Archivio mensile:febbraio 2013

Krugman: Un voto contro l’austerità

Krugman Pauldi Paul Krugman, International Herald Tribune, 27 febbraio 2013* – 

Due mesi fa, quando Mario Monti si è dimesso dalla carica di Capo del Governo Italiano, il giornale “The Economist” ha espresso l’opinione che la “prossima campagna elettorale sarà soprattutto un test sulla maturità e sul realismo degli elettori italiani”. Presumibilmente questa azione matura e realistica avrebbe dovuto portare al ritorno di Monti, che è stato essenzialmente imposto all’Italia dai suoi creditori, al ruolo di Capo del Governo, questa volta con un reale mandato popolare.Non sembra che le cose siano andate per questo verso. Il partito di Monti é arrivato quarto, non solo arrivando dietro l’essenzialmente comico Silvio Berlusconi, ma anche dietro al vero comico Beppe Grillo, la cui mancanza di una piattaforma coerente non gli ha impedito di diventare una forza politica poderosa.Si è aperta una prospettiva fuori dall’ordinario, che ha diffuso nel mondo molti commenti sulla cultura politica italiana. Ma senza voler difendere le politiche del bunga bunga, lasciatemi porre la domanda più ovvia. Che bene ha esattamente fatto il realismo maturo all’Italia ed all’Europa intera?In effetti Monti è stato il proconsole insediato dalla Germania per realizzare l’austerità fiscale in una economia già in difficoltà; la volontà di perseguirla senza limiti è ciò che i circoli politici europei definiscono come rispettabilità. Posizione che sarebbe stata corretta, se queste politiche avessero potuto funzionare, cosa che non è avvenuta. E, ben lungi dal sembrare realisti e maturi, coloro che invocano ancora l’austerità appaiono petulanti e fallimentari.Consideriamo come avrebbero dovuto funzionare le cose fino a questo punto. Quando l’Europa si è infatuata per l’austerità, i membri della Commissione Europea hanno respinto le preoccupazioni che il taglio drastico della spesa e l’aumento delle tasse avrebbe approfondito la depressione di economie già in difficoltà. Al contrario, essi hanno insistito che queste politiche avrebbero rinforzato l’economia “ispirando la fiducia”.

Ma la fata della fiducia non si è fatta vedere. Le nazioni a cui è stata imposta una dura austerità stanno attraversando profonde crisi economiche; maggiore l’austerità, maggiore la depressione. Questa relazione è stata così forte che anche il Fondo Monetario Internazionale, in un forte mea culpa, ha ammesso che è stato sottovalutato il danno che l’austerità avrebbe prodotto. Nel frattempo, l’austerità non ha neppure raggiunto l’obiettivo minimo di ridurre il costo del debito. Al contrario, i paesi che hanno intrapreso politiche di dura austerità hanno visto aumentare il rapporto del debito pubblico sul Prodotto Interno Lordo, poiché la contrazione delle loro economie ha sopravanzato ogni riduzione degli interessi sul debito.

E poiché le politiche di austerità non sono state compensate da una politica di espansione perseguita altrove, l’economia europea nel suo insieme, che non ha mai recuperato dal crollo del 2008-2009, è caduta in una recessione con tassi di disoccupazione in rapida crescita. L’unica buona notizia è che il mercato degli interessi sul debito pubblico si è calmato, largamente grazie alla proclamata volontà della Banca Centrale europea di comprare debito pubblico qualora si fosse reso necessario. Come risultato, il crollo finanziario che avrebbe distrutto l’euro è stato sventato. Ma quale freddo conforto per i milioni di europei che hanno nel frattempo perso il loro lavoro e nutrono scarse speranze di trovarne uno nuovo.

Dato tutto questo, ci si sarebbe aspettati un qualche ripensamento da parte dei gruppi dirigenti europei, qualche sprazzo di flessibilità. Invece i principali responsabili di questa politica sono diventati ancor più insistenti nel dire che l’austerità è l’unica via perseguibile.

Perciò nel gennaio 2011 Olli Rehn, vicepresidente della Commissione Europea, ha lodato i programmi di austerità di Grecia, Spagna e Portogallo e predetto che il programma Greco in particolare avrebbe dato “risultati duraturi”. Da allora i tassi di disoccupazione si sono impennati in tutti e tre i paesi, ma nel dicembre del 2012, il Sig. Rehn ha pubblicato un editoriale dal titolo “L’Europa deve proseguire con le politiche di austerità” . E’ la risposta del Sig. Rehn a coloro che mostrano che gli effetti negativi dell’austerità sono stati molto più ampi di quanto atteso è stata di inviare una lettera ai Ministri delle Finanze dei Paesi EU e al FMI in cui dichiara che queste segnalazioni sono pericolose perché rischiano di “erodere la fiducia”.

Quest’altra considerazione ci porta all’Italia, una nazione che, a causa di tutte le sue disfunzioni, ha subito una politica di sostanziale austerità, e visto la sua economia contrarsi rapidamente come risultato di queste scelte.

Gli osservatori esteri sono terrorizzati dal voto italiano, ed a ragione; anche se l’incubo di un ritorno di Berlusconi al potere non si è materializzato, il forte risultato di Grillo o di entrambi potrebbe destabilizzare non solo l’Italia, ma l’Europa intera. Ma dovranno ricordarsi che l’Italia non è unica: politici discutibili potrebbero avere successo in tutta Europa meridionale. E la ragione per cui questo sta avvenendo é che la rispettabile Europa non vuole ammettere che le politiche che ha imposto ai suoi debitori sono un fallimento disastroso. Se non saranno cambiate, il voto italiano sarà solo un assaggio di una ulteriore pericolosa radicalizzazione.

*da Micromega, il grassetto è di nandocan

Gloria Origgi: Elezioni 2013, la kakonomia degli elettori italiani

Origgi Gloriadi  | 27 febbraio 2013* –  Manteniamo la calma e vediamo se esiste qualche teoria della motivazione umana che possa aiutarci a spiegare un risultato apparentemente irrazionale come quello che ci hanno consegnato le urne lunedì sera. Ciò che giudico irrazionale non è la montata protestataria del grillismo, che è un movimento nuovo e per il momento – sembra – benintenzionato. Ciò che sembra veramente irrazionale è quel 30% di italiani che hanno rivotato Berlusconi e un partito che ha messo in lista pregiudicati, condannati, incapaci travolti in tutti i tipi di scandali, un partito di governo che ha provocato l’ascesa di Monti, ha appoggiato il governo tecnico, ha votato nuove tasse per poi presentarsi alle elezioni dicendo il contrario, e assumendo il ruolo di nuovo salvatore della patria.

Quale teoria politica o sociale può spiegare la credenza del 30% di italiani che qualche forma di salvezza potesse venire da poteri simili? Secondo la teoria politica, si vota per molte ragioni: per difendere i propri interessi, per difendere gli interessi collettivi, per esprimere dei valori, per esprimere un’identità, e poi sappiamo che tutto questo è molto complicato perché il risultato collettivo non è solo la somma delle scelte individuali, ma qualcosa di più che dipende da com’è stata concepita la procedura di voto. Dunque, gli effetti apparentemente irrazionali di quest’assurdo risultato potrebbero essere imputati, com’è già stato fatto, a quest’ultima causa, ossia l’assurda legge elettorale italiana. Oppure alla generale irrazionalità della psicologia umana, le reazioni emotive del popolo bue che si lascia trascinare dalla televisione e dalle tirate sulle piazze, che si lascia ammaliare dall’aura del potere, dei soldi e si fa sedurre dal populismo di chi gli dice che gli renderà di tasca sua le tasse versate, una dichiarazione cui non potrebbe dare credito nemmeno un bambino di tre anni.

Eppure, io la vedo diversamente. Io penso che il 30% degli italiani che hanno votato Berlusconi siano perfettamente razionali e hanno in effetti agito per difendere i propri interessi. Solo che non si tratta della razionalità classica dell’homo oeconomicus, una teoria della motivazione umana che ormai fa acqua da tutte le parti. Si tratta di un’altra razionalità, quella dell’homo kakonomicus. La kakonomia (diciamo, la scienza del peggio, o almeno della mediocrità o della cattiva economia, dal greco kakos: cattivo) è una teoria della motivazione umana che cerca di spiegare perché a volte è razionale preferire il peggio al meglio.

Facciamo un esempio. Tu mi fai una promessa che sai di non poter mantenere. Io faccio finta di crederti sapendo in fondo che non manterrai la tua promessa, ma che proprio per questo non chiederai neppure a me di mantenere i patti. Diciamo che ci troviamo alle dieci in piazza. Io so che tu sei sempre in ritardo, e fa comodo anche a me uscire un po’ più tardi e ci troviamo alle dieci e un quarto senza che nessuno si lamenti di questa mancanza di puntualità. Oppure, sono tre mesi che l’idraulico deve ripassare a casa per finire la riparazione e non si fa mai trovare, però io non l’ho ancora pagato, quindi meglio così, e nessuno dei due si lamenta.

Questi scambi al ribasso, per cui io non faccio quel che ho detto di fare a patto che tu non faccia quel che hai detto che farai, sono forme di mutua connivenza molto robuste, che creano vere e proprie alleanze e strane forme di cooperazione a lungo termine. Io non pago le tasse a patto che tu governi da schifo, così andiamo avanti insieme siamo complici nel mantenere uno status quo che fa comodo a tutti e due (io pago poco e tu non fai niente e ti godi le ragazze a Palazzo Grazioli). Con il sociologo Diego Gambetta, avevamo studiato il fenomeno della kakonomia nell’accademia italiana, ma ovviamente la politica è un esempio ancora più succulento (e non solo in Italia). Accordi al ribasso sono il pane quotidiano della politica e tutto va bene fino a quando non ci si rende conto che si è invischiati in una serie di impegni presi tacitamente sulla base di promesse che non si possono ammettere esplicitamente, impegni che danno un vantaggio immediato ai due “compari” che scambiano al ribasso, ma che pian piano erodono un bene collettivo del quale stanno approfittando (l’efficienza, la qualità, la puntualità, il merito).

Per esempio, se io leggo trasversalmente in cinque minuti la tesi del mio studente, lui può lavorare poco, e siamo tutti e due contenti: avrà lo stesso il titolo di dottore con 110 e lode e bacio accademico, anzi, più mi ha lasciata in pace, più si è meritato le lodi. Ma quel titolo alla lunga, a giocare al ribasso così, non varrà più niente. Allora l’homo kakonomicus che si gode i suoi scambi con i compari, dopo un po’ comincia ad essere agitato, sulla difensiva, vive come l’Innominato nel terrore della resa dei conti, di un Convitato di Pietra di mozartiana memoria che gli venga a ricordare che la festa è finita. Ha soprattutto il terrore di quelli che non sono come lui, e si rifugia quindi in un branco di kakonomi sicuri, che sa per esperienza che tollereranno le sue pecche. La kakonomia spiega perché l’Italia è un paese dove si vive bene perché tutti tollerano il peggio degli altri, e insieme si ha un’ansia terribile di essere “beccati” e puniti. Votando Berlusconi, l’homo kakonomicus ha difeso i suoi interessi di poter continuare a giocare al ribasso. Ma non si è accorto che il Convitato di Pietra era già arrivato a cena.

* Milanese, vive e lavora a a Parigi. Si occupa di filosofia all’Institut Nicod dell’Ecole Normale Supérieure. Insegna all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales. Tra i suoi ultimi libri: Qu’est-ce que la confiance? VRIN, Parigi, 2008. Ha un blog trilingue (inglese/francese/italiano) dove pubblica la maggior parte dei suoi lavori: gloriaoriggi.blogspot.com. In Italia collabora con vari quotidiani e riviste e ha pubblicato un libro di narrativa: La Figlia della Gallina Nera, Nottetempo, 2008.

Elezioni: sondaggio Art.21, Rodotà al Colle

stefanorodota

”Rodota’, Zagrebelsky, Bonino. Sono i primi tre nomi indicati dai lettori del sito www.articolo21.org che hanno risposto al sondaggio ”Chi vorresti al Quirinale dopo Napolitano?. In due giorni hanno firmato oltre 10mila persone (il sondaggio si può continuare a firmare in basso nella home page). I lettori hanno assegnato il primo posto al professor Stefano Rodota’, seguito da Gustavo Zagrebelsky, gia’ presidente della Corte Costituzionale e dalla radicale Emma Bonino”. Lo rendono noto Stefano Corradino e Giuseppe Giulietti, direttore e portavoce di Articolo21. Non vi e’ dubbio, per limitarsi a questi nomi, che si tratti di personalita’ che hanno a cuore il bene comune, che hanno compiuto grandi battaglie per i diritti civili e di liberta’. Il professor Rodota’, peraltro, e’ uno dei piu’ acuti studiosi ed interpreti della rete, dei suoi possibili utilizzi, della democrazia civica, della societa’ aperta, capace di opporsi a censure, integralismi ed oscurantismi di ogni natura e colore. La decisione finale, ovviamente, spettera’ ai ‘grandi elettori’ – concludono Corradino e Giulietti – ma perche’ non suscitare un dibattito dentro e fuori la rete?”.

Segnaliamo che su Facebook c’è un gruppo che  ha lanciato la candidatura di Rodotà al Quirinale

27 febbraio 2013

Enzo Marzo (critica liberale) su Monti

Monti addio“…L’errore politico di Monti è stato d’ordine culturale. Egli è davvero convinto della superiorità dell’economia sulla politica. Disprezza il conflitto, non riesce a distinguere la Sinistra dalla Destra, pensa che i problemi abbiano soltanto una soluzioni tecnica. Nell’ultimo anno non ha imparato quasi nulla. Questo errore infantile lo ha portato a non decidere da che parte stare. Invece di presentarsi con decisione e nettezza come un liberista “americano” quale in effetti è, come una Destra pulita, raccomandabile, nuova, concorrenziale e alternativa alla Destra cialtrona e fascista dei berlusconiani, ha galleggiato al centro con una lista piena di personaggi salottieri e dalle più svariate idee politiche, persino di sinistra. Ondeggiando e ricorreggendosi quotidianamente, cercando di rimediare con parole vaghe e poco credibili sulla sua bocca circa la crescita, lo sviluppo, le tasse. Ha fatto intendere di mirare a un accordo col centro-sinistra. L’elettorato indeciso di Destra giustamente non si è fidato ed è rifluito in parte nelle braccia di Berlusconi. In parte nel non-voto. – See more at: http://www.criticaliberale.it/news/103939#sthash.XT522wQT.dpuf”

Come governare l’ingovernabilità?

senatoda Ferdinando Longoni, 27 febbraio 2013 

 La frittata è fatta. Adesso bisogna mangiarla e digerirla.
La Camera non è un problema. Il Senato sì.
Al Senato Italia bene comune (123 seggi) e Con Monti per l’Italia (19 seggi) hanno solo 142 seggi (Vendola permettendo). Insufficienti. Invece con Movimento 5 Stelle (54 seggi) se ne avrebbero in totale 177 (senza Monti). La maggioranza sarebbe salda (e forse anche con l’imprimatur di Vendola). C’è solo un piccolo problema: Grillo fa sapere che non farà alleanze di nessun tipo. Non vuole contaminarsi. Può limitarsi ad approvare solo quelle leggi che ritiene giuste.
Però un governo per insediarsi deve avere la fiducia dei due rami del Parlamento. Come fare per superare l’ostacolo?
Se non erro, al Senato l’astensione equivale a voto contrario. Quindi, se M5S si astenesse durante il voto di fiducia, anche se i montiani accordassero la fiducia il governo non la otterrebbe.
Un bel problema. Però con una possibile soluzione (considerando che il Senato è composto da 315 senatori eletti e fino a 5 senatori a vita):

Governo allargato a Monti (o con il sostegno esterno di Monti). In tutte le votazioni di fiducia il M5S esce dall’aula. Presenti max 266, maggioranza 134, voti a favore 142.

La soluzione di un governo senza Monti (o senza il loro appoggio esterno), anche se i montiani uscissero pure loro, non funzionerebbe. Infatti, i presenti max potrebbero essere 247, maggioranza 124, voti a favore 123. Sotto.
Una cosa è chiara: questo governo potrebbe fare solo le cose che stanno bene a Grillo o che gli sono indifferenti.
Qualcuno vede soluzioni alternative?

Pd e 5 Stelle, un confronto in Parlamento

di Federico Orlando, 26 febbraio 2013*

grillo-bersaniSono cominciate, da lontano, le manovre per arrivare a una soluzione concordata della crisi post-elettorale, che consenta a un parlamento senza maggioranza di inventarsene una, la meno lontana possibile dalle affinità, anche se non proprio elettive, dei partiti. Nella conferenza stampa di martedì pomeriggio, Bersani, “non vincitore ma primo”, come si è definito, ha detto con più chiarezza di quanta solesse usare la vecchia politica, le cose che proporrebbe se toccasse a lui di tentare la costituzione di un governo
. Un “governo di combattimento”, ha chiarito subito il leader del Pd, che affronti subito alcuni capitoli non rinviabili: moralità , lavoro, anticorruzione, riforma dei partiti e della politica, problema sociale (con cambiamento delle clausole europee e con impegno per il Mezzogiorno e per la ripresa produttiva). Ha anche aggiunto, per quanto riguarda i rapporti istituzionali, che le presidenze delle due camere potrebbero essere assegnate a due gruppi parlamentari di diverso colore, come in altri tempi quando di solito il Senato era presieduto da un democristiano e la Camera da comunista. Ed è parso chiaro dal contesto del discorso che si sia trattato di un’avance di dialogo all’ M5S, affinché concorra ad assumersi le sue responsabilità e non esca fuori della strada riformista con palingenesi di tipo forzista-leghista.Il discorso bersaniano sembra dunque chiudere le porte tanto a un governo di cosiddetta unità nazionale, guidato da una personalità esterna, quanto a un accordo con Berlusconi per far fronte a una specie di invasione barbarica. Proprio a questo accordo aveva invece accennato in mattinata Berlusconi, né era mancata qualche voce, sia pure in sordina, che l’aveva presa per buona, proponendo un paradiso dorato (sul Colle?) per il cavaliere e un governo Bersani-Alfano. Articolo 21, pur giudicando una tale ipotesi di pura fantasia malata, ribadisce i suoi paletti. Come non accetteremo che Grillo continui in parlamento (con norme contro l’editoria e soppressione dell’Ordine dei giornalisti) gli oltraggi all’articolo 21 della Costituzione perpetrati in campagna elettorale; così non accetteremmo un’intesa col Pdl che escludesse il conflitto d’interesse, la lotta al duopolio televisivo, la legge anticorruzione (non la camomilla della ministra Severino), la guerra all’Europa, che noi vogliamo trasformare dall’attuale sudditanza in pace paritaria e costruttiva.Dunque, niente inciuci Pd-Pdl, ma solo un passo verso i nuovi gruppi che entrano per la prima volta alla camera e al senato, affinché partecipino, col loro bagaglio di idee buone ma non di pregiudizi distruttivi, alle prime incombenze istituzionali (e cioè l’elezione dei vertici dello Stato); e poi concorrano a dare spunti programmatici condivisi al “governo di combattimento”.
Forse rinunciando a pregiudizi, risentimenti ed estremismi da comizio, sarà possibile ritrovare anche quella comunione di elettori contrari alla destra oligopolista e fascista, che ha tenuto in mano l’Italia per vent’anni, strangolandola fino all’avvento del governo Monti: chirurgo probabilmente bravissimo, ma che non s’accorse (e non se ne accorsero per un anno, o non lo dissero, i suoi assistenti parlamentari), che gli interventi tecnicamente perfetti prostravano un malato gravemente debilitato.D’altronde, se non Grillo, i grillini “giovani e puliti” non avranno difficoltà a comprendere che un dialogo a distanza col Pd, sul terreno istituzionale e di alcuni punti del programma, non è una compromissione; ma è una garanzia anche per loro a non fuoriuscire dai problemi e non finire nella sola alternativa possibile al centrosinistra: la destra razzista e corrotta, che in Italia usurpa il nome di liberale ma è a pieno titolo fascista.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Massimo Marnetto: governo di stello-sinistra?

sondaggi parlamentoCalano i votanti, esplodono i grillini, risuscita B, vince la sinistra al foto-finish.

E adesso?
 L’Italia deve uscire da questo stallo usando le stelle.
Quelle di Grillo.per una collaborazione di stello-sinistra, non basata su un matrimonio di legislatura (per il genovese sarebbe un “inciucio” improponibile), ma su votazioni di fatto per raggiungere singoli obiettivi.
Sì perché guardando i programmi della coalizione di sinistra e del M5S le coincidenze ci sono e su punti importanti.
Legge sul conflitto d’interessi in primis.
Ma anche sulla riduzione dei costi della politica, sulla trasparenza e forse anche su una nuova legge elettorale.
Quindi, la situazione è molto complicata, ma lavorando con accortezza, se ne può trarre un vantaggio per il Paese.
perché se i grillini daranno il loro contributo, ne gioverà l’intero sistema; se faranno solo confusione, finiranno.
Certo, non si prospetta una legislatura intera, ma la governabilità non è preclusa a priori, purché il PD lavori con intelligenza, fuori e dentro di sé.
Con alleanze di scopo per governare.
Ed un prossimo congresso di grande rinnovamento, non solo anagrafico, ma di idee e di apertura.
Massimo Marnetto

Italia ingovernabile. Subito legge elettorale e conflitto di interessi, poi si torni alle urne

di Stefano Corradino, 26 febbraio 2013*

berlugrillobersaniIl libero esercizio del voto è condizionato da un conflitto di interessi che continua ad essere la principale anomalia democratica in Italia e in Europa. Lo abbiamo scritto a caratteri cubitali in questi anni (e quasi sempre isolati) e continuiamo a pensarlo anche all’indomani dell’esito del voto alle politiche, a conclusione di una campagna elettorale segnata da forti disparità di trattamento dei candidati e in cui neanche il silenzio elettorale della vigilia ha impedito ad alcuni (anzi ad uno solo) di violare le regole. Il voto del 24 e 25 febbraio lascia il paese in una sostanziale ingovernabilità: con un centro sinistra maggioranza alla Camera e minoranza al Senato (per numero di seggi), il boom del Movimento Cinque Stelle, primo partito alla Camera e un Berlusconi purtroppo ancora saldamente in sella a dispetto di quanti (noi certamente no) lo davano per disarcionato.Difficile ora profetizzare quale sarà lo scenario post-elettorale ma è improbabile che un governo nato da questo responso elettorale possa durare a lungo.

“Parlamento bloccato” sottotitolano oggi numerosi quotidiani. L’unico modo per “sbloccarlo”, prima di ritornare alle urne e non rendere evanescente il voto è approvare una norma rigorosa sul conflitto di interessi e cambiare la legge elettorale, cancellando questo metodo truffaldino che impedisce ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti. Tertium non datur.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

“La magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana”. Con una vergognosa dichiarazione Berlusconi viola il silenzio elettorale

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24 febbraio 2013 – Se ci fossero ancora dei dubbi sulla priorità che il nuovo parlamento dovrà trasformare in legge basta la cronaca della giornata di ieri: il presidente (onorario…) del Milan, giunto al centro sportivo di “Milanello”, per salutare la sua squadra ha incontrato i giornalisti ma invece di commentare l’ascesa in serie A del suo team o di pronosticare il risultato del derby di oggi Berlusconi è tornato a parlare di politica rompendo di fatto il silenzio elettorale. E se la forma è stata palesemente compromessa la sostanza è ancora più grave con la vergognosa dichiarazione rilasciata ai cronisti: “la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana”. Fin da quando Articolo21 è nata (nel 2001) ha messo al primo posto delle sue battaglie quella di una legge chiara e rigorosa sul conflitto di interessi. Ed è anche il primo dei 6 punti della dichiarazione comune che abbiamo chiesto di sottoscrivere, l’8 febbraio presso la Fnsi, a 43 candidati di diverse liste. Ieri abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione che una legge sul conflitto di interessi è La priorità. Quanto poi alla dichiarazione in sé purtroppo non c’è di che stupirsi visto che viene da un personaggio che ha definito Vittorio Mangano un eroe  e che ha fatto di tutto per delegittimare e offendere la magistratura e per salvarsi dai processi a colpi di leggi ad personam. Possiamo solo sperare che lunedí 25 febbraio sia il giorno della Liberazione da un ventennio di berlusconismo, la principale metastasi per la democrazia del secolo scorso (insieme al fascismo) e dei dodici anni che abbiamo alle spalle.

L’ultimo comizio

Gramellini Massimoda Massimo Gramellini (informazione informazione)

«Cari elettori, per un disguido tecnico nelle settimane scorse è andata in onda la campagna sbagliata: il cagnolino di Monti, il giaguaro di Bersani, la busta di Berlusconi travestita da rimborso delle tasse, il mago Zurlì che smentisce la partecipazione di Giannino allo Zecchino d’Oro. In realtà avremmo dovuto intrattenervi su una questione più pregnante e approfittiamo di quest’ultimo comizio per farlo tutti insieme.

 Noi politici di destra e di sinistra registriamo con preoccupazione l’allarme lanciato dal linguista Tullio De Mauro: «Più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l’informazione scritta, con inevitabili conseguenze negative per la democrazia: molti sono spinti a votare più con la pancia che con la testa e non hanno gli strumenti culturali per controllare l’operato delle classi dirigenti».

Questa splendida situazione non è soltanto merito nostro – dall’Unità a oggi vi hanno contribuito generazioni di politici, impegnate a garantire attraverso i media e la scuola uno scrupoloso rispetto degli standard di ignoranza e rincoglionimento collettivo – ma tocca purtroppo a noi porvi termine. Fin qui eravamo sempre riusciti a conciliare il progresso economico con l’immobilismo culturale: quando i soldi girano nessuno si preoccupa se i cervelli rimangono in pausa, consentendo a chi li manipola di continuare a fare, indisturbato, i propri comodi.

 Ma per uscire dalla crisi attuale sembra non resti altra strada che investire nella ricerca, nella cultura e nella scuola. Riserveremo dunque a questi obiettivi quote più ingenti del Pil, finché non vi sarete trasformati da sudditi in cittadini.

Ci scusiamo fin d’ora per i disagi»!

Stampa romana: un piano per l’informazione

 Butturini PaoloPaolo Butturini, segretario dell’Associazione Stampa romana su Articolo 21: “…In conclusione penso si debba chiedere al Parlamento che uscirà dalle urne e al Governo che nascerà subito dopo “un piano Marshall” per l’informazione, fatto non di finanziamenti a pioggia, ma di selettivi aiuti che si concentrino sull’ammodernamento delle infrastrutture (la banda larga prima di tutto), sugli investimenti in nuovi prodotti editoriali, sulla crescita di professionalità adeguate (evitando con la formazione e la riqualificazione la macelleria sociale di intere categorie).
Riformare il mercato favorendo chi produce occupazione stabile e qualificata. Separando definitivamente il no profit dall’attività imprenditoriale che mira, lecitamente, a fare utili e detassando quelli reinvestiti. Un modo per impedire, fra l’altro, un processo carsico e pericolosissimo: l’espandersi delle mafie nel settore editoriale. Più di un segnale indica che la malavita organizzata, complice la crisi, sta mettendo le mani su piccole e medie testate, organizzando un’ informazione addomesticata che serve a mantenere il consenso sul territorio”.

Rai: presidente Tarantola scrive ad Art.21: “creeremo spazi ad hoc su crisi dimenticate”

annamariatarantola

22 febbraio 2013 – Il presidente della Rai Anna Maria Tarantola ha inviato al direttore di Articolo21 la seguente lettera: “Gentile Direttore, ho letto il Vostro appello che invita la Rai a dare più spazio ai diritti umani e alle crisi dimenticate anche attraverso la creazione di spazi ad hoc per le tematiche trascurate dagli spazi informativi. In proposito La informo che ho interessato le strutture competenti dell’azienda”.

“Prendiamo atto con soddisfazione – commentano Stefano Corradino eGiuseppe Giulietti, direttore e portavoce di Articolo21 – della puntuale risposta della presidente della Rai Anna Maria Tarantola e ci auguriamo davvero che il grande tema dei diritti umani e delle crisi dimenticate possa diventare uno dei temi qualificanti del servizio pubblico* fino ad arrivare, nel tempo, alla costituzione di un vero e proprio osservatorio permanente capace di illuminare i mondi oscurati”.

* Me lo auguro anch’io, nella speranza che la formula contenuta nella lettera (ho interessato, anziché invitato o sollecitato) non venga interpretata dai destinatari come un semplice passaggio di carte (nandocan)

Politica e giustizia

caselliGian Carlo Caselli – (da I Siciliani Giovani,  Ci risiamo. Varie Procure, facendo il loro dovere, scoprono scandali su scandali. Uno più grave dell’altro. Ma qualcuno, oscenamente, recupera stan­chi ritornelli. E li risuona sperando che qualche testa permeabile se ne la­sci ancora incantare. Dischi rotti che insultano i magistrati, accusandoli di fare politica con le loro “manone” giacobine e con interventi immanca­bilmente definiti ad orologeria. Un grande complotto giudiziario, in so­stanza.

Tesi all’evidenza senza pudore, sor­retta unicamente dal disperato tentati­vo di sbianchettare le pesanti respon­sabilità penali, finanziarie, politiche e morali che emergono dalle inchieste. La realtà è ben diversa. L’intervento giudiziario è in crescita esponenziale in tutti i sistemi democratici. Ovunque esso occupa le prime pagine e spesso turba equilibri e destini politici. La sua stessa diffusione ne segnala la di­mensione oggettiva, escludendo che vi siano – almeno di regola – forzature soggettive.

Ciò vale anche per il nostro Paese, nel quale anzi i processi di Tangento­poli (ieri ed oggi) pongono addirittura il problema drammatico se la corru­zione costituisca un dato mar­ginale , seppure esteso, della nostra democra­zia o non piuttosto un suo elemento strutturale (in altre parole, se si tratti di corruzione “del” o “nel” si­stema).

A questo punto, inevitabile è la do­manda: è cosa buona e accettabi­le che l’indipendenza della giurisdi­zione possa provocare tutti questi sconquas­si?; – oppure bisogna trovare qualche coordinamento con la politi­ca?

Sostengono la seconda posizione coloro (e non son pochi) che strillano che non vi è sentenza che possa valere più del voto di milioni di italiani. Ma la confusione dei piani è evidente. Il primato della politica, nel senso che il governo della società e il motore del “vivere giusto” possono stare soltanto in azioni politiche e non in provvedi­menti giudiziari, è un fatto incontesta­bile. Com’è incontestabile che la giu­risdizione non è in grado – per natura – di risolvere stabilmente le patologie del sistema, ma solo di riconoscere e contribuire a rimuovere le ingiustizie ed illegalità in atto.

Senonché il primato della politica non è assoluto. In tutte le democrazie moderne la sovranità si esercita (deve esercitarsi!) nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione. E’ il siste­ma del bilanciamento dei poteri (“checks and balances”) che presidia l’ indipendenza della magistratura, senza di che (Toqueville lo insegnava un paio di secoli fa) la “tirannide della maggioranza” è sempre in agguato.

Dunque, mai fidarsi di quei sedi­centi statisti che sproloquiano di ma­gistrati animati da proterva volontà in­vasiva. Perché sono gli stessi che da una ventina d’anni non fanno un bel niente per ridurre la debolezza dei controlli (sia amministrativi sia della stampa, senza più condizionata da for­ti interessi) e per ridurre l’anomalia tutta italiana di una concentrazione di potere (economico, mediatico e poli­tico) che non ha eguali nelle demo­crazie occidentali. Mentre proprio in questi fenomeni affonda le radici l’ingiustamente vituperata espansione del giudiziario.

Conflitto di interessi: Giulietti, “Berlusconi scelga un modello qualsiasi in Europa”

Berlusconi uno e trino21 febbraio 2013 – “Berlusconi, al solo annuncio di una possibile legge sul conflitto di interessi è tornato ad indossare i panni dell’espropriando, della vittima del complotto “bolscevico”. Ci auguriamo che, almeno questa volta, nessuno abbocchi alla sceneggiata di sempre. Non si tratta, infatti, di “tosare” qualcuno ma, più semplicemente, di portare l’Italia in Europa anche nel sistema dei media”. Lo afferma in una nota il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti.

“Per non cadere nella sua trappola basterà adottare, in materia di conflitto di interessi, di normative antitrust, di contrasto alle posizioni dominanti, una delle normative già in vigore nei principali paesi europei. Se fossimo nei panni del nuovo governo, per non spaventare troppo Berlusconi, chiederemmo direttamente a Lui di scegliere il modello di riferimento, e poi lo porteremo subito al voto del Parlamento. Non si tratta, dunque, di danneggiare una persona o una azienda, ma, più semplicemente, di porre fine alla stagione del conflitto di interesse e delle norme ad aziendam e di trattare tutte le imprese in modo uguale, a prescindere dal nome e dal cognome del proprietario, come, peraltro, e non da oggi, ci hanno chiesto tutte le principali istituzioni internazionali che si occupano di libertà dei media”.
Subito dopo il voto Articolo 21 chiederà alle decine di candidate e di candidati, delle diverse liste, che hanno sottoscritto l’appello della associazione, di presentare una proposta comune, oltre ogni confine di parte e di partito”.

La risposta di un parroco alla propaganda del PDL sui “temi etici”

Formenton UrbaniMando la “lettera pastorale” della sen. Ada Spadoni (PDL) e la relativa risposta, dovuta, considerato il fatto che la senatrice si è rivolta a tutti i preti dell’Umbria in quanto pastori e sollevando strumentalmente solo alcuni dei temi etici che sono oggetto della riflessione cristiana con la chiara richiesta di un sostegno politico dei preti stessi e delle comunità cristiane.
don Gianfranco Formenton
“*

LA LETTERA DELLA SENATRICE – Perugia, 8 febbraio 2013

 Gentile Parroco,

mi sono decisa a scrivere questa lettera ai pastori del popolo cristiano dell’Umbria perché, dopo cinque anni trascorsi in Senato, so con certezza che nei primi mesi della prossima legislatura dovranno essere affrontati in Parlamento parecchi argomenti che riguardano temi etici importanti e delicatissimi. Mi riferisco, tra le altre, alle disposizioni sul “fine vita” (chi non ricorda il caso Englaro), alla legge sul matrimonio per le coppie omosessuali, all’adozione di bambini nelle stesse coppie omosessuali, alle problematiche sull’uso degli embrioni, all’apertura all’aborto eugenetico (che, di fatto, si va già diffondendo).

In Parlamento, lo scorso anno, ho costituito, assieme ad altri colleghi, l’Associazione parlamentare per la Vita. Una Associazione che è stata un baluardo contro ogni attacco volto a modificare in senso negativo la nostra legislazione. Malgrado ciò recenti orientamenti dei giudici hanno intaccato lo stesso dettato costituzionale in tema di famiglia, di adozioni e di fine vita.

Immagino che sulla politica economica del mio partito non tutto possa essere pienamente condivisibile e che, magari, alcuni preferiscano soluzioni diverse da quelle che abbiamo proposto o che abbiamo in programma di fare. Sui temi etici però, a differenza di altri partiti, il PdL è stato sempre unito e coerente, perché composto da molti cattolici e da altri che si definiscono ‘laici adulti’, la cui formazione culturale e politica è in ogni caso improntata al rispetto di tutti i valori non negoziabili.

 Se di politica economica si può discutere – ma io ho sempre lottato per orientare al bene comune l’azione dello Stato – su queste tematiche non ci sarà possibilità di mediazione. Mediare significherebbe comunque accettare che, prima o poi, si compia un’escalation che ha come traguardo la modificazione dei valori di fondo della nostra società, da ultima, per usare la denuncia dei vescovi spagnoli, ‘la separazione della sessualità dalla persona: non più maschio e femmina, ma il sesso sarebbe un dato anatomico senza rilevanza antropologica.’

È necessario che nel futuro Parlamento ci sia un numero di persone sufficienti a non far passare leggi contro la famiglia, l’uomo e la sua vita. Io mi sono impegnata e mi impegnerò in questo senso. Per questo chiedo anche il Suo sostegno e ringrazio per tutto quello che riterrà di fare.
Devotamente saluto,
Ada Urbani – candidata PdL al senato – www.adaurbani.it

LA RISPOSTA DI DON GIANFRANCO FORMENTON Spoleto 12 febbraio 2013


Gentile Senatrice,
ho ricevuto la sua lettera “ai pastori del popolo cristiano dell’Umbria” e ho deciso di risponderle in quanto “pastore” di una parte di questo popolo al quale recentemente il Card. Bagnasco ha raccomandato, dopo alcune eclatanti ed astrali promesse elettorali, di non farsi “abbindolare”.

Vedo che nella sua lettera lei parla in gran parte dei cosiddetti “temi etici” che lei riferisce unicamente ai luoghi comuni che tutti i politici in cerca di voti e consensi toccano quando si rivolgono ai cattolici: il fine vita, le unioni omosessuali, gli embrioni, l’aborto…
La ringrazio anche per la citazione dei vescovi spagnoli e per il suo impegno per la formazione culturale e politica improntata al rispetto di tutti i valori non negoziabili.

Ma rivolgendosi ai “pastori del popolo cristiano” lei dovrebbe ricordare che tra i valori non negoziabili nella vita, nella vita cristiana e soprattutto in politica entrano tutta una serie di comportamenti di vita, di etica pubblica e di testimonianza sui quali non mi sembra che il partito di cui lei fa parte né gli alleati che si è scelto siano pienamente consapevoli.

Sarebbe bello stendere un velo pietoso su tutto ciò che riguarda il capo del suo partito sul quale non credo ci siano parole sufficienti per stigmatizzarne i comportamenti, le esternazioni, le attitudini pruriginose, le cafonerie, le volgarità verbali che costituiscono tutto il panorama di disvalori che tutti i pastori del popolo cristiano cercano di indicare come immorali agli adulti cristiani e dai quali cercano di preservare le nuove generazioni.

Sarebbe bello ma i pastori non possono farlo perché lo spettacolo indecoroso del suo capo è stato anche una vera e propria “modificazione dei valori di fondo della nostra società” (come lei dice) operata anche grazie allo strapotere mediatico che ha realizzato una vera e propria rivoluzione (questa sì che gli è riuscita) secondo la quale oramai il relativismo morale, tanto condannato dalla Chiesa, è diventato realtà. Concordo con lei, su questo “mediare significherebbe accettare”.

Un’idea di vita irreale ha devastato le coscienze e i comportamenti dei nostri giovani che hanno smesso di sognare sogni nobili e si sono adagiati sugli sculettamenti delle veline, sui discorsi vacui nei pomeriggi televisivi, sui giochi idioti del fine pomeriggio e su una visione rampante e furbesca della politica fatta di igieniste dentali, di figli di boss nordisti, e pregiudicati che dobbiamo chiamare onorevoli.

Oltre a questo lei siederà nel Senato della Repubblica insieme a tutta una serie di personaggi che coltivano ideologie razziste, populiste, fasciste che sono assolutamente anti cristiane, anti evangeliche, anti umane. Mi consenta di dirle francamente che il Vangelo che i pastori annunciano al popolo cristiano non ha nulla a che vedere con ideologie che contrappongono gli uomini in base alle razze, alle etnie, alle latitudini, ai soldi… e, mi creda, mentre nel Vangelo non c’è una sola parola sulle unioni omosessuali, sul fine vita e sull’aborto… sulle discriminazioni, sul rifiuto della violenza e su una visione degli altri come fratelli e non come nemici ci sono monumenti innalzati alla tolleranza, alla non violenza, all’accoglienza dello straniero, al rifiuto delle logiche della furbizia e del potere.

Mi dispiace, gentile senatrice, ma non riterrò di fare qualcosa né per lei, né per il suo partito, né per i vostri alleati, anzi. Se qualcosa farò anche in queste elezioni questo non sarà certo di suggerire alle pecorelle del mio gregge di votare per quelli che mi scrivono lettere esibendo presunte credenziali di cattolicità.

Mi sforzerò, come raccomanda il cardinale, di mettere in guardia tutti e di non farsi abbindolare da certi ex-leoni diventati candidi agnelli. Se le posso dare un consiglio, desista da questa vecchia pratica democristiana di scrivere ai preti solo in campagna elettorale e consigli il suo capo di seguire l’esempio fulgido del Papa. Sarebbe una vera opera di misericordia nei confronti di questo popolo.

* da Spoletocity, il grassetto è di nandocan

Par condicio. Berlusconi ancora favorito da Tg4 e Studio aperto

di Roberto Zaccaria, 20 febbraio 2013*

berlusconi_conflittoOggi si riunisce il Consiglio Agcom per esaminare i dati dell’ultima settimana. Non vorremmo che ci si limitasse a considerare solo quella, che potrebbe offrire un quadro parziale e quindi distorto. Il nostro Osservatorio ha esaminato i tempi dei Tg del prime time dall’8 gennaio al 17 febbraio. Nei tempi di parola Tg1, Tg2, Tg3 e Tg La7 effettuano un sostanziale equilibrio; Tg5 ha favorito Berlusconi anche se in maniera lieve, nell’ordine del 4% mentre Tg4 e  Studio  aperto hanno dato a B.  il 15% in più rispetto a Bersani. Nei tempi di notizia il Tg3 ha dato a Berlusconi il 24% contro il 16 a Bersani mentre Studio aperto ha dato il 51% a Berlusconi, gli altri Tg hanno fatto un buon equilibrio.  Rimane grave lo squilibrio nei Tg nazionale tra i tempi concessi a Maroni rispetto ad Ambrosoli.
*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Berlusconi e l’Imu: ‘Avviso importante’. Sì ma di sfratto

_39158376_berlusconi_203body_ap[1]di  | 20 febbraio 2013 –

Avviso importante‘. La scritta già di per sé provoca agitazione. Sparite le cartoline e le lettere, sostituite, assai poco romanticamente, con mms e mail, la cassetta della posta, oltre all’immancabile pubblicità ci riserva solo avvisi di pagamento e le famigerate contravvenzioni. Un ‘avviso importante’ viene quindi vissuto più come un triste presagio che come un annuncio esaltante.

Quando questa mattina però sono uscito di casa, sul portone d’ingresso ho incontrato alcuni inquilini con in mano ‘l’avviso importante’ di Silvio Berlusconi e la scritta ’Rimborso Imu 2012‘ in grande evidenza.
“E’ l’unico che ci ridà indietro l’Imu” sento esclamare una signora sulla sessantina. “Io gli credo, ci già ha tolto l’Ici” le fa eco un non più giovane piccolo imprenditore. Alcuni, tra cui il sottoscritto, hanno tentato di spiegare loro che questo è uno dei tanti imbrogli del Cavaliere, una pubblicità ingannevole, una busta truffa, una promessa di soldi in cambio del voto. Tradotto: un voto di scambio.

Non so se la spiegazione sia servita a convincere i due eccitati condomini ma penso che da qui a domenica sia un dovere morale e civile di ogni cittadino (anche di chi non voterà), con un briciolo di etica, impedire l’ennesima vittoria del principale corruttore morale della nostra storia. Impedire, come hanno scritto in un importante appello donne e uomini come Barbara Spinelli, Umberto Eco, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Andrea Camilleri… “il ritorno al potere di uomini e di forze, che negli anni passati hanno già portato il Paese verso la catastrofe”.

Conserviamo ‘l’avviso importante’ e lunedì sera, quando il responso sarà ufficiale, depositiamo le buste davanti a Palazzo Grazioli. Sarà il nostro definitivo ‘avviso di sfratto’.

Fare per fermare il Giannino

Gramellini Massimo(Massimo Gramellini, informazione informazione)

 Scrivere per criticare Giannino essere troppo facile. Uno che fondare un partito che parlare come la Mamie di «Via col vento» («Fare per fermare il declino») avere bisogno di tanto affetto e comprensione. Perciò io non capire perché, a una settimana dal voto, l’economista Luigi Zingales fare cagnara per fermare il Giannino, dopo avere scoperto che lui millantare un master di economia all’università di Chicago.

Giannino avere fatto l’incauta affermazione in tv, non per truffare il destino ma per titillare il suo ego smisuratino: nelle immagini essere possibile vedere come lui abbassare la voce e storcere gli occhi e la bocca mentre pronunciare le parole «master all’università di Chicago». In realtà Giannino essere andato a Chicago in vacanza per imparare rudimenti della lingua inglese: to make to stop the decline. (In inglese non usare il doppio infinito, ma questo imparare solo nel secondo master).

Come milioni di altri italiani davanti alla moglie o a Equitalia, Giannino non inventare completamente la realtà: solo un po’ migliorare. Per lui il master di Chicago essere come fiore all’occhiello delle sue giacche color formigoni: un apostrofo rosa fra le parole «me amare». Certo, in Germania due ministri essersi dimessi per laurea taroccata. Ma io dire: con tutti i guai e i cialtroni che noi avere, essere questo il problema? Bugie assomigliare a omeopatia: in piccole dosi aiutare a difendersi dalle grandi.

Ieri il primo a dare del bugiardo a Giannino essere stato uno che per fermare il proprio declino avere fatto votare dal Parlamento che Ruby essere la nipote di Mubarak!

Anche “Critica liberale” invita a votare per il centrosinistra

emergenza democratica“….Siamo stati critici accaniti della Sinistra organizzata, ne conosciamo tutti i difetti che risalgono alla sua cultura politica, al suo ceto dirigente, al suo opportunismo. Ma poniamo al primo posto la necessità assoluta di battere il berlusconismo e non vediamo alcuna realistica alternativa al voto per l’attuale coalizione di centrosinistra. E il successo del centrosinistra deve essere netto e portare all’autosufficienza, altrimenti il centrosinistra ha l’alibi per non assumersi la responsabilità delle proprie scelte di governo rifugiandosi nelle paludi dei veti reciproci e della complicità del consociativismo.
Né il qualunquismo sempre più di estrema destra di Grillo né l’ipocrita rivoluzione di Ingroia, utile solo a salvare dallo sfascio il personale politico dell’estrema sinistra paleolitica, costituiscono un’alternativa politica e numerica. Anche involontariamente, il voto disutile è oggettivamente un voto a favore di Berlusconi.
Siamo convinti che l’esperimento di Monti debba essere incoraggiato, perché nella ristrutturazione del sistema politico l’affermazione di una forza di centrodestra non cialtrona è un passo necessario, utile anche per un futuro rinnovamento del centrosinistra. Auspichiamo che Monti possa superare anche di un solo voto la coalizione berlusconiana perché sarebbe il primo passo verso la sua sostituzione. Ma oggi purtroppo questo esito non sembra realistico.
Nelle condizioni drammatiche in cui ci troviamo, Critica liberale quindi sceglie il “meno peggio”, convinta com’è di due obiettivi pregiudiziali e gerarchicamente ben definiti: prima di tutto, battere Berlusconi il più nettamente possibile; e in secondo luogo favorire anche la sua sconfitta all’interno dello schieramento di centrodestra come inizio per il suo definitivo superamento.
Orientamento n.27 Roma 16-2-2013 (citato dal sito di FCL, il grassetto è di nandocan)

La7, trattativa in esclusiva con Cairo. A rischio l’autonomia editoriale della rete?

urbanocairo

“Sono fuori e lontano dalla politica di Silvio Berlusconi, non mi ha mai visto nei convegni di Forza Italia e non mi vedrà” “Non so se venderanno La7 a me, ma penso di sapere esattamente cosa fare, e come. E di poter garantire solidità finanziaria e nessuna ombra sulla linea editoriale: Mentana e Santoro per me sono inamovibili”. ”Mi infastidisce quando leggo che sono l’amico di B., il berluschino che tira via La7 alla democrazia per riporla nelle mani del tycoon onnivoro”. Così l’imprenditore torinese Urbano Cairo il 7 febbraio in un’intervista ad Antonello Caporale sul “Fatto Quotidiano”.

Ieri il cda di Telecom Italia ha approvato l’avvio di “una fase di negoziazione in esclusiva con Cairo Communication per le cessione dell’intera partecipazione in La7 srl, con l’esclusione della quota di Mtv Italia (51%) detenuta dalla stessa La7″. Lo ha reso noto lo stesso Gruppo Telecom.

La 7 – ha scritto alcuni giorni fa sul sito di Articolo21 il segretario Fnsi Franco Siddi – per la sua anima identitaria e per la sua cultura professionale, è una realtà di interesse pubblico che opera in un settore delicato e strategico della vita civile e democratica del Paese. Non si capisce proprio – e sicuramente ciò alimenta inquietudine per le sorti di un sistema radiotelevisivo italiano, per il pluralismo e per la sua libera competizione – la prospettiva che Telecom vada con frettolosità a disfarsi dell’emittente. Non sfuggono a nessuno le manovre, non sempre trasparenti, per ottenere il controllo di un ‘asset’ importante del sistema televisivo italiano”. Quelle di Siddi sono le nostre stesse preoccupazioni.

Sarebbe davvero paradossale – affermano il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti e il senatore Pd Vincenzo Vita – nella stagione nella quale tutti annunciano una legge sul conflitto di interessi, si dovesse invece assistere, inerti o complici, ad una ulteriore e devastante espansione della anomalia italiana. Non si tratta di affari loro, perché da un’operazione di questa natura potrebbe derivare una sostanziale riduzione del pluralismo dell’offerta ed un colpo mortale alla attuale esperienza editoriale che ha garantito una ventata di libertà in un sistema chiuso e melmoso”.

“Giudichiamolo a posteriori – ha scritto Alberto Guarnieri nel suo blog sull’Huffington Post Italia – sperando sinceramente che non faccia la fine di un altro signore che non era servo di Berlusconi ma voleva essere come lui. Uno che aveva anche lui una squadra di calcio, una tv (Tmc, cioè sempre La7, il cinema e tante altre cose. Che si chiamava e si chiama Vittorio Cecchi Gori, ancora pochi giorni fa condannato per l’ennesimo crack della sua carriera…”

*da articolo 21,il grassetto è di nandocan

La “rinuncia” papale: una scelta “debole” tutta interna al sistema

curia vaticanadi Marcello Vigli, da ADISTA, 18 febbraio 2013 – La “rinuncia” di Benedetto XVI costituisce indubbiamente un evento eccezionale. Ne sono testimoni l’attenzione dei media di tutto il mondo e la diversità delle valutazioni che ne sono state date nelle diverse sedi religiose e politiche. Valga per tutte quanto scrive Paolo Naso (Nev, n. 7/13): questo gesto «ha una evidente ricaduta sull’ecclesiologia e forse sulla stessa teologia cattolica: come pochi altri umanizza e vorrei dire “secolarizza” l’istituzione papale».

Nulla sarà più come prima. Una simile scelta, per la prima volta del tutto libera, desacralizza per forza di cose l’istituzione. Ridimensiona la stessa immagine che il papato ha di se stesso attraverso la potenza e la debolezza di un atto solitario espresse nelle parole dello stesso papa che attribuisce la sua rinuncia alla sua «incapacità di amministrare bene il ministero» a lui affidato derivante dal venir meno del «necessario vigore sia del corpo, sia dell’animo».

Si può aggiungere, sono in molti a pensarlo, che al di là della sua debolezza fisica, tale incapacità sia stata determinata dal riconoscimento della sua impotenza a governare una Santa Sede afflitta da scandali, intrighi e lotte di potere aggravati da una struttura accentrata  della Curia e mal gestita da quella Segreteria di Stato che Wojtyla aveva voluto ne fosse il perno per garantirne l’efficienza. Non ha avuto l’energia e gli strumenti necessari per attuarla come pure aveva lasciato intendere di voler fare nella sua dura denuncia contro il carrierismo, alla vigilia della sua elezione, confermata nell’omelia alla messa delle ceneri, il 13 febbraio scorso.

I suoi tentativi di ammodernamento e di moralizzazione sono falliti di fronte a meccanismi che non è riuscito a modificare perché, in verità, non intendeva radicalmente ridimensionarli. Ne è testimone la sua scelta di assumere il Concistoro come primo destinatario della sua comunicazione, implicitamente riconoscendogli una preminente funzione istituzionale. Solo dopo due giorni l’ha estesa al Popolo di Dio raccolto per l’udienza settimanale. Ben altro sarebbe stato l’impatto con la pubblica opinione. Soprattutto ben altra forza avrebbe avuto il messaggio destinato al prossimo Conclave sulla necessità di assumere come primo problema da affrontare la riforma della Curia.

Se può sembrare fuori della realtà l’auspicio di un papa che, nell’esercizio della sua funzione di governo, si rapporta direttamente al Popolo di Dio, non lo è un appello alla collegialità sinodale.

La ri-convocazione del Sinodo dei vescovi (la cui ultima assemblea si è svolta nell’autunno scorso), per annunciare la sua volontà di rinunciare, avrebbe avuto quel carattere epocale e rivoluzionario da molti attribuito al suo gesto: indubbiamente innovatore, ma non eversivo dell’attuale assetto centralistico del governo della Chiesa. Tale fu quello compiuto da Giovanni XXIII con la convocazione del Concilio che, proprio con la creazione del Sinodo dei vescovi, aveva avviato una radicale riforma, subito bloccata prima dalla pavidità di Paolo VI, poi dall’autoritarismo pre-conciliare di Giovanni Paolo II.

Il sistema curiale può avere avuto una funzione in passato: quando prima l’imperatore e/o le famiglie nobili romane e poi i sovrani degli stati cattolici interferivano pesantemente nella designazione del  successore di Pietro.

In tempo di secolarizzazione – accettata dal Concilio come salutare strumento di purificazione per la Chiesa, pari alla fine del potere temporale riconosciuta come liberatrice da Paolo VI – una piena collegialità è l’antidoto efficace alla solitudine del papa attorniato da collaboratori da lui stesso scelti, portatori magari delle diverse sensibilità ecclesiali diffuse sul territorio, ma non certo delle sempre nuove esperienze di Chiesa sollecitate dall’accelerazione dei processi storici e vissute nella dimensione comunitaria.

PS: Se i cattolici conciliari si autoconvocassero per formulare proposte al Conclave da inserire nell’agenda del futuro papa?

 

* della Comunità di Base di San Paolo, Roma, il grassetto è di nandocan

In memoria di Giordano Bruno

Seppure la Chiesa abbia espresso, dopo quattrocento anni, il suo rammarico, ancora oggi l’Inquisizione è vista come una “deviazione” dei suoi adepti per salvare la dottrina.

di Walter Peruzzi (Cronache laiche), domenica 17 febbraio 2013 00:07
Roma, Campo de' Fiori - Il bassorilievo del processo a Giordano Bruno
Roma, Campo de’ Fiori – Il bassorilievo del processo a Giordano Bruno

Il 17 febbraio dell’Anno Santo 1600, al termine di un processo durato (fra denunce, carcerazione, interrogatorio, ritrattazioni) nove anni, Giordano Bruno veniva condannato a morte, condotto al rogo con la bocca inchiavardata e bruciato vivo in Campo dei Fiori. Un evento diventato, specie dall’Ottocento, un simbolo dell’Inquisizione.

Contro la «leggenda nera»
Da allora non sono mancate e non mancano difese della condanna di Bruno e della stessa macchina inquisitoriale. Secondo alcuni tradizionalisti cattolici come Rino Cammilleri (ma non è il solo) le accuse dei “laicisti” contro la «mite» Inquisizione sono una «leggenda nera». Essi sostengono che quella «santa» istituzione fu «necessaria», in alternativa ai tribunali laici, dato che «solo esperti ecclesiastici potevano asserire […] chi fosse davvero eretico, garantirgli un giusto e formale processo e persuaderlo, ove possibile» a pentirsi, avendo salva la vita. Per Cammilleri è ovviamente scontata la legittimità di processare gli eretici, perché in una società cristiana l’attacco alla Chiesa è un reato contro l’ordine sociale. «Il Santissimo Tribunale», anzi, «trattò con caritatevole pazienza e severa clemenza Giordano Bruno il quale […] era pieno di sé, pertinace e impenitente» e profferiva «le bestemmie più orribili […] Fu questo il motivo per cui lo condussero al rogo con la bocca serrata». Ci sono poi altri cattolici tradizionalisti più prudenti (si fa per dire), come il vescovo ciellino di San Marino-Montefeltro, Luigi Negri: essi giudicano sì l’omicidio una grave offesa alla persona, pur se insistono sul carattere garantista del processo a Bruno, ma ritengono che la sua condanna vada storicizzata («contestualizzata», direbbe Fisichella). Essa costituirebbe, come tutta l’attività dell’Inquisizione, una «riduzione della creatività e della libertà umana». Ma, tenuto conto che quella libertà era usata da Bruno in modo indebito, e che avrebbe portato alle ideologie totalitarie del Novecento, negatrici dell’uomo, «dobbiamo legare il 1600 al 1900» e pensare che, «forse», limitando «la libertà di ricerca in un punto», la Chiesa ha «creato quello che Giovanni Paolo II chiama “un grande movimento per la liberazione della persona umana”» (da False accuse alla Chiesa, Piemme). Da un male un bene, dunque: «una redenzione per mezzo del fuoco», come dice con sarcasmo Mark Twain a proposito dell’inferno.

La Chiesa e l’Inquisizione
Queste valutazioni sono ancora presenti fra i cattolici e non proprio marginali. Ma non è questa la posizione ufficiale della Chiesa, enunciata dal cardinale Paul Poupard, presidente del Pontificio consiglio per la cultura, il 3 febbraio 2000, nel quarto centenario del rogo. «Constatata l’incompatibilità della filosofia bruniana col pensiero cristiano, bisogna ribadire il rispetto per la persona», dice Poupard. E fin qui è come Negri. Ma poi, anziché contestualizzare, aggiunge: «Il rogo di Campo dei Fiori è, certo, uno di quei momenti storici, di quelle azioni di cui oggi non ci si può non rammaricare, deplorandole chiaramente. L’uso della coercizione e di metodi violenti non è assolutamente compatibile […] con l’affermazione della verità evangelica». Ciò si ricollega alla condanna di Giovanni Paolo II contro le violenze dell’Inquisizione, per le quali il papa chiese perdono giudicandole «controtestimonianze di cui la Chiesa si pente», “deviazioni” – anche se commesse da «uomini di Chiesa» – dalla sua dottrina. Tutto a posto, dunque? Non proprio.

Non “deviazioni” ma dottrina 
Le persecuzioni per ragioni di fede iniziano già nel 325 col Concilio di Nicea, continuando tutto il Medioevo e sfociando nell’Inquisizione, che va dal XII al XVIII secolo e finisce non per iniziativa della Chiesa ma per decisione dei principi illuminati e di Napoleone. Ancora più tardi, qualche anno fa, arriva la richiesta di perdono. Ora, come si può considerare “deviazione dalla via maestra” una pratica che la Chiesa ha seguito per quasi tutta la sua storia, senza mai seguirne un’altra?
Ciò costringe a pensare che non di “deviazioni” si tratti ma di comportamenti derivanti dalla stessa dottrina o da essa giustificati. E se ne ha conferma appena si osserva che le «violenze» deprecate da Giovanni Paolo II sono ordinate e predicate dagli «uomini di Chiesa» fondandosi sulla Bibbia (dove Dio invita gli israeliti a distruggere gli altari dei falsi dei e a uccidere chi li adora) o sugli argomenti dei massimi teologi – da Tommaso d’Aquino, per cui «è giusto uccidere gli eretici», a Bernardo di Chiaravalle, per cui ammazzare un infedele è «malicidio». Né manca la legittimazione solenne del magistero, di papi e di concili, come l’enciclica Quanta cura (1864) con cui Pio IX ricorda ai fedeli il «dovere di reprimere con pene stabilite i violatori della Religione cattolica».
La contraddizione, in una parola, non è fra i precetti della Chiesa e i comportamenti occasionali di alcuni suoi figli, ma fra la presunta mitezza del messaggio evangelico che la Chiesa millanta per offrire una immagine accattivante di sé e la durezza dei precetti costantemente predicati e applicati, sempre in nome del Vangelo – variandoli o scusandosene, quando la situazione lo consiglia, salvo tornare a “peccare” appena possibile.


Massimo Mucchetti. Come uscire dalla crisi epocale dei media.

di Gianni Rossi, 16 febbraio 2013 (da articolo 21)

mucchettiGrande firma del giornalismo economico, Massimo Mucchetti, già vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, si presenta come candidato al Senato per il PD.  Fine conoscitore degli ambienti imprenditoriali, indagatore dei segreti finanziari più inconfessabili della cosiddetta “razza padrona”, Mucchetti negli anni ha subito, a causa delle sue inchieste “scomode”, anche intercettazioni illegali ed intromissioni sui suoi computer.  Il suo gruppo editoriale ha clamorosamente annunciato uno stato di crisi, dovuta alla forte diminuzione delle risorse pubblicitarie e alla difficile transizione verso la crossmedialità digitale. In ballo ci sarebbe anche la riduzione di 800 posti di lavoro, tra esuberi e prepensionamenti. A questa manovra rigorista e ottusa le organizzazioni sindacali hanno già scelto di rispondere unitariamente, programmando anche 10 giorni di sciopero e avanzando proposte alternative. Ecco, quindi, la lucida analisi di Mucchetti sulla situazione più generale di tutto il settore.D. Qual è la tua analisi di questa crisi della stampa? Deriva solo dalla mancanza di risorse o anche da legislazioni che non facilitano la libera concorrenza?R. “Oggi l’emergenza è data dalla recessione che inaridisce la fonte dei ricavi pubblicitari, per la stampa, per la televisione, per la radio. L’unico soggetto in forte crescita è Google. La sua offerta pubblicitaria, con il programma AdWords, risulta ottima per gli utenti e assai redditizia per il motore di ricerca. Ormai Google è di gran lunga la terza concessionaria di pubblicità italiana. Ma ha due caratteristiche singolari: non è sottoposta ad alcuna regola per la tutela della concorrenza; non paga le imposte in Italia. La recessione colpisce, inoltre, le vendite dei giornali e frena gli abbonamenti anche alla Pay-tv. Se si esclude SKY Italia, che fa parte di un Network internazionale, e la sullodata Google, l’intera industria della comunicazione in Italia ha l’acqua alla gola. Paradossalmente, nel prossimo futuro, l’azienda che potrà vantare la migliore affidabilità sul fronte dei ricavi sarà la RAI, grazie al canone, il cui gettito potrebbe essere aumentato attraverso il recupero della forte evasione. Le altre emittenti, da Mediaset a LA7, sono ormai entrate in una grave crisi: Per non parlare delle TV locali che oggi ancora in qualche modo reggono, grazie a sussidi di stato. La legislazione della concorrenza nei settori dei media va dunque ripensata, alla luce delle politiche industriali, indispensabile per assicurare la concorrenza medesima, il pluralismo delle culture, e la sopravvivenza e lo sviluppo delle aziende nel nuovo contesto di un’economia a un tempo travolta dalla recessione e sfidata dalla rivoluzione tecnologica. Non ha senso riproporre gli schemi dei primi anni Novanta. Oggi abbiamo dei nuovi monopoli nella Rete, gli OTT, gli Over The Top.”

D. La Rete è in forte espansione, ma non ancora ci sono proventi pubblicitari adeguati. I grandi gruppi editoriali sembrano non riuscire a sfondare in questo nuovo business. Non pensi che Google rischia di diventare un monopolista nella raccolta pubblicitaria?

R. ”I grandi e piccoli gruppi editoriali e televisivi faticano a fare fatturato pubblicitario sulla Rete e ancor più arrancano nel proporre contenuti a pagamento. Non è una debolezza italiana, è una difficoltà che colpisce gli editori della carta stampa e della radiotelevisione di tutto il mondo. Google è un luogo dove l’offerta dell’inserzione pubblicitaria si fa utilizzando contenuti di tutti i generi, prodotti da terzi, grazie al motore di ricerca, che, avendo raggiunto una percentuale di utilizzo enorme, grazie alla sua efficienza consegna alla multinazionale di Mountain View una posizione di fortissimo monopolio. Molto più forte, per dire, di quello esercitato da Mediaset nella raccolta televisiva. La strada scelta in Francia dal governo, che ha stretto un accordo con Google per la creazione di un fondo di 60 milioni di euro a favore dei new media, è soltanto l’inizio. Basta fare due conti. Il fatturato di Google in Italia si avvicina ai 700/800 milioni di euro: non possiamo essere più precisi, perché la contabilità viene fatta a Dublino. In Francia si stima superi il miliardo di euro, data la maggiore digitalizzazione del paese. Ma Google non paga le imposte nemmeno in Francia, ovviamente, e utilizza i diritti d’autore altrui senza remunerarli. L’accordo francese comporta un onere del 6% e forse meno sul fatturato: troppo poco per remunerare equamente i diritti d’autore utilizzati e al tempo stesso l’erario.”

D. Tu prevedi grandi sommovimenti di proprietà nel mondo dei media dopo queste elezioni?

R. “Intanto, Telecom Italia Media vuole vendere LA7. Ma una crisi radicale come quella in atto non potrà non avere riflessi sugli assetti proprietari anche di altre imprese editoriali e televisive. Non dimentichiamo che il Patto di sindacato di RCS/Mediagroup si avvicina alla scadenza e che anche Mediaset naviga in cattive acque. In questo contesto economico e tecnologico, la legge Gasparri, che nella sostanza non tiene conto degli Over The Top, Google in testa, appare ormai superata. Sarebbe quindi intelligente che le imprese del settore decidessero i tempi, i modi e le finalità delle proprie ristrutturazioni nel nuovo contesto normativo che aggiornerà il quadro, fin qui disegnato dalle legge sull’editoria e dalla Gasparri medesima”.

D. Anche Bersani ha invitato Telecom a non precipitare le decisioni sul LA7, prima delle elezioni. E Berlusconi ha reagito sostenendo che il leader del PD pressa la Telecom a prendere tempo, affinchè l’eventuale governo di centrosinistra possa colpire Mediaset e con ciò valorizzare l’emittente di Telecom Italia….

R. “Bersani ha fatto un discorso di puro buon senso. Io stesso con un intervento sul Messaggero avevo invitato il CDA di Telecom Italia a rinviare qualsiasi deliberazione sul futuro di Telecom Italia Media  a quando si fosse chiarito il nuovo contesto normativo per i settori delle TLC e delle comunicazioni in Italia. Quanto a Berlusconi, si può osservare come anche in questa circostanza il suo punto di riferimento non sia l’interesse del settore dei media a crescere nel nuovo contesto tecnologico, nonostante la recessione; ma la difesa di Mediaset all’interno di uno status quo che, come dimostrano gli stessi bilanci del Biscione, non è più in grado di assicurare l’antica prosperità della TV commerciale italiana. Fosse vero, e non lo è, che il governo di centrosinistra favorirebbe LA7, non si capirebbe perchéla Telecomdebba anticipare la vendita, come le suggerisce oggi Berlusconi.”.

 

La7, la trama è un po’ cambiata ma il finale potrebbe essere lo stesso, a meno che Della Valle…

 di Stefano Ferrante, da articolo 21, 15 febbraio 2013

Centro di produzione LA7 in Via NovaroQuello che rischia di andare in onda su La7 è il remake di un film già visto nel 2001. Allora, pochi mesi dopo la vittoria di Berlusconi alle elezioni, la Telecom appena acquistata da Tronchetti Provera azzerò in fretta e furia, pagando penali e liquidazioni assai onerose, il progetto del terzo polo tv di Fazio, Giovalli e Lerner, che faceva perdere il sonno dalle parti del Biscione. Oggi la trama è un po’ cambiata, ma il finale potrebbe essere lo stesso: alla vigilia di una tornata elettorale che potrebbe porre le premesse per ridisegnare il mercato radiotelevisivo e scardinare il duopolio, c’è chi vorrebbe che alla spiccia Telecom cedesse La7, proprio quando, l’emittente rivitalizzata dall’informazione della sua redazione, da Mentana, Gruber e Santoro, dimostra di poter essere protagonista nel mercato televisivo.Al di là della modalità della cessione, non scevra dall’ombra di intricati conflitti di interesse degli azionisti, la sua tempistica è davvero discutibile.
Perché vendere prima del voto una tv che dopo le elezioni potrebbe valere di più ed essere più appetibile, soprattutto se il responso delle urne fosse negativo per Berlusconi?
La7 sarebbe venduta così a un prezzo congruo, visto che le offerte finora arrivate sono lontane dalle attese dichiarate dai vertici di Telecom all’avvio della procedura di cessione?
Come mai Telecom mette in vendita oggi frequenze televisive (bene comune, demaniale, che lo Stato ha assegnato a La7 per svolgere la sua funzione pubblicamente rilevante) che tra non molto avranno un valore notevolmente superiore perché, secondo la legge, diverranno utilizzabili anche per la telefonia?
Gli interessati all’acquisto (Cairo, già stretto collaboratore di Berlusconi e oggi concessionario pubblicitario di La7, con un contratto per lui vantaggiosissimo e di lunga durata, e il Fondo Clessidra, guidato da Sposito, già dirigente delle aziende di Berlusconi) hanno un progetto industriale credibile per il futuro della Tv e un profilo in grado di garantire a La7 la libertà editoriale di cui ha goduto con l’editore Telecom?
Sono questioni che, evidentemente, non riguardano solo il futuro di un’azienda e dei suoi lavoratori, giornalisti e non.
In gioco ci sono principi cardine della democrazia liberale: la libera concorrenza, la trasparenza delle dinamiche finanziarie ed economiche, il destino di un bene pubblico importantissimo come l’etere, e, soprattutto, la libertà d’informazione garantita dall’articolo 21 della Costituzione.
Il prossimo governo non potrà non affrontare il nodo del pluralismo del sistema televisivo, già gravemente vulnerato dal conflitto d’interesse dell’ex premier–editore. Forse è con questa consapevolezza che i sostenitori della vendita-lampo e a ogni costo si stanno muovendo in queste ore.
da Repubblica.it:  “Della Valle prepara l’offerta, pronta la lettera al Cda di Ti Media. Il fondatore di Tod’s ha già firmato l’impegno di riservatezza per accedere alle carte messe a disposizione dalla società all’advisor, ha messo i legali al lavoro e ingaggiato una banca d’affari internazionale che lo assiste. Ha bisogno però di qualche settimana per metter a punto un’offerta interessante assieme ad altri cinque o sei imprenditori del made in Italy, cercando di coinvolgere anche chi lavora a La7 (da Enrico Mentana a Michele Santoro). Lo schema dell’offerta di Della Valle punta solo su una tv (La7 senza Mtv) e lascia a Telecom Italia il business delle infrastrutture e i multiplex. (16 febbraio, ore 12)”.
* membro del Cdr La7, il grassetto è di nandocan

L’Ordine compie cinquanta anni. Nessuna proposta, occasione mancata

logo di giornalismo e democraziaLe celebrazioni servono a poco se non vengono utilizzate per fare passi in avanti. E’ quello che è accaduto all’Ordine dei giornalisti, che ha organizzato in un’aula del Parlamento una cerimonia per ricordare i 50 anni della legge istitutiva. Un po’ di discorsi, qualche riflessione, ma nessuna azione concreta per uscire dalla condizione di debolezza in cui si trova l’organismo professionale dei giornalisti.

Enzo Iacopino, da tre anni presidente del Consiglio nazionale, dopo un commosso ricordo di Guido Gonella e la rivendicazione di una grossa parte del merito dell’approvazione della norma sull’equo compenso (per altro non ancora operativa) ha ammesso che occorre una spinta verso una vera riforma, ma nulla di più sui contenuti possibili.

Il sociologo Enrico Finzi ha illustrato l’ennesima indagine sulla condizione del giornalismo italiano e sulla sua consapevolezza dei problemi. Il 75 per cento teme la scomparsa di molte testate. Interessanti i dati sull’utilizzazione e la convinzione che dell’importanza di Internet: il 68 per cento si dice favorevole all’innovazione (sono stati intervistati 1681 iscritti) e la constatazione che la radio viene considerato il mezzo più rispettoso della deontologia professionale.

Al dibattito era presente l’intero Consiglio nazionale dell’Ordine. Tre gli interventi esterni. Il gesuita di Civiltà Cattolica Francesco Occhetta ha analizzato il tema etico. Caterina Malavenda, avvocato e studiosa del diritto giornalistico ha apprezzato il rispetto delle regole per la protezione dei minori; ha condannato il poco risalto che gli stessi giornali danno agli episodi di intimidazione e minacce (in sala c’era la cronista del Giorno Francesca Santolini, che racconta le indagini sulla malavita e che si è vista sparare addosso in una strada di Milano); ha giudicato male scritta e nebulosa la legge sulla privacy, che ha reso molto più difficile il lavoro dei cronisti.

Monica Maggioni, da poco nominata direttore di RaiNews, ha affermato che i giornalisti televisivi devono avere il coraggio di confrontarsi con il pubblico per capire il nostro grado di eticità. In tv c’è l’annosa questione della spettacolarizzazione: se la televisione si desse codici etici e standard superiori la situazione migliorerebbe”. E’ il mestiere stesso che va messo in discussione sul piano etico, ha detto la Maggioni.

Un’occasione mancata. Del resto è noto che lo stesso Ordine non è in grado di immaginare una riforma della legge realmente innovativa. Il progetto che pochi mesi fa è stato fermato (in sede legislativa) comportava pochi ritocchi al testo del ’63, ad esempio quelli indispensabili a far sì che funzioni un Consiglio nazionale che ha superato i 140 membri. Colpisce – forse si spiega con l’approssimarsi del rinnovo degli stessi Ordini, regionali e nazionale – che non si stato utilizzato l’anniversario per fare appello alle forze politiche. I nodi più importanti sono noti: rapporto professionisti-pubblicisti; formazione dei praticanti; legame con le università; applicazione delle norme sul procedimento disciplinare appena approvate dal Ministero della Giustizia. Ma tanti altri si potrebbero aggiungere: non rinnovabilità del mandato elettivo; divieto della iscrizione contemporanea in Ordini diversi; scarsa applicazione di alcune norme deontologiche (pubblicazione della rettifica).

Carne da mettere al fuoco ce ne sarebbe molta. E poiché tocca al Parlamento modificare la legge, quale migliore occasione del dibattito in corso per le elezioni politiche di fine febbraio? Perché non chiamare i partiti ad un impegno preciso? Perché non sollecitarli ad inserire la riforma nei loro programmi? Il giornalismo vive in una crisi perenne, di carattere strutturale e finanziario. Ma anche in una condizione di subalternità da cui proprio un Ordine moderno ed efficiente potrebbe risollevarla. Guido Gonella era questo che voleva. E una forte richiesta in questo senso sarebbe stata il modo migliore per onorarlo. (vr)

 

 

Elezioni: Di Trapani (Usigrai), “Verro parla da consigliere Rai o da candidato Pdl come Minzolini?”

minzolini

“Antonio Verro parla come consigliere di amministrazione della Rai o come candidato alle politiche dello stesso partito di Augusto Minzolini?”. A domandarlo e’ il segretario dell’Usigrai, Vittorio di Trapani, che commenta cosi’ le dichiarazioni rilasciate oggi da Verro (“Sono contento si sia conclusa positivamente la vicenda giudiziaria che ha visto coinvolto Augusto Minzolini. Ora mi aspetto che, quanto prima, il Direttore Generale porti una proposta in Cda per sanare la questione in ossequio a quanto previsto dalla legge”). “Oggi va in scena un’altra edizione del conflitto di interessi e della intollerabile ingerenza dei partiti nella gestione della Rai. Verro rassegni le dimissioni dal Cda: anche in caso di mancata elezione, e’ ormai indiscutibile che non ha il profilo di autonomia e indipendenza indispensabile ad amministrare il Servizio pubblico”, afferma il sindacalista. “Per quel che ci riguarda – aggiunge – le sentenze si rispettano e le norme si applicano, senza distinzioni di parte”.

“Ribadiamo pero’ – conclude – quello l’Usigrai sosteneva gia’ allora: Minzolini andava rimosso dalla direzione del Tg1 per valutazioni editoriali e di prodotto. Ancor piu’ valide oggi dopo la sua candidatura come numero 2 del proprietario di Mediaset, Silvio Berlusconi. E per questa ragione e’ una stagione che non si puo’ riaprire”.

da Articolo 21, 14 febbraio 2013

Per una scuola nuova rileggere “Lettera a una professoressa”

Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa
di Stefano Guglielmin (dal sito “La poesia dello spirito”).

Per una scuola nuova ci vuole un libro vecchio come Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani. Per fortuna, alcuni professori sono finalmente usciti dall’idea, classista, che la cultura sia tutto ciò che ha dato lustro alla nostra civiltà: libri in classifica, morali per bene, imprese eroiche, rivoluzioni industriali. Ma in generale la scuola, su quelle leve, ha edificato la sua fortuna. Il risultato di questa selezione culturale plurisecolare è stata la formazione di una elite dominante e privilegiata (magari mascherata, come oggi, da illuminata riformatrice), e di uno sterminato serbatoio di forza lavoro.

Ce lo ricorda ancora don Milani, anzi, i suoi allievi raccolti intorno alla Scuola di Barbiana, negli anni Sessanta. Tutti ragazzini malnati a inchiostri e calamai, e che pure ammettevano che la scuola fosse “meglio della merda“. Pronunciata da un figlio di contadini è una frase forte, ambigua in fondo, perché il letame concima, è risorsa. Ma la scuola è meglio, se fatta bene. Concima infatti le menti, le libera dalla sottomissione ai poteri meschini. Le impegna per i poteri necessari, per quelli che vogliono realizzare una società equa.

Qualcosa è cambiato da allora, ma non tanto a pensarci bene. La bocciatura, come strumento invasivo per liberare il corpo sano della scuola dagli incapaci, sta tornando in auge; professori che non si vogliono aggiornare perché sottopagati aumentano di continuo; per non dire dell’idea che la scuola sia un’azienda che non può permettersi disavanzi, per cui chiede programmazioni e bilanci che tengano conto delle quantità spendibili anziché di formare cittadini capaci di spirito critico e solidali con il prossimo.

Rileggere Lettera a una professoressa significa tornare alle questioni di base, alla funzione ideologica della scuola e a quella di selezionatrice della classe dirigente. Per capirci: il primo anno di riforma Gentile, più di tre quarti degli esaminandi fu respinta. La borghesia gridò allarmata: ma come, noi paghiamo il regime e voi impedite ai nostri figli di diventare la futura classe dirigente? Il regime corse ai ripari abbassando gli obiettivi minimi. Ora siamo in un’altra fase, opposta, direi. In quella in cui gli obiettivi minimi sfiorano lo zero (non dappertutto, sia detto con chiarezza). La ragione è evidente: il rinnovo del potere passa per altre vie. Più clientelari, come si è ben visto.

Il professor Monti ci è invece arrivato per meriti acquisiti, ma questo capita solo quando il sistema clientelare non riesce più a disbrigare la matassa. Però è sempre lui, il sistema, ad avere l’ultima parola. Parola che il popolo riscrive così: a pagare sono sempre i soliti. Ma anche ad essere esclusi da una formazione di qualità sono sempre i soliti; e a subire un indottrinamento consumista; e a non riuscire a godersi l’effimero della bellezza, assorbendo acriticamente il bello di moda, quale effimero della produzione standardizzata.

Lettera a una professoressa ci insegna la democrazia, l’esatto contrario dell’Italia contemporanea, corporativa, razzista, opportunista e cinica, dove uomini mediocri – dietro ai quali, tuttavia, ci sono precisi gruppi di potere intelligenti – decidono i destini d’intere generazioni (vedi la disoccupazione giovanile e la riforma delle pensioni). La scuola non ha leve per scardinare tutto ciò, ma, se ben fatta, offre agli allievi la chiave per comprendere che matrix esiste e pulsa meno intensamente quanto più noi riusciamo a pensare creativamente.

Il libro scritto dagli otto ragazzi di Barbiana può aiutarci a vivere meglio, ad essere artisti non per vanità, ma per liberarci dagli stereotipi, per combattere il virus conformista che ci ammala. E ciò malgrado qualche riga sia davvero improponibile oggi, come l’invito, “nei casi estremi“, ad usare “la frusta” e l’idea che insegnare sia una vocazione talmente alta da chiedere, se possibile, “il celibato” o la castrazione preventiva.

*il grassetto è di nandocan

Prove di secessione – perché la “macroregione” proposta dalla Lega è pericolosa

macroregione norddi Felice Besostri (da l’Avvenire dei lavoratori), 14 febbraio 2013 – Tra le norme inattuate della nostra Costituzione ve ne sono antiche, come l’articolo 39, sui sindacati, e il 49, sui partiti. L’art. 117, penultimo comma, è invece una norma della novella costituzionale del 2001: un prodotto dell’ultimo Ulivo. Ecco il testo, inattuato e sconosciuto ai più: “La legge regionale ratifica le intese della Regione con altre Regioni per il miglior esercizio delle proprie funzioni, anche con l’individuazione di organi comuni”. L’ultimo comma dell’art. 117, invece, prevede la possibilità che: “Nelle materie di sua competenza la Regione può concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato”. Questa disposizione è già andata in Corte Costituzionale, su iniziativa della Presidenza de Consiglio dei Ministri, che ha impugnato con un conflitto di attribuzioni la partecipazione della Provincia Autonoma di Bolzano, della Regione Friuli Venezia Giulia e del Veneto a un accordo comunitario di cooperazione transfrontaliera, “Interreg III A, Italia-Austria”, con i Länder Carinzia, Salisburgo e Tirolo senza la preventiva intesa con il Governo italiano. Il conflitto di attribuzione è stato risolto a favore della Provincia Autonoma di Bolzano e delle due Regioni dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 258 del 2004.E’ facile capire, anche per non esperti, che dal combinato disposto dei due ultimi commi dell’art. 117 Cost. possa uscire una miscela esplosiva per l’assetto del nostro Stato e minacciarne, come non mai nel passato, la stessa unità. L’indipendentismo siciliano aveva dalla sua un’antica tradizione, che ebbe un nuovo periodo di lustro dal 1943, anno di rinascita del separatismo, con due personaggi che propugnavano la separazione e la creazione di una repubblica isolana: Andrea Finocchiaro Aprile, fondatore e leader del Movimento Indipendentista Siciliano, e Antonio Canepa, professore universitario antifascista d’idee socialiste rivoluzionarie e primo capo della sua formazione militare, l’EVIS.La differenza fondamentale con l’oggi sta nel fatto che quel separatismo, come quello originario di Bossi e della Lega Nord, era eversivo dell’ordinamento costituzionale, mentre la macro-regione del Nord di cui parla Maroni si fonda su norme della Costituzione e non è incompatibile con l’Unione Europea.A distanza di poco più di un decennio si possono vedere i guasti di riforme costituzionali prese per ragioni di contingenza politica, allora si trattava di adescare la Lega Nord, “una costola della sinistra”, per separarla da Forza Italia. L’errore si è ripetuto con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio e l’accentramento finanziario in capo allo Stato centrale (legge costituzionale 20.4.2012, n. 1, riforma artt. 81, 97, 117 e 119 della Costituzione).

Sicché adesso Maroni, candidato governatore della Lombardia, parla vagamente di una “macro-regione del nord”, dai confini incerti, senza dire cioè nella sua proposta se essa per esempio comprenda o meno la regione a Statuto speciale Friuli Venezia Giulia. Lo sfondo di riferimento è alla proposta, articolata da Gianfranco Miglio nel 1993, per un compiuto assetto federale del Paese fondato su tre macro-regioni – la “settentrionale”, la “centrale” e la “meridionale”, oltre alle “isole”, alle Regioni a statuto speciale e a un “territorio federale” intorno a Roma (atto a risolvere il difficile nodo della “città capitale” e del suo statuto).

La riabilitazione postuma del professor Miglio è resa possibile dalla sostituzione di Bossi con Maroni. Il Senatùr non era stato tenero con il professore della Cattolica, quando questo abbandonò il movimento in opposizione all’accordo con Forza Italia. Piccolo florilegio delle opinioni di Bossi raccolto da Elisabetta Reguitti su Il Fatto Quotidiano del 12.8.11: “Me ne fotto delle minchiate di Miglio”. “Arteriosclerotico, traditore”. Alla domanda se Miglio fosse l’ideologo della Lega il Senatùr rispose: “Ideologo? No, un panchinaro”. “Miglio è una scoreggia nello spazio”. Così Bossi.

La proposta della Lega Nord è pericolosa proprio perché dettata da considerazioni prettamente politiche di partito. La norma costituzionale è del 2001, quando i leghisti erano al governo della Lombardia e del Veneto, presidenti Formigoni e rispettivamente Galan, entrambi di Forza Italia, poi PdL. Con le elezioni regionali del 2010 l’alleanza Lega Nord-PdL, conquistò anche il Piemonte, con il leghista Cota. Nessuna forma speciale di collaborazione ai sensi dell’art. 117 Cost. è stata varata, né udibilmente proposta, dalla Lega, che nel frattempo conquistava anche la Presidenza della Regione Veneto con Zaia. E la ragione di ciò è semplice: il coordinamento di Piemonte, Lombardia e Veneto in una macro-regione del Nord dotata di organi comuni, avrebbe assegnato la leadership al “Celeste”, Roberto Formigoni.

La Lombardia ha 9.917.714 abitanti, il Veneto 4.937.854 e il Piemonte 4.457.335. La preminenza lombarda è avvalorata dal suo contributo al PIL nazionale: il 20,8% con il 16,3% della popolazione. Seguono il Veneto con il 9,3% di Pil con l’ 8,1% della popolazione e, a distanza, il Piemonte con il 7,4% di PIL e popolazione. Come si vede da questi indicatori la Lombardia, sia come popolazione sia come contributo percentuale al PIL nazionale, supera la somma delle due altre Regioni “padane”.

Se ora si costituisse l’entità macro-regionale dotata di organi comuni come propone Maroni, le tre regioni del Nord sarebbero governate da una sola forza politica e nessun governo nazionale potrebbe non tenerne conto. Sarebbe in un certo senso come una Terza Camera accanto a Montecitorio e Palazzo Madama. Oltretutto il Trattato di Lisbona ha rafforzato la partecipazione dei Parlamenti nazionali e delle Regioni alla fase ascendente delle direttive comunitarie, quindi si può facilmente immaginare quale peso potrebbe esercitare sulle decisioni comunitarie un’entità macro-regionale, coesa e determinata, che assomma 19.312.903 abitanti. Per popolazione sarebbe l’ottavo Stato dell’Unione tra la Romania (21.498.616 abitanti) e i Paesi Bassi (16.485.787 abitanti).

Tale peso politico si accrescerebbe ulteriormente se al Governo ci fosse una coalizione affetta da dissidi interni che non potesse contare su una chiara maggioranza in entrambe le Camere. Ebbene, questa maggioranza per la coalizione PD, SEL, PSI e Centro Democratico è sicuramente a rischio al Senato.

Se si deve compiere una scelta, speriamo di no, tra vincere al Senato in Lombardia o vincere le elezioni regionali per il “Pirellone”, non c’è alcun dubbio che la sfida per il Governo regionale sia quella più importante.

Dopodiché l’art. 117 Cost. andrebbe riformato, prevedendo un passaggio al Parlamento nazionale per deliberazioni di coordinamento pluriregionale che prevedano anche l’istituzione di organi comuni. Non si può lasciare tutta la materia del contendere ai conflitti di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. Semmai si tratterebbe di accentuarne le motivazioni di funzionalità ed efficienza amministrativa rispetto a motivazioni puramente politiche (al limite dell’ideologia).

Un esempio cui guardare è L’AIPO, l’Agenzia Interregionale per il Po, ente strumentale di quattro delle Regioni su cui insiste il bacino del grande fiume: Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. La Valle d’Aosta e le province autonome di Trento e di Bolzano usufruiscono di speciali uffici locali. Le regioni Liguria e Toscana affidano all’AIPO, quanto ai corsi d’acqua afferenti, la gestione dei compiti connessi al bacino padano mediante “protocolli d’intesa” e particolari “convenzioni”. L’attività di pianificazione delle risorse e degli interventi relativi al bacino è curata dall’Autorità di bacino del fiume Po (AdBPo), organismo misto Stato-Regioni.

Per inciso: si tenga presente che nella visione politico-ideologica della Lega Nord non c’è spazio per intese con la Regione Emilia Romagna, governata dalla sinistra.

Altro elemento di valutazione: l’AIPO è sorta dopo la soppressione del Magistrato del Po, un organismo statale di grande competenza tecnica, che regolava l’integrazione tra il livello statale e quello regionale e che si era dimostrato capace di assicurare il massimo di efficienza, cioè di cooperazione al posto del conflitto istituzionalizzato.

La coalizione guidata da Umberto Ambrosoli dovrebbe già in questa campagna elaborare un modello di cooperazione interregionale efficiente, alternativa a quella conflittuale e ideologica della Lega Nord, per esempio con la Liguria per il sistema infrastrutturale correlato ai porti tirrenici. Nell’ambito delle competenze e funzioni regionali, che ci sono anche quelle delegate, ci sono materie importanti per lo sviluppo economico, sociale e civile, che se pensate in un quadro interregionale possono consentire economie di scala per i costi organizzativi e di gestione. Una rete di eccellenza può essere costituita dalle Università e dagli Istituti di ricovero e cura di carattere scientifico senza riguardo alla colorazione politica della Regione di appartenenza e con estensione, nell’ambito della cooperazione transfrontaliera, a organismi e istituti degli Stati confinanti.

* il grassetto è di nandocan


 

Dieci anni di Terra Futura

131di Andrea Baranes, 12 febbraio 2013 – Dieci anni fa partiva l’esperienza di Terra Futura, dopo il successo e l’enorme partecipazione del primo Social Forum Europeo che si tenne a Firenze. L’idea su cui è nata Terra Futura era semplice quanto innovativa: unire l’analisi teorica con l’esperienza pratica, mettere a confronto sui temi e le grandi sfide che ci troviamo a vivere ricercatori, organizzazioni e reti della società civile, imprese, amministratori e semplici cittadini. Proponendo da un lato incontri, dibattiti e approfondimenti con centinaia di relatori da tutto il mondo e dall’altro i prodotti e servizi di chi prova a mettere in campo delle proprie soluzioni, giorno dopo giorno.

Al tempo della prima edizione, nel 2004, il contesto era completamente diverso da quello attuale. Una sparuta minoranza di persone criticava il modello di sviluppo, le scelte politiche ed economiche, il ruolo della finanza, gli impatti sull’ambiente della produzione e del consumo, le ingiustizie tra Nord e Sud del mondo e anche all’interno dei singoli Paesi. Delle esperienze viste tutt’al più come delle nicchie di mercato, pittoresche ma senza un grande futuro.

Oggi la situazione è radicalmente cambiata. Dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli USA, l’economia mondiale, e quella italiana in particolare, attraversano una fase di grande difficoltà. Forse non ha nemmeno più senso parlare di una crisi, o per lo meno il termine va spiegato almeno da tre punti di vista. Il primo è temporale: una crisi da l’idea di un fenomeno di rottura e di breve durata, qui stiamo parlando di un processo che dura da anni e che comporterà con ogni probabilità cambiamenti e impatti per gli anni a venire. In secondo luogo, se si vuole utilizzare il termine crisi, questo va declinato al plurale, e riguarda gli ambiti della finanza, dell’economia, dell’ambiente, del sociale, della democrazia. Il terzo piano è quello geografico con il sovrapporsi di differenti questioni che riguardano il piano locale, nazionale, europeo e internazionale.
Per rispondere all’ampiezza e alla profondità delle sfide e dei problemi, il primo cambiamento deve avvenire sul piano culturale. Occorre riconoscere una volta per tutte che il dogma economico neoliberista, vero e proprio pensiero unico degli ultimi trent’anni, ha miseramente fallito. Occorre mettere in campo un nuovo modo di pensare, di agire, di produrre, di consumare, di relazionarsi per creare un differente modello di sviluppo che sappia ricomprendere e superare le molteplici crisi che ci troviamo davanti.
Alcune di queste soluzioni erano quelle già presentate all’avvio di Terra Futura, dieci anni fa. Altre sono nate e si sono sviluppate nel frattempo. Oggi il dibattito su molti di questi temi è avanzato, e sono innumerevoli le proposte concrete. Dall’agricoltura biologica e a chilometro zero ai gruppi d’acquisto solidali, dal commercio equo all’efficienza energetica e alle rinnovabili, dalla finanza etica al turismo responsabile, dal software libero al riciclo a moltissime altre, quelle che dieci anni fa erano al massimo considerate con curiosità e sufficienza sono oggi in molti casi dei percorsi obbligati. Una delle prove maggiori del loro successo è forse nel tentativo del modello dominante di replicarne alcune caratteristiche senza però rimettere in discussione le fondamenta dell’attuale sistema.
Anche per questo, molto rimane ancora da fare per un reale cambiamento di rotta. Il dibattito emerso negli ultimi anni sui Beni Comuni e sulla necessità di superare la dicotomia pubblico-privato, innescando reali meccanismi di partecipazione dei cittadini, ne è forse la manifestazione più evidente.
In questi dieci anni Terra Futura è stata più di una mostra-mercato di buone pratiche per la sostenibilità. È stata un laboratorio di sperimentazioni lungo ognuna delle direttrici precedentemente menzionate. Temporale, proponendo soluzioni durature e al tempo stesso innovative. Cercando di proporre un modello finanziariamente ed economicamente solido, ambientalmente sostenibile, rispettoso dei diritti sociali e delle lavoratrici e dei lavoratori e che garantisca la democrazia e la partecipazione di tutte le persone interessate. Provando a conciliare, infine, gli aspetti locali con la dimensione globale delle tematiche affrontate.
È questo mix che vogliamo proporre nella decima edizione che si terrà dal 17 al 19 maggio 2013, come ogni anno alla Fortezza da Basso di Firenze. La speranza è che se questi dieci anni sono stati spesi per sperimentare e introdurre nuovi modelli, i prossimi dieci siano quelli in cui li metteremo in pratica su larga scala per la realizzazione della terra futura che desideriamo.

Andrea Baranes – Fondazione Culturale Responsabilità Etica

Berlusconi spopola nei tg Mediaset

berlusconitv1

13 febbraio 2013  – “Il nostro Osservatorio controlla i Tg del prime time. Dall’analisi dei dati cumulativi di 5 settimane di campagna elettorale emerge un sostanziale equilibrio in Rai mentre esiste un vistoso squilibrio su Mediaset”. Lo afferma Roberto Zaccaria, coordinatore dell’Osservatorio del Pd sul pluralismo dell’informazione televisiva ed ex presidente Rai.

“Il dato piu’ allarmante e’ rappresentato dal tempo di parola di Berlusconi che nei TG Mediaset ha avuto 1 ora e 26 minuti, contro i 32 di Bersani e i 26 di Monti (in particolare su Tg4 Berlusconi ha avuto 33 minuti, contro 13 per Bersani, su Studio Aperto 24 minuti contro 11 per Bersani)”.

”Ecco comunque i tempi (secondi) in dettaglio – continua Zaccaria – Rai: Berlusconi 2515, Bersani 2091, Monti 1502; Totale Presenze Mediaset: Berlusconi 3252, Bersani 2054, Monti 1577; All news Rainews24: Berlusconi 734, Bersani 670, Monti 344; Skytg24: 876, Bersani 897, Monti 755.; Totale tutte le emittenti: Berlusconi 7377 pari a 2 ore e 3 minuti, Bersani 5712 pari a 1 ora e 35 minuti, Monti 4178 pari a 1 ora e 10 minuti. ”Oggi – prosegue Zaccaria – sono state pubblicate con i n.97, 98, 99 e 100 le delibere Agcom che respingono i ricorsi sullo squilibrio tra Maroni e Ambrosoli con un solo richiamo a Sky”.