Archivio mensile:giugno 2013

Decatechizziamoci

angelo custode diavoloAvevo sei o sette anni e il catechismo me lo facevano imparare a memoria. Prima le suore, poi un cappuccino assai rigoroso e severo. (Per queste ed altre esperienze giovanili si può cercare tra le pagine di “meditando Montaigne”). E ancora me lo ricordo il catechismo di Pio undecimo. “Chi è Dio? Dio è l’essere perfettissimo, creatore e signore del cielo e della terra. Dio può far tutto? Sì, Dio può far tutto ciò che vuole. Egli è onnipotente. Dio sa tutto? Sì, Dio sa tutto, anche i nostri pensieri, Egli è onnisciente…e così via”. Dalla fede alla morale,ai “novissimi” (morte, giudizio, inferno, paradiso), ai sacramenti, ai precetti della Chiesa, alle opere di misericordia, tutto rigidamente definito, enumerato, classificato. Una loro “quotazione” avevano la grazia e il peccato. Ricordo ancora la suggestiva (ahimè) illustrazione di un fanciullo conteso  all’angelo custode dal diavolo e il ghigno soddisfatto di quest’ultimo che lo abbraccia dopo un peccato mortale. Ne ho trovata una vagamente rassomigliante su Google e  la propongo qui sopra (prego notare le variazioni nella pettinatura, negli indumenti e nel colore del cuore).

Inutile dire che la casistica del male era infinita e andava attentamente vagliata ad ogni esame di coscienza. Classificato anche il bene: grazia attuale, grazia santificante. Virtù morali, cardinali (4), teologali (3). Che cosa rimane di questa anatomia morale nell’educazione cattolica dei giorni nostri? Poco, immagino e spero, ma non ne ho idea. Posso provare a chiedermi che cosa rimane in me di quella esperienza infantile e adolescenziale, con riferimento alle tre virtù teologali, che erano e restano le più importanti.

Fede. Dio solo sa se (Lui) esiste veramente. Io esisto e mi limito a credere. Che cosa? Quello che l’inevitabile ricerca di un equilibrio interiore mi induce a credere. In questo senso, mi pare, tutti possiamo dirci credenti. Di fronte al mistero, innegabile, dell’esistenza, la fede in Dio può essere una risposta valida come la mia. La fede del mistico, intendo. Miracoli a parte, il Vangelo può essere ancora inteso come  “la buona novella”. Dogmi e speculazioni teologiche mi appaiono per lo più incompatibili con quanto suggerito dalla ragione.

Speranza. Non spero nell’ al di là. Anzi, volgendomi attorno, mi accorgo che  diventa difficile anche sperare nell’al di qua. Pazienza. Finché resta la bellezza, la vita continua ad essere degna di essere vissuta.

Carità. Parola che ricorre in San Paolo ma non nel vangelo, che parla piuttosto di amore, ma potrebbe essere un problema di traduzioni.  Amo il mio prossimo come me stesso? Non quanto vorrei. Amo i miei nemici? Non credo di averne. Ma se tutti seguissimo questo comandamento, questo soltanto, avremmo finalmente il paradiso in terra.

 

Del bene e del male

del bene e del male(il testo che segue riproduce in forma di dialoghi, rispettandone il contenuto nella sostanza, alcuni scambi di messaggi internet sul tema ” Bene e Male valori assoluti?” apparsi nel 1997 sulla rubrica it.cultura.filosofia).

FILIPPO Che cos’è il bene in se stesso? Esiste una regola, una massima, un modello che lo definisca universalmente o il bene e il male sono solo una cosa relativa?

PAGANO Secondo me, bene è ciò che ti fa star meglio, male ciò che ti fa star peggio. Naturalmente, lo “star meglio” si riferisce a tutti gli aspetti che caratterizzano un uomo, quindi io non guardo solo agli aspetti materiali, ma mi riferisco anche, e in certi casi soprattutto, alle sensazioni e ai sentimenti.

FERNANDO Sì, ma…attenzione. L’uomo é un animale sociale. Che lo voglia o no, non può essere indifferente ai valori e ai disvalori elaborati dalla società di cui fa parte, valori e disvalori succhiati insieme al latte materno e interiorizzati soprattutto nei primi anni di vita. La visione soggettiva delle cose é in realtà soggettiva soltanto in minima parte. Certo, se è intelligente e maturo, l’individuo potrà rendersi relativamente autonomo, cavandosela con qualche senso di colpa, ma é fuori discussione che star peggio o star meglio non dipendono solo da lui. La società, prima ancora che l’individuo, elabora il suo concetto (provvisorio e mai assoluto) di bene e di male, ed é probabilmente bene che sia così perché non vada disperso il patrimonio evolutivo della specie. é normale che nascano conflitti tra le gerarchie di valori dei singoli e quelle delle società e che questi conflitti sfocino, prima o poi, in nuove gerarchie di valori. Bene e male in assoluto non esistono. variano a seconda del tempo e dello spazio, dei bisogni e delle convinzioni dei gruppi umani (francamente mi pare di dire delle banalità).

ANDREA Si potrebbe pensare, invece, che a variare siano le definizioni che esseri limitati e determinati come noi danno di un valore assoluto come il Bene. O no?

FERNANDO Ma certo che si potrebbe pensarlo, caro Andrea. Miliardi di uomini lo hanno fatto e lo fanno. E a questo Bene con la b maiuscola, assoluto, infinito e perciò indefinibile da esseri “limitati e determinati”, hanno dato il nome di Dio. Ma questo é un atto di fede e la mia invece voleva essere una spiegazione laica, in termini razionali, della varietà di significati che bene e male hanno via via assunto nello spazio e nel tempo. La mia é una concezione evolutiva della morale. Analogamente a quanto avviene per gli organismi animali, che evolvono attraverso mutamenti casuali, premiati o bocciati dalla selezione ambientale, ciò che qui e ora é ritenuto trasgressivo, e dunque male, può non esserlo più e addirittura affermarsi come bene in un diverso contesto temporale o spaziale. Cosicché un grande filosofo come Montaigne, dopo aver incontrato un gruppo di “cannibali” portato in Occidente dagli scopritori delle “nuove Indie”, poteva scrivere in un saggio rimasto famoso: “…Non c’è niente di barbaro e selvaggio in quel popolo a quanto me ne hanno raccontato, se non che ognuno chiama barbarie quello che non é nei nostri costumi; come veramente sembra che noi non abbiamo altra pietra di paragone della verità e della ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e delle usanze del paese in cui siamo. Ivi si trova sempre la religione perfetta, il regime perfetto, l’uso perfetto e rifinito di ogni cosa” (Essais, libro I, XXXI).

ANGELO Non dobbiamo confondere gli usi e costumi di un popolo con la concezione del Bene. Se un “selvaggio” mangia carne cruda, si infila ossa di animali nel naso e pratica riti propiziatori per il raccolto, ciò non va bollato come barbarie, ma neanche si deve scomodare una diversa concezione di Bene per dei fenomeni di “costume”.

FERNANDO Ti assicuro che Montaigne intendeva parlare di morale e non di etnologia. Era l’epoca della caccia alle streghe e delle guerre di religione e la morale di cattolici e protestanti, benedetta dal clero delle due parti, era quella di trucidarsi a vicenda in nome di Dio. Ecco come proseguiva Montaigne, nella sua difesa dei cannibali: “Penso che c’é più barbarie a mangiare un uomo vivo che a mangiarlo morto, a lacerare con supplizi e martirii un corpo ancora sensibile, farlo arrostire a poco a poco, farlo azzannare e martoriare dai cani e dai porci (come abbiamo non solo letto, ma veduto recentemente, non fra antichi nemici, ma fra vicini e concittadini, e, quel che é peggio, sotto il pretesto della pietà religiosa), che ad arrostirlo e mangiarlo dopo che é morto”. Oggi tanti condividono questo discorso, ma i moralisti del tempo lo giudicavano decisamente immorale. Tutti in mala fede?

ANGELO Che il Bene possa essere un valore in evoluzione nel tempo mi sembra un ‘idea accettabile. Molto meno quella di una relatività soggettiva.

FERNANDO Bene. Anche per me la morale non é un fatto individuale. Relativo sì, però. Il relativismo morale ti da fastidio e non mi riesce difficile comprendere il tuo punto di vista. Tuttavia, se intervieni in una rubrica come questa, suppongo che tu sia disposto a confrontare sul piano logico le tue convinzioni con quelle altrui e ad esprimerti in modo critico e non semplicemente assertorio. In filosofia, niente può essere dato per scontato e tutto può essere messo in discussione. Per far questo, però, occorre un chiarimento preliminare perché, pur avendo il massimo rispetto per la religione, ma non me la sento di impegnarmi in un dibattito metafisico. Dobbiamo dirci, cioè, se siamo in grado di spiegare le nostre convinzioni in fatto di morale senza fare riferimento all’immortalità dell’anima e all’esistenza di Dio, a una morale rivelata o al mondo delle idee. Kant non riuscì a farlo, e tu?

ANGELO Kant, nella sua Etica, da una definizione universale (nel senso di valida per tutti gli uomini) di Bene, senza per questo ricorrere a Dio, ma solo utilizzando la forza della Ragione umana.

FERNANDO Mi, spiace, ma non é esatto. Non amo le citazioni erudite, ma in questo caso le ritengo necessarie. Nella “critica della ragion pratica”, Kant indica il “sommo bene” nella totale conformità della volontà alla legge morale, conformità che non può realizzarsi pienamente da parte di un essere razionale sensibile, ma costituisce il termine ultimo di un progresso che proceda all’infinito in direzione di tale conformità. Questo progresso é possibile solo – scrive Kant – “in base al presupposto di un’esistenza che prosegue all’infinito e della personalità del medesimo essere razionale (alla quale si da il nome di immortalità dell’anima); di conseguenza il sommo bene é possibile soltanto sul presupposto dell’immortalità dell’anima. Tale immortalità dunque, in quanto inseparabilmente legata alla legge morale, costituisce un postulato della ragion pratica”. Non solo. Poiché il sommo bene, la cui realizzazione costituisce il fine della vita morale, comporta che la felicità sia proporzionalmente connessa alla moralità e poiché tale rapporto non si realizza nel mondo sensibile, Kant ritiene necessario postulare anche l’esistenza di Dio come garante del rigoroso accordo fra moralità e felicità.

Questo per quanto riguarda Kant. Poiché tuttavia tu affermi la possibilità di concepire bene e male come valori assoluti, dimmi in che cosa consistono questi principi universali, validi per tutti i tempi e tutti i luoghi.

ANGELO Innanzitutto un principio guida semplicissimo per le nostre azioni: “L’uomo deve sempre essere un fine, mai un mezzo”. Ecco qui con un colpo solo eliminata la tortura, lo sfruttamento, la prostituzione, la calunnia, ecc. …

FERNANDO Già, chi non é d’accordo batta un colpo….La quantità di adesioni ad un principio morale é direttamente proporzionale alla sua genericità. Appena appena si comincia a scendere nel concreto, ecco che cominciano i “distinguo”, i “sì, va bene,ma…”, oppure si gioca con le parole: quella tortura non é tortura, quello sfruttamento non é sfruttamento ecc. Ipocrisia, dirai. “Video meliora proboque, deteriora sequor”. Ma guarda che non mi riferisco all’”umana debolezza” dei torturatori, degli sfruttatori, delle prostitute, che pure sono tanti., ma ai milioni che concretamente li assolvono o addirittura li applaudono, spesso in perfetta buona fede. Allora la prima domanda é questa: perché é così facile riconoscere il bene e il male in astratto ed é così difficile riconoscerli nel giudizio concreto?

ANGELO Già, perché?

FERNANDO Forse perché da quando esistono i principi morali esiste la loro interpretazione. E quanto più astratti sono, tanto più elastica può esserne l’applicazione al caso concreto. “Negare la giusta paga agli operai” sarà anche un “peccato che grida vendetta al cospetto di Dio” (catechismo cattolico), ma fa tanto bene all’economia aziendale (catechismo liberista)….

ANGELO Ma l’etica non può essere una variabile dipendente: per la produzione è bene questo, per i miei fondi d’investimento è bene quest’altro, per la salvaguardia dell’ambiente è bene quello, per il futuro di mio figlio è bene quell’altro. Possiamo essere sicuri della bontà del nostro agire solo se questo può essere elevato a “legge universale indipendentemente da qualunque contesto di tempo e luogo”. Non si possono giustificare le proprie cattive azioni in nome di un “fine ultimo” né consolarsi con il fatto che chiunque al nostro posto avrebbe fatto la stessa cosa. L’ufficiale che fa fucilare civili inermi, anche se su ordine del Padreterno in persona, è un perfetto criminale. La sua azione decontestualizzata è ‘male’, e ‘male’ resta in qualunque contesto possibile. L’argomento poi che chiunque altro al suo posto avrebbe fatto la stessa cosa, é solo conferma della nostra umana debolezza.

FERNANDO Già, ma se invece fa fucilare militari inermi? Qui comincerebbero subito i distinguo… E se si trattasse di criminali incalliti? Altri distinguo. E chi stabilisce che far fucilare civili inermi é male, mentre far fucilare militari o criminali inermi non sarà proprio bene ma é necessario? Ora che hai escluso anche il Padreterno, la risposta mi sembra difficile ;-) . E con buona pace di Kant, anche su ciò che può essere “elevato a legge universale” i pareri sono discordi. Quanti voti deve ottenere perché si possa considerare un “valore assoluto”?

ANGELO L’etica non può essere votata a maggioranza. Dobbiamo remare tutti insieme nella stessa direzione: la sopravvivenza della nostra specie in condizioni migliori delle attuali.

FERNANDO E su questo, d’accordo. Ma vorrei, se permetti, procedere nel discorso che avevamo appena avviato. Allora la domanda che ti avevo fatto é questa: perché é così facile riconoscere il bene e il male in astratto ed é così difficile riconoscerli nel giudizio concreto?

ANGELO Ciò avviene quando si considera l’uomo come mezzo e non come un fine. Se considero gli operai come un ‘mezzo di produzione allora (catechismo liberista) cerco di comprimere il più possibile il loro salario per il bene della Produzione. Ma se la mia coscienza (ammesso che gli imprenditori ne siano dotati) mi fa considerare i suddetti operai prima di ogni altra cosa uomini come me, non più dei mezzi, allora sarebbe doveroso passare loro un salario che gli consenta un’esistenza dignitosa.

FERNANDO La faccenda è assai più complessa. Semplificando molto, ognuno di noi ha un istinto egoistico che lo spinge a guardare esclusivamente al proprio interesse vitale (vero o presunto, poco importa), così come ha un super Io che gli deriva dalla sua esperienza infantile. Ha anche una *ragione* che lo spinge a conformarsi alla cultura egemone del suo ambiente e del suo gruppo sociale o comunque ai valori trasmessi con l’apprendimento e l’esperienza.

ANGELO La ragione spinge l’individuo al conformismo per aumentare le sue possibilità di sopravvivenza o, per lo meno, per migliorare la sua condizione. é questo che intendi?

FERNANDO Il termine “conformismo” ha un’accezione negativa a cui io non penso affatto. é vero invece che la ragione é trasmessa con l’apprendimento e che all’origine di ogni scelta umana c’é sempre l’intento di migliorare la propria condizione o di non peggiorarla.

ANGELO é chiaro il conflitto tra istinto egoista e ragione, ma il Super Io che cos’è esattamente e come entra in gioco tra i due?

FERNANDO Diciamo che é rappresentato dai comandi e dai divieti che abbiamo assimilato durante l’infanzia e l’adolescenza. Comandi e divieti che possono essere del tutto irrazionali dal nostro attuale punto di vista, ma che hanno comunque “istruito” il nostro io bambino che non cessa mai di esistere.

ANGELO Come il “non mangiarti le unghie!”. Ora da adulto “razionale” sono convinto che non ci sia nulla di male a mordicchiare (in privato) di tanto in tanto le proprie unghie senza farsi male. Ma se lo faccio provo ugualmente un sottile senso di colpa o vergogna. E comunque trasmetto il comandamento di divieto ai miei figli. (Sic! quanto ingenuamente ci sentiamo tutti delle belle anime libere!)

FERNANDO Oddio, l’esempio é un po’ riduttivo :-) e non ci sono soltanto precetti moralmente sbagliati. Per esempio, a un gangster di professione potrebbe sembrare irrazionale risparmiare la vita al testimone di un delitto, ma il suo super-Io potrebbe (in questo caso felicemente) impedirglielo. Quando prevale l’istinto, quando il Super Io e quando la ragione? La risposta é quasi impossibile perché la coscienza – che non può essere negata a nessun uomo sano di mente, neppure agli imprenditori ;-) – ammetterà difficilmente la sconfitta della ragione e, per evitare fastidiosi sensi di colpa, cercherà sempre un modo per *razionalizzare* il comportamento egoista. Così un imprenditore cattolico non dirà mai che l’operaio é solo un mezzo di produzione, ci mancherebbe, dirà invece in assoluta buona fede che quel salario é più che sufficiente ad assicurare un’esistenza dignitosa e che in ogni caso, se non lo fosse, l’unica soluzione resta pur sempre quella di garantire la produzione al minor costo possibile, così salvaguardando, con il profitto dell’impresa, lo sviluppo dell’economia ecc.ecc. Molto improbabile che la Chiesa, nonostante il rigore delle sue encicliche sociali, ne condanni il comportamento nel caso concreto, ma non é questo il punto. Il punto é che nessuna condanna potrebbe essere emessa se non in nome di Dio, per chi ci crede, o in nome della ragione, che – con buona pace dei giacobini francesi – non é una Dea ed é sempre relativa.

ANGELO Ohi, ohi, ohi … che bel guazzabuglio. Chi ce ne tira fuori?

FERNANDO Nessuno, temo, se non rinunci a credere al “bene assoluto” , al “male assoluto”.

ANGELO Ma se il Bene assoluto è un’utopia (bella però?), trovo comunque assai squallido il relativismo utilitarista che sembra predominare nella discussione (e ovviamente nella società extra-internet).

FERNANDO Anch’io, ma le ragioni possono essere due: o la coerenza con i valori da me fortunatamente appresi con l’educazione e l’esperienza diretta risulta per me più gratificante della loro negazione, oppure non sono sufficientemente coinvolto in prima persona e, non essendo io personalmente coinvolto, posso permettermi di pensare che nei loro panni agirei diversamente. Come insegna Montaigne, il filosofo che prediligo, ognuno segue sempre il proprio piacere. La morale riguarda l’oggetto del piacere e non il piacere in se stesso.

ANGELO Vuoi dire che quando rinuncio a soddisfare un istinto egoistico lo faccio solo perché maggiore è il piacere che ricavo dal considerarmi una persona virtuosa. é così?

FERNANDO Certo, o anche perché é maggiore il piacere che ricavo dall’approvazione degli altri o del super-Io, o dalla promessa di una felicità avvenire o del paradiso, oppure perché é più forte il timore del danno, anche soltanto morale, che potrei ricavarne, o perché ho paura dell’inferno, ecc.

ANGELO L’altruismo ‘puro’ quindi non esiste? E chi dedica la propria vita agli altri, come Madre Teresa? E chi sacrifica la propria vita per salvare vite altrui? é solo un pazzo?

FERNANDO Non credo che nessuno, neppure Madre Teresa, sacrifichi la propria vita con l’intento di danneggiare se stessa e la propria immagine. Avendo interiorizzato il modello di Cristo, un santo si gratifica con la coerenza a questo modello. Non c’é santo che non si dica anche “felice” di sacrificarsi. O mi sbaglio?

ANGELO Mi pare che su questo tu abbia ragione. Partecipo a questa discussione più per capire e imparare che per imporre le mie idee, che tra l’altro sono ancora in cerca di un porto sicuro.

FERNANDO Anch’io partecipo per capire, imparare e proporre le mie idee, che tuttavia – sono certo – non troveranno mai un porto sicuro. Destino di ogni uomo é quello di camminare come un acrobata sul filo delle sue insicurezze. Fissare un punto vuoto all’orizzonte (metafora per la fede?) aiuta di più che una lucida consapevolezza del filo. Per questo, la via del filosofo é tanto più ardua di quella di chi si affida a una rivelazione divina.

Vendi e fuggi

vu cumprà a Sant'AngeloA Roma, davanti a Castel Sant’Angelo il mercato abusivo dei vu cumprà, costretti alla fuga ad ogni incursione della polizia.

Vivere nel presente

Montaigne“L’anima che non ha una mira fissa, si perde: poiché, come si dice, essere dappertutto è un essere in nessun luogo”. Saggi, VIII,p.46.

“Quando ho fame, mangio. Quando sono stanco, dormo”. Sulle prime mi sembrò una banalità, uno di quegli assiomi apparentemente privi di significato che i maestri zen propongono alla meditazione dei discepoli. Apparentemente privi di significato e proprio per questo più adatti a liberare la mente dai pensieri involontari. Provai a concentrarmi sul respiro e mi accorsi che la mente era incapace di restarne cosciente per più di qualche minuto. Imparai che potevo ottenere un miglior risultato contando al ritmo del respiro. Se mi accorgevo di essermi distratto, ricominciavo da capo a contare, e se i pensieri involontari continuavano – ciò che non riuscivo a evitare nei momenti di preoccupazione o di tensione nervosa – provavo a introdurre qualche difficoltà (contando alla rovescia, saltando le cifre pari o dispari) così da obbligarmi a concentrare le mie energie sull’azione del respirare. Esercizi “yoga” da dilettanti, ma sufficienti a farmi capire il senso di quella frase, a darmi la misura di quanto distrattamente compiamo le nostre azioni. Il più delle volte non siamo noi a mangiare, ma soltanto la nostra bocca. Assorti in altri pensieri, per lo più involontari, non gustiamo neppure il cibo. Così è per quasi tutto ciò che facciamo, per la gran parte della nostra giornata e della nostra vita. Viviamo come automi. Potrei dire che, in realtà, non viviamo affatto, se non in qualche momento di vera lucidità. Mi capita spesso di pensare che la volontà non sia altro che concentrazione di energia mentale.Non sono capace di concentrarmi su una cosa, per questo penso di non riuscirvi. Non sarò certo io a negare l’importanza del progresso tecnico per la vita dell’uomo, ma se la conoscenza di una determinata tecnica fosse davvero indispensabile a compiere un’operazione, quella stessa tecnica non sarebbe mai stata inventata. Niente giova alla soluzione di un problema come trovarsi a risolverlo in stato di necessità. Ogni volta che mi trovo di fronte a una difficoltà, la prima reazione è quella di valutare se quello che sto facendo è davvero necessario, la seconda è quella di vedere se è possibile rimandarlo, la terza è un tentativo di lasciare ad altri la fatica di risolverla e solo se mi pare di non avere altra via di scampo riesco a trovare tutta la determinazione (leggi: concentrazione) che occorre per venirne a capo. Quando ci riesco, il piacere è proporzionato allo sforzo richiesto, mentre la rinuncia si porta sempre dietro un senso di frustrazione e di colpa. La mia depressione, qualche anno fa, si alimentava proprio di una catena distruttiva di rinunce e di frustrazioni, un meccanismo perverso che mi aveva gradualmente condotto all’immobilità e all’impotenza. Per uscirne, ho dovuto fare il cammino inverso, un piccolo esercizio di volontà dopo l’altro, strappando faticosamente le mie energie mentali al caos dei pensieri involontari. Una ginnastica del cervello che, soprattutto agli inizi, risulta di gran lunga più faticosa di quella muscolare, ma che, come questa, può diventare agevole con un allenamento metodico. Quasi sempre, subito dopo un sogno molto intenso, piacevole o spiacevole non importa, mi sveglio sudato e col respiro affannoso, come se all’intensità del sogno corrispondesse una forte concentrazione di energia mentale. Mi chiedo se ciò sia dovuto soltanto ad una partecipazione emotiva, oppure se una concentrazione di energia sia richiesta comunque, nello stato di sonno come in quello di veglia, per aumentare il livello di coscienza. Mi chiedo anche a che sia dovuta quella straordinaria sensazione di “lucidità” che ho provato in alcuni sogni, specie durante l’analisi, molto simile a quella sperimentata da sveglio in rare occasioni, come se vi fosse una reazione analoga a crescenti livelli di percezione verso il mondo esterno durante la veglia e a crescenti livelli di percezione verso il mondo interiore durante il sogno. Non ho mai fatto uso di allucinogeni, ma immagino che producano sensazioni di questo tipo, e così pure le estasi mistiche. Ho appreso che all’origine delle stigmate sarebbe proprio una straordinaria concentrazione sull’immagine del crocifisso in condizioni particolari del sistema nervoso e in soggetti culturalmente deboli ma ultrasensibili. Dovrò approfondire l’argomento su qualche testo specializzato. Non si ha concentrazione senza determinazione, e non si ha determinazione senza motivazione. Il successo ripetuto – la fede può rappresentare un’alternativa, ma non sempre – arricchisce la motivazione, e di conseguenza si accrescono determinazione e concentrazione. Ho sperimentato che per avere concentrazione è indispensabile un rapporto affettivo, e non soltanto intellettuale, con l’azione da compiere. Se un’azione, creativa o anche non creativa come la lettura di un libro o l’ascolto di un disco, non mi interessa, il minimo disturbo sarà sufficiente a distrarmi. Può sembrare una banalità, ma non tanto se si è stati colpevolizzati per una vita per mancanza di ” buona volontà” . “Ci vorrebbe una buona fame!”, mi dicevano se storcevo il naso davanti a una pietanza. Quella, sì, era una banalità. Ecco qual è il ruolo sociale (essenziale) di religione e morale: quello di fornire motivazioni alternative per azioni utili socialmente – anche quando l’utilità non è solo dei gruppi dominanti – ma prive di interesse personale immediato. E la motivazione può essere la speranza del paradiso o la paura dell’inferno, o anche solo la stima dei superiori e del prossimo. Niente di male, basta saperlo. Giorni fa sono stato ad una conferenza di Eugene D’Aquili, uno psichiatra dell’Università di Pensylvania famoso per i suoi studi di neuroantropologia. Mi aveva richiamato il titolo della conversazione, assai suggestivo: “Il complesso mitico-rituale: un modello di interazione tra cervello e cultura”. Da quanto ho capito, sarebbe stata individuata una struttura cognitiva, situata in un’area ben delimitata del cervello umano, che provvede ad ordinare il mondo elaborandone spiegazioni mitiche. Cogliere l’attimo fuggente, vivere alla giornata, a ogni giorno basta il suo affanno, la cicala e la formica, chi vuol viver lieto sia del doman non v’è certezza, e ora: quando mangio mangio, quando dormo dormo. Chissà se è mai esistito qualcuno che abbia imparato a vivere soltanto nel presente, a concentrarsi senza sforzo nell’azione che compie senza vagabondare con la mente nello spazio e nel tempo. La questione è se costui sarebbe davvero un uomo più felice o più “realizzato” degli altri. Se attribuiamo al vagabondaggio mentale involontario un valore negativo e al livello di coscienza un valore positivo, è probabile che lo sia. L’ideale sarebbe addestrarsi a riflettere sul passato e organizzare creativamente il proprio futuro con il maggior distacco possibile, pensando ogni cosa a suo tempo e impedendo all’ansia di rovinarci il presente con pensieri involontari. Una volta pensavo che passione e impegno fossero più o meno la stessa cosa. Oggi ne dubito. Impegnarsi vuol dire concentrarsi nell’azione o preoccuparsi del risult
ato
? La preoccupazione genera ansia, e l’ansia è nemica della concentrazione, impedisce il controllo dell’azione, la quale così risulta meno efficace. La preoccupazione nasce dall’interesse per il risultato, ma prima ancora dalla percezione di un pericolo oscuro, di una qualche punizione collegata a quel risultato. E la punizione maggiore è perdere la stima di se stessi. Anche l’emarginazione si può sopportare finché non mette in crisi il giudizio che si da di se stessi. Sono ansioso perché ho paura di rivelare a me stesso la mia incapacità. E’ un sentimento instillato dalla socioculturaper garantirsi la mia partecipazione, il mio lavoro. E’ proprio indispensabile per indurmi ad agire? E’ utile durante l’azione? Secondo la mia esperienza, essa ha piuttosto un effetto inibitorio. Per la paura di sbagliare, rinuncio ad agire. Dunque, la preoccupazione è nemica dell’impegno, oltre che della concentrazione. Come fare per non preoccuparmi? Dovrei smettere di giudicarmi severamente dai risultati delle mie azioni; cercare il piacere nell’azione in se stessa, non nel giudizio sul risultato di essa; vivere l’azione come soggetto, non identificarmi con l’oggetto dell’azione. Insomma, dovrei accettare di fare cose sbagliate, imperfette; accettare di non essere bravo, di non essere più bravo degli altri. Me lo permetti, babbo? Me lo permette, professore? Me lo permette, padre? Me lo permetti, Dio?

Larghe pretese

berlucicoriaLa lacrimosa storia/

di un piatto di cicoria/

che cucinò la zia/

nella sua trattoria/

a un gruppo di gaudenti/

rumorosi studenti./

“La voglio ripassata!”,/

“Per me la fai a frittata!”/

“Per me cotta col vino”/

“Per me al peperoncino”/

“Rosolata con l’aglio…/

..ma come dico sbaglio”/

“Fammela senza sale,/

che dicono fa male”./

La zia, in cuffietta e guanti,/

sorrise a tutti quanti,/

disse:”ci penso io…

la farò a modo mio”./

La mescolò col fieno,/

ripassata al veleno.

 

24 giugno 2013

In Galera! Spettacolo – manifestazione contro la legge bavaglio

in galera1.a parte: introduzione – i furbetti del quartierino

Gli articoli che non vorrebbero farci scrivere più.Un pezzo di storia italiana che non avremmo mai conosciuto se il disegno di legge Alfano sulle intercettazioni fosse già entrato in vigore. Dagli intrighi con la Banca d’Italia dei “furbetti del quartierino” alle penose telefonate di Berlusconi col direttore di RAI fiction, Saccà, dallo scandalo di Calciopoli alla cinica gestione della clinica “Santa Rita”.
Nelle quattro puntate del video, registrate durante lo spettacolo-manifestazione del 23 giugno 2009 al teatro Ambra Jovinelli di Roma (ideato da Gegia Celotti e Saverio Paffumi, regìa di Silvano Piccardi, contenuti e testi di Gianni Barbacetto), alcune tra le intercettazioni più sconvolgenti degli ultimi anni, lette da attori professionisti e commentate dai più noti cronisti giudiziari. Per scongiurare questo ulteriore attacco alla democrazia e al diritto dei cittadini di conoscere la faccia oscura del potere,i giornalisti sono pronti allo sciopero e alla disobbedienza civile, certi di poter contare sulla solidarietà attiva di tutti gli italiani.

1.a parte: Introduzione – i “furbetti del quartierino”
3.a parte: Berlusconi (rac)comanda alla RAI
4.a parte: da Calciopoli al ”Santa Rita”

 

Che pensi di Renzi? (rap)

Renzi Matteo 1Non è un gran signore/

ma è un gran parlatore/

ciarliero, smodato,/

il re del mercato…/

(…politico, intendo)/

Dibatte correndo,/

dibatte seduto,/

dibatte con chiunque/

gli da il benvenuto,/

dibatte a Firenze/

vantando esperienze,/

ce l’ha col palazzo,/

rottama da pazzo,/

dibatte in tivvù,/

l’hai visto anche tu./

Ci dice che fa/

e quel che farà./

Farà il segretario,/

qualcuno è contrario?/

Farà il presidente/

(se Letta consente)./

Considera ammessa/

qualunque scommessa./

Io punto parecchio/

su Palazzo Vecchio.

 

12 giugno 2013

Parole altre

tag cloudMa sono mie davvero le parole/

che ho regalato al mondo fino ad ora/

il mio nome confuso in mezzo a loro?/

Come la voce di chi canta in coro/

della musica d’altri si colora/

così la penna mia si presta a loro/

e scrive quello che pur’essa ignora./

9 giugno 2013

Casa Sejdic

Sevla SejdicIn tempi come questi di timori, diffidenza ma anche intolleranza nei confronti degli immigrati mi è parso utile proporre questo mio breve “inno alla buona integrazione”. Sevla Sejdic, una signora rom madre di otto figli, non ha niente in comune con la raffinata protagonista di “Casa Howard” se non l’amore sviscerato per la sua abitazione romana, un vecchio garage dismesso che con la sua famiglia ha occupato e trasformato negli anni secondo le proprie necessità. Il vivace racconto delle sue esperienze di vita è un esempio di come sia possibile anche a chi proviene dal nomadismo integrarsi con gli altri cittadini quando vi sia una comune determinazione a sconfiggere il pregiudizio.

La luna nel sogno

luna pienaBianca di luce che ti affacci luna/

sulla montagna blu della mia vita/

sognata eppure vera per incanto/

non sapevo d’amarti così tanto./

Ora lo so, mentre ti vengo incontro/

illuminato dalla tua bellezza,/

sognata eppure vera tenerezza.

 

2 giugno 2013