Archivio mensile:marzo 2013

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di pensieri spezzati,
curiosità furtive
di segreti acchiappati,
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competizione futile
di battute incrociate,
dialoghi e battibecchi
di dita senza pace,
scrittura sincopata
per la mente fugace.
13 dicembre 2009

L’arte di conversare (meditando Montaigne)

Montaigne

“Nei miei viaggi, per imparare sempre qualcosa dalla consuetudine con altri (che è una delle più belle scuole che ci possa essere) tengo questo sistema, di portare sempre coloro, coi quali mi trovo a conversare, agli argomenti che essi conoscono meglio” (Saggi,I, XVIII, pag.88).

conversare come si deve, confesso che non ho mai imparato. Bisognerebbe sapere ascoltare tutto con attenzione, anche quando non ci coinvolge immediatamente, con la pazienza del cercatore d’oro che di buon grado setaccia tonnellate di fango per una pepita improbabile. Bisognerebbe far credito all’interlocutore della capacità di sorprenderci con qualcosa di interessante, cercare con tenacia la vena preziosa nella miniera di argomenti banali e spesso noiosi di cui è fatta una conversazione comune. Io invece non sono curioso se non di ciò che è già entrato a far parte dei miei interessi, intellettuali o semplicemente professionali. Converso volentieri soltanto con pochi amici e ho pochi amici proprio per questo motivo. Del resto, anche con loro seguo piuttosto il filo del mio ragionamento che il loro. Mi capita perfino di annuire meccanicamente mentre sto pensando a tutt’altro, e di dover poi recuperare a fatica l’oggetto della conversazione. Al telefono sto il meno possibile, a meno che si tratti di lavoro o di qualche faccenda che mi preme. Conosco persone capaci di chiacchierare brillantemente per ore e incapaci di leggere attentamente un libro dall’inizio alla fine. A me succede esattamente il contrario, forse perché i libri che leggo si trovano già nel mio “percorso” intellettuale. Se la mia scuola dipendesse da quella consuetudine con altri a cui incoraggia giustamente Montaigne, credo che sarei ancora mostruosamente ignorante. Ammetto, insomma, che non so “stare in società”. A mia discolpa posso dire che non è facile imparare dalle conversazioni occasionali o salottiere qualcosa per cui valga la pena di affaticarsi. C’è insomma, o almeno così mi pare, una sproporzione tra le energie richieste da una conversazione ordinaria e l’arricchimento che si riceve. Ma può ben darsi che questa sia solo la mia esperienza, che un giudizio così severo dipenda dalla mia natura introversa e dall’abitudine, coltivata fin dall’infanzia, al monologo interiore piuttosto che al dialogo. Al monologo interiore, ma potrei dire anche a quello “esteriore”, perché mi piace esprimere ad alta voce pensieri, commenti, valutazioni. E magari non fosse così, perché da questa abitudine ho tratto nella mia vita assai più danni che vantaggi. Tutti sanno che per farsi degli amici occorre molta dissimulazione e a volte qualche simulazione benevola. Ebbene, io non solo sono avarissimo di complimenti (se non m’ escono proprio dal cuore), ma per un bisogno irresistibile di dire ciò che penso, specie quando si tratta di criticare l’autorità, trascuro sia la diplomazia che la più elementare prudenza. Così, se vengo sorpreso o stimolato da una notizia o da una lettura, o da uno spettacolo, ho subito voglia di commentare ad alta voce, di comunicare le mie reazioni, anche a costo di infastidire il malcapitato che si trova nella medesima stanza immerso in tutt’altre faccende. Può capitare ad esempio che, mentre i miei familiari stanno conversando per conto loro su tutt’altro argomento, io mi introduca del tutto a sproposito con l’oggetto delle mie letture o riflessioni solitarie. Poiché mi conoscono e mi vogliono bene, loro reagiscono con una risata, ma ho dovuto imparare a controllarmi nell’ambiente di lavoro dove i colleghi sarebbero di sicuro meno comprensivi. Immagino che tutto questo si debba al modo in cui sono cresciuto, rimuginando giorno e notte, fin da bambino, su cosa dire o fare per soddisfare un insaziabile super Io. Un po’ più di compassione per me stesso e per i miei limiti umani, un po’ meno di perfezionismo e di sensibilità ai complessi di colpa avrebbero contribuito a sdrammatizzare il confronto con la mia coscienza anzitutto, e quindi col prossimo. Oggi sono perfettamente consapevole che questo mio appellarmi continuamente alla coerenza intellettuale e morale, questo condannare a ogni passo mediocrità e ipocrisia, il rigorismo che finisce prima o poi per far capolino nelle mie osservazioni valgono forse a ottenere l’approvazione, talvolta la stima, ma non la simpatia dell’ambiente in cui vivo. Quanto a correggermi, credo che sia troppo tardi. Detto questo, devo anche aggiungere che nelle rare occasioni in cui mi sono trovato di fronte ad un carattere simile al mio, capace cioè di scoprirsi e raccontare di sé con imprudente spontaneità, la cosa non mi è affatto dispiaciuta,tutt’altro. Quando mi accorgo che l’interlocutore abbassa lo scudo e abbandona le solite, noiose schermaglie verbali, ecco che l’interesse si accende e il piacere di conversare comincia. Quello di aprirsi a un dialogo senza difese è un viaggio non privo di rischi, che pochi hanno il coraggio di affrontare, perché può capitare involontariamente di offendere e di essere offesi. Richiede un grado di tolleranza e di umiltà, di consapevolezza dei propri limiti e altrui, che la nostra immaturità emotiva stenta a concederci. Ma, una volta scelto l’interlocutore adatto, è un viaggio che vale comunque la pena di fare. Avventurarsi nel territorio interiore di una persona spiritualmente ricca (non necessariamente colta) può essere più impegnativo ma anche più stimolante dei minuetti verbali a cui ci sentiamo obbligati dalla nostra educazione borghese. Gli amici coi quali mi è dato di condividere questa avventura si contano sulle punte delle dita. In gioventù era più facile ed avveniva più spesso. Ricordo appassionate discussioni sui grandi valori, sui grandi temi dell’esistenza, discussioni non astratte, legate al vissuto quotidiano. Oggi, se mi capita di imbarcarmi in discorsi così coinvolgenti, accade sempre e soltanto per una mia iniziativa, raffreddata, il più delle volte, dal silenzio imbarazzato e imbarazzante del mio interlocutore. Alla difficoltà oggettiva, psicologica e culturale, di entrare in sintonia con qualcuno, si assomma il gioco, ormai quasi istintivo nei più, della dissimulazione, l’attenzione costante a non lasciarsi coinvolgere in giudizi che possano identificare per ciò che si è e si pensa veramente. Mai come in questi casi ho la percezione esatta del danno che ricaverò dalle mie affermazioni. Mi riterrei un masochista se proprio l’imbarazzo degli altri non mi offrisse una piacevole sensazione di libertà. C’è poi una terza categoria di interlocutori possibili, e sono quelli bravissimi a simulare in privato – oggi con me, domani col mio peggiore nemico – una perfetta convergenza di idee e di opinioni. Sono gli stessi che non prendono mai posizione in pubblico, e sono i più pericolosi. Quanto a seguire il consiglio di Montaigne – portare l’interlocutore sui temi che meglio conosce – non sta forse in questo il mio mestiere di giornalista? La questione, a giudicare almeno dal modo in cui sono condotte oggi le interviste agli esperti, sulla stampa e in televisione, non è affatto pacifica. Ci sono tanti modi per scegliere e formulare le domande. Il più corretto sarebbe quello che tende a far luce sulla nostra ignoranza, ma ho l’impressione che sia anche quello meno praticato. Io stesso non sfuggo sempre alla tentazione di far confermare all’intervistato quello che ho già appreso per altre vie, la piccola “verit&ag
rave;” che mi propongo di dimostrare. Lo ritengo un peccato veniale quando l’intervista giunge alla fine di una ricerca accurata su tutte le fonti, quando la verifica sui fatti è stata portata a termine con sufficiente imparzialità, ciò che avviene ormai sempre più raramente. In genere, oggi, quando si comincia un’inchiesta si conoscono già le conclusioni a cui si vuole arrivare, e poiché non mancano esperti schierati su tutte le questioni, basta scegliere quelli che fanno più comodo alla propria tesi. A completamento della frode, si può offrire un po’ di spazio alla campana avversaria per dare al lettore il “fumus” dell’obbiettività, e il gioco è fatto. Tanti anni fa, quando il giornalismo “di inchiesta” era ancora una cosa abbastanza seria, valeva la regola che il giornalista andasse per prima cosa a documentarsi sul fatto o sull’ argomento in questione dalle persone più competenti a trattarne – i protagonisti della vicenda in primo luogo e gli specialisti della materia – riservandosi il compito di riferire al gran pubblico i risultati di questa ricerca personale nel linguaggio più adatto. C’era chi svolgeva il compito con superficialità o, peggio, con faziosità, ma in generale chi si proponeva un’indagine seria aveva modo di realizzarla. Soprattutto, nessuno metteva in dubbio l’opportunità di dare più spazio a un testimone diretto come il giornalista inviato sul posto piuttosto che al commentatore o al conduttore di turno. C’era il confronto tra le opinioni come nel famoso “convegno dei cinque”, ma quasi tutto il tempo oggi occupato dai dibattiti e dai “talk shows” sulle televisioni pubbliche e private era riservato ai documentari, alle inchieste approfondite, ai servizi speciali. Quello che si diceva alla gente era più importante del “come” lo si diceva, pur essendo la forma nient’affatto sottovalutata. Avendo vissuto direttamente e in prima persona questo passaggio, mi sono chiesto tante volte quali cause l’abbiano determinato. Quando ne ho parlato a un illustre dirigente televisivo, se l’è cavata col dire che c’è stato il passaggio dalla televisione artigianale a quella industriale, sottintendendo, immagino, complesse e inesorabili ragioni di costi e produttività. Spiegazione accettabile, ma non so quanto compatibile con gli emolumenti “americani” riconosciuti a certi conduttori di “talk show” che vanno per la maggiore. Mi convince di più un’altra ipotesi, e cioè che la concorrenza “commerciale” tra informazione e spettacolo abbia portato prima negli Stati Uniti e poi, di rimbalzo, da noi, alla spettacolarizzazione “forzata” della notizia come del relativo confronto di opinioni, alleggerendone i contenuti, semplificandone i termini, enfatizzando le contraddizioni e i contrasti, eliminando i toni grigi e sfumati che la complessità dei fatti e delle questioni oggettivamente richiede. Accanto ad essa, se ne potrebbe rischiare un’altra, più politica. In una società, come quella occidentale e americana in particolare, che attribuisce più valore alla decisione e all’azione che alla riflessione e alla conoscenza, meno si è problematici e meglio è. Semplificando i termini di una questione, si rischia di commettere errori ma si decide prima; analizzandola a fondo in tutti i suoi aspetti, si può trarre la conclusione più giusta ma quando ormai è troppo tardi. La democrazia moderna richiede sempre più spesso al cittadino di schierarsi da una parte o dall’altra, identificandosi con questa o quella corrente di opinione. Gli “opinion leaders” hanno interesse ad aggregare consensi nel modo più sicuro e rapido possibile, ciò che si ottiene più facilmente con una versione mediata e unilaterale dei fatti piuttosto che con una testimonianza diretta e imparziale dei medesimi. L’inganno è far credere che la possibilità di scegliere tra più versioni unilaterali, tra diverse faziosità, garantisca a sufficienza il diritto dei cittadini ad essere informati, come se facendo una media dei “falsi” o ascoltando la propaganda più convincente si riuscisse a sapere come sono andate realmente le cose. Nessuno mi convincerà mai che udire tre commentatori di parte gioverà alla mia comprensione più che una sola testimonianza davvero indipendente.

(Luglio 1991).

La Rai che vogliamo, 3: l’informazione in un nuovo modello organizzativo

RAI SaxaCome dovrà essere la RAI che vogliamo? Articolo 21, associazione che riunisce giornalisti e altri operatori del mondo della comunicazione, ha dedicato a questo tema la sua quarta assemblea nazionale, che si è svolta ad Acquasparta, in Umbria, dal 9 all’11 novembre del 2012. Tre giorni di dibattito per esaminare la realtà attuale e le prospettive future della grande azienda di servizio pubblico radiotelevisivo in tutti i loro aspetti: politici,culturali, sociali e organizzativi.
PRIMA PARTE (18 minuti circa): aspetti politico-istituzionali del servizio pubblico (conflitto di interessi, governance e finanziamento). Intervengono nell’ordine: Don Luigi Ciotti, Roberto Zaccaria, Enzo Carra, Giorgio Balzoni, Lelio Grassucci, Gianni Rossi, Nino Rizzo Nervo, Roberto Bertoni, Tiziana Ferrario, Andrea Camporese, Giuseppe Giulietti, Tana De Zulueta.
SECONDA PARTE (18 minuti circa), dedicata al prodotto editoriale, ospita gli interventi di Monica Guerritore, Filippo Vendemmiati, Elisabetta Tobagi, Nino Rizzo Nervo, Paolo Gentiloni, Barbara Scaramucci, Antonello Falomi, Roberto Natale, Marino Sinibaldi.
TERZA PARTE(10 minuti circa): si parla del peso delle ideologie nell’attuale modello organizzativo, del ruolo dell’informazione nella RAI del futuro, con particolare riferimento al giornalismo di inchiesta e al recupero dei temi oscurati. Intervengono Renato Parascandolo, Santo Della Volpe, Roberto Amen, Ezio Cerasi, Alessandra Mancuso, Luisa Betti, Nella Condorelli, Arianna Voto, Carlo Verna.
Queste che ho forse impropriamente definito video-sintesi sono piuttosto antologie di citazioni, scelte e montate molto liberamente con tecnica giornalistica per offrire il succo di quanto è stato detto a chi non ha tempo o voglia di dedicarsi ad una lunga registrazione integrale, comunque disponibile sul sito di Articolo 21.

Un pesce fuor d’acqua

pesce fuor d'acqua 1Fuor d’acqua un pesce nuotava nel sole/

dal suo manto di squame riflettendo/

bagliori azzurri./

“Che bello”, gli gridavano i bambini./

“non è la tua natura”, disse il cielo/

e gli mandò una nube che lo avvolse/

di gocce d’acqua/

per trasportarlo in volo fino al mare.

La RAI che vogliamo, 2 – qualità e prospettive del servizio pubblico

RAIfeat 2Come dovrà essere la RAI che vogliamo? Articolo 21, associazione che riunisce giornalisti e altri operatori del mondo della comunicazione, ha dedicato a questo tema la sua quarta assemblea nazionale, che si è svolta ad Acquasparta, in Umbria, dal 9 all’11 novembre del 2012. Tre giorni di dibattito per esaminare la realtà attuale e le prospettive future della grande azienda di servizio pubblico radiotelevisivo in tutti i loro aspetti: politici,culturali, sociali e organizzativi.
PRIMA PARTE (18 minuti circa): aspetti politico-istituzionali del servizio pubblico (conflitto di interessi, governance e finanziamento). Intervengono nell’ordine: Don Luigi Ciotti, Roberto Zaccaria, Enzo Carra, Giorgio Balzoni, Lelio Grassucci, Gianni Rossi, Nino Rizzo Nervo, Roberto Bertoni, Tiziana Ferrario, Andrea Camporese, Giuseppe Giulietti, Tana De Zulueta.
SECONDA PARTE (18 minuti circa), dedicata al prodotto editoriale, ospita gli interventi di Monica Guerritore, Filippo Vendemmiati, Elisabetta Tobagi, Nino Rizzo Nervo, Paolo Gentiloni, Barbara Scaramucci, Antonello Falomi, Roberto Natale, Marino Sinibaldi.
TERZA PARTE(10 minuti circa): si parla del peso delle ideologie nell’attuale modello organizzativo, del ruolo dell’informazione nella RAI del futuro, con particolare riferimento al giornalismo di inchiesta e al recupero dei temi oscurati. Intervengono Renato Parascandolo, Santo Della Volpe, Roberto Amen, Ezio Cerasi, Alessandra Mancuso, Luisa Betti, Nella Condorelli, Arianna Voto, Carlo Verna.
Queste che ho forse impropriamente definito video-sintesi sono piuttosto antologie di citazioni, scelte e montate molto liberamente con tecnica giornalistica per offrire il succo di quanto è stato detto a chi non ha tempo o voglia di dedicarsi ad una lunga registrazione integrale, comunque disponibile sul sito di Articolo 21.

 

L’utilità del vivere (meditando Montaigne)

Montaigne2“L’utilità del vivere non è nella durata, è nell’uso che se ne fa: qualcuno ha vissuto a lungo ed ha vissuto poco: badateci finché ci siete. Sta nella vostra volontà, non nel numero degli anni, di aver vissuto abbastanza” (Saggi I, XX, p. 112).

Una frase che ricordo di aver udito fin da piccolo: “I L. vivono a lungo, i C. purtroppo no, ma tu hai preso dai L.”. I L. erano la famiglia di mia madre, e il fatto che alcuni di loro avessero agevolmente oltrepassato gli ottanta e i novant’anni deve aver creato questa leggenda di prodigiosa longevità. Mia madre, che ottantaquattro anni li ha già compiuti, ha ancora il vezzo di nascondere la sua età o, al contrario, di ostentarla con civetteria una volta che il suo interlocutore gliene abbia dati molti di meno. Il babbo è morto a 64 anni e anche suo padre è morto così giovane che non l’ho mai conosciuto. Dei tanti fratelli di mio padre soltanto uno è morto in età avanzata. Quando arrivava in casa la notizia di quelle morti premature, mi confortavo un poco all’idea che “avevo preso” dai L. Oggi, a 56 anni suonati, penso che vorrei vivere a lungo finché continuerò ad amare la vita. Meglio se in buona salute, ma anche in compagnia di qualche dolore se questo non mi priverà di una coscienza vigile e di una buona immaginazione. Non vorrei invece restare aggrappato alla vita solo per paura della morte. Quando dovessi odiare la vita, preferisco morire. Un tempo mi preoccupavo assai più che oggi dell’ “utilità del vivere” o di quale “uso” fare della vita. Mi hanno educato a occuparmene fin dall’infanzia e in modo quasi ossessivo. Adesso so che a questa incombenza provvede da solo il mio “super Io” e a me conviene piuttosto badare a che non ecceda. Ad amare e godere la vita ho dovuto educarmi da solo, e in età abbastanza avanzata. Mi incoraggiavano sì a vivere “in pace con me stesso”, ma intendevano in pace con la mia “buona coscienza”, in altre parole con il catechismo e l’autorità. Ho dovuto educarmi da solo a vivere bene con quella parte di me stesso che avevo perseguitato o rimosso. Infanzia, adolescenza e parte della giovinezza le ho passate pensando che la vita doveva ancora arrivare. Decenni di preparazione austera alla vita: che senso ha? La vita appartiene al presente. “Godi fanciullo mio”, scriveva Leopardi, ma anche lui in fondo pensava che l’illusione di una vigilia fosse l’unica felicità concessa agli esseri umani. Come se croce e delizia del genere umano potesse essere soltanto l’amore dell’ “infinito”. E perché non amare il finito? Perché non cercare il piacere in ciò che è ora e soltanto ora, cogliendo l'”attimo presente” e lasciando al “presente che verrà” la sua parte di gioia e dolore? Mentre scrivo è una stupenda mattina di settembre, sono piacevolmente seduto sulla poltrona dello studio, lo stereo è acceso e i miei pensieri affiorano cullati da una musica antica. Perché scrivo? Scrivo perché mi piace scrivere ora. Punto e basta. Ma ecco che il mio sguardo è distratto da un piccolo insetto che vola in mezzo alla stanza. Vola silenziosamente in circolo, instancabilmente, senza posarsi. Una mosca? No, non è una mosca. E’ un tarlo. Lo sguardo corre ora alle gambe del tavolo fratino e mi accorgo che c’è polvere di segatura dappertutto. Tutto il lavoro di disinfestazione che avevo fatto lo scorso anno dovrò farlo di nuovo. Quando? Come? Quanto tempo ho prima che gli altri mobili siano anch’essi infestati? Una piccolissima ansia, piccola e fastidiosa come l’insetto che l’ha provocata, ha già turbato il mio benessere. Potrei provare a convivere coi tarli, ma prima o poi l’istinto mi obbligherebbe a difendere il mio territorio. Perché il piacere non fosse turbato bisognerebbe cancellare il dolore, cancellare la morte. Bisognerebbe che il sistema nervoso, non soltanto la mente razionale, diventasse indifferente a qualsiasi minaccia. Amare realmente la vita vuol dire anche accettare la fragilità del piacere. Se non si può cancellare il dolore, si può sempre fare qualcosa per ridurlo. Per esempio, imparare a distinguere i problemi reali da quelli immaginari, i fastidi veri e inevitabili da quelli che ci procura il nostro complicatissimo modo di vivere. Per alcuni aspetti il progresso ci rende più liberi, per altri invece moltiplica le dipendenze, affidando serenità e benessere a meccanismi sempre più complessi, alle cure di specialisti sempre più esigenti e irreperibili. Prima di prendere una decisione bisognerebbe sempre chiedersi se serve a semplificare o a complicare ulteriormente la vita. E’ vero che le complicazioni salvano dalla noia, che stimolano utilmente l’intelligenza e la fantasia. Ma quando – come sempre più spesso accade – la soluzione non dipende da noi e non si può contare su un’organizzazione sociale efficiente, alle complicazioni segue soltanto la frustrazione. Meglio risparmiare energie per i problemi che inevitabilmente ci propone la sorte. D’altra parte, se è bene evitare tutto ciò che genera ansia non è meno utile saper prevenire la noia. Quando passo la maggior parte del tempo in azioni ripetitive e automatizzate ho l’impressione di vivere meno, dunque vivo di meno. Al contrario, una vita avventurosa è anche una vita più lunga, e ciò vale per le avventure del corpo come per quelle della mente. Chi è più capace di inventarsi la vita, giorno per giorno, vive di più rispetto a chi segue un’avvilente “routine”. Odio la guerra, ho un sacrosanto terrore delle catastrofi, ma è difficile negare che l’esperienza vissuta in queste terribili circostanze possa arricchire di senso un’intera esistenza. Lionello e Augusto, due vecchi contadini che incontro la sera “a veglia” nella mia casa di campagna, non avrebbero altro da raccontare che una vita di fatiche nei campi se non ci fosse stata la “naja” a far loro conoscere il mondo. La guerra in Abissinia, la prigionia in Palestina e in Egitto, anni di paura e di sofferenza, ma non parlano d’altro, come se soltanto in quegli anni il destino avesse illuminato un’esistenza altrimenti banale. Un destino crudele, quello dei poveri, di potersi vantare soltanto delle disgrazie. Si può essere ricchi e istruiti e condurre una vita da larve, ma certo la cultura non è indifferente. Chi è in grado di sviluppare e approfondire le proprie esperienze vive di più rispetto a chi non va mai oltre la superficie. Per questo però occorre un’intelligenza paziente, e nella cella di un monastero o di una prigione c’è chi ha saputo crearsi un’esistenza più intensa e varia di quella di molti che girano il mondo senza vederlo. La varietà degli oggetti intorno a noi conta meno della sapiente arte di leggerli, cogliendone tutti gli aspetti e le dimensioni. C’è chi ha avuto una vita appassionante concentrandosi su un solo autore, un solo libro, una sola opera d’arte. Infine, vive di più chi ha maggiori capacità e possibilità di associare immagini e idee. A che altro serve, in definitiva, la nostra cultura? Settembre 1992

La RAI che vogliamo – 1: aspetti politico-istituzionali del servizio pubblico

raibenecomunefeatCome dovrà essere la RAI che vogliamo? Articolo 21, associazione che riunisce giornalisti e altri operatori del mondo della comunicazione, ha dedicato a questo tema la sua quarta assemblea nazionale, che si è svolta ad Acquasparta, in Umbria, dal 9 all’11 novembre del 2012. Tre giorni di dibattito per esaminare la realtà attuale e le prospettive future della grande azienda di servizio pubblico radiotelevisivo in tutti i loro aspetti: politici,culturali, sociali e organizzativi.
PRIMA PARTE (18 minuti circa): aspetti politico-istituzionali del servizio pubblico (conflitto di interessi, governance e finanziamento). Intervengono nell’ordine: Don Luigi Ciotti, Roberto Zaccaria, Enzo Carra, Giorgio Balzoni, Lelio Grassucci, Gianni Rossi, Nino Rizzo Nervo, Roberto Bertoni, Tiziana Ferrario, Andrea Camporese, Giuseppe Giulietti, Tana De Zulueta.
SECONDA PARTE (18 minuti circa), dedicata al prodotto editoriale, ospita gli interventi di Monica Guerritore, Filippo Vendemmiati, Elisabetta Tobagi, Nino Rizzo Nervo, Paolo Gentiloni, Barbara Scaramucci, Antonello Falomi, Roberto Natale, Marino Sinibaldi.
TERZA PARTE(10 minuti circa): si parla del peso delle ideologie nell’attuale modello organizzativo, del ruolo dell’informazione nella RAI del futuro, con particolare riferimento al giornalismo di inchiesta e al recupero dei temi oscurati. Intervengono Renato Parascandolo, Santo Della Volpe, Roberto Amen, Ezio Cerasi, Alessandra Mancuso, Luisa Betti, Nella Condorelli, Arianna Voto, Carlo Verna.
Queste che ho forse impropriamente definito video-sintesi sono piuttosto antologie di citazioni, scelte e montate molto liberamente con tecnica giornalistica per offrire il succo di quanto è stato detto a chi non ha tempo o voglia di dedicarsi ad una lunga registrazione integrale, comunque disponibile sul sito di Articolo 21.

 

 

La sfida di Grillo all’informazione e il diritto dei cittadini di sapere

di Roberto Natale, 8 marzo 2013*

grillo3“Sconvolgente, morboso, malato, mostruoso” non è l’assalto dei giornalisti ai neoparlamentari del MoVimento 5 Stelle. Quell’affollarsi di telecamere e microfoni è il prezzo, il felice prezzo, che paga ogni fenomeno nuovo e di successo che esce dall’anonimato e diventa oggetto di attenzione pubblica. Morboso, malato, mostruoso è piuttosto l’atteggiamento del loro leader: feroce avversario di Berlusconi, ma suo fedele e talentuoso emulo nel rapporto coi media. Nel ’94, nell’era analogica, ci fu la videocassetta della cosiddetta “discesa in campo”. Oggi che siamo digitali c’è il post. Ma uguale è la pretesa di una comunicazione unidirezionale, in cui le domande dei giornalisti sono un fastidioso inciampo da togliere di mezzo: con gli editti, con gli insulti, con le minacce. Noi non abbiamo cambiato idea: ai personaggi che abbiano ruolo pubblico compete il dovere di rispondere. E pazienza se la prova-telecamera talvolta provoca crepe nella fiducia dell’opinione pubblica. Tutta Italia rideva quando le Iene ricevevano risposte imbarazzanti ai test di storia fatti sulla piazza di Montecitorio. Antonio Di Pietro ha pagato un prezzo alto ad un’inchiesta televisiva di Report sulle sue proprietà immobiliari. Perché ora bisognerebbe riservare un trattamento di favore ai nuovi arrivati? L’opinione pubblica ha il diritto di conoscere le opinioni dei neoparlamentari sul fascismo o sui microchip inseriti negli Usa sotto la pelle degli individui. E se Grillo cerca i “mandanti” di queste operazioni, può aiutarlo un memorabile Altan di annata: “a volte mi chiedo chi sia il mandante di tutte le cazzate che faccio”.
Il problema delle proprietà dell’informazione esiste di certo, ma nello schema di Grillo non è solo il giornalismo “asservito” a fare problema: è il giornalismo in quanto tale a dar fastidio, perché le domande non sono previste nel rapporto diretto tra il leader carismatico e il suo popolo.
Con tutte le sue contraddizioni, zone d’ombra, incertezze, la gran parte del giornalismo italiano ha però dimostrato in questi vent’anni che il bavaglio non se lo vuole far mettere. L’allenamento intenso fatto con Berlusconi può tornare utile oggi, se Grillo intende continuare in questa sfida all’informazione, cioè al diritto dei cittadini di sapere: di sapere anche come a pensino gli altri 161 parlamentari oltre i due capigruppo autorizzati dal capo all’uso della parola.
Quanto poi alla proposta di vendere due reti Rai, sarebbe interessante sapere da Grillo (magari glielo facciamo chiedere da un giornale straniero) se abbia seguìto la recente vendita de La7, e abbia letto delle preoccupazioni diffuse per il possibile ampliarsi della già esorbitante influenza berlusconiana. Vogliamo incrementarla ulteriormente? Il discorso sulle dimensioni della Rai sta all’interno di una profonda revisione del sistema dei media: conflitto di interesse, tetti alla concentrazione pubblicitaria, misure per la salvaguardia dell’emittenza locale (che sta precipitando in una crisi mortale: al MoVimento 5 Stelle interessa, o basta la rete?). E si potrebbe scoprire persino che ciò di cui ha bisogno il Paese non è la privatizzazione della Rai, di fatto per tanti versi già privatizzata da partiti e gruppi di potere; ma una Rai “ripubblicizzata” , aperta ai cittadini nei suoi palinsesti e nelle sue stesse forme di governo.* da Articolo 21, il grassetto è di nandocan

Il web disarciona il giornalismo

Bartoloni Romanodi Romano Bartoloni*, 8 marzo 2013 – Una volta il giornalismo aveva il polso della situazione del Paese, oggi non più. Terremotando la politica, le ultime elezioni hanno segnato il trionfo di Internet, mentre il boom del web ha spuntato le armi dei giornalisti che non ne hanno azzeccata più una. Persino i talk-shaw sono stati battuti dall’euforia del digitale, dalla voglia di contare di più da parte degli eserciti di internauti. Lo choc ha disorientato i pezzi da novanta del giornalismo, e con loro il codazzo di opinionisti di ogni peso e di ogni livello di presunzione. Li ha traditi la supponenza del saccente e la miopia autoreferenziale. Nonostante in molti origliassero fra gli anfratti della rete dal buco della serratura, non si è saputo cogliere la dimensione dei cambiamenti e l’impeto sconvolgente della democrazia diretta, e si è continuato a inseguire sondaggi surreali. A rimorchio del Palazzo della politica in mano a gente screditata, si è smarrita la bussola dell’opinione pubblica, e si è finito con il navigare a vista nel virtuale.

I mass-media tradizionali stanno perdendo il controllo della notizia che il web produce e auto produce da sé a ritmi incontenibili, stritolandola in mezzo alle ruote di una comunicazione prodotta da una miriade di protagonisti. Si fatica a intercettare i flussi delle fonti di informazione moltiplicatisi in misura esponenziale, e che ti passano sotto il naso a velocità supersonica. Si cerca di cogliere, fior da fiore dalla montagna interattiva, almeno gli spunti che possano soddisfare la spettacolarità degli eventi secondi canoni del mestiere avviati al tramonto. Il ruolo di mediatori tra i fatti e i cittadini si è indebolito al tal punto che i grillini dell’ultima ora hanno trovato la sfacciataggine di sfotterci. Peraltro, si rischia di ammainare la bandiera del giornalismo in un mondo editoriale che, invece, di mettersi al passo con i tempi, si illude di salvare la pelle smantellando le migliori energie professionali.

Diventa follia suicida restare a guardare la grande vetrina interattiva senza entrarci dentro con la forza dell’esperienza e l’autorevolezza del cronista. Non basta che lasciamo ai lettori l’opportunità di interagire con noi, con i nostri blog e con le nostre piattaforme digitali. Di questo passo, ci si infila in un ruolo di nicchia. Per raggiungere le grandi masse di navigatori, bisogna invertire la rotta. Non aspettarle nei nostri acquartieramenti, ma interloquire, con tenacia e spirito di servizio, in casa loro, dentro i siti, i social network, e i blog più frequentati assicurandoci ovviamente il rimbalzo sui mass-media multimediali. Ad esempio, che si aspetta a spiegare nei territori di M5stelle dove porta l’antisistema e raccontare come il fascismo conquistò il potere grazie all’ignavia dei partiti? Probabilmente si incavoleranno per l’interferenza, ma qualcuno comincerà ad aprire gli occhi e forse a ragionare sui valori della democrazia e a rispettare il ruolo del giornalista.

*Presidente Sindacato cronisti romani, il grassetto è di nandocan

Ragionamento in attesa che si cheti il polverone

Bersani Pier Luigidi Andrea Ermano, da l’Avvenire dei lavoratori, 8 marzo 2013*

D’accordo, il prossimo governo – qualunque esso possa essere, e fosse pure “del presidente” o “di scopo” o addirittura un altro esecutivo “tecnico” – dovrà comunque poggiare, almeno inizialmente, su “convergenze parallele”. Su questo punto, a nostro giudizio, ha completamente ragione lo storico del socialismo Giuseppe Tamburrano, la cui acuta rievocazione storica in chiave di attualità riportiamo qui sotto.

Ma allora, e a maggior ragione, perché le “convergenze parallele” del PD con Berlusconi (ad altissimo costo politico) dovrebbero funzionare meglio di quelle con i montiani e i transfughi eventualmente a venire?

Può il PD fare una legge sul conflitto d’interessi con il cavaliere? Evidentemente no. E allora può il PD, per la sesta legislatura consecutiva, permettersi di sacrificare la legge sul conflitto d’interessi sull’altare di un “inciucio” con l’Unto di Arcore? Evidentemente no. Infine, può la repubblica italiana bruciare il centro-sinistra, ultima riserva organizzata della nostra democrazia, in operazioni così avventurose? Evidentemente no.

A fronte di ciò, giustamente D’Alema si rammarica del fatto che “in un momento così drammatico, non sia possibile in questo Paese una risposta in termini di unità nazionale”. Ma l’Italia attualmente non possiede questa possibilità “e l’impedimento è rappresentato da Silvio Berlusconi”.

I cosiddetti “poteri forti” – Mediaset inclusa – stanno alzando polveroni di grande effetto scenografico contro la linea di Bersani, ma se parliamo di “convergenze parallele” è proprio il segretario del PD a presentare indiscutibili vantaggi rispetto a ogni suo concorrente possibile. Eccone alcuni.

Bersani ha una maggioranza di suo alla Camera e non dista moltissimo dall’averne una anche al Senato perché i “montiani”, diversi “grillini”, forse anche alcuni “pidiellini”, nonché probabilmente i senatori a vita potrebbero ben aderire a uno scenario di “convergenze bersaniane”, mentre è assai dubbio che i democrats (per non parlare dei “vendoliani”) siano disponibili a sostenere altre ipotesi d’assetto alla Camera.

Bersani può garantire meglio di chiunque altro un quadro a venire di “Unità nazionale”, allorché Berlusconi compisse l’augurabile “passo indietro”.

Bersani è già pienamente inserito nel contesto politico europeo del PSE e quindi sa come coordinarsi con Hollande e gli altri nello scontro di potere in atto a Bruxelles per il superamento delle politiche recessive della signora Merkel.

Bersani è l’unico candidato premier in grado di moderare il confronto con e tra le parti sociali. Non dimentichiamo in particolare la Cgil e la Fiom, che hanno battuto in breccia la linea Monti-Merkel. I “retroscenisti” di obbedienza confindustriale non lo dicono, ma questo è un responso assai importante tra quelli usciti dalle urne.

* il grassetto è di nandocan

 

8 marzo: Rai, occasione persa

di Vittorio Di Trapani*

raicavallo4Una occasione persa. Un’altra occasione persa. Per l’8 marzo la Rai non ha organizzato una prima serata di informazione per parlare dell’infamia del femminicidio. Se la Rai vuole recuperare il proprio ruolo di Servizio pubblico deve avere il coraggio di tornare a raccontare la realtà. Se ne è parlato nel corso dell’incontro “Donne e informazione: ricominciamo dai giovani”, organizzato dalla Commissione Pari opportunità dell’Usigrai in contemporanea al Liceo Tasso di Roma e al Meli di Palermo, e che domani farà tappa all’Università Cattolica di Milano. Serve un cambio di passo. Urgente.
Sull’informazione e sull’approfondimento, la Rai si era impegnata ad assicurare una inversione di tendenza.
Ancora brucia il vuoto che si è creato il giovedì sera dopo la chiusura di Anno Zero. Oggi invece parte un nuovo talent show musicale, con un atto di autolesionismo: la scelta come partner ufficiale di una radio privata concorrente.
L’Usigrai non lascerà che la Rai venga stritolata tra il conservatorismo e il qualunquismo.
Altro che vendita e privatizzazione: il Servizio pubblico ha bisogno di idee, progetti e investimenti.
Noi faremo la nostra parte con il “coraggio del cambiamento”.* Segretario nazionale Usigrai

“Non vanificare la sovranità popolare”

articolo-uno-costituzione

I Comitati Dossetti perla Costituzione ed Economia Democratica si rivolgono ai due soggetti politici che in questo momento hanno in mano il destino dell’Italia: gli eletti al Parlamento del 24-25 febbraio e gli elettori che nell’occasione hanno trasformato la volontà popolare in rappresentanza politica. “Agli uni e agli altri – scrivono – rivolgiamo il pressante appello a salvaguardare la Costituzione come condizione per far ripartire l’economia e salvare il Paese”.

“È necessario prendere atto che le divisioni presenti nella nostra comunità nazionale e tradottesi ora nelle divisioni della rappresentanza, sono molto profonde. Esse derivano da una disparità sempre maggiore nella situazione economica e nelle prospettive di vita tra anziani e giovani, tra ricchi e poveri, tra quanti galleggiano nella crisi e quanti ne sono sommersi, e attengono anche a diversità culturali e morali sempre più accentuate sul modo di concepire la sfera pubblica, sul rapporto tra legalità e arbitrio, sui modi di vita e di sviluppo, sul rapporto con l’ambiente e i beni comuni e sulle stesse forme della vita democratica. Queste differenze che attraversano la nostra società sono purtroppo ignorate dal sistema informativo-pubblicitario dei media, forse non ingiustamente disertati da alcuni, sicché appaiono col voto come sorpresa; in effetti tali contraddizioni ci sono e possono essere ricomposte solo attraverso conversioni e ricostruzioni di lungo periodo, e non attraverso affrettati espedienti politici”.

“In ciò – sottolineano – risiede la difficoltà di fare un governo, e non semplicemente nella mancanza di responsabilità e di misura. In questa realtà di divisione, una sola cosa abbiamo comune, ed è la Costituzione. Sarebbe un gravissimo errore avviare il processo di uscita dalla crisi cominciando con mutamenti costituzionali che semmai vanno riservati a una fase più avanzata, come altrettanto erroneo sarebbe il perseguire una semplificazione del quadro politico mediante leggi elettorali ancora più maggioritarie e discriminanti del “porcellum”, con cadute antiproporzionaliste e improvvisazioni presidenzialiste.

La salvaguardia del quadro costituzionale è essenziale non solo per non disperdere un patrimonio di valori condivisi e preservare la legittimazione etica dell’ordinamento, ma anche perché è condizione e garanzia di sicurezza per tutti, democratici e Cinque stelle, destra e sinistra, inclusi ed esclusi dalla rappresentanza parlamentare.

Riguardo agli eletti al nuovo Parlamento, la norma della Costituzione che prima di tutto essi sono chiamati a rispettare è l’art. 1 che stabilisce come “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. La Costituzione non si limita a proclamare la sovranità popolare. Dice che deve essere esercitata. Essa viene esercitata quando il potere del popolo si concretizza, attraverso l’investitura parlamentare, nei poteri di governo, così come attraverso l’ordine giudiziario essa si traduce concretamente nel potere di giurisdizione. Se i parlamentari eletti, perseguendo altre priorità, si dichiarano estranei al compito di trasformare la sovranità in potere di governo, ponendosi di fatto fuori del circuito popolo-Parlamento-governo, minanola Costituzione nel suo fondamento e vanificano quella sovranità popolare per realizzare la quale vengono eletti. In questo caso a essere puniti non sarebbero i politici, ma sarebbero puniti e traditi gli stessi cittadini.

Altra norma decisiva per gli eletti del 24-25 febbraio è l’art. 67 per il quale “ogni membro del Parlamento rappresentala Nazionesenza vincolo di mandato”. Ciò non significa che ognuno può fare quello che vuole, ma che il parlamentare non è tenuto a nessun altra obbedienza se non al bene della Nazione che rappresenta. Non avere altre obbedienze vuol dire per il rappresentante  essere libero di compiere in ogni momento, anche in circostanze prima non prevedibili, ciò che ritiene più utile al Paese. Vincoli sottoscritti in occasione della candidatura possono avere rilevanza sul piano morale, e ne è giudice la coscienza, ma in nessun modo e da nessuno possono essere fatti valere per esigere questo o quel comportamento del parlamentare. Un vincolo di mandato sarebbe la fonte di un conflitto d’interessi permanente tra gli interessi del mandante e l’interesse generale a cui deve provvedere l’eletto. Solo così funziona ed è legittimata la rappresentanza, a differenza di quanto accade per le forme di democrazia diretta. Un vincolo di mandato è strutturalmente impossibile nella democrazia rappresentativa, e la sua esclusione rientra nella stessa definizione di essa; non è una invenzione della casta, ma  è originaria, tanto da risalire alla Costituzione francese del 1791.

Per quanto riguarda l’elettorato che anche per la complicità di una legge elettorale antitetica allo spirito della Costituzione ha dato luogo a un Parlamento che renderebbe l’Italia ingovernabile, le norme costituzionali di più necessaria attuazione sono gli articoli 48, 49 e 54.

Secondo l’art. 48 il voto è un “dovere civico”; poiché tale dovere non è fine a se stesso, non si può pensare che tale voto sia dato o sia usato allo scopo di affermare o dimostrare l’ingovernabilità del Paese. Pertanto a tale dovere del cittadino corrisponde il diritto che gli eletti si adoperino in buona fede per far funzionare l’ordinamento costituzionale. Un diritto che l’elettorato può far valere.

L’art. 49 riconosce ai cittadini il diritto di  “associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, individuando nei partiti le realtà associative attraverso le quali i cittadini possono raggiungere tale scopo. Una linea culturale e politica intesa alla distruzione dei partiti, e di tutti i partiti, vanificherebbe il diritto dei cittadini a determinare in forme associate la politica nazionale, ridurrebbe la loro azione al piano sociale o a quello virtuale ed ancora circoscritto del web, e lascerebbe loro solo il diritto di eleggere a determinate scadenze una classe o casta dirigente.

L’art. 54 dice che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. L’elettorato è giudice dell’adempimento di questo dovere, ma nessun giudice può giudicare all’ingrosso, prescindendo dalle responsabilità personali senza discernere tra colpevoli e innocenti. Non tutti i partiti appartengono alla stessa storia e sono imputabili delle medesime responsabilità; e certamente c’è differenza tra chi in campagna elettorale impegna i soldi dell’erario per una vera e propria corruzione dei cittadini con la promessa di una regalia in danaro sotto forma di restituzione dell’IMU, e chi è fin troppo prudente nel non promettere più di quanto ritiene possibile fare. Un elettorato che permetta che il suo voto sia interpretato e brandito come un’accusa verso tutti quanti esercitano funzioni pubbliche e come una condanna di tutti i partiti, senza distinzione alcuna, vedrebbe vanificato il suo ruolo e perderebbe credibilità riguardo alle sue scelte e alle sue pronunzie.

Pertanto la fedeltà alla Costituzione, ai suoi principi e alle sue norme, è oggi l’unica via per dotare di un governo il Paese e portare l’Italia fuori della crisi”.

6 marzo 2013

Smacchiare il giaguaro

giaguaroRoma, 9 febbraio 2013 – Bersani e Monti: l’alleanza non c’è ancora. Dichiararla prima del voto porterebbe chiarezza, ma farebbe  perdere voti a destra e a sinistra. In una campagna elettorale giocata dall’avversario comune, con sconcertante successo, sulle menzogne e sulle false promesse, una “dissimulazione onesta” delle intenzioni  è  legittima difesa. Ma per il dopo elezioni quella sembra la soluzione probabile. Sempre che i risultati elettorali non smentiscano le previsioni e che il centrosinistra sia sempre deciso ad andare al governo solo con una robusta maggioranza.

Allora Vendola finirà per ammettere che in questo passaggio elettorale più a sinistra non si può. Per battere il populismo demagogico e corruttore di Berlusconi, accetterà il compromesso con una destra rispettabile. Monti si convincerà che fare i conti con Vendola è  più conveniente che trattare con Berlusconi, rendendosi conto che per il PD rompere la coalizione dei progressisti sarebbe invece poco meno che un tentato suicidio.

Certo è che il quadro politico appare oggi molto cambiato anche rispetto ad un anno fa. Ci eravamo  illusi che il cavaliere e la sua corte fossero definitivamente usciti di scena, che Monti e Casini  potessero prenderne il posto, che insomma l’Italia stesse finalmente per diventare un paese moderno (“normale”), con una dialettica politica bipolare simile a quella dei paesi europei più avanzati. Non è andata così. La suggestione che quelle menzogne e quelle false promesse  sembrano ancora in grado di esercitare su una parte consistente dell’elettorato dimostra che la potenza di fuoco mediatica di cui Berlusconi sfacciatamente dispone può colpire ancora una volta. Se non per vincere, per impedire ad altri di governare.

Che nella mentalità di ogni italiano vi sia una dose, piccola o grande, di anarco-individualismo non è solo un luogo comune. E decine di indagini sociologiche documentano l’analfabetismo politico e istituzionale diffuso in Italia. Su queste basi il berlusconismo, come più in generale il populismo di ogni colore,  ha costruito e continuerà a costruire le proprie fortune.

Combattere queste devianze culturali, prima ancora che politiche, è davvero imperativo. In questo compito sono impegnati associazioni e movimenti della società civile, con iniziative diffuse nel territorio che arricchiscono la partecipazione e sono state di stimolo  al rinnovamento della democrazia interna di qualche partito.  Ma è impresa di lunga durata, che per riuscire chiede comunque di essere accompagnata da una comunicazione finalmente libera dai conflitti di interesse e dalle pressioni di qualsiasi potere. Mentre gli abusi a cui stiamo assistendo anche in questa  campagna elettorale fanno capire qual è la determinazione di Berlusconi al riguardo.

I pericoli a cui andiamo incontro sono tali che non possiamo, nella ricerca astratta del meglio, rischiare di perdere il meno peggio. L’alternativa proposta da Ingroia, una maggioranza  di centrosinistra che si appoggi a “rivoluzione civile”, non potrebbe considerarsi adeguata, sia in termini di forza parlamentare – difficilmente raggiungerebbe quel 51 per cento che Bersani giudica insufficiente – sia in considerazione della credibilità richiesta dal contesto politico e finanziario europeo per affrontare la crisi economica in atto. Senza una rassicurazione immediata sulla stabilità del futuro governo, il “pareggio” al Senato fra le due coalizioni principali, tutt’altro che improbabile, rischia di avere serie conseguenze sul nostro debito pubblico. Ma anche una vittoria di stretta misura del centrosinistra sia alla Camera che al Senato non garantirebbe la forza che occorre per mettere in atto quelle riforme che la “Carta di intenti” prevede.

In questi giorni Monti è tornato a parlare genericamente di “equità”, di necessario impulso alla crescita. Forse mi illudo, ma possiamo fargli, almeno provvisoriamente, credito della buona volontà di riempire finalmente di contenuti quelle parole? In Europa sarà dura, come ha dimostrato anche la sessione di bilancio appena conclusa a Bruxelles. Tuttavia, con l’aiuto di Hollande Monti può essere indotto ad usare con maggiore determinazione il suo prestigio e la sua competenza per una politica economica più sensibile ai bisogni dei popoli che a quelli delle grandi banche. Dice, e in parte ha mostrato, di voler combattere l’evasione fiscale, la corruzione, l’illegalità. Con il centrosinistra e non più  zavorrato dalla destra farebbe probabilmente di meglio. Lo stesso dicasi per la riforma della RAI  e del sistema radiotelevisivo. E così via. Intanto, possiamo apprezzare il via libera che oggi i montiani hanno dato al voto per Ambrosoli presidente in Lombardia. Se PD e SEL vincessero il premio di maggioranza al Senato, questo peserebbe sugli equilibri dell’alleanza di governo. Mettiamocela tutta. Forse riusciremo a smacchiare il giaguaro.

Rodotà al Quirinale – comunicato della fondazione etica liberale

Rodotadi Enzo Marzo – La questione della elezione del prossimo Presidente della Repubblica rischia di essere impostata in maniera distorta con l’alibi di trovare un assetto politico che consenta di uscire dall’impasse creata dalle elezioni del 24 e 25 febbraio.
Questa scelta, decisiva in una caotica e pericolosissima fase, rischia di diventare merce di scambio in un “compromesso scellerato” tra forze politiche che dovrebbero essere incompatibili. In questo quadro riteniamo anche di dover inserire la ventilata ipotesi di non elezione di un Presidente nuovo.
La delicatezza della situazione esige dal Parlamento una lungimiranza coerente all’attuale momento storico.
In particolare, la sinistra, che ha la maggioranza assoluta alla Camera e il gruppo senatoriale più ampio, trovandosi sulle spalle la maggiore responsabilità per i nuovi assetti politici e istituzionali, deve assumersi l’onere di una proposta che vada oltre l’immediata utilità di bottega e le pur legittime aspettative di personalità dei propri apparati.
Il paese ha bisogno di un Presidente della repubblica che garantisca patriottismo costituzionale, rispetto rigoroso del costituzionalismo, esperienza istituzionale, saggezza personale, attitudine alla tutela delle regole della democrazia (in comprovato equilibrio tra i suoi aspetti formali e sostanziali), cultura dei diritti, attenzione e comprensione rispetto al valore della cittadinanza e alle mutazioni in corso che lo coinvolgono, prestigio internazionale, passione per la libertà come per l’equità, estraneità alla casta, ai suoi rituali, ai suoi privilegi, normalità e sobrietà di cittadino nei comportamenti privati.
Considerato tutto ciò, la candidatura che corrisponde a queste caratteristiche e al tempo stesso – a nostro giudizio – ha la possibilità concreta di riscuotere il necessario largo consenso è quella di Stefano Rodotà.
*il grassetto è di nandocan

Morozov e la “retorica web” del M5S. “Sono scatole oscure, non democrazia”

Vi segnalo l’ interessante articolo-intervista  di Raffaella Menichini sulla Repubblica-Pubblico sull’uso politico della rete. Ne parla un giovane politologo autore che ben conosce la rete e i suoi meccanismi.(nandocan)

di Raffaella Menichini – Il politologo bielorusso, autore del best-seller “L’ingenuità della Rete”, analizza l’ascesa del movimento di Grillo. “Il problema della politica non sono i costi della comunicazione, c’è ancora bisogno di leader e di messaggi universali”. Internet? “Un trucco per legittimare un movimento di dilettanti”.

Morozov e la "retorica web" del M5S "Sono scatole oscure, non democrazia"

Con il suo The Net Delusion (L’ingenuità della Rete, Codice Edizioni) due anni fa Evgeny Morozov scuoteva l’establishment intellettual-tecnofilo americano e internazionale con tesi provocatorie e appassionate contro la retorica che ci voleva all’alba di una nuova democrazia globale scaturita grazie alla Rete. Una sorta di batteria di fuoco di controinformazione sparata sulla tesi di una Rete salvifica, potenziale sostituto delle pratiche politiche, associative, comunitarie “tradizionali” e piramidali in favore di una distribuzione egualitaria dei mezzi di partecipazione grazie agli strumenti offerti da Internet. Tesi smontata pezzo a pezzo, con un’approfondita analisi degli interessi economici e di potere che giocano (soprattutto in Europa dell’Est, da cui proviene il bielorusso Morozov, ma non solo) dietro questa retorica, ma che cela anche una grande passione: la Rete è uno strumento eccezionale, ma bisogna scoprirla e saperla usare per non esserne strumentalizzati. Lo stesso filone che il giovane (nato nel 1984) politologo, blogger e ricercatore all’Università di Stanford, svilupperà nel suo prossimo libro (“To save everything, click here”). Il suo è dunque un punto di vista radicale sulla “retorica digitale” che – sostiene – è stato il principale ingrediente dello straordinario successo del Movimento 5 Stelle: “Rischiate che il vuoto politico si riempia di totalitarismo o managerialismo”. Ma che non è un fenomeno isolato, mentre negli Usa sta prendendo piede la politica-marketing: messaggi su misura per gli elettori, a scapito del messaggio calibrato sull’interesse collettivo.

 (segue intervista – cliccare per leggerla)

Il potere del Grillo

di Massimo Malerba, 5 marzo 2013*

beppe-grilloNel momento in cui entra in Parlamento, per me, il Movimento 5 Stelle diventa un partito come gli altri, un soggetto parlamentare che esercita legittimamente un potere.E’, insomma, un potere forte o forse, come direbbe qualcuno, un potere liquido che si costituisce attraverso articolazioni innovative, caotiche e moltitudinarie.

Le sentinelle di questo potere sono gli influencer, i portatori di senso che agiscono nel web, diffondendo la dottrina virale, per orientare l’asse dell’opinione pubblica più avanzata, quella connessa, quella che fa opinione. Non mi riferisco ai normali cittadini che credono di aver fatto la rivoluzione ma a coloro che operano su input diretto o indiretto del potere. Ai guardiani della Rivoluzione.

I dati dell’Istituto Cattaneo parlano chiaro: ciò che ha decretato la vittoria del 5 Stelle è la fascia anagrafica 18-25 anni. In massa, i giovani, hanno votato per Grillo con qualche ragione. E’ la generazione digitale. Per questo il territorio di conquista è quello della rete. Oggi non vinci o non sei determinante se non ti collochi in posizioni egemoniche nella rete. Un vantaggio che Grillo ha abilmente coniugato ad una epica campagna di piazza, lo “Tsunami Tour”, il mainstream elettorale.

In quanto potere anche il Movimento 5 Stelle va monitorato, giudicato, criticato. Non è solo un diritto ma un dovere di ciascun cittadino vigilare sull’esercizio di questo e degli altri poteri. E chiunque abbia a cuore il tema della partecipazione democratica dovrebbe incoraggiare questa prassi. Chi invece reagisce alle critiche con il ritornello del presunto complotto contro il 5 Stelle da parte di chi lo teme (“hai paura eh?”), compie un atto di conformismo culturale, o peggio di servilismo politico, che ricorda tanto il berlusconismo.

E’ bene che gli attivisti veri del Movimento (non mi riferisco agli influencer) dismettano l’assetto “a testuggine” e ne assumano uno più consono ad un soggetto parlamentare: quello dell’ascolto. Perché da ora in poi le risposte che non danno ai giornalisti cominceranno a doverle dare ai cittadini. Esattamente come tutti gli altri.

* da Articolo 21, il grassetto è di nandocan

Foto Berlusconi a Villa Certosa. Cinque mesi di reclusione a ex direttore di oggi

da Ossigeno Informazione – 3 marzo 2013 –

Foto Berlusconi a Villa Certosa. Cinque mesi di reclusione a ex direttore "Oggi"

Per averle pubblicate Pino Belleri dovrà inoltre pagare diecimila euro di danni. Furono scattate a Villa Certosa da Antonello Zappadu,  mostrano il Cavaliere con alcune giovani ospiti

Il giudice ha ritenuto che non si può invocare il diritto di cronaca e ha condannato l’ex direttore del settimanale Oggi, Pino Belleri, a 5 mesi di reclusione (pena sospesa) per ricettazione ed interferenza illecita nella vita privata e ad un risarcimento danni di diecimila euro da versare a Silvio Berlusconi. La decisione è del giudice della quarta sezione penale di Milano, Maria Teresa Guadagnino. La colpa; aver pubblicato, il 17 aprile 2007, quindici fotografie che ritraggono Berlusconi e un gruppo di ragazze sue ospiti che si trovavano all’interno della residenza privata di Villa Certosa (Olbia), in Sardegna.

Le immagini, pubblicate in un servizio intitolato «L’harem di Berlusconi», erano state scattate dal fotografo Antonello Zappadu: nei suoi confronti è in corso un distinto processo al Tribunale di Olbia, per violazione di domicilio e della privacy.

Il pubblico ministero aveva chiesto per Belleri una condanna a un anno e cinque mesi di reclusione. Il leader del Pdl, costituitosi parte civile, aveva chiesto un risarcimento di centomila euro.

L’avvocato Caterina Malavenda, che ha difeso Belleri, ha sostenuto che gli elettori avevano il diritto di conoscere il «modo di fare» di un leader che sosteneva una «linea politica pro-famiglia».

La curia vaticana si prepara al conclave: lo scontro sulle nomine

Ratzinger Bertone37066. CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA*. Che dietro le dimissioni del papa ed il Conclave ormai prossimo si stia consumando uno scontro fortissimo all’interno della Curia vaticana e dei vertici ecclesiastici – il segno più evidente dell’emergere di enormi contraddizioni all’interno dell’assetto di poteri economici finanziari che sostiene l’establishment vaticano – lo dimostra una volta di più il giro vertiginoso di nomine delle ultime settimane. Come se l’uscita di scena del pontefice avesse accelerato una serie di reazioni a catena. E come se lo stesso Benedetto XVI stesse cercando di preparare il terreno al proprio successore.

Rimozioni e nomine dell’ultimo minuto
Abbiamo già avuto modo di parlare del cambio della guardia ai vertici dello Ior, la cui presidenza, dopo una “vacanza” durata ben 9 mesi, è andata all’avvocato Ernst von Freyberg, leader in Germania della potentissima lobby dei Cavalieri di Malta, nonché presidente della Voss Schiffswerft und Maschinenfabrik, una società di Amburgo attiva nella cantieristica navale (a scopi civili e militari). 
Più recente (16 febbraio), la rimozione dalla Commissione cardinalizia di vigilanza dello Ior del card. Attilio Nicora, grande oppositore di Bertone all’interno della banca vaticana ed artefice di quelle norme per la trasparenza finanziaria varate nel 2010 da Benedetto XVI e successivamente depotenziate, su temi cruciali come la retroattività del dispositivo, proprio dal segretario di Stato. All’interno dello Ior Nicora è infatti sostenitore, assieme al card. Tauran, ma anche a figure come quella del dimissionato ex presidente Ettore Gotti Tedeschi, della necessità che la finanza vaticana si adegui alle normative europee ed alla collaborazione con le sue istituzioni bancarie e governative, per non perdere la possibilità di intrattenere rapporti con gli istituti di credito italiani e comunitari. La posta in gioco non è di scarso peso, né economico né “politico”. Ne è un esempio il clamoroso stop, ad inizio anno, ai pagamenti tramite bancomat e carte di credito all’interno delle mura vaticane imposto a Deutsche Bank Italia (che ha la gestione dei terminali Pos, cioè le macchinette dove “strisciare” le carte, in Vaticano), priva dell’autorizzazione necessaria per operare in Stati che agiscono fuori dalle normative dell’Unione Europea, come appunto il Vaticano.

Il sequestro (avvenuto poco prima che il papa varasse le norme antiriciclaggio) da parte della Procura di Roma di 23 milioni di euro depositati dallo Ior su un conto presso il Credito Artigiano è un altro esempio. All’epoca, il pm Stefano Rocco Fava e il procuratore aggiunto Nello Rossi sequestrarono il denaro prima che potesse essere trasferito dal conto dello Ior presso il Credito Artigiano alla Jp Morgan di Francoforte (20 milioni di euro) e alla Banca del Fucino (3 milioni). Secondo i pm, infatti, l’istituto vaticano si era rifiutato di dire «le generalità dei soggetti per conto dei quali eventualmente davano esecuzioni alle operazioni». In pratica, il reale proprietario dei soldi. Dalle indagini della Guardia di Finanza emergeva che lo Ior avrebbe versato sul suo conto al Credito Artigiano 15 milioni di euro provenienti dalla Cei, e frutto dell’8 per mille, con fondi di soggetti diversi. Inoltre, come raccontò Marco Lillo sul Fatto Quotidiano (31/1/12) «da altre operazioni emergeva che lo Ior funzionava come una fiduciaria e i suoi conti erano stati usati per schermare persino i proventi di una presunta truffa allo Stato italiano realizzata dal padre e dallo zio (condannato per fatti di mafia) di don Orazio Bonaccorsi (un prete catanese in servizio presso la Curia Romana, ndr)».

Se la “trasparenza” in Vaticano diventasse realtà, potrebbero venire fuori casi molto più eclatanti di quello scoperto dalla Procura di Roma.
In ogni caso l’uscita di Nicora, che è presidente dell’Autorità di informazione finanziaria della Santa Sede, dai vertici dello Ior era comunque pronosticata da tempo. Già nel luglio del 2012 Moneyval, la Commissione di esperti sulla valutazione delle misure di anticiriciclaggio monetario e di terrorismo finanziario – il meccanismo di monitoraggio del Consiglio d’Europa che dovrebbe assicurare che gli Stati membri rispettino gli standard finanziari internazionali – aveva rilevato che vi era un oggettivo conflitto di interessi tra il ruolo di Nicora all’interno della Commissione cardinalizia di vigilanza dello Ior e la carica contestualmente ricoperta di presidente dell’Aif, l’autorità di informazione finanziaria vaticana, nata nel 2010 sulla falsa riga dell’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia proprio col compito di vigilare sull’operato dello Ior. Un doppio ruolo, quello di “controllore” e “controllato”, che non si sarebbe potuto protrarre a lungo, pena la vanificazione proprio di quello sforzo di adeguamento agli standard europei di cui Nicora è il primo sostenitore. Non è quindi tanto l’abbandono di Nicora la vera notizia, quanto la nomina del suo successore, il card. Domenico Calcagno, fedelissimo di Bertone, che aveva già sostituito Nicora nel 2011 alla guida dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa).

Balestrero, promoveatur ut amoveatur?
Legata alla vicenda dello Ior anche la nomina di mons. Ettore Balestrero, che passa dalla Segreteria di Stato con il ruolo di sottosegretario della sezione per i Rapporti con gli Stati a nunzio in Colombia. 
Considerato vicino a Comunione  e Liberazione, uno dei movimenti più radicati negli “interessi materiali” della Chiesa in Italia (e non solo), nei mesi scorsi Balestrero era stato a capo della delegazione che aveva negoziato con Moneyval, per conto del segretario di Stato vaticano, l’ingresso del Vaticano nella white list dei Paesi finanziariamente “virtuosi”. Balestrero, altro allievo della scuola del card. Giuseppe Siri ad aver fatto una fulminea carriera sotto il pontificato di Benedetto XVI, ha goduto dell’ampia fiducia di Bertone. Un fatto che potrebbe essere una delle ragioni del suo trasferimento, in una sede peraltro prestigiosa, ma che lo ha allontanato, a soli 5 giorni dalla fine del pontificato di Benedetto XVI, dalle vicende interne vaticane in un momento cruciale. In ogni caso, grazie alla nomina a nunzio, Balestrero diventa arcivescovo a 46 anni, e va a guidare una nunziatura-chiave in America Latina, sede del Celam e sub Continente che conta 102 vescovi. Promoveatur ut amoveatur dunque, ma non senza che al prelato in uscita sia stata garantita una possibile rentrée quando le condizioni saranno mutate. A questo trasferimento non sembra nemmeno estraneo il fatto che il nome di Balestrero sembra compaia all’interno dell’ormai celebre dossier preparato per il papa nei mesi scorsi da una commissione di tre cardinali (Julián Herranz, Josef Tomko e Salvatore De Giorgi) in merito allo scandalo Vatileaks ed alle ragioni che ne sarebbero state all’origine. Il nome di Balestrero lo ha fatto esplicitamente – assieme a quello di Marco Simeon, opusdeista vicinissimo a Bertone, già direttore delle relazioni istituzionali e internazionali della Rai ed a quello di René Bruelhart, direttore dell’Autorità di informazione finanziaria della Santa Sede, con tanto di didascalia fotografica –  l’inchiesta condotta su Repubblica da Concita de Gregorio sui retroscena che avrebbero indotto il papa alle dimissioni. L’inchiesta di De Gregorio è stata forse anche la causa scatenante dell’inusitato attacco ai media sferrato dalla Segreteria di Stato vaticana e dal direttore della Sala Stampa p. Federico Lombardi (v. notizia successiva). Del resto, Bertone continua, nonostante dichiarazioni più o meno esplicite, ma tutte di segno contrario, fatte da altri prelati, a sostenere che il papa si sia dimesso unicamente perché non sentiva di avere più le forze per continuare il suo ministero. E che quindi dossier, ricatti, scandali, conflitti interni alla Curia vaticana non abbiano minimamente influito sulla scelta. Versione assai diversa da quella ribadita in più occasioni da un autorevolissimo osservatore (per conto del card. Ruini) di cose di Chiesa: il direttore di Tv2000 Dino Boffo, per il quale le dimissioni di Ratzinger intendono «porre fine a una gestione del potere che può scandalizzare gli ultimi e gli umili».
Sempre in tema di nomine vaticane, il 23 febbraio è arrivata quella del commissario incaricato dal papa di gestire la difficile crisi dell’Idi, l’ospedale di proprietà della Congregazione dell’Immacolata: si tratta del card. Giuseppe Versaldi, altro bertoniano di ferro. Il quale ha conferito a Giuseppe Profiti, presidente del Bambin Gesù e amico di Bertone sin da quando il cardinale era a Genova, pieni poteri amministrativi e gestionali. Il “cordone sanitario” del Segretario di Stato (v. Adista Notizie n. 10/2012) si allarga.

Bertone, Sodano e i dossier
Pare, insomma, che l’opposizione a Bertone guidata oggi dal card. Sodano stia tentando di mettere in atto una campagna in grande stile, oggettivamente favorita dalle dimissioni di Ratzinger, contro la gestione dell’attuale Segretario di Stato. Ma che da parte sua Bertone stia rinserrando le fila in vista del Conclave. A suo vantaggio andrebbero anche le rivelazioni fatte da Panorama (6/3), che parla di una massiccia e capillare opera di intercettazione messa in atto negli ultimi mesi dalla Segreteria di Stato nei confronti di prelati ed uomini di Curia per scoprire i responsabili dello scandalo Vatileaks. Ma anche per costruire dossier e raccogliere una colossale serie di informazioni su abitudini, amicizie e frequentazioni di chi lavora in Vaticano. Notizie che potrebbero mettere molti ecclesiastici in serio imbarazzo. E che forse non sono nemmeno estranee alle dimissioni del papa. (valerio gigante)

*Da ADISTA, il grassetto è di nandocan

Corruzione e onestà politica.Da Bobbio a Benedetto Croce

Bobbiodi Giorgio Frasca Polara – A proposito di corruzione e di questione morale – termini che tornano, anzi purtroppo restano – di impressionante attualità, credo sia utile ricordare un polemico ed ancora oggi attualissimo editoriale che Norberto Bobbio, straordinario filosofo della politica, scrisse per “La Stampa” nel 1987. Di scandali erano già piene le cronache da un secolo ma il bubbone della corruzione metodica non era ancora esploso nelle forme rivelate da Tangentopoli.

Bobbio partiva dalla constatazione che, nelle elezioni politiche di quell’anno, gli elettori erano stati “quasi del tutto insensibili alla questione morale” posta con forza dall’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer. A tal punto che, almeno con quel voto, i partiti “come il democristiano e il socialista” non erano stati “puniti”. Ecco allora Bobbio richiamarsi polemicamente a Benedetto Croce (che era già scomparso da decenni) il quale aveva bollato la “petulante richiesta che si fa dell’onestà nella vita politica” come “manifestazione della volgare in intelligenza delle cose della politica”. Ci fosse o meno, nel suo ragionamento, una qualche eco machiavellica, Croce proponeva questo argomento: “Nessuno, quando si tratta di curare i propri malanni o di sottoporsi a un’operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurghi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina e chirurgia”. Lo stesso, manco a dirlo, varrebbe per l’uomo politico, “per il quale l’onestà politica non è altro che la capacità politica”. Come dire che l’arte della politica ha le sue proprie regole che non hanno niente a che vedere con le regole morali in base alle quali si giudica un’azione buona o cattiva.

Commento di Bobbio: “L’argomento è scorretto perché non tiene conto della differenza tra l’onestà come virtù morale che vale per ogni uomo in generale, e dalla quale si può effettivamente prescindere nel giudizio sul ‘buon’ medico o sul ‘buon’ politico; e l’onestà specifica di ogni arte o professione o mestiere, che riguarda la buona condotta di una persona nell’esercizio di questa sua arte o professione o mestiere, e rispetto alla quale è perfettamente legittimo e utile distinguere un medico o un politico onesti da un medico o un politico disonesti”. E questi è tale quando “l’azione non è rivolta al vantaggio del corso sociale (allo stesso modo di quella del medico che deve essere rivolta alla salute del corpo fisico) ma a vantaggio proprio o del proprio gruppo”.

Ecco allora che “la questione morale così intesa diventa immediatamente una questione politica, e come tale deve essere analizzata e capita”. Ma, preveggente, Norberto Bobbio aggiungeva, proprio in riferimento all’insuccesso (allora, e più tardi, e oggi) del concetto di questione morale com’era stato posto da Berlinguer, che “quello chiamato paradosso della corruzione politica è fenomeno ben noto, e cioè l’accettazione latente della corruzione coesiste con un sentimento profondo di riprovazione, con la conseguenza che il politico corrotto viene respinto e insieme legittimato”. E citava, il filosofo torinese, un articolo pubblicato su una rivista francese in cui l’autore notava ironicamente che “un episodio di corruzione, anche sostenuto da prove, fa salire la tiratura del ‘Canard enchainé’, può anche assicurare il successo di un libro, ma non fa tremare la repubblica”. Non mi sembra che in ventisei anni le cose siano cambiate.

Sondaggi elettorali tutti ribaltati.Fattori imponderabili o troppi errori?

logo di giornalismo e democraziadi Francesco De Vito – Mai come nelle recenti elezioni politiche i sondaggi elettorali si sono rivelati una scienza dell’improbabile. Nell’ultimo giorno in cui i maggiori quotidiani hanno potuto pubblicarli, l’8 di febbraio, variavano da un 4 per cento fino a un 7,5 per cento a favore del centrosinistra sul centro destra. Anche nelle due settimane  di silenzio-stampa i sondaggi clandestini camuffati da corse di cavalli o da conclave di cardinali continuavano ad assegnare un largo vantaggio alla coalizione di Pierluigi Bersani. Persino il sondaggio riservato consegnato al Pd il giorno prima del voto prevedeva che mai e poi mai il centrosinistra avrebbe accorciato il vantaggio sul centrodestra sotto i tre punti. Per non parlare degli istant pool che all’apertura delle urne davano la coalizione di Bersani molti punti sopra quella di Silvio Berlusconi.

Finché non si sono contate le schede vere. Lì la distanza si è ridotta a un punto al Senato e a uno striminzito 0,4 per cento alla Camera. Nell’assegnazione dei seggi del Senato regioni come la Campania, la Puglia e la Calabria, ritenute dai sondaggi sicure per il centrosinistra, si coloravano d’azzurro. Insomma, tutte le previsioni venivano ribaltate.

Hanno un bel dire, ora, i sondaggisti, che tutto ciò è dipeso dall’imponderabile. Deriverebbe da taluni fattori. In primo luogo il passaggio da un sistema bipolare a un sistema quadripolare, con quattro attori (Bersani, Berlusconi, Mario Monti e Beppe Grillo) in luogo di due. Ma questo si sapeva e bisognava tenerne conto. In secondo luogo la tendenza di qualche intervistato a mentire sul proprio voto, e questo è sempre successo. In terzo luogo, i telefonini, che sono lo strumento usato dai giovani, mentre i sondaggisti intervistano sul telefono fisso.

Nessuno affronta il problema vero, ossia che il sondaggio, da strumento di verifica degli orientamenti dell’opinione pubblica, è diventato strumento di propaganda, da usare in maniera ossessiva e a costi ridotti. In proposito ci permettiamo di avanzare  qualche modesta proposta. Come i sondaggisti sanno meglio di noi, l’attendibilità di un sondaggio dipende innanzitutto dalla dimensione della platea degli intervistati. Se è di 1.000 persone, il margine di errore è 3,1, e in una elezione significa la vittoria o la sconfitta. Con una platea di 10.000 persone si riduce all’1, e con una  di 40.000 quest’ultimo valore si dimezza. Certo, se la platea aumenta, aumentano anche i costi. Ma si potrebbero fare meno sondaggi, che risulterebbero più attendibili. Sarebbe bene che chi fa i sondaggi e chi li pubblica specifichi qual è il margine di errore, in modo che il lettore ne sia avvertito. Sarebbe anche utile che nella definizione del campione si tenesse conto della proporzione di chi usa il telefono fisso e di chi usa solo il cellulare. E se la gara si trasforma da bipolare in quadripolare, anche in questo caso si potrebbero adottare dei correttivi. Certo non si arriverebbe a una coincidenza tra il sondaggio e il risultato delle urne. Ma ci si avvicinerebbe di molto.

 

 

Communitas: quale strada per il Partito democratico

communitas 2002di Stefano Volante, 1 marzo 2013 – Il risultato di queste elezioni è senz’altro il frutto scontato del cambiamento richiesto da tempo da gran parte del Paese, tanto profondo da essere sentito e vissuto dai tanti cittadini delusi da tutti i partiti. E questa volta è emerso, sconvolgente ma non del tutto inatteso.

Certamente il PD si è seduto dopo le vittoriose Primarie,ma usare Bersani come unico capro espiatorio è profondamente sbagliato in quanto non fotografa esattamente né la realtà attuale né la dinamica dei fatti: oltre a qualche mugugno nella stessa Direzione del Partito, si è rimasti sordi al messaggio proveniente dalla base, disincantata e priva di idee, senza proposte o progetti, priva di contenuti innovativi, con i Circoli semidiserti e sfiduciati. E con un Programma tutt’altro che accattivante.

Per questo dire che Berlusconi e Grillo hanno vinto non mi sembra che corrisponda al vero, visto che hanno semplicemente colmato il desiderio di Nuovo e di una Visione che, soprattutto negli ultimi mesi, Bersani non era stato in grado di dare, lasciando così un Vuoto Siderale solo da conquistare……

Tuttavia, vinte le Primarie, Bersani ha vinto anche alla Camera e, seppur di misura, anche al Senato e pertanto è indubbio che spetti a lui il delicato compito di ricevere l’incarico esplorativo a formare un nuovo governo da Napoletano. Ma è altrettanto indubbio che:

1. alla luce della lezione elettorale, Bersani dovrà muoversi su basi
minimali per presentare Linee che centrino pochi punti concreti (e non
programmatici che richiederebbe “fiducia piena”) che incontrino quelli del
M5S e comincino a muoversi sulle stesse basi;

2. dovrà rifondare la base del Partito concependo dei circoli con strutture e mentalità diverse, chiamando persone competenti a creare un’organizzazione capillarmente aperta a tutti i cittadini e le forze sociali, visto quanto attualmente sono seriamente compromessi e quanto poco svolgono il loro ruolo di presidio politico/culturale del territorio. Solo aprendosi seriamente e decisamente alla Società, il Partito Democratico può sperare di recuperare velocemente quel consenso fuggito verso altri lidi e che gli permetterebbe di essere visto con occhio ben diverso anche da molti cittadini in cerca di nuovo messaggio politico.

Stefano Volante, COMMUNITAS2002, Cittadini per l’Etica nella Politica, direzione@communitas2002.it

Il 23 marzo cento piazze per la Costituzione

di Giuseppe Giulietti, 2 marzo 2013 (da articolo 21)

costituzione3Condividiamo parola per parola l’intervento di Mimmo Gallo, magistrato e da sempre un custode dei valori costituzionali e repubblicani. La manifestazione del 23 marzo ha il sapore di una iniziativa eversiva volta a far prevalere gli interessi di uno sull’interesse generale. La compravendita dei parlamentari, ammessa dallo stesso senatore De Gregorio, rappresenta una delle peggiori infamie etiche e politiche concepibili sul piano etico e politico.Per questo non si può fingere di non sapere e di non vedere.
Altro che governissimo o candidature del cavaliere alla presidenza delle camere!
Di fronte a questo annuncio occorre reagire convocando centinaia di piazze per la legalità e per la tutela della Costituzione, chiamando a raccolta chiunque abbia a cuore questi valori, senza distinzione di parte o di partito.
Articolo21, come sempre, fará la sua parte.
Ci piacerebbe che nella giornata del 23 marzo le altre forze politiche reagissero annunciando l’intera per dar vita ad un governo capace, prima di tornare alle urne, di approvare la nuova legge elettorale, le norme anti corruzione, una rigorosa normativa sul conflitto di interessi e la puntigliosa tutela della carta costituzionale, autentico bene comune.

Il cancro della democrazia

di Domenico Gallo, 1 marzo 2013*

berlusconi-processiAdesso è ufficiale, Berlusconi convoca la piazza contro la magistratura e chiama il popolo a manifestare il 23 marzo contro questo “cancro della nostra democrazia”. Probabilmente le ultime rivelazioni sulla vicenda De Gregorio sono la goccia che ha fatto traboccare il vaso della strutturale insofferenza di Berlusconi al controllo di legalità ed alle regole dello Stato di diritto.Qui viene fuori l’anomalia del sistema politico italiano che ha consentito che venissero affidate funzioni di uomo di Stato ad un personaggio che, oltre ad essere coinvolto, con i suoi più stretti collaboratori, in vicende di malaffare di ogni tipo, ha fatto della lotta alle regole costituzionali e dell’aggressione alle istituzioni di garanzia la ragione d’essere stessa del movimento da lui capeggiato.
Quello di Berlusconi non è semplicemente un rifiuto “ideologico” dei principi basilari dello Stato di diritto nel quadro di una visione monocratica in cui tutti i poteri sono concentrati nelle mani del sovrano. Egli non è semplicemente portatore di una cultura politica contraria alla Costituzione. Anche una cultura politica antidemocratica si può evolvere e può accettare compromessi: quella di Berlusconi, invece, è una lotta corpo a corpo contro la Costituzione che non può accettare mediazioni: o riuscirà a mettere sotto controllo politico l’attività della magistratura (inquirente e giudicante) oppure ne resterà travolto e gli si apriranno le porte del carcere o dell’esilio in Tunisia.
In questo contingente la realtà supera l’immaginazione e Berlusconi sta mettendo in opera la scena finale del film il Caimano con la folla che si scaglia contro i giudici. Quando un capo politico scaglia i suoi partigiani contro le istituzioni di garanzia, rivendicando il diritto di non essere sottoposto alla legge, siamo in presenza di un fatto gravemente eversivo. E’ la rivendicazione del Fuhrer Prinzip. E’ eversione allo stato puro.
Per quasi vent’anni i partiti politici democratici, il sistema dei media, i maitres à penser dei principali giornali italiani, hanno chiuso gli occhi di fronte a questo fenomeno degenerativo, hanno evitato che Berlusconi venisse escluso dal Parlamento, pur essendo ineleggibile, lo hanno accettato come un normale interlocutore politico, pienamente legittimato, nel gioco delle parti, a realizzare l’alternanza politica.
Le ultime elezioni politiche ormai hanno dimostrato a tutti che le finzioni non reggono più e che, arrivati ad un certo punto, inevitabilmente si devono fare i conti con la realtà: non si può più continuare a non vedere quanto Berlusconi ed il suo partito siano strutturalmente inconciliabili con le regole minime della democrazia con la quale hanno intrapreso una lotta mortale, al fondo della quale o soccomberanno loro o soccomberà la democrazia nel nostro paese.
Quando Berlusconi parla della magistratura come di un “cancro della democrazia”, evidentemente pensa a sé stesso e al movimento di cui è proprietario.
Adesso che tutte le finzioni sono crollate è venuto il tempo di incidere politicamente con il bisturi su questo cancro ed evitare che le metastasi si estendano oltre nel corpo delle istituzioni.
Si cominci ad escluderlo dalla corsa alla Presidenza delle Camere e si assumano atteggiamenti politici conseguenti con la gravità della situazione.
*il grassetto è di nandocan

sondaggio SWG per Agorà: la maggioranza di 5 stelle per un’alleanza col PD

SEGGI ELETTORALI

venerdì 1 marzo 2013, da clandestino web

I primi sondaggi post elettorali evidenziano come gli italiani non abbiano gradito l’esito delle elezioni: il 40% giudica negativamente il risultato elettorale, mentre addirittura il 33% lo giudica molto negativamente. Solo un 4% giudica molto positivamente il nuovo panorama elettorale, mentre il 23% commenta positivamente i nuovi scenari.

Secondo il sondaggio Swg presentato durante la trasmissione Agorà, gli italiani sono però mediamente tutti d’accordo su un dato: è il Movimento 5 stelle il vero vincitore di questa tornata elettorale: il 63% è convinto che sia il movimento di Grillo il vero vincitore, mentre solo il 10% pensa che la vittoria sia andata al centrodestra e alla grande rimonta eseguita dalla coalizione. Solo l’8% invece pensa che abbia vinto, la coalizione che, di fatto ha vinto e cioè il centrosinistra.

Alla luce dei risultati, per gli elettori di centrosinistra, il Pd dovrebbe allearsi con il Movimento 5 Stelle (72%); gli elettori sono meno convinti invece sulla questione del governissimo, che piace solo un 16%. L’ipotesi di una alleanza con il Movimento 5 stelle, piace anche alla maggioranza degli elettori del movimento, che convince il 66%.