei defunti.

Sono momenti in cui rivive il legame fra chi ancora è immerso nelle vicende della vita e la  memoria di quelli che non ci sono più.  Un legame più che mai necessario in un tempo in cui la realtà sembra appiattirsi su una sorta di indistinto presente. Un’epoca  da cui sembra essere espunto ogni discorso sulla morte. Diceva  Pascal che gli “uomini, non avendo potuto guarire la morte (…)  hanno risolto, per vivere felici, di non pensarci “.  Da un certo punto di vista, è comprensibile che sia così.  Non si può sempre stare a riflettere sul fine ultimo dell’esistenza. Non si vivrebbe più. Ma non è nemmeno sano vivere solo  all’ insegna delle “distrazioni”. In una dimensione fondata sull’effimero e sul dominio delle cose.

Un certo tasso di cultura della rimozione  rispetto ai “temi ultimi” è coessenziale, forse, alla stessa natura umana (era Freud, mi pare, a sostenere che ognuno di noi, sotto sotto, è convinto di essere individualmente immortale). Ma sconfina nell’inautenticità vivere all’insegna del tabù, che impone di tacere del  “tema-morte” e  distrugge così  il  ponte che, sempre, le religioni e le culture umane hanno provato  idealmente a gettare fra realtà mondana e “oltremondo”. 

C’è un bisogno profondo, che accomuna credenti delle diverse religioni e non credenti,  di dare un senso alla “breve luce” dell’esistenza umana  . Diceva ancora Pascal che, per chi muore, finisce il mondo. Ma non è semplice accettare che  la realtà sia fondata sul trionfo del nulla.  Come, crudamente, sembra dire l’apparenza delle cose.

“Mi commuovono le minute sapienze / che in ogni morte si perdono”, scrive Borges. Rendere omaggio al patrimonio di “sapienze” di coloro che ci hanno preceduto e  accompagnato nel cammino e che ora non ci sono più, apprendendone la lezione, è il modo migliore per contrastare  rimozione e  “cultura della morte” e per rammentare che senza cura della memoria diventano incerte le prospettive stesse del domani.

Come difendere l’Occidente

Mauro EzioRoma, 6 settembre 2014 – “L’Occidente da difendere” è il titolo dell’ editoriale di Ezio Mauro, direttore de “La Repubblica”, apparso ieri mattina su quel giornale. Vagamente retorico, pare voler sottolineare la drammaticità dell’attuale momento storico-politico nel giorno in cui la NATO viene convocata per prendere decisioni sulla risposta da dare alle minacce aggressive della Russia in Europa e dello Stato Islamico in Medio Oriente. Occorre leggerlo tutto, quel lunghissimo editoriale, perché la prima parte può dare effettivamente l’impressione di essere puramente ideologica ma è compensata, nella seconda,  da un onesto  confronto tra realtà e mito dell’Occidente medesimo e dell’Europa in particolare. Compensata e in parte, secondo me, contraddetta, anche se Mauro non parla mai di mito, ma del “concetto di Occidente”.

L’ apertura richiama per solennità le quattro note della Quinta di Beethoven. “La guerra di Crimea riporta nel cuore d’Europa, dove sono nate le due guerre mondiali, truppe, missili, carri armati, morti, feriti, aerei abbattuti. Ritorniamo a guardare i nostri cieli e le nostre mappe con quella stessa inquietudine per il futuro dei nostri figli che i nostri padri avevano ben conosciuto”.  E il seguito non è da meno: “Scopriamo quel che dovevamo sapere, e cioè che l’anima imperiale e imperialista della Russia è eterna e insopprimibile, dunque non è una creatura ideologica del sovietismo ma lo precede, lo accompagna e gli sopravvive”.

Invece lo sapevamo, così come il dato storico elementare che l’imperialismo, attraverso i secoli, è stato praticato a turno da tutte o quasi le grandi potenze, da Ciro il grande ad Alessandro Magno, dalla Roma dei Cesari al Sacro Romano Impero, da Carlo Quinto a Elisabetta d’Inghilterra, da Napoleone a Hitler, dall’Impero cinese a quello giapponese e così via. Perfino per la Chiesa un famoso intellettuale cattolico del secolo scorso,  Emmanuel Mounier, fondatore della rivista “Esprit” ,parlava di  imperialismo “in spiritualibus”. E proprio per non escludere nessuno, ci sarà un motivo se da decenni gli Stati Uniti sono considerati in più della metà del pianeta una grande potenza imperialista.

Non secondo Mauro, evidentemente, perché a fare la differenza sarebbero “la democrazia delle istituzioni e la democrazia dei diritti”, pur con tutte le “nostre inadeguatezze, miserie, errori, abusi e violenze, perché siamo umani e perché la tentazione del potere è l’abuso della forza”. Ben detto. Fra le nostre miserie ne aggiungerei una particolarmente grave, l’ipocrisia. Cito, in proposito, un pensiero di Ernesto Balducci, scrittore e filosofo di cui Ezio Mauro avrà certamente sentito parlare. “Chi ha la coscienza acuta non riesce più a tollerare un mondo dove i valori sono diventati crisalidi verbali a cui niente corrisponde. Si dice pace e si fa guerra; si dice giustizia e si fa ingiustizia; si dice libertà e si tessono le reti di nuova schiavitù; si esaltano i valori della cultura, del pensiero, della libertà, del confronto e i mezzi di comunicazione scendono a un mercimonio volgare dove si comprano e si vendono gli uomini e le donne per pura ragione di mercato”.

Ecco, a me basterebbe che, pur difendendo e invocando i nostri principi, rinunciassimo però alla pretesa di imporre ad altri, con le buone o con le cattive, la loro “universalità almeno potenziale”, in nome della quale Ezio Mauro sembra invitarci a combattere. E che mentre per i crimini di guerra dell’ Isis giustamente condanniamo la “sproporzione assoluta tra l’inermità innocente del prigioniero e la potestà totale del suo assassino”, tenessimo un po’ più conto della sproporzione tra la potenza economica e militare di Israele e quella della Palestina occupata dal ’67 contro le deliberazioni dell’ONU. Questo tanto per fare un esempio.

Insomma vorrei che contro il fanatismo religioso, nazionalista e ideologico presente purtroppo in tutti i punti cardinali, l’Occidente tenesse a mente il famoso saggio sui “cannibali”, scritto da Montaigne nel secolo in cui attorno al suo castello infuriavano guerre di religione assai più sanguinose, ad evitare le quali il più grande filosofo della modernità  contrappone il relativismo delle fedi e degli ideali. “Ora mi sembra, per tornare al mio discorso, che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio, a quanto me ne hanno riferito, se non che ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l’uso perfetto e compiuto di ogni cosa”. E questa è la lezione che l’Occidente deve difendere. Allora sì la democrazia farebbe davvero la differenza.  (nandocan)

Riflessioni sull’esperienza di fede

San Pietro folla 2Roma, 24 gennaio 2014 – Oggi, come tante altre volte, mi è capitato di leggere qualche pagina da meditare. Non tutti i libri sono buoni per meditare. Stamani si trattava di un e-book con i quattro vangeli unificati più quello apocrifo di Tommaso, e del testo di un vecchio monaco buddista, Thich Nhat Hanh, poeta e attivista vietnamita per la pace. Titolo suggestivo, “il miracolo della presenza mentale”. Fin da ragazzo ho imparato ad apprezzare la meditazione come un buon compagno di strada e pur non frequentando più la chiesa continuo a servirmene. Molto più che la semplice lettura, la meditazione aiuta a saggiare la propria mente a partire dalla pagina scritta. Qualche volta decido di mettere per iscritto quelle riflessioni e magari di condividerle sul mio blog. Così ho fatto per le pagine di “pensando in prosa”, che ognuno di voi potrà consultare.

Le letture di oggi mi suggeriscono alcune personalissime riflessioni sull’esperienza di fede. Ve le do come confidenze, senza la minima pretesa di analisi critica e come tali prendetele.  Anche se oggi non condivido più la fede degli avi, sono stato credente, praticante, impegnato e anche teologicamente istruito, per più di metà della mia vita. Non rinnego quel passato o quella mia formazione, che come tutte le esperienze fanno ancora parte del mio bagaglio culturale e ideale. Ma quella visione religiosa (per di più dogmatica) del mondo e della vita si è come sgretolata trent’anni fa al termine di   una lunga crisi depressiva. La motivazione cosciente è stata quella di un graduale approfondimento critico delle “sacre scritture” a partire da una critica del linguaggio fino alla contestazione della validità storica dei miracoli e del più importante di essi , la resurrezione di  Cristo.  “Senza la quale la nostra fede è vana”, assicura autorevolmente San Paolo.

Dubito tuttavia che quella motivazione razionale sarebbe stata sufficiente a determinare la rottura del mio equilibrio interiore. Perché questo io penso e pongo al centro di questa divagazione: che ognuno di noi, ignorante o istruito che sia, è inevitabilmente portato a credere in quella visione del mondo e della vita che meglio garantisce un equilibrio interiore di cui è solo in piccola parte consapevole. Un equilibrio che è condizionato dalla sua storia particolare, a cominciare dal patrimonio genetico e dalle esperienze infantili, come anche dal suo mondo di relazioni. Penso, con il conforto di qualche buon libro, che dalla necessità inconscia di mantenere questo equilibrio dipendano tutte le scelte che ognuno di noi continuerà – e l’illusione fa parte del gioco – ad attribuire al suo “libero arbitrio”. Su questo punto non vi annoierò oltre. Lo sviluppo di concetti che qui ho espresso in forma generica si trova nelle pagine da me scritte  successivamente alla crisi, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, riunite nel blog sotto la voce “pensando in prosa”, in particolare nella serie di “meditando Montaigne”.

Per me insomma la fede religiosa non è frutto semplicemente dell’ignoranza ma una sorta di sublimazione dell’istinto di sopravvivenza, di autodifesa dal dolore e dalla morte patita come ingiusta nel profondo di ciascuno di noi. La fede ha il potere di confortare il credente con la prospettiva di una vita beata dopo la morte, ma non solo con essa. C’è (misteriosamente ?) nel cuore di tutti, o della maggior parte, come l’anticipazione utopica di valori ideali di verità, bellezza, saggezza, bontà  e fraternità, percepiti in contrasto con la realtà attuale dell’evoluzione umana, individuale e sociale.

In qualche modo, allora, siamo tutti credenti. L’attesa del “regno dei cieli”, come della “città del sole”, come del “sole dell’avvenire” sono risposte diverse ad un solo bisogno. Da questo punto di vista si potrebbe dire che le religioni hanno un vantaggio sulle ideologie: sono, proprio perché custodite dall’immaginazione, meno facilmente falsificabili. Soprattutto in alcune religioni, quella cattolica ad esempio, il potere dell’immaginazione trova modo di esprimersi non soltanto nel rapporto con Dio e l’aldilà, ma soprattutto con la mitizzazione di figure umane concrete, come la Madonna o i santi, al punto che l’esistenza storica di questi ultimi viene spesso dai devoti tranquillamente ignorata per lasciar posto al mito.

“Non so dire, è al di sopra delle mie possibilità”, rispose una pellegrina veneta in visita al santuario quando le chiesi, per un’inchiesta televisiva sul culto di Sant’Antonio da Padova (“Sant’Antonio per grazia ricevuta”, Tg2 Dossier del 22 giugno 1981), se era al corrente che il santo era nato a Lisbona e si chiamava Fernando. Non diverse le risposte di altri fedeli intervistati in quella occasione, da chi lo invocava per ritrovare le cose perdute a chi aveva messo il santino nella stalla confondendolo con sant’Antonio abate. Così tante altre volte, avvicinando il popolo dei pellegrinaggi, a  Lourdes come a Medjugorie o a Cascia,  ho dovuto prendere atto che curiosità scientifica e fede sono inversamente proporzionali.

E oggi? Abitando nelle vicinanze del Vaticano, quasi ogni giorno mi capita di attraversare Piazza san Pietro. Da qualche anno la folla di pellegrini alle udienze del mercoledì o all’Angelus della domenica si è raddoppiata con gli ultimi Papi e continua a moltiplicarsi a vista d’occhio con Papa Bergoglio. Qui tuttavia la fede si intreccia con il richiamo mediatico del personaggio. Tra le decine di migliaia di intervenuti ce ne sono tanti che applaudono, relativamente pochi che ascoltano con attenzione, meno ancora che rispondono alle preghiere. Papa Francesco attrae e commuove per la sua umanità semplice, lontanissimo dalle figure ieratiche in sedia gestatoria della mia gioventù, ma forse tanto più vicino al Vangelo. Non ha abolito il peccato, come titolava un editoriale di Scalfari, ma la paura dell’inferno.

Decatechizziamoci

angelo custode diavoloAvevo sei o sette anni e il catechismo me lo facevano imparare a memoria. Prima le suore, poi un cappuccino assai rigoroso e severo. (Per queste ed altre esperienze giovanili si può cercare tra le pagine di “meditando Montaigne”). E ancora me lo ricordo il catechismo di Pio undecimo. “Chi è Dio? Dio è l’essere perfettissimo, creatore e signore del cielo e della terra. Dio può far tutto? Sì, Dio può far tutto ciò che vuole. Egli è onnipotente. Dio sa tutto? Sì, Dio sa tutto, anche i nostri pensieri, Egli è onnisciente…e così via”. Dalla fede alla morale,ai “novissimi” (morte, giudizio, inferno, paradiso), ai sacramenti, ai precetti della Chiesa, alle opere di misericordia, tutto rigidamente definito, enumerato, classificato. Una loro “quotazione” avevano la grazia e il peccato. Ricordo ancora la suggestiva (ahimè) illustrazione di un fanciullo conteso  all’angelo custode dal diavolo e il ghigno soddisfatto di quest’ultimo che lo abbraccia dopo un peccato mortale. Ne ho trovata una vagamente rassomigliante su Google e  la propongo qui sopra (prego notare le variazioni nella pettinatura, negli indumenti e nel colore del cuore).

Inutile dire che la casistica del male era infinita e andava attentamente vagliata ad ogni esame di coscienza. Classificato anche il bene: grazia attuale, grazia santificante. Virtù morali, cardinali (4), teologali (3). Che cosa rimane di questa anatomia morale nell’educazione cattolica dei giorni nostri? Poco, immagino e spero, ma non ne ho idea. Posso provare a chiedermi che cosa rimane in me di quella esperienza infantile e adolescenziale, con riferimento alle tre virtù teologali, che erano e restano le più importanti.

Fede. Dio solo sa se (Lui) esiste veramente. Io esisto e mi limito a credere. Che cosa? Quello che l’inevitabile ricerca di un equilibrio interiore mi induce a credere. In questo senso, mi pare, tutti possiamo dirci credenti. Di fronte al mistero, innegabile, dell’esistenza, la fede in Dio può essere una risposta valida come la mia. La fede del mistico, intendo. Miracoli a parte, il Vangelo può essere ancora inteso come  “la buona novella”. Dogmi e speculazioni teologiche mi appaiono per lo più incompatibili con quanto suggerito dalla ragione.

Speranza. Non spero nell’ al di là. Anzi, volgendomi attorno, mi accorgo che  diventa difficile anche sperare nell’al di qua. Pazienza. Finché resta la bellezza, la vita continua ad essere degna di essere vissuta.

Carità. Parola che ricorre in San Paolo ma non nel vangelo, che parla piuttosto di amore, ma potrebbe essere un problema di traduzioni.  Amo il mio prossimo come me stesso? Non quanto vorrei. Amo i miei nemici? Non credo di averne. Ma se tutti seguissimo questo comandamento, questo soltanto, avremmo finalmente il paradiso in terra.

 

Del bene e del male

del bene e del male(il testo che segue riproduce in forma di dialoghi, rispettandone il contenuto nella sostanza, alcuni scambi di messaggi internet sul tema ” Bene e Male valori assoluti?” apparsi nel 1997 sulla rubrica it.cultura.filosofia).

FILIPPO Che cos’è il bene in se stesso? Esiste una regola, una massima, un modello che lo definisca universalmente o il bene e il male sono solo una cosa relativa?

PAGANO Secondo me, bene è ciò che ti fa star meglio, male ciò che ti fa star peggio. Naturalmente, lo “star meglio” si riferisce a tutti gli aspetti che caratterizzano un uomo, quindi io non guardo solo agli aspetti materiali, ma mi riferisco anche, e in certi casi soprattutto, alle sensazioni e ai sentimenti.

FERNANDO Sì, ma…attenzione. L’uomo é un animale sociale. Che lo voglia o no, non può essere indifferente ai valori e ai disvalori elaborati dalla società di cui fa parte, valori e disvalori succhiati insieme al latte materno e interiorizzati soprattutto nei primi anni di vita. La visione soggettiva delle cose é in realtà soggettiva soltanto in minima parte. Certo, se è intelligente e maturo, l’individuo potrà rendersi relativamente autonomo, cavandosela con qualche senso di colpa, ma é fuori discussione che star peggio o star meglio non dipendono solo da lui. La società, prima ancora che l’individuo, elabora il suo concetto (provvisorio e mai assoluto) di bene e di male, ed é probabilmente bene che sia così perché non vada disperso il patrimonio evolutivo della specie. é normale che nascano conflitti tra le gerarchie di valori dei singoli e quelle delle società e che questi conflitti sfocino, prima o poi, in nuove gerarchie di valori. Bene e male in assoluto non esistono. variano a seconda del tempo e dello spazio, dei bisogni e delle convinzioni dei gruppi umani (francamente mi pare di dire delle banalità).

ANDREA Si potrebbe pensare, invece, che a variare siano le definizioni che esseri limitati e determinati come noi danno di un valore assoluto come il Bene. O no?

FERNANDO Ma certo che si potrebbe pensarlo, caro Andrea. Miliardi di uomini lo hanno fatto e lo fanno. E a questo Bene con la b maiuscola, assoluto, infinito e perciò indefinibile da esseri “limitati e determinati”, hanno dato il nome di Dio. Ma questo é un atto di fede e la mia invece voleva essere una spiegazione laica, in termini razionali, della varietà di significati che bene e male hanno via via assunto nello spazio e nel tempo. La mia é una concezione evolutiva della morale. Analogamente a quanto avviene per gli organismi animali, che evolvono attraverso mutamenti casuali, premiati o bocciati dalla selezione ambientale, ciò che qui e ora é ritenuto trasgressivo, e dunque male, può non esserlo più e addirittura affermarsi come bene in un diverso contesto temporale o spaziale. Cosicché un grande filosofo come Montaigne, dopo aver incontrato un gruppo di “cannibali” portato in Occidente dagli scopritori delle “nuove Indie”, poteva scrivere in un saggio rimasto famoso: “…Non c’è niente di barbaro e selvaggio in quel popolo a quanto me ne hanno raccontato, se non che ognuno chiama barbarie quello che non é nei nostri costumi; come veramente sembra che noi non abbiamo altra pietra di paragone della verità e della ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e delle usanze del paese in cui siamo. Ivi si trova sempre la religione perfetta, il regime perfetto, l’uso perfetto e rifinito di ogni cosa” (Essais, libro I, XXXI).

ANGELO Non dobbiamo confondere gli usi e costumi di un popolo con la concezione del Bene. Se un “selvaggio” mangia carne cruda, si infila ossa di animali nel naso e pratica riti propiziatori per il raccolto, ciò non va bollato come barbarie, ma neanche si deve scomodare una diversa concezione di Bene per dei fenomeni di “costume”.

FERNANDO Ti assicuro che Montaigne intendeva parlare di morale e non di etnologia. Era l’epoca della caccia alle streghe e delle guerre di religione e la morale di cattolici e protestanti, benedetta dal clero delle due parti, era quella di trucidarsi a vicenda in nome di Dio. Ecco come proseguiva Montaigne, nella sua difesa dei cannibali: “Penso che c’é più barbarie a mangiare un uomo vivo che a mangiarlo morto, a lacerare con supplizi e martirii un corpo ancora sensibile, farlo arrostire a poco a poco, farlo azzannare e martoriare dai cani e dai porci (come abbiamo non solo letto, ma veduto recentemente, non fra antichi nemici, ma fra vicini e concittadini, e, quel che é peggio, sotto il pretesto della pietà religiosa), che ad arrostirlo e mangiarlo dopo che é morto”. Oggi tanti condividono questo discorso, ma i moralisti del tempo lo giudicavano decisamente immorale. Tutti in mala fede?

ANGELO Che il Bene possa essere un valore in evoluzione nel tempo mi sembra un ‘idea accettabile. Molto meno quella di una relatività soggettiva.

FERNANDO Bene. Anche per me la morale non é un fatto individuale. Relativo sì, però. Il relativismo morale ti da fastidio e non mi riesce difficile comprendere il tuo punto di vista. Tuttavia, se intervieni in una rubrica come questa, suppongo che tu sia disposto a confrontare sul piano logico le tue convinzioni con quelle altrui e ad esprimerti in modo critico e non semplicemente assertorio. In filosofia, niente può essere dato per scontato e tutto può essere messo in discussione. Per far questo, però, occorre un chiarimento preliminare perché, pur avendo il massimo rispetto per la religione, ma non me la sento di impegnarmi in un dibattito metafisico. Dobbiamo dirci, cioè, se siamo in grado di spiegare le nostre convinzioni in fatto di morale senza fare riferimento all’immortalità dell’anima e all’esistenza di Dio, a una morale rivelata o al mondo delle idee. Kant non riuscì a farlo, e tu?

ANGELO Kant, nella sua Etica, da una definizione universale (nel senso di valida per tutti gli uomini) di Bene, senza per questo ricorrere a Dio, ma solo utilizzando la forza della Ragione umana.

FERNANDO Mi, spiace, ma non é esatto. Non amo le citazioni erudite, ma in questo caso le ritengo necessarie. Nella “critica della ragion pratica”, Kant indica il “sommo bene” nella totale conformità della volontà alla legge morale, conformità che non può realizzarsi pienamente da parte di un essere razionale sensibile, ma costituisce il termine ultimo di un progresso che proceda all’infinito in direzione di tale conformità. Questo progresso é possibile solo – scrive Kant – “in base al presupposto di un’esistenza che prosegue all’infinito e della personalità del medesimo essere razionale (alla quale si da il nome di immortalità dell’anima); di conseguenza il sommo bene é possibile soltanto sul presupposto dell’immortalità dell’anima. Tale immortalità dunque, in quanto inseparabilmente legata alla legge morale, costituisce un postulato della ragion pratica”. Non solo. Poiché il sommo bene, la cui realizzazione costituisce il fine della vita morale, comporta che la felicità sia proporzionalmente connessa alla moralità e poiché tale rapporto non si realizza nel mondo sensibile, Kant ritiene necessario postulare anche l’esistenza di Dio come garante del rigoroso accordo fra moralità e felicità.

Questo per quanto riguarda Kant. Poiché tuttavia tu affermi la possibilità di concepire bene e male come valori assoluti, dimmi in che cosa consistono questi principi universali, validi per tutti i tempi e tutti i luoghi.

ANGELO Innanzitutto un principio guida semplicissimo per le nostre azioni: “L’uomo deve sempre essere un fine, mai un mezzo”. Ecco qui con un colpo solo eliminata la tortura, lo sfruttamento, la prostituzione, la calunnia, ecc. …

FERNANDO Già, chi non é d’accordo batta un colpo….La quantità di adesioni ad un principio morale é direttamente proporzionale alla sua genericità. Appena appena si comincia a scendere nel concreto, ecco che cominciano i “distinguo”, i “sì, va bene,ma…”, oppure si gioca con le parole: quella tortura non é tortura, quello sfruttamento non é sfruttamento ecc. Ipocrisia, dirai. “Video meliora proboque, deteriora sequor”. Ma guarda che non mi riferisco all’”umana debolezza” dei torturatori, degli sfruttatori, delle prostitute, che pure sono tanti., ma ai milioni che concretamente li assolvono o addirittura li applaudono, spesso in perfetta buona fede. Allora la prima domanda é questa: perché é così facile riconoscere il bene e il male in astratto ed é così difficile riconoscerli nel giudizio concreto?

ANGELO Già, perché?

FERNANDO Forse perché da quando esistono i principi morali esiste la loro interpretazione. E quanto più astratti sono, tanto più elastica può esserne l’applicazione al caso concreto. “Negare la giusta paga agli operai” sarà anche un “peccato che grida vendetta al cospetto di Dio” (catechismo cattolico), ma fa tanto bene all’economia aziendale (catechismo liberista)….

ANGELO Ma l’etica non può essere una variabile dipendente: per la produzione è bene questo, per i miei fondi d’investimento è bene quest’altro, per la salvaguardia dell’ambiente è bene quello, per il futuro di mio figlio è bene quell’altro. Possiamo essere sicuri della bontà del nostro agire solo se questo può essere elevato a “legge universale indipendentemente da qualunque contesto di tempo e luogo”. Non si possono giustificare le proprie cattive azioni in nome di un “fine ultimo” né consolarsi con il fatto che chiunque al nostro posto avrebbe fatto la stessa cosa. L’ufficiale che fa fucilare civili inermi, anche se su ordine del Padreterno in persona, è un perfetto criminale. La sua azione decontestualizzata è ‘male’, e ‘male’ resta in qualunque contesto possibile. L’argomento poi che chiunque altro al suo posto avrebbe fatto la stessa cosa, é solo conferma della nostra umana debolezza.

FERNANDO Già, ma se invece fa fucilare militari inermi? Qui comincerebbero subito i distinguo… E se si trattasse di criminali incalliti? Altri distinguo. E chi stabilisce che far fucilare civili inermi é male, mentre far fucilare militari o criminali inermi non sarà proprio bene ma é necessario? Ora che hai escluso anche il Padreterno, la risposta mi sembra difficile ;-) . E con buona pace di Kant, anche su ciò che può essere “elevato a legge universale” i pareri sono discordi. Quanti voti deve ottenere perché si possa considerare un “valore assoluto”?

ANGELO L’etica non può essere votata a maggioranza. Dobbiamo remare tutti insieme nella stessa direzione: la sopravvivenza della nostra specie in condizioni migliori delle attuali.

FERNANDO E su questo, d’accordo. Ma vorrei, se permetti, procedere nel discorso che avevamo appena avviato. Allora la domanda che ti avevo fatto é questa: perché é così facile riconoscere il bene e il male in astratto ed é così difficile riconoscerli nel giudizio concreto?

ANGELO Ciò avviene quando si considera l’uomo come mezzo e non come un fine. Se considero gli operai come un ‘mezzo di produzione allora (catechismo liberista) cerco di comprimere il più possibile il loro salario per il bene della Produzione. Ma se la mia coscienza (ammesso che gli imprenditori ne siano dotati) mi fa considerare i suddetti operai prima di ogni altra cosa uomini come me, non più dei mezzi, allora sarebbe doveroso passare loro un salario che gli consenta un’esistenza dignitosa.

FERNANDO La faccenda è assai più complessa. Semplificando molto, ognuno di noi ha un istinto egoistico che lo spinge a guardare esclusivamente al proprio interesse vitale (vero o presunto, poco importa), così come ha un super Io che gli deriva dalla sua esperienza infantile. Ha anche una *ragione* che lo spinge a conformarsi alla cultura egemone del suo ambiente e del suo gruppo sociale o comunque ai valori trasmessi con l’apprendimento e l’esperienza.

ANGELO La ragione spinge l’individuo al conformismo per aumentare le sue possibilità di sopravvivenza o, per lo meno, per migliorare la sua condizione. é questo che intendi?

FERNANDO Il termine “conformismo” ha un’accezione negativa a cui io non penso affatto. é vero invece che la ragione é trasmessa con l’apprendimento e che all’origine di ogni scelta umana c’é sempre l’intento di migliorare la propria condizione o di non peggiorarla.

ANGELO é chiaro il conflitto tra istinto egoista e ragione, ma il Super Io che cos’è esattamente e come entra in gioco tra i due?

FERNANDO Diciamo che é rappresentato dai comandi e dai divieti che abbiamo assimilato durante l’infanzia e l’adolescenza. Comandi e divieti che possono essere del tutto irrazionali dal nostro attuale punto di vista, ma che hanno comunque “istruito” il nostro io bambino che non cessa mai di esistere.

ANGELO Come il “non mangiarti le unghie!”. Ora da adulto “razionale” sono convinto che non ci sia nulla di male a mordicchiare (in privato) di tanto in tanto le proprie unghie senza farsi male. Ma se lo faccio provo ugualmente un sottile senso di colpa o vergogna. E comunque trasmetto il comandamento di divieto ai miei figli. (Sic! quanto ingenuamente ci sentiamo tutti delle belle anime libere!)

FERNANDO Oddio, l’esempio é un po’ riduttivo :-) e non ci sono soltanto precetti moralmente sbagliati. Per esempio, a un gangster di professione potrebbe sembrare irrazionale risparmiare la vita al testimone di un delitto, ma il suo super-Io potrebbe (in questo caso felicemente) impedirglielo. Quando prevale l’istinto, quando il Super Io e quando la ragione? La risposta é quasi impossibile perché la coscienza – che non può essere negata a nessun uomo sano di mente, neppure agli imprenditori ;-) – ammetterà difficilmente la sconfitta della ragione e, per evitare fastidiosi sensi di colpa, cercherà sempre un modo per *razionalizzare* il comportamento egoista. Così un imprenditore cattolico non dirà mai che l’operaio é solo un mezzo di produzione, ci mancherebbe, dirà invece in assoluta buona fede che quel salario é più che sufficiente ad assicurare un’esistenza dignitosa e che in ogni caso, se non lo fosse, l’unica soluzione resta pur sempre quella di garantire la produzione al minor costo possibile, così salvaguardando, con il profitto dell’impresa, lo sviluppo dell’economia ecc.ecc. Molto improbabile che la Chiesa, nonostante il rigore delle sue encicliche sociali, ne condanni il comportamento nel caso concreto, ma non é questo il punto. Il punto é che nessuna condanna potrebbe essere emessa se non in nome di Dio, per chi ci crede, o in nome della ragione, che – con buona pace dei giacobini francesi – non é una Dea ed é sempre relativa.

ANGELO Ohi, ohi, ohi … che bel guazzabuglio. Chi ce ne tira fuori?

FERNANDO Nessuno, temo, se non rinunci a credere al “bene assoluto” , al “male assoluto”.

ANGELO Ma se il Bene assoluto è un’utopia (bella però?), trovo comunque assai squallido il relativismo utilitarista che sembra predominare nella discussione (e ovviamente nella società extra-internet).

FERNANDO Anch’io, ma le ragioni possono essere due: o la coerenza con i valori da me fortunatamente appresi con l’educazione e l’esperienza diretta risulta per me più gratificante della loro negazione, oppure non sono sufficientemente coinvolto in prima persona e, non essendo io personalmente coinvolto, posso permettermi di pensare che nei loro panni agirei diversamente. Come insegna Montaigne, il filosofo che prediligo, ognuno segue sempre il proprio piacere. La morale riguarda l’oggetto del piacere e non il piacere in se stesso.

ANGELO Vuoi dire che quando rinuncio a soddisfare un istinto egoistico lo faccio solo perché maggiore è il piacere che ricavo dal considerarmi una persona virtuosa. é così?

FERNANDO Certo, o anche perché é maggiore il piacere che ricavo dall’approvazione degli altri o del super-Io, o dalla promessa di una felicità avvenire o del paradiso, oppure perché é più forte il timore del danno, anche soltanto morale, che potrei ricavarne, o perché ho paura dell’inferno, ecc.

ANGELO L’altruismo ‘puro’ quindi non esiste? E chi dedica la propria vita agli altri, come Madre Teresa? E chi sacrifica la propria vita per salvare vite altrui? é solo un pazzo?

FERNANDO Non credo che nessuno, neppure Madre Teresa, sacrifichi la propria vita con l’intento di danneggiare se stessa e la propria immagine. Avendo interiorizzato il modello di Cristo, un santo si gratifica con la coerenza a questo modello. Non c’é santo che non si dica anche “felice” di sacrificarsi. O mi sbaglio?

ANGELO Mi pare che su questo tu abbia ragione. Partecipo a questa discussione più per capire e imparare che per imporre le mie idee, che tra l’altro sono ancora in cerca di un porto sicuro.

FERNANDO Anch’io partecipo per capire, imparare e proporre le mie idee, che tuttavia – sono certo – non troveranno mai un porto sicuro. Destino di ogni uomo é quello di camminare come un acrobata sul filo delle sue insicurezze. Fissare un punto vuoto all’orizzonte (metafora per la fede?) aiuta di più che una lucida consapevolezza del filo. Per questo, la via del filosofo é tanto più ardua di quella di chi si affida a una rivelazione divina.

Vivere nel presente

Montaigne“L’anima che non ha una mira fissa, si perde: poiché, come si dice, essere dappertutto è un essere in nessun luogo”. Saggi, VIII,p.46.

“Quando ho fame, mangio. Quando sono stanco, dormo”. Sulle prime mi sembrò una banalità, uno di quegli assiomi apparentemente privi di significato che i maestri zen propongono alla meditazione dei discepoli. Apparentemente privi di significato e proprio per questo più adatti a liberare la mente dai pensieri involontari. Provai a concentrarmi sul respiro e mi accorsi che la mente era incapace di restarne cosciente per più di qualche minuto. Imparai che potevo ottenere un miglior risultato contando al ritmo del respiro. Se mi accorgevo di essermi distratto, ricominciavo da capo a contare, e se i pensieri involontari continuavano – ciò che non riuscivo a evitare nei momenti di preoccupazione o di tensione nervosa – provavo a introdurre qualche difficoltà (contando alla rovescia, saltando le cifre pari o dispari) così da obbligarmi a concentrare le mie energie sull’azione del respirare. Esercizi “yoga” da dilettanti, ma sufficienti a farmi capire il senso di quella frase, a darmi la misura di quanto distrattamente compiamo le nostre azioni. Il più delle volte non siamo noi a mangiare, ma soltanto la nostra bocca. Assorti in altri pensieri, per lo più involontari, non gustiamo neppure il cibo. Così è per quasi tutto ciò che facciamo, per la gran parte della nostra giornata e della nostra vita. Viviamo come automi. Potrei dire che, in realtà, non viviamo affatto, se non in qualche momento di vera lucidità. Mi capita spesso di pensare che la volontà non sia altro che concentrazione di energia mentale.Non sono capace di concentrarmi su una cosa, per questo penso di non riuscirvi. Non sarò certo io a negare l’importanza del progresso tecnico per la vita dell’uomo, ma se la conoscenza di una determinata tecnica fosse davvero indispensabile a compiere un’operazione, quella stessa tecnica non sarebbe mai stata inventata. Niente giova alla soluzione di un problema come trovarsi a risolverlo in stato di necessità. Ogni volta che mi trovo di fronte a una difficoltà, la prima reazione è quella di valutare se quello che sto facendo è davvero necessario, la seconda è quella di vedere se è possibile rimandarlo, la terza è un tentativo di lasciare ad altri la fatica di risolverla e solo se mi pare di non avere altra via di scampo riesco a trovare tutta la determinazione (leggi: concentrazione) che occorre per venirne a capo. Quando ci riesco, il piacere è proporzionato allo sforzo richiesto, mentre la rinuncia si porta sempre dietro un senso di frustrazione e di colpa. La mia depressione, qualche anno fa, si alimentava proprio di una catena distruttiva di rinunce e di frustrazioni, un meccanismo perverso che mi aveva gradualmente condotto all’immobilità e all’impotenza. Per uscirne, ho dovuto fare il cammino inverso, un piccolo esercizio di volontà dopo l’altro, strappando faticosamente le mie energie mentali al caos dei pensieri involontari. Una ginnastica del cervello che, soprattutto agli inizi, risulta di gran lunga più faticosa di quella muscolare, ma che, come questa, può diventare agevole con un allenamento metodico. Quasi sempre, subito dopo un sogno molto intenso, piacevole o spiacevole non importa, mi sveglio sudato e col respiro affannoso, come se all’intensità del sogno corrispondesse una forte concentrazione di energia mentale. Mi chiedo se ciò sia dovuto soltanto ad una partecipazione emotiva, oppure se una concentrazione di energia sia richiesta comunque, nello stato di sonno come in quello di veglia, per aumentare il livello di coscienza. Mi chiedo anche a che sia dovuta quella straordinaria sensazione di “lucidità” che ho provato in alcuni sogni, specie durante l’analisi, molto simile a quella sperimentata da sveglio in rare occasioni, come se vi fosse una reazione analoga a crescenti livelli di percezione verso il mondo esterno durante la veglia e a crescenti livelli di percezione verso il mondo interiore durante il sogno. Non ho mai fatto uso di allucinogeni, ma immagino che producano sensazioni di questo tipo, e così pure le estasi mistiche. Ho appreso che all’origine delle stigmate sarebbe proprio una straordinaria concentrazione sull’immagine del crocifisso in condizioni particolari del sistema nervoso e in soggetti culturalmente deboli ma ultrasensibili. Dovrò approfondire l’argomento su qualche testo specializzato. Non si ha concentrazione senza determinazione, e non si ha determinazione senza motivazione. Il successo ripetuto – la fede può rappresentare un’alternativa, ma non sempre – arricchisce la motivazione, e di conseguenza si accrescono determinazione e concentrazione. Ho sperimentato che per avere concentrazione è indispensabile un rapporto affettivo, e non soltanto intellettuale, con l’azione da compiere. Se un’azione, creativa o anche non creativa come la lettura di un libro o l’ascolto di un disco, non mi interessa, il minimo disturbo sarà sufficiente a distrarmi. Può sembrare una banalità, ma non tanto se si è stati colpevolizzati per una vita per mancanza di ” buona volontà” . “Ci vorrebbe una buona fame!”, mi dicevano se storcevo il naso davanti a una pietanza. Quella, sì, era una banalità. Ecco qual è il ruolo sociale (essenziale) di religione e morale: quello di fornire motivazioni alternative per azioni utili socialmente – anche quando l’utilità non è solo dei gruppi dominanti – ma prive di interesse personale immediato. E la motivazione può essere la speranza del paradiso o la paura dell’inferno, o anche solo la stima dei superiori e del prossimo. Niente di male, basta saperlo. Giorni fa sono stato ad una conferenza di Eugene D’Aquili, uno psichiatra dell’Università di Pensylvania famoso per i suoi studi di neuroantropologia. Mi aveva richiamato il titolo della conversazione, assai suggestivo: “Il complesso mitico-rituale: un modello di interazione tra cervello e cultura”. Da quanto ho capito, sarebbe stata individuata una struttura cognitiva, situata in un’area ben delimitata del cervello umano, che provvede ad ordinare il mondo elaborandone spiegazioni mitiche. Cogliere l’attimo fuggente, vivere alla giornata, a ogni giorno basta il suo affanno, la cicala e la formica, chi vuol viver lieto sia del doman non v’è certezza, e ora: quando mangio mangio, quando dormo dormo. Chissà se è mai esistito qualcuno che abbia imparato a vivere soltanto nel presente, a concentrarsi senza sforzo nell’azione che compie senza vagabondare con la mente nello spazio e nel tempo. La questione è se costui sarebbe davvero un uomo più felice o più “realizzato” degli altri. Se attribuiamo al vagabondaggio mentale involontario un valore negativo e al livello di coscienza un valore positivo, è probabile che lo sia. L’ideale sarebbe addestrarsi a riflettere sul passato e organizzare creativamente il proprio futuro con il maggior distacco possibile, pensando ogni cosa a suo tempo e impedendo all’ansia di rovinarci il presente con pensieri involontari. Una volta pensavo che passione e impegno fossero più o meno la stessa cosa. Oggi ne dubito. Impegnarsi vuol dire concentrarsi nell’azione o preoccuparsi del risult
ato
? La preoccupazione genera ansia, e l’ansia è nemica della concentrazione, impedisce il controllo dell’azione, la quale così risulta meno efficace. La preoccupazione nasce dall’interesse per il risultato, ma prima ancora dalla percezione di un pericolo oscuro, di una qualche punizione collegata a quel risultato. E la punizione maggiore è perdere la stima di se stessi. Anche l’emarginazione si può sopportare finché non mette in crisi il giudizio che si da di se stessi. Sono ansioso perché ho paura di rivelare a me stesso la mia incapacità. E’ un sentimento instillato dalla socioculturaper garantirsi la mia partecipazione, il mio lavoro. E’ proprio indispensabile per indurmi ad agire? E’ utile durante l’azione? Secondo la mia esperienza, essa ha piuttosto un effetto inibitorio. Per la paura di sbagliare, rinuncio ad agire. Dunque, la preoccupazione è nemica dell’impegno, oltre che della concentrazione. Come fare per non preoccuparmi? Dovrei smettere di giudicarmi severamente dai risultati delle mie azioni; cercare il piacere nell’azione in se stessa, non nel giudizio sul risultato di essa; vivere l’azione come soggetto, non identificarmi con l’oggetto dell’azione. Insomma, dovrei accettare di fare cose sbagliate, imperfette; accettare di non essere bravo, di non essere più bravo degli altri. Me lo permetti, babbo? Me lo permette, professore? Me lo permette, padre? Me lo permetti, Dio?

L’arte di conversare (meditando Montaigne)

Montaigne

“Nei miei viaggi, per imparare sempre qualcosa dalla consuetudine con altri (che è una delle più belle scuole che ci possa essere) tengo questo sistema, di portare sempre coloro, coi quali mi trovo a conversare, agli argomenti che essi conoscono meglio” (Saggi,I, XVIII, pag.88).

conversare come si deve, confesso che non ho mai imparato. Bisognerebbe sapere ascoltare tutto con attenzione, anche quando non ci coinvolge immediatamente, con la pazienza del cercatore d’oro che di buon grado setaccia tonnellate di fango per una pepita improbabile. Bisognerebbe far credito all’interlocutore della capacità di sorprenderci con qualcosa di interessante, cercare con tenacia la vena preziosa nella miniera di argomenti banali e spesso noiosi di cui è fatta una conversazione comune. Io invece non sono curioso se non di ciò che è già entrato a far parte dei miei interessi, intellettuali o semplicemente professionali. Converso volentieri soltanto con pochi amici e ho pochi amici proprio per questo motivo. Del resto, anche con loro seguo piuttosto il filo del mio ragionamento che il loro. Mi capita perfino di annuire meccanicamente mentre sto pensando a tutt’altro, e di dover poi recuperare a fatica l’oggetto della conversazione. Al telefono sto il meno possibile, a meno che si tratti di lavoro o di qualche faccenda che mi preme. Conosco persone capaci di chiacchierare brillantemente per ore e incapaci di leggere attentamente un libro dall’inizio alla fine. A me succede esattamente il contrario, forse perché i libri che leggo si trovano già nel mio “percorso” intellettuale. Se la mia scuola dipendesse da quella consuetudine con altri a cui incoraggia giustamente Montaigne, credo che sarei ancora mostruosamente ignorante. Ammetto, insomma, che non so “stare in società”. A mia discolpa posso dire che non è facile imparare dalle conversazioni occasionali o salottiere qualcosa per cui valga la pena di affaticarsi. C’è insomma, o almeno così mi pare, una sproporzione tra le energie richieste da una conversazione ordinaria e l’arricchimento che si riceve. Ma può ben darsi che questa sia solo la mia esperienza, che un giudizio così severo dipenda dalla mia natura introversa e dall’abitudine, coltivata fin dall’infanzia, al monologo interiore piuttosto che al dialogo. Al monologo interiore, ma potrei dire anche a quello “esteriore”, perché mi piace esprimere ad alta voce pensieri, commenti, valutazioni. E magari non fosse così, perché da questa abitudine ho tratto nella mia vita assai più danni che vantaggi. Tutti sanno che per farsi degli amici occorre molta dissimulazione e a volte qualche simulazione benevola. Ebbene, io non solo sono avarissimo di complimenti (se non m’ escono proprio dal cuore), ma per un bisogno irresistibile di dire ciò che penso, specie quando si tratta di criticare l’autorità, trascuro sia la diplomazia che la più elementare prudenza. Così, se vengo sorpreso o stimolato da una notizia o da una lettura, o da uno spettacolo, ho subito voglia di commentare ad alta voce, di comunicare le mie reazioni, anche a costo di infastidire il malcapitato che si trova nella medesima stanza immerso in tutt’altre faccende. Può capitare ad esempio che, mentre i miei familiari stanno conversando per conto loro su tutt’altro argomento, io mi introduca del tutto a sproposito con l’oggetto delle mie letture o riflessioni solitarie. Poiché mi conoscono e mi vogliono bene, loro reagiscono con una risata, ma ho dovuto imparare a controllarmi nell’ambiente di lavoro dove i colleghi sarebbero di sicuro meno comprensivi. Immagino che tutto questo si debba al modo in cui sono cresciuto, rimuginando giorno e notte, fin da bambino, su cosa dire o fare per soddisfare un insaziabile super Io. Un po’ più di compassione per me stesso e per i miei limiti umani, un po’ meno di perfezionismo e di sensibilità ai complessi di colpa avrebbero contribuito a sdrammatizzare il confronto con la mia coscienza anzitutto, e quindi col prossimo. Oggi sono perfettamente consapevole che questo mio appellarmi continuamente alla coerenza intellettuale e morale, questo condannare a ogni passo mediocrità e ipocrisia, il rigorismo che finisce prima o poi per far capolino nelle mie osservazioni valgono forse a ottenere l’approvazione, talvolta la stima, ma non la simpatia dell’ambiente in cui vivo. Quanto a correggermi, credo che sia troppo tardi. Detto questo, devo anche aggiungere che nelle rare occasioni in cui mi sono trovato di fronte ad un carattere simile al mio, capace cioè di scoprirsi e raccontare di sé con imprudente spontaneità, la cosa non mi è affatto dispiaciuta,tutt’altro. Quando mi accorgo che l’interlocutore abbassa lo scudo e abbandona le solite, noiose schermaglie verbali, ecco che l’interesse si accende e il piacere di conversare comincia. Quello di aprirsi a un dialogo senza difese è un viaggio non privo di rischi, che pochi hanno il coraggio di affrontare, perché può capitare involontariamente di offendere e di essere offesi. Richiede un grado di tolleranza e di umiltà, di consapevolezza dei propri limiti e altrui, che la nostra immaturità emotiva stenta a concederci. Ma, una volta scelto l’interlocutore adatto, è un viaggio che vale comunque la pena di fare. Avventurarsi nel territorio interiore di una persona spiritualmente ricca (non necessariamente colta) può essere più impegnativo ma anche più stimolante dei minuetti verbali a cui ci sentiamo obbligati dalla nostra educazione borghese. Gli amici coi quali mi è dato di condividere questa avventura si contano sulle punte delle dita. In gioventù era più facile ed avveniva più spesso. Ricordo appassionate discussioni sui grandi valori, sui grandi temi dell’esistenza, discussioni non astratte, legate al vissuto quotidiano. Oggi, se mi capita di imbarcarmi in discorsi così coinvolgenti, accade sempre e soltanto per una mia iniziativa, raffreddata, il più delle volte, dal silenzio imbarazzato e imbarazzante del mio interlocutore. Alla difficoltà oggettiva, psicologica e culturale, di entrare in sintonia con qualcuno, si assomma il gioco, ormai quasi istintivo nei più, della dissimulazione, l’attenzione costante a non lasciarsi coinvolgere in giudizi che possano identificare per ciò che si è e si pensa veramente. Mai come in questi casi ho la percezione esatta del danno che ricaverò dalle mie affermazioni. Mi riterrei un masochista se proprio l’imbarazzo degli altri non mi offrisse una piacevole sensazione di libertà. C’è poi una terza categoria di interlocutori possibili, e sono quelli bravissimi a simulare in privato – oggi con me, domani col mio peggiore nemico – una perfetta convergenza di idee e di opinioni. Sono gli stessi che non prendono mai posizione in pubblico, e sono i più pericolosi. Quanto a seguire il consiglio di Montaigne – portare l’interlocutore sui temi che meglio conosce – non sta forse in questo il mio mestiere di giornalista? La questione, a giudicare almeno dal modo in cui sono condotte oggi le interviste agli esperti, sulla stampa e in televisione, non è affatto pacifica. Ci sono tanti modi per scegliere e formulare le domande. Il più corretto sarebbe quello che tende a far luce sulla nostra ignoranza, ma ho l’impressione che sia anche quello meno praticato. Io stesso non sfuggo sempre alla tentazione di far confermare all’intervistato quello che ho già appreso per altre vie, la piccola “verit&ag
rave;” che mi propongo di dimostrare. Lo ritengo un peccato veniale quando l’intervista giunge alla fine di una ricerca accurata su tutte le fonti, quando la verifica sui fatti è stata portata a termine con sufficiente imparzialità, ciò che avviene ormai sempre più raramente. In genere, oggi, quando si comincia un’inchiesta si conoscono già le conclusioni a cui si vuole arrivare, e poiché non mancano esperti schierati su tutte le questioni, basta scegliere quelli che fanno più comodo alla propria tesi. A completamento della frode, si può offrire un po’ di spazio alla campana avversaria per dare al lettore il “fumus” dell’obbiettività, e il gioco è fatto. Tanti anni fa, quando il giornalismo “di inchiesta” era ancora una cosa abbastanza seria, valeva la regola che il giornalista andasse per prima cosa a documentarsi sul fatto o sull’ argomento in questione dalle persone più competenti a trattarne – i protagonisti della vicenda in primo luogo e gli specialisti della materia – riservandosi il compito di riferire al gran pubblico i risultati di questa ricerca personale nel linguaggio più adatto. C’era chi svolgeva il compito con superficialità o, peggio, con faziosità, ma in generale chi si proponeva un’indagine seria aveva modo di realizzarla. Soprattutto, nessuno metteva in dubbio l’opportunità di dare più spazio a un testimone diretto come il giornalista inviato sul posto piuttosto che al commentatore o al conduttore di turno. C’era il confronto tra le opinioni come nel famoso “convegno dei cinque”, ma quasi tutto il tempo oggi occupato dai dibattiti e dai “talk shows” sulle televisioni pubbliche e private era riservato ai documentari, alle inchieste approfondite, ai servizi speciali. Quello che si diceva alla gente era più importante del “come” lo si diceva, pur essendo la forma nient’affatto sottovalutata. Avendo vissuto direttamente e in prima persona questo passaggio, mi sono chiesto tante volte quali cause l’abbiano determinato. Quando ne ho parlato a un illustre dirigente televisivo, se l’è cavata col dire che c’è stato il passaggio dalla televisione artigianale a quella industriale, sottintendendo, immagino, complesse e inesorabili ragioni di costi e produttività. Spiegazione accettabile, ma non so quanto compatibile con gli emolumenti “americani” riconosciuti a certi conduttori di “talk show” che vanno per la maggiore. Mi convince di più un’altra ipotesi, e cioè che la concorrenza “commerciale” tra informazione e spettacolo abbia portato prima negli Stati Uniti e poi, di rimbalzo, da noi, alla spettacolarizzazione “forzata” della notizia come del relativo confronto di opinioni, alleggerendone i contenuti, semplificandone i termini, enfatizzando le contraddizioni e i contrasti, eliminando i toni grigi e sfumati che la complessità dei fatti e delle questioni oggettivamente richiede. Accanto ad essa, se ne potrebbe rischiare un’altra, più politica. In una società, come quella occidentale e americana in particolare, che attribuisce più valore alla decisione e all’azione che alla riflessione e alla conoscenza, meno si è problematici e meglio è. Semplificando i termini di una questione, si rischia di commettere errori ma si decide prima; analizzandola a fondo in tutti i suoi aspetti, si può trarre la conclusione più giusta ma quando ormai è troppo tardi. La democrazia moderna richiede sempre più spesso al cittadino di schierarsi da una parte o dall’altra, identificandosi con questa o quella corrente di opinione. Gli “opinion leaders” hanno interesse ad aggregare consensi nel modo più sicuro e rapido possibile, ciò che si ottiene più facilmente con una versione mediata e unilaterale dei fatti piuttosto che con una testimonianza diretta e imparziale dei medesimi. L’inganno è far credere che la possibilità di scegliere tra più versioni unilaterali, tra diverse faziosità, garantisca a sufficienza il diritto dei cittadini ad essere informati, come se facendo una media dei “falsi” o ascoltando la propaganda più convincente si riuscisse a sapere come sono andate realmente le cose. Nessuno mi convincerà mai che udire tre commentatori di parte gioverà alla mia comprensione più che una sola testimonianza davvero indipendente.

(Luglio 1991).

L’utilità del vivere (meditando Montaigne)

Montaigne2“L’utilità del vivere non è nella durata, è nell’uso che se ne fa: qualcuno ha vissuto a lungo ed ha vissuto poco: badateci finché ci siete. Sta nella vostra volontà, non nel numero degli anni, di aver vissuto abbastanza” (Saggi I, XX, p. 112).

Una frase che ricordo di aver udito fin da piccolo: “I L. vivono a lungo, i C. purtroppo no, ma tu hai preso dai L.”. I L. erano la famiglia di mia madre, e il fatto che alcuni di loro avessero agevolmente oltrepassato gli ottanta e i novant’anni deve aver creato questa leggenda di prodigiosa longevità. Mia madre, che ottantaquattro anni li ha già compiuti, ha ancora il vezzo di nascondere la sua età o, al contrario, di ostentarla con civetteria una volta che il suo interlocutore gliene abbia dati molti di meno. Il babbo è morto a 64 anni e anche suo padre è morto così giovane che non l’ho mai conosciuto. Dei tanti fratelli di mio padre soltanto uno è morto in età avanzata. Quando arrivava in casa la notizia di quelle morti premature, mi confortavo un poco all’idea che “avevo preso” dai L. Oggi, a 56 anni suonati, penso che vorrei vivere a lungo finché continuerò ad amare la vita. Meglio se in buona salute, ma anche in compagnia di qualche dolore se questo non mi priverà di una coscienza vigile e di una buona immaginazione. Non vorrei invece restare aggrappato alla vita solo per paura della morte. Quando dovessi odiare la vita, preferisco morire. Un tempo mi preoccupavo assai più che oggi dell’ “utilità del vivere” o di quale “uso” fare della vita. Mi hanno educato a occuparmene fin dall’infanzia e in modo quasi ossessivo. Adesso so che a questa incombenza provvede da solo il mio “super Io” e a me conviene piuttosto badare a che non ecceda. Ad amare e godere la vita ho dovuto educarmi da solo, e in età abbastanza avanzata. Mi incoraggiavano sì a vivere “in pace con me stesso”, ma intendevano in pace con la mia “buona coscienza”, in altre parole con il catechismo e l’autorità. Ho dovuto educarmi da solo a vivere bene con quella parte di me stesso che avevo perseguitato o rimosso. Infanzia, adolescenza e parte della giovinezza le ho passate pensando che la vita doveva ancora arrivare. Decenni di preparazione austera alla vita: che senso ha? La vita appartiene al presente. “Godi fanciullo mio”, scriveva Leopardi, ma anche lui in fondo pensava che l’illusione di una vigilia fosse l’unica felicità concessa agli esseri umani. Come se croce e delizia del genere umano potesse essere soltanto l’amore dell’ “infinito”. E perché non amare il finito? Perché non cercare il piacere in ciò che è ora e soltanto ora, cogliendo l'”attimo presente” e lasciando al “presente che verrà” la sua parte di gioia e dolore? Mentre scrivo è una stupenda mattina di settembre, sono piacevolmente seduto sulla poltrona dello studio, lo stereo è acceso e i miei pensieri affiorano cullati da una musica antica. Perché scrivo? Scrivo perché mi piace scrivere ora. Punto e basta. Ma ecco che il mio sguardo è distratto da un piccolo insetto che vola in mezzo alla stanza. Vola silenziosamente in circolo, instancabilmente, senza posarsi. Una mosca? No, non è una mosca. E’ un tarlo. Lo sguardo corre ora alle gambe del tavolo fratino e mi accorgo che c’è polvere di segatura dappertutto. Tutto il lavoro di disinfestazione che avevo fatto lo scorso anno dovrò farlo di nuovo. Quando? Come? Quanto tempo ho prima che gli altri mobili siano anch’essi infestati? Una piccolissima ansia, piccola e fastidiosa come l’insetto che l’ha provocata, ha già turbato il mio benessere. Potrei provare a convivere coi tarli, ma prima o poi l’istinto mi obbligherebbe a difendere il mio territorio. Perché il piacere non fosse turbato bisognerebbe cancellare il dolore, cancellare la morte. Bisognerebbe che il sistema nervoso, non soltanto la mente razionale, diventasse indifferente a qualsiasi minaccia. Amare realmente la vita vuol dire anche accettare la fragilità del piacere. Se non si può cancellare il dolore, si può sempre fare qualcosa per ridurlo. Per esempio, imparare a distinguere i problemi reali da quelli immaginari, i fastidi veri e inevitabili da quelli che ci procura il nostro complicatissimo modo di vivere. Per alcuni aspetti il progresso ci rende più liberi, per altri invece moltiplica le dipendenze, affidando serenità e benessere a meccanismi sempre più complessi, alle cure di specialisti sempre più esigenti e irreperibili. Prima di prendere una decisione bisognerebbe sempre chiedersi se serve a semplificare o a complicare ulteriormente la vita. E’ vero che le complicazioni salvano dalla noia, che stimolano utilmente l’intelligenza e la fantasia. Ma quando – come sempre più spesso accade – la soluzione non dipende da noi e non si può contare su un’organizzazione sociale efficiente, alle complicazioni segue soltanto la frustrazione. Meglio risparmiare energie per i problemi che inevitabilmente ci propone la sorte. D’altra parte, se è bene evitare tutto ciò che genera ansia non è meno utile saper prevenire la noia. Quando passo la maggior parte del tempo in azioni ripetitive e automatizzate ho l’impressione di vivere meno, dunque vivo di meno. Al contrario, una vita avventurosa è anche una vita più lunga, e ciò vale per le avventure del corpo come per quelle della mente. Chi è più capace di inventarsi la vita, giorno per giorno, vive di più rispetto a chi segue un’avvilente “routine”. Odio la guerra, ho un sacrosanto terrore delle catastrofi, ma è difficile negare che l’esperienza vissuta in queste terribili circostanze possa arricchire di senso un’intera esistenza. Lionello e Augusto, due vecchi contadini che incontro la sera “a veglia” nella mia casa di campagna, non avrebbero altro da raccontare che una vita di fatiche nei campi se non ci fosse stata la “naja” a far loro conoscere il mondo. La guerra in Abissinia, la prigionia in Palestina e in Egitto, anni di paura e di sofferenza, ma non parlano d’altro, come se soltanto in quegli anni il destino avesse illuminato un’esistenza altrimenti banale. Un destino crudele, quello dei poveri, di potersi vantare soltanto delle disgrazie. Si può essere ricchi e istruiti e condurre una vita da larve, ma certo la cultura non è indifferente. Chi è in grado di sviluppare e approfondire le proprie esperienze vive di più rispetto a chi non va mai oltre la superficie. Per questo però occorre un’intelligenza paziente, e nella cella di un monastero o di una prigione c’è chi ha saputo crearsi un’esistenza più intensa e varia di quella di molti che girano il mondo senza vederlo. La varietà degli oggetti intorno a noi conta meno della sapiente arte di leggerli, cogliendone tutti gli aspetti e le dimensioni. C’è chi ha avuto una vita appassionante concentrandosi su un solo autore, un solo libro, una sola opera d’arte. Infine, vive di più chi ha maggiori capacità e possibilità di associare immagini e idee. A che altro serve, in definitiva, la nostra cultura? Settembre 1992