MPS: un caso di crisi finanziaria sistemica

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi – 27/01/2013

Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]



Lo scandalo dei derivati del Monte dei Paschi di Siena è più grave di quanto lo si stia dipingendo. Però vediamo di non trasformarlo nella solita bega provinciale a metà strada tra la politica e i giochi elettorali.
Si tratta, invece, della nota questione, profonda e sistemica, della finanza globale e delle sue crisi mai affrontate.
I responsabili dello scandalo e della truffa, se la magistratura li individuerà e ne accerterà le violazioni del codice penale, meritano la galera ed il sequestro dei beni.
I controllori, che non hanno saputo controllare, a cominciare dalla Banca d’Italia, devono comunque spiegare il loro operato e trarne eventualmente le necessarie conclusioni.
A noi preme anche sottolineare e mostrare gli aspetti sistemici ed internazionali che stanno all’origine della crisi e, anche in questo caso, a monte e a valle della frode.
E’ sorprendente l’indignazione di fronte a questo scandalo. Come se ogni frode sia scollegata dalle tante altre e abbia una semplice valenza locale.
Non tutti sanno che tra gli azionisti di Mps c’è anche la banca americana JP Morgan Chase. Essa è la prima al mondo per operazioni in derivati finanziari. L’ultimo rapporto dell’Office of the Comptroller of the Currency (Occ) negli Usa indica che alla fine del terzo trimestre del 2012 essa deteneva derivati over the counter (otc) per un valore nozionale di ben 71 trilioni di dollari!
Come è noto gli otc sono contrattati nell’assoluta opacità, al di fuori dei mercati ufficiali e tenuti fuori bilancio.
Anche la frode Mps ne è la prova provata. Vi era, infatti, un contratto tenuto segreto in cassaforte e mai riportato sui libri contabili.
Questi casi esplodono quando bisogna coprire le perdite di qualcosa che ufficialmente “non esiste” o non dovrebbe esistere.
La JP Morgan quindi controlla quasi un terzo di tutti i derivati attivati dalle banche americane, che sono 227 trilioni di dollari. Detiene inoltre un nono di tutte gli otc mondiali che, secondo l’ultima stima della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, ammontano a 639 trilioni di dollari!
Con una presenza attiva della succitata banca americana, non è sorprendente che anche Mps si sia immersa nella palude dei più rischiosi derivati finanziari. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare!
Dai risultati delle indagini finora emersi apprendiamo che Mps, per coprire le rilevanti perdite derivanti da operazioni in derivati, noti come “Alexandria”, fatte tra l’altro con la Dresdner Bank tedesca, nel luglio 2009 aveva sottoscritto un altro cosiddetto “veicolo strutturato” in derivati. Ancora più rischioso e segreto con la finanziaria giapponese Nomura.
Con tale operazione apparentemente sparivano le perdite ma Mps si impegnava a sostenere i costi  del nuovo derivato finanziario per almeno trenta anni.
Dopo il fallimento della Lehman Brothers nell’autunno del 2008, la Nomura è diventata la più aggressiva finanziaria impegnata nei più esotici e rischiosi derivati. Nel 2009, infatti, essa ha rilevato tutte le strutture europee e asiatiche della Lehman, “arruolando” anche i suoi massimi manager e circa 8.500 operatori finanziari. Non è un caso che la Nomura sia coinvolta in moltissime operazioni finanziarie internazionali ad alto rischio. Molte delle quali anche in Italia.
Un altro “veicolo” speculativo in derivati finanziari, emerso dalle indagini, è il “Santorini”, stipulato da Mps con la Deutsche Bank, la quale nell’ultimo periodo è nell’occhio del ciclone per tantissime indagini per truffa da parte delle autorità tedesche.
Un certo sconcerto suscita il “regalo” di  4 miliardi di euro fatto al pericolante Banco Santander spagnolo nell’acquisizione di Antonveneta.
Come si può notare molte di queste operazioni sono state fatte dopo l’esplosione della crisi del 2007-8. Gli attori, come da noi ripetutamente evidenziato, hanno continuato a muoversi con la stessa spregiudicatezza e irresponsabilità. Essi contavano e ancora contano su due cose: essere troppo grandi e sistemici per poter essere lasciati fallire e sulle politiche conseguenti di salvataggio bancario da parte dei governi.
E’ un gioco mortale per le economie e per i paesi coinvolti. Deve finire. Riteniamo che il caso Mps debba diventare per l’Italia e per l’Europa l’occasione per costringere anche gli Usa, il Giappone e gli altri paesi del G20 a ripulire la finanza dai titoli tossici. Altrimenti si rischiano nuove “bombe finanziarie” con ulteriori devastazioni delle economie e con la frustrazione di ogni speranza di ripresa. Anche in Italia.

Elezioni: il voto “inutile” al senato

sondaggio sky tg24di Ferdinando Longoni, 29 gennaio 2013* – La situazione al senato dopo le elezioni potrebbe essere quella indicata nel quadro qui a fianco. Anche se i seggi del centrosinistra fossero 159 o 160 la situazione non sarebbe, nella sostanza, diversa.
Diventa fondamentale convincere gli elettori della sinistra che più sinistra non si può: se non se la sentono di votare PD, per lo meno votino SEL al Senato (e questo vale in modo particolare in Lombardia).
Ogni voto a Ingroia (specie al Senato) è un voto perso. So che gli elettori della sinistra estrema rifiutano di votare per il “meno peggio” (secondo il loro punto di vista), però disperdere il voto significa aiutare il “peggiore”. E’ questo che vogliono? Possibile che ogni volta si ripresenti sempre lo stesso problema? La storia non insegna niente? Guardino cosa succede a destra: litigano, ma si ricompattano tutti attorno a Berlusconi. E poi lavorare sugli indecisi e su quelli che a votare non vogliono andare. E anche sui grillini. Difficile, ma non impossibile.
La sola maggioranza relativa al Senato, o una maggioranza “risicata” come nel 2006, renderebbe inevitabile un accordo di governo con Monti o il ricorso a nuove elezioni (un disastro!).
Un accordo parlamentare con Monti su alcune riforme (p. es., legge elettorale, conflitto di interessi) sarà comunque inevitabile, anche con una solida maggioranza. Però un accordo di governo sarebbe meglio poterlo evitare. Sarebbe una paralisi.
* Caro Ferdinando, condivido tutto, tranne forse l’ultima frase, un po’ di ottimismo ci vuole (nandocan)

Federico Orlando: l’’indifferenza degli italiani e il metodo nella follia

di Federico Orlando, 28 gennaio 2013

berlusconimusooliniC’è del metodo in quella follia del Cavaliere, che nel giorno della Memoria ricorda le “molte cose buone” fatte da Mussolini prima delle leggi razziali. E c’è la responsabilità personale di milioni di italiani, che con l’ indifferenza lo incoraggiano a perseverare. Anzi, ci si scaldano, se ne alimentano, si sentono vivi nella continuità “storica”, che l’opportunismo consiglia di tenere sotto la cenere. Forse la verità è che, fin dall’inizio della repubblica, le nostre scelte moderate e democratiche  hanno espresso consenso non per i più vicini ma per i meno lontani. Berlusconi ha sempre interpretato questa psicologia popolare, anche quando diceva che Mussolini “non ha mai ammazzato nessuno”: e ha continuato a rastrellare i voti degli eredi “socialisti” di Matteotti, degli eredi “liberali” di Gobetti. degli eredi “cattolici” di don Minzoni. Perfino qualcuno dei pochi superstiti della comunità ebraica italiana ha mostrato benevolenza per la destra, e perfino nel giorno della Memoria qualche suo esponente ha accompagnato il non invitato Berlusconi al Memoriale della Shoah. Segni di quella”banalità del male” che ci fa sordi al passato e complici del presente.Ieri i giornali hanno scatenato storici e penne brillanti a caccia di “errori” nelle opinioni del Cavaliere. Pochi hanno rilevato che, a parte il  ventennio berlusconiano, che non ha fatto nulla, nascondendosi dietro l’impotenza costituzionale del capo del governo, non è mai esistito in Italia regime che in vent’anni non abbia fatto”anche cose buone”. A De Gasperi ne bastò meno della metà (1946-1953) per farne tante da ricostruire e lanciare nel futuro il Paese distrutto dalla guerra mussoliniana.

Alla Destra Storica dei liberali bastarono 15 anni (1861-1876) per costruire un paese inesistente: abbattere barriere di sei o sette stati facendo della penisola un unico spazio economico, unificare la moneta, creare l’esercito e la marina militare, unificare l’amministrazione del regno, fare nuovi codici, rendere obbligatoria per tutti l’istruzione elementare, realizzare la “cura del ferro”  da Torino a Lecce, trasformare piste in strade nazionali più lunghe delle consolari romane, espandere Roma (anche imbruttendola) con enormi quartieri fuori le mura, mettere in vendita i beni demaniali  degli ex stati e liberare l’Italia e la Chiesa dall’ “asse ecclesiastico”, fra cui un milione di ettari, ereditati dai privilegi feudali. (Poi Mussolini nel 1929 li rimborsò, spremendo dalle tasche degli italiani un miliardo di lire di allora). Eccetera, fino alle riforme sociali e civili del ventennio giolittiano, a cominciare da quelle del lavoro.

Mussolini ha continuato in alcuni solchi già scavati, prendendosi in cambio la libertà degli italiani. Bene poco apprezzato in un paese dove, Comuni ed età comunale a parte, non  era mai stato conosciuto. Berlusconi dunque è il ventriloquo del  paese, che invece avrebbe dovuto educare. Minoranze a parte, l’Italia è rimasta così il paese del “consenso” (De Felice) e della “zona grigia” (Romano) quando, negli anni di Salò e della guerra civile, stette alla finestra ad aspettare il vincitore per un applauso opportunistico. Così, a causa anche di un estremismo di sinistra duro a morire, siamo arrivati a Casa Pound e a Forza  Nuova, non per le “cose buone” di Mussolini, ma per le peggiori, razzismo in testa.

I sette poundiani arrestati a Napoli avevano fra i loro progetti lo stupro di una studentessa ebrea; il messaggio filofascista di Grillo precede di qualche giorno le balorde parole di Berlusconi, forse irritato dalla concorrenza e anelante a tutta l’eredità elettorale della zona grigia e di quella nera. Una gara tra stercorari per appallottolare voti e seggi, mentre a Roma le sirene di Storace circuiscono perfino leader radicali ma non si fanno contagiare dal loro libertarismo perché vogliono un consiglio regionale di soli fascisti duri e puri. Bisogna che i partiti democratici, Pd in testa, lo ricordino ogni giorno; e denuncino l’indifferenza della “gente per bene”. Come ci ammoniva dal Tg2 la signora sopravvissuta ad Auschwitz: “Sui vostri monumenti alla Schoah non scrivete violenza, razzismo, dittatura e altre parole ovvie, scrivete ‘indifferenza’: perché nei giorni in cui ci rastrellarono, più che la violenza delle Ss e dei loro aguzzini fascisti, furono le finestre socchiuse del quartiere, i silenzi di chi avrebbe potuto gridare anziché origliare dalle porte, a ucciderci prima del campo di sterminio”.

La bufala del governo, l’ esca del FOIA e il copia-incolla dei media tradizionali

da LSDI  | 25 gennaio 2013

Foia-governoLa rivoluzione annunciata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri con l’introduzione del Freedom of Information Act e del nuovo istituto del diritto di accesso civico è una bufala.

Il decreto approvato il 22 gennaio a sera, infatti, pur introducendo diversi aspetti lodevoli nella disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità trasparenza e diffusione della PA, non introduce alcun Foia. (Altro discorso il fatto che un testo su trasparenza e accesso sia invisibile e inaccessibile, e che a quanto parrebbe quello uscito dal CdM non sia neanche una versione definitiva. Se in Italia avessimo davvero un FOIA, “potremmo accedere ai lavori preparatori per fugare ogni dubbio”,  come evidenzia Elena Aga Rossi in un commento su Forum PA, che ha recentemente pubblicato un panel proprio sul FOIA).

di Andrea Fama

Come hanno preso i media questa falsa notizia? L’hanno copiata e incollata. Almeno le testate giornalistiche più in vista, infatti, hanno rilanciato pedissequamente il comunicato della PdC, con buona pace per l’approfondimento critico, il fact-checking o eventuali rettifiche. Repubblica.it ha addirittura esaltato nel titolo l’adozione di un “Freedom Act”, con buona pace anche per la dizione. Sostanzialmente, l’autorevolezza di queste testate ha certificato la distorsione della realtà messa in atto dalla PdC (vagliela a spiegare adesso alla casalinga di Voghera la differenza tecnica e sostanziale tra il “Freedom Act” di Monti e il “Freedom of Information Act” in vigore in una novantina di Paesi del mondo).

Chi ha prodotto, quindi, la vera informazione?

La Iniziativa per l’adozione di un Freedom of Information Act in Italia ha subito lanciato l’allarme (ripreso da Lsdi) smontando le dichiarazioni entusiastiche su un Foia tricolore. Lo stesso ha fatto Guido Scorza, già professore avvocato e blogger, oggi firma del Fatto Quotidiano. O ancora, Guido Romeo, giornalista di Wired, che però approfondisce la vicenda dal sito della associazione Diritto di Sapere.

Insomma, sembra essere “l’attivismo”, e non certo la stampa generalista, la maggiore fonte di informazioni accurate e ragionate, pur su un tema così rilevante per il giornalismo come l’accesso alle informazioni della Pubblica Amministrazione.

Una tendenza, questa, già in atto in diversi ambiti della professione, come il fotogiornalismo, oggi sempre più appannaggio di ONG e fondazioni piuttosto che del National Geographic. Una tendenza, ma anche un’attitudine, che fa riflettere sul presente e sul futuro della professione, al di là di questioni come il tesserino e la formazione continua.

 

Berlusconi e il fascismo: ma che male hanno fatto gli italiani per avere un politico come questo?

SE QUESTO di Valter Vecellio, 27 gennaio 2013 – “…E’ difficile adesso mettersi nei panni di chi decise allora. Certamente il governo di allora per il timore che la potenza tedesca si concretizzasse in una vittoria generale, preferì essere alleato alla Germania di Hitler piuttosto che contrapporvisi. E dentro questa alleanza ci fu l’imposizione della lotta, dello sterminio contro gli ebrei. Quindi il fatto delle leggi razziali è la peggiore colpa del leader, di Mussolini che per tanti altri versi aveva fatto bene…” (Silvio Berlusconi, 27 gennaio 2013)

Sconcerta, e inquieta, la “lettura” di Silvio Berlusconi di quel che è stato e fu il regime fascista.
Sconcerta per il giorno e il luogo scelto per dire questa sua scempiaggine, alla stazione di Milano, il giorno dedicato alla “Memoria”.
Sconcerta, e inquieta, perché rivela una “cultura” formatasi evidentemente sulle pagine dei “Diari” farlocchi che deve avergli procurato Marcello Dell’Utri, la stessa “cultura” che gli fece dire che sarebbe andato a recar visita e stringer la mano a “papà Cervi”, ignorando che era morto da tempo.
Sconcerta, e inquieta, perché Berlusconi, nella spasmodica ricerca di consenso, ha adottato una strategia secondo la quale ogni giorno deve andare in “prima pagina” per una corbelleria ogni volta più grande della precedente. Il suo linguaggio, le sue promesse, il suo programma è sempre più preso dai dieci punti di Cetto Laqualunque.
Sconcerta, e inquieta, perché il suo volgare e meschino ammiccamento alle formazioni di estrema destra viene un paio di giorni dopo quello che è emerso dall’inchiesta napoletana sul mondo “sommerso” dell’estrema destra: una ragazza colpevole di essere ebrea che doveva essere punita stuprandola; un orafo, colpevole di portare la kippà a cui si doveva incendiare il negozio…
E viene da chiedersi, senza ironia, e molto seriamente: ma che male ha fatto questo paese, che cosa devono scontare mai gli italiani, per avere un politico come Silvio Berlusconi e chi, in queste ore, lo difende?
Confutare tesi criminalmente stupide e odiosamente ripugnanti come quelle di Berlusconi, significa di fatto in qualche modo legittimarle. Allora, come predicava Marshall McLuhan per il terrorismo, “staccare la spina”? Il silenzio, forse, è la cosa che meglio si addice a Berlusconi e alle sue oltraggiose stupidaggini. Ma al tempo stesso occorre garantire che non si smarrisca la memoria, è necessario tenere vivo il ricordo e la verità di quello che fu, in una parola contrastare la menzogna. Senza stancarsi di farlo, e senza timore di apparire rituali e retorici.

*da Articolo 21, il grassetto è di nandocan.

Conflitto d’interessi e legge Gasparri: “due riforme fondamentali anche per la Lista Monti”. Intervista a Andrea Olivero

di Gianni Rossi, 25 gennaio 2013*

andreaolivero1L’anomalia italiana nel campo dei media è uno degli argomenti purtroppo fuori dal dibattito politico, ma l’assenza di leggi liberali, europee e severe sta creando ancora una volta uno stravolgimento della campagna elettorale. Si tende a tenere sotto la cenere temi, come quelli delle libertà d’informazione, tutela e sviluppo del servizio pubblico, regole antitrust, ritenuti a torto meno prioritari rispetto alla crisi economica e finanziaria. Ne abbiamo parlato con Andrea Olivero, 42 anni, di Cuneo, per 7 anni presidente delle Acli e oggi capolista al Senato nel Piemonte per la Lista Monti.Olivero, una volta eletto al Parlamento, come pensa di affrontare il tema del conflitto di interessi insieme a quello di una seria legislazione antitrust che comprenda anche l’abolizione della legge Gasparri?
“E’ uno dei temi che la nostra lista ha posto tra quelli chiave. Anche nell’Agenda Monti c’è un capitolo a questo dedicato, perché crediamo sia una degli elementi dell’anomalia italiana. E’ una delle cause della grave crisi della politica. Mi impegnerò affinché dall’Agenda queste cose diventino una concreta azione politica, qualunque sia il nostro ruolo nella prossima legislatura”.

Certo, sembrano temi lontani dall’attuale crisi economica e sociale, eppure non pensa che siano alla base di un ordinato sviluppo della democrazia?
”Esattamente! Una corretta informazione è alla base di qualunque modalità altrettanto corretta di gestione della società. Né in ambito politico né in ambito sociale si può pensare di avere sviluppo, senza una forte trasparenza e una garanzia di legittimità in questi ambiti”.

Come avrà notato, proprio grazie all’attuale legge su conflitto di interesse e alla Gasparri, in realtà Berlusconi riesce comunque a invadere gli schermi, modificando a suo favore anche i sondaggi che prima lo davano ampiamente sconfitto.
“Credo che l’abbiamo visto negli ultimi 20 come il possesso dei media offra una straordinaria possibilità di manipolazione degli stessi e, quindi, si traduce anche in una manipolazione di quelli che sono i pensieri dell’opinione pubblica. Questo condizionamento rende estremamente difficile il confronto democratico e, l’abbiamo visto in tante occasioni, impedisce la trasformazione del paese.
Abbiamo ridotto l’Italia ad un talkshow che si ripete sempre uguale da 20 anni! Persino l’opposizione talvolta sembra accettare le regole di questo spettacolo”.

Pensa che la Gasparri andrebbe abolita e che la RAI andrebbe rafforzata e svincolata dal controllo dei partiti, come chiediamo ai candidati dei diversi partiti con l’Appello di Articolo 21, che presenteremo l’8 Febbraio?
“Penso che bisogna modificarla radicalmente, se non abolirla. I punti cardine sono certamente il mantenimento del Servizio pubblico, ma al contempo la trasformazione della Rai in soggetto autonomo in grado di valorizzare le professionalità e liberarsi dal laccio della partitocrazia che ha via, via limitato le sue possibilità, le sue capacità. Ci accorgiamo che la Rai per molti versi è un “Gigante legato”, che ha grande potenzialità inespresse, perché bloccato proprio dai lacci di una partitocrazia, odiosa ancor di più in quanto oggi i partiti non hanno più riconoscimento popolare. In fondo, con la vecchia partitocrazia erano pur sempre rappresentate delle idee. Oggi, invece, ci sono solo delle oligarchie”.

*da Articolo 21, il grassetto è di nandocan

Donne soldato in prima linea

donne soldatodi Massimo Gramellini*, 25 gennaio 2013 – Chiedo scusa se non esulto alla notizia che l’esercito americano consentirà alle donne soldato di combattere in prima linea. La parità nell’uccidere non mi sembra una grande parità. La parità nel drogarsi per superare la paura di dare e ricevere morte. La parità nel parlare come il caporale di Full Metal Jacket. Non era questo il percorso che noi femministi sognavamo. Noi sognavamo un mondo meno aggressivo, dove fossero le donne a contaminare il modello degli uomini e non viceversa.

Intendiamoci. Per ora il maschio violento e possessivo conserva il monopolio dei delitti familiari e sessuali. Ma intanto al cinema le Angeline e le Charlize hanno cominciato a menare come ossesse. Ve la immaginate Katharine Hepburn prendere Spencer Tracy a calci nella giugulare? Negli uffici molte donne assurte a ruoli di responsabilità hanno rinserrato il cuore dentro una fodera di cinismo e alzato la mascella fino al soffitto. Non alternative ai manager maschi, ma cloni in tailleur.

Quanto al futuro, la cronaca è invasa da storie di ragazzine che si uniscono in gang per picchiare il prossimo: ieri, in una scuola media del Pisano, il padre esterrefatto di un alunno ha sottratto una dodicenne al pestaggio in stile Arancia Meccanica cui la stavano sottoponendo tre coetanee. Finora, quando incrociavo qualche banda di bulli in una strada buia e poco popolata, la presenza nel gruppo di una ragazza aveva il potere di tranquillizzarmi. Adesso anche, ma nel senso che le andrò incontro per ingaggiarla come guardia del corpo!

*da Informazione informazione

Maxi operazione contro le infiltrazioni criminali nel gioco d’azzardo

Nell’inchiesta anche le intercettazioni in cui i boss minacciano il giornalista Giovanni Tizian

mafia slot machineda Libera Informazione, 23 gennaio 2013 – Le mani dei clan sul gioco on line e le videoslot. In corso da questa mattina l’operazione della Guardia di Finanza che in Emilia Romagna sta eseguendo 29 ordinanze di custodia cautelare ed oltre 150 perquisizioni nei confronti di un’organizzazione che – secondo l’inchiesta –  gestiva in tutta Italia i settori del gioco on line e delle videoslot manomesse. A capo dell’organizzazione un boss della ‘ndrangheta con base a Ravenna. I finanzieri hanno anche sequestrato beni per oltre 90 milioni di euro. Nelle intercettazioni contenute nell’inchiesta anche le telefonate fra i boss in cui si parla del giornalista, Giovanni Tizian, all’epoca cronista de “La Gazzetta di Modena” oggi firma delle inchieste del Gruppo L’Espresso. ” “Spariamo in bocca a Tizian” –  avrebbe detto il boss della ‘ndrangheta Nicola Fermia, detto “Rocco” (oggi fra gli arrestati) lamentandosi degli articoli di cronaca del giornalista che già da tempo denunciava, nero su bianco, le infiltrazioni criminali nella regione e nel settore che oggi è oggetto del provvedimento giudiziario, il gioco d’azzardo.

L’organizzazione, secondo quanto accertato dai finanzieri, aveva la base operativa in Emilia e ramificazioni non solo in Italia (Lombardia, Piemonte, Veneto, Toscana, Lazio, Marche, Abruzzo, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna) ma anche in Romania e in Gran Bretagna. A capo dell’organizzazione un pregiudicato, che viveva nella regione, con obbligo di firma, per altri reati precedenti, compreso il narcotraffico.  Circa 800 i finanzieri di diversi comandi italiani impiegati – scrive l’Ansa – nell’operazione.  L’indagine, iniziata nel 2010, ha preso l’avvio da un episodio di sequestro di persona condotto da alcuni componenti del gruppo criminale.

Clicca qui per leggere l’ultimo approfondimento di Libera Informazione sulle mafie in Emilia Romagna

Clicca qui per leggere le cifre del business criminale nel gioco d’azzardo in Italia   

23 gennaio 2013

Afghan officials deny United Nations report regarding prisoners torture in Afghan jails.

Afghanistan4Interior Ministry spokesman Sediq Sediqi confirmed Afghan police and security guards of the prisons have misbehaved with the detainees in a number of cases however he said that prisoners torture is not the policy of the Afghan government.

Acting Afghan spy chief Esamuddin Esam also denied the reports and interview of the prisoners.

According to a UN report, the use of torture has risen in Afghan police jails over the past year, and there are “credible reports” the country’s intelligence service has created secret prisons and sometimes hides detainees from international observers.

The latest report shows little progress in curbing abuse in Afghan prisons despite efforts by the U.N. and international military forces in Afghanistan. The report released Sunday also cites instances where Afghan authorities have tried to hide mistreatment from U.N. monitors.

The report also added that just over half of prisoners held in connection with Afghanistan’s long-running war endured torture or ill-treatment while in custody between October 2011 and October 2012, with 14 different methods recorded, including electric shocks, twisting of genitals, beatings with cables and rifle butts and suspension from the wrists or feet.

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Catania, San Cristoforo. Allarme da “I Cordai”: “sparano alla nostra redazione”.

Catania. San Cristoforo. Allarme da "I Cordai": "Sparano alla nostra redazione"

OSSIGENO – Catania, 21 gennaio 2013 –Giovanni Caruso, della redazione de I Cordai, giornale del quartiere San Cristoforo di Catania, che fa parte della rete de I Siciliani giovani, ha scritto a Ossigeno per segnalare le minacce e le intimidazioni che negli ultimi mesi hanno colpito la sede dell’associazione di volontariato GAPA, editrice del giornale, che nel quartiere popolare fa un lavoro di aggregazione sociale e svolge iniziative di educazione alla legalità. La notte di San Silvestro le intimidazioni sono culminate in tre colpi di pistola sparati dentro la sede dell’associazione.

di Giovanni Caruso

La notte di San Silvestro Sono stati esplosi tre colpi di pistola contro la nostra sede. Nessuno è stato colpito perché la sede era chiusa, ma l’intimidazione è evidente. Abbiamo denunziato questi spari contro la nostra sede alle forze dell’ordine, come abbiamo sempre denunciato tutti gli altri episodi di intimidazione o di vandalismo contro il nostro centro. Quest’ultimo episodio è certamente il più grave. Per fortuna, da quando abbiamo messo in rete l’articolo che racconta l’episodio, la solidarietà dei cittadini e di altre organizzazioni sociali e di altre testate è stata grande.

In questi ultimi mesi abbiamo subito diverse intimidazioni: cassonetti per la promozione della raccolta differenziata bruciati, tentativo di scasso, incursioni di teppisti legati allo spaccio o al disagio adolescenziale. A ottobre è stata l’unica scuola media del quartiere, l’I. C. Andrea Doria’, è stata sfrattata per morosità. Adesso nella strada della scuola, la sera prende servizio uno spacciatore, che probabilmente è andato poco a scuola e che fa quel “lavoro” per campare la famiglia.

I Cordai è un giornale di quartiere, un piccolo mensile che fa “informazione di strada e dal basso. Fa parte della rete de I SICILIANI giovani. Il direttore è Riccardo Orioles. Io sono un foto reporter. I redattori sono dieci ragazzi e ragazze. Scrivono per passione, ispirandosi all’insegnamento del direttore dei “I Siciliani” Giuseppe Fava sul valore sociale dell’informazione.

I Cordai esce regolarmente ogni mese da otto anni. Ha una tiratura di duemila copie. E’ distribuito in modo militante nel quartiere e nel resto della città. Inoltre viene rilanciato sul sito web del GAPA  e su quello de I SICILIANI.

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Mali, i rischi e le conseguenze sulla crisi umanitaria non fermano l’intervento armato nel Sahel

di Antonella Napoli, 22 gennaio 2013*

Mali-rebelsL’escalation di violenza in Mali e l’intervento francese, supportato da Nazioni Unite e Unione Europea, ha riportato d’attualità temi troppo spesso trascurati, come le crisi dimenticate e le violazioni dei diritti umani. Si è animato un dibattito sull’opportunità o meno dell’operazione militare voluta fortemente dall’Eliseo, spesso con interventi senza cognizione di causa, nell’assoluta ignoranza della storia e della situazione di una regione complessa come quella del Sahel.Ma cosa si intende quando si parla di Sahel? Qualche cenno geopolitico è d’obbligo. Vasta area semi arida che confina con l’estremità occidentale del Sahara e che tocca gli stati del Niger, della Mauritania, del Mali, del Ciad, del Sud del Senegal e del Burkina Faso, è ad alto rischio di desertificazione.
Gli abitanti del Sahel si trovano quotidianamente a lottare con fame e sete, oltre che con l’avanzata del deserto che ne minaccia la sopravvivenza.
Negli ultimi anni si è tentato di frenare il fenomeno con la creazione di una zona verde, ma si tratta di un’operazione molto dispendiosa che richiede una moltitudine di capitali che momentaneamente non sono disponibili.
Per quanto concerne l’aspetto politico, da quando a seguito del colpo di stato dello scorso marzo si è diffuso il disordine in tutto il Mali, la situazione è precipitata.
Nel giro di due settimane i ribelli tuareg hanno assunto il controllo di vaste aree del nord, tra cui la città di Timbuktu. L’insicurezza dello stato africano ha attirato l’attenzione delle grandi potenze occidentali, soprattutto a fronte della presenza di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM).
Il gruppo, inserito nella lista delle organizzazioni dedite al terrorismo, ha una presenza significativa nel Sahel, in particolare in Mali, dove ha gettato le basi per la creazione di una roccaforte inespugnabile.
Nelle ultime settimane l’instabilità della regione si è ulteriormente aggravata e nel paese si sono rifugiati altri gruppi ribelli che ne hanno fatto la propria base operativa.
Da ciò l’esigenza manifestata dal presidente francese Hollande di un intervento armato per riprenderne il controllo e fermare il proliferare delle attività terroristiche.
Sull’altro piano, quello puramente umanitario, funzionari di organizzazioni non governative e di agenzie Onu, hanno manifestato grande preoccupazione per le conseguenze che un’operazione militare potrebbe avere sulla crisi alimentare e nutrizionale che da quasi un anno vessa le popolazioni locali.
Vale la pena di riportare le parole di Mamadou Biteye, direttore di Oxfam Africa West: “Ogni intensificazione del conflitto potrebbe rendere ancora più difficile alle comunità l’accesso all’aiuto di cui hanno bisogno, Il rischio che le operazioni militari nel nord del Mali diano un colpo definitivo alla già fragile situazione umanitaria è una certezza”.
Certo, nelle strategie geopolitiche non c’è spazio per riflessioni di questo genere. Ma esiste una coscienza collettiva alla quale si può, si deve parlare…
E’ dalla fine del 2012 che operatori e cooperanti impegnati sul campo hanno messo in guardia sulla penuria alimentare nel Sahel, causata in gran parte da piogge irregolari e siccità.
Più di 18 milioni di persone soffrono la fame, tra cui più di 1 milione di bambini. Mali, Mauritania e Ciad i paesi più colpiti.
Concludendo, seppure appaia ragionevole la preoccupazione che l’Africa Sahariana, già fortemente destabilizzata dalla guerra in Libia, diventi rifugio stabile per al Qaeda, la comunità internazionale non può affidare ancora una volta alle armi la gestione di una crisi che rischia di trasformarsi in un nuovo pantano afgano.
E ci sono dati evidenti che confermano questa possibilità.
Da mesi nella regione l’afflusso di armi, per lo più utilizzate nei combattenti in Libia, è continuo e in crescendo. Analisti ed esperti nella lotta al terrorismo hanno evidenziato come gruppi affiliati ad Al Qaeda, arricchiti da riscatti pagati per ostaggi occidentali, abbiano enormemente accresciuto la propria forza e grazie all’illegalità dilagante stia orientando la propria influenza verso sud. In particolare verso la Nigeria, la nazione più popolosa dell’Africa.
Complice di ciò, anche la spaccatura tra i vicini del Maghreb arabo, Algeria e Marocco. Entrambi i paesi potrebbero garantire intelligence e forze militari in grado di controllare il proliferare delle realtà criminali. Ma la cronica rivalità che li contrappone ha creato uno stallo che impedisce di mettere in campo la cooperazione per la sicurezza comune in tutta la regione sahariana, che potrebbe davvero fare la differenza.
Insomma, i presupposti affinché la cura risulti più deleteria della malattia ci sono tutti.* da Articolo 21, il grassetto è di nandocan

Ma come insulta Sallusti…

Sallusti Alessandrodi MICHELE SERRA (Informazione informazione)

 Si capisce che l’insulto a freddo di Sallusti a Ingroia (“Sei un mascalzone!”) non sia piaciuto a quest’ultimo, che molto probabilmente deciderà di arricchire la già mirabolante collezione di querele (migliaia? milioni? miliardi?) del direttore del Giornale.
 
Ma gli appassionati del genere noir, che in Sallusti vedono la star più amata dai tempi di Bela Lugosi e Christopher Lee, avranno certamente potuto apprezzare la spettacolare sequenza nella quale, senza alcun percettibile trasalimento del viso – la cui fissità spiritata desta terrore perfino in fotografia – e senza che il gelido tono robotico della voce lasciasse presagire una così aspra impennata polemica, egli dà del mascalzone a Ingroia.

Gli schiamazzi in studio (si era dalla Annunziata, povera donna) hanno coperto le successive voci. Ma a freddo, rivedendo la breve sequenza, perfino Ingroia non potrà che ammirare la totale gratuità dell’insulto, diciamo la sua spettacolare insensatezza, come lo sputo in faccia a tradimento, o l’improvviso calcio nelle parti basse durante un duello tra fiorettisti. Insomma quelle doti che hanno fatto di Sallusti il divo incontrastato del giornalismo nero!

Quotidiani, 3 lettori su 4 in Usa hanno più di 45 anni

LSDI  | 20 gennaio 2013

Vecchio lettore

Un nuovo allarme sul progressivo invecchiamento del pubblico della stampa: dal 2010 al 2012 gli ultra 45enni sono passati dal 51 al 74%.

Una riflessione di Alan D. Mutter su Reflections of a Newsosaur

 

La popolazione dei lettori dei quotidiani negli Stati Uniti è fortemente invecchiata negli ultimi tre anni tanto che ora i tre quarti del pubblico ha un’ età superiore ai 44 anni.

Lo segnala Alan D. Mutter, nel suo  Reflections of a Newsosaur, sulla base di una serie di dati provenienti da varie fonti.

Usando lo stesso tipo di dati e la stessa metodologia,  nel 2010 Mutter aveva calcolato che allora solo un lettore su 2 era in quella fascia di età.

Questo rapido e progressivo ingrigirsi dei lettori ha delle grosse e spiacevoli implicazioni per gli editori, osserva Mutter.

 I dati:

Come mostra la tabella qui sotto, il Pew Research Center, in una  Ricerca dello scorso autunno, segnalava come i lettori di quotidiani fossero concentrati nelle fasce d’ età più elevate. Mentre solo il 6% di quanti avevano letto un quotidiano il giorno prima era nella fascia 18-24 anni, la percentuale saliva al 48% fra chi aveva 65 anni e più.

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Mutter ha usato i dati del Pew e quelli anagrafici globali per confrontare in ciascuna fascia d’ età la percentuale di lettori di quotidiani (in blu) con quella dell’ intero segmento di popolazione con quella età (in arancione).

 

Come si vede il 74% dei lettori di quotidiano hanno 45 anni e oltre, rispetto al 39% della consistenza di quella fascia d’ età nella popolazione globale. Mentre sull’ altro versante al 6% dei lettori fra i 18 e i 24 anni corrisponde il 10% della popolazione globale.

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Il confronto con  dati raccolti nel 2010, quando erano il 51% i lettori di giornali di 45 anni e oltre – spiega dunque Mutter – dimostra che mentre tre anni fa questo costituiva un problema, ora,  per l’ industria dei quotidiani, si tratta di una vera e propria grave crisi.

 

 

 Le conseguenze:

 

– La ‘’maturità’’ del pubblico è poco attraente per la maggior parte degli inserzionisti, che in genere puntano sulle fasce di perone, in età più giovanile, che stanno per mettere su casa e fare figli. L’ invecchiamento dell’ audience può ridurre ulteriormente il potenziale di vendita per un settore che ha già perso più della metà del suo pubblicità dopo aver raggiunto un massimo storico di 49,4 miliardi dollari nel 2005.

– In assenza di un improvviso afflusso di lettori venti-trentenni, la forte dipendenza dei giornali dai lettori già invecchiati o in via di invecchiamento comporta che quel pubblico ad un certo punto si estinguerà. La Social Security Administration spiega  che una donna ultra65enne ha un’ aspettativa di altri 20 anni di vita, e  i dati sopra riportati dimostrano chiaramente che l’ industria della carta stampata non riesce a sostituire i vecchi lettori con individui più giovani. Ad un certo punto, il pubblico si contrarrà così tanto che: 1) gli editori non potranno più attirare inserzionisti in maniera sufficiente e 2) gli editori non potranno più far leva sulle economie di scala necessarie per un’ attività redditizia oppure 3) entrambe le cose.

– Un’ audience debole nei segmenti più giovani della popolazione suggerisce come sia la forma che il contenuto del prodotto-stampa non siano particolarmente attraenti per le generazioni cresciute nell’ era digitale. Anche se sembra difficile sperare di attrarre un numero significativo di lettori sotto i 45 anni, gli editori devono comunque cercare di estendere e proteggere le loro testate, sviluppando prodotti fatti specificamente per il digitale e destinati in particolare ai nativi digitali.

 Il tempo per spostare il fulcro della propria attività dalla carta al pixel – rileva Mutter – si sta esaurendo. E intanto – conclude – nessuno di noi è destinato a ringiovanire.

 

L’Aiart ritira la denuncia. Corrado Guzzanti ringrazia con una lettera per le 54mila firme raccolte da Art.21 e change.org

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Da Articolo 21 – Vittoria doppia, anzi tripla. E qualche volta vale la pena di gioire pubblicamente dei risultati ottenuti per campagne di libertà che si combattono con convinzione. La petizione per Corrado Guzzanti lanciata sul sito change.org ha raccolto oltre 54mila firme. L’Associazione dei telespettatori cattolici (Aiart) ha ritirato la denuncia e Guzzanti ci ha scritto una splendida lettera (che si può leggere di seguito nella versione integrale) per ringraziare quanti hanno promosso e firmato l’appello e per dire la sua sulla satira in un paese che dovrebbe essere “laico e democratico” ma troppo spesso appare come uno “stato teocratico”.L’Aiart aveva denunciato La7 per “vilipendio della religione” dopo che l’emittente aveva mandato in onda il 4 gennaio scorso “Recital”, spettacolo di e con Corrado Guzzanti già replicato tra l’altro decine di volte su Sky, su Cielo, e pubblicato in Dvd. Il sito change.org ha pubblicato la petizione “Il programma di Guzzanti non deve chiudere” promossa da Stefano Corradino, direttore di Articolo21 e il web si è scatenato a sostegno del comico romano. Giornali cartacei e on line, siti internet e social network hanno riportato la notizia della campagna, linkato l’appello che, in poco più di 72 ore, ha superato le 50mila firme.Ieri la buona notizia: l’Aiart ha deciso di ritirare la denuncia. E oggi Corrado Guzzanti scrive ad Articolo21 e Change.org: “Con l’occasione ringrazio anche molti giornalisti che hanno preso le mie parti scrivendo della querelle tragicomica di Padre Pizzarro… Ho sempre fatto il mio lavoro seguendo il mio “sentimento satirico”, parlando di tutto e di tutti nel modo più libero che mi è stato e che mi sono concesso”. “Al di là del positivo esito finale della vicenda – commenta Stefano Corradino – la petizione su change.org ha messo in evidenza che tanti cittadini non accettano né bavagli né censure e che quella per l’informazione libera (e la libera satira) è una battaglia irrinunciabile di democrazia. ‘Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso’ scriveva un noto rivoluzionario, medico argentino…”IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA DI CORRADO GUZZANTI

 

Prima il Nord

(da Massimo Marnetto, 19 gennaio 2013)

– Buon giorno, vorrei del Padano stagionato

– Mi spiace non lo facciamo più.
– Perché?
– Servivano troppe quote latte, poi hanno trovato un trota dentro e abbiamo smesso.
– E allora?
– Se le piace il mascarpone. le consiglio il Macro-Regione, nuovo, senza pretese e va bene con tutto. Buono anche d’inverno squagliato nei Calderoli, servito coi Maroni e Pirelloni, è roba da leccarsi i Tosi.
– Va bene, me ne dia un chilo.
– Ecco fatto
– Ma questi saranno meno di tre etti…
– Certo, noi tratteniamo il 75%
– Scusi ma me lo doveva dire prima
– E no, prima il Nord!

“Chi c’è dietro i simboli taroccati?” Michele Serra risponde a Beppe Grillo

downloadMICHELE SERRA (da Informazione, informazione)
I simboli taroccati sono, dal punto di vista dell’etica democratica, una totale porcheria.
Alcuni rasentano il reato di truffa, o di circonvenzione di incapace. Ha fatto dunque benissimo Beppe Grillo a infuriarsi, pur non essendo né il solo, né il primo a vedere il proprio simbolo imitato da parassiti politici di ogni risma: i tanto odiati “vecchi partiti” hanno pagato pedaggio ben prima di lui al malvezzo di attirare gli elettori più sprovveduti contraffacendo i simboli più noti.
Detto questo, è opportuno prendere atto che alla domanda esplicita di Grillo (“chi c’è dietro?”) è arrivata una risposta implicita ma lampante: “dietro” le liste taroccate non c’è il famigerato Palazzo, che anzi, per mano di un ministro con i fiocchi come la signora Cancellieri, ha ripulito le schede elettorali di molte proposte irricevibili, tutelando tra gli altri anche le Cinque Stelle.
No, “dietro” i simboli truffa non c’è il potere malvagio, ci sono i furbastri e i goliardi di ogni risma – per esempio l’ex militante delle Cinque Stelle che ha tentato il colpo –, ci sono gli italianuzzi astuti e profittatori che cercano di arrangiarsi come sanno e come possono, sperando che dalle urne cada qualche briciola anche per loro. Il giallo è risolto.
Grillo ringrazi il Viminale e si guardi attorno!

Elezioni. Agcom risponde ad Articolo21: “Sovraesposizione Pdl su reti Mediaset”

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17 gennaio 2013* – La lettera che ci ha inviato l’Agcom a seguito dei nostri esposti per le ripetute ed eclatanti violazioni delle regole sul pluralismo dell’informazione nel periodo precedente all’entrata in vigore della par condicio è un vero e proprio epitaffio inciso sulla tomba della adeguatezza di quella istituzione. Per la verità non é che ci fosse bisogno della lettera per arrivare a questa conclusione… ma impressiona la sicumera con cui sostanzialmente si dice: “noi non possiamo fare niente”. Colpisce già l’incipit della risposta che si riferisce a: “presunte violazioni nell’intervista all’on. Berlusconi nella trasmissione Domenica Live”. Tutta l’Italia ha parlato della scandalosa intervista della D’Urso e loro presumono (sic!). La lettera passa poi a sciorinare una tesi secondo la quale sarebbe impossibile l’applicazione della stessa delibera Agcom n.22 del 2006 che regola i trenta giorni precedenti lo scioglimento delle Camere perché: “non si può determinare a priori il dies a quo”.

Cioé vale a dire che tutti sapevano che il Presidente della Repubblica dopo pochi giorni avrebbe sciolto le Camere ma all’Agcom non ne erano informati. Infine, la “chicca”: solo a conclusione della campagna elettorale l’Autorità potrà intervenire (dunque le eventuali sanzioni le applico quando mi pare e non per ripristinare immediatamente, come vuole la legge, l’equilibrio tra i vari soggetti in campo). Insomma un disastro, che dà ulteriormente il senso del dramma che vive il nostro sistema dell’informazione. A questo punto é inutile perdere tempo con Agcom, che peraltro anche in par condicio si limita a blandi ed ecumenici richiami senza mai sanzionare. É tempo che intervengano altre istituzioni di garanzia a livello europeo ed internazionale. A loro d’ora in avanti ci rivolgeremo vista l’impossibilità di vedere applicate dagli organi preposti le pur inadeguate regole sul pluralismo.

* da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Bartolo Ciccardini*: signori, apparentatevi per favore!

Ciccardini Bartolo14 gennaio 2013 – La legge elettorale “porcellum” dà il premio di maggioranza alla somma delle liste apparentate.

Tutti i nostri timori si stanno avverando. Santoro rilancia Berlusconi, spinto dalla concupiscenza di fare una audience piena di soldi. Berlusconi riesce ancora una volta ad apparentare fascisti e separatisti. Convince Maroni ad apparentarsi facendo un passo indietro sulla Presidenza del Consiglio e tre passi avanti sulla Presidenza della Repubblica, e seguita ad apparentare tutto il peggio ed il suo contrario. Apparenta Lombardo, reduce dai disastri siciliani ed apparenta Storace, che ha avuto anche lui i suoi bei disastri laziali. Apparenta tutti gli sbandati democristiani (Rotondi, Giovanardi, Pizza e fichi) e comprerà, come cinque anni fa, la pagina finale sul Corriere della Sera con lo Scudo Crociato. Apparenta super indagati al sud, sia che siano governatori sia che siano semplici malfattori, tali che neppure Salvemini, autore di un aureo libretto, “Il Ministro della malavita”, riuscirebbe ad immaginare nei suoi incubi peggiori.

Non si apparenta solo con Grillo perché, compatto, gli costerebbe troppo. In fondo è sicuro che “spacchettati” li comprerà uno per uno, come già fece con gli uomini di Di Pietro. Ha fatto solo un’obiezione su Tremonti dicendo, finalmente e per la prima volta in vita sua: “Il Presidente del Consiglio, lo nomina il Presidente della Repubblica”, perché ha già deciso che il Presidente della Repubblica sarà lui.

La legge degli apparentamenti di liste contrastanti, l’ha inventata lui, fidando sulla sua capacità di venditore bugiardo e ladruncolo.

Per far questo ha ceduto il Nord ai separatisti, ha ceduto il Sud alla mafia, ha ceduto la Presidenza del Consiglio alla Lega. Puntando all’obiettivo di ottenere il premio di maggioranza.

Questo disegno svanirebbe, come un cattivo sogno, se i movimenti politici responsabili, rispettosi dell’unità nazionale, sostenitori dell’Europa, attenti alla regolarità dei conti ed alla correttezza della spesa, difensori della buona democrazia e della giustizia sociale, usassero l’accorgimento consentito dalla legge elettorale e si apparentassero.

Tutti uniti si avvicinano alla maggioranza assoluta e così incasserebbero il premio previsto dalla legge.

Come spiegheremo ai nostri lontani nipoti il fatto che le forze europeiste non vollero apparentarsi?

Ho già vissuto questo dramma.

Da ragazzo mi divertivo molto ad essere Balilla. A scuola avevo imparato a memoria una breve biografia di Mussolini. Credevo che la Patria fosse grande ed il fascismo indiscusso. Avevo in dotazione un piccolo moschetto ed ero caporale della mia squadra. Era molto divertente e, per di più, vincevamo i Campionati del Mondo di calcio, Bartali umiliava i francesi vincendo il Giro di Francia e Carnera era il più forte del globo terracqueo.

Un giorno compresi che era tutto falso. Quando capii come stavano le cose, andai a chiedermi perché fosse successo tutto questo. E lessi con l’ansia e la sofferenza con cui avevo letto i libri di Salgari, il libro di Angelo Tasca: “Nascita ed avvento del fascismo”.

Le divisioni ed i veti reciproci fra i capi della democrazia liberale, Giolitti, Nitti e Salandra, la frattura fra socialisti e popolari e l’intolleranza degli estremisti produssero il fascismo.

All’Istituto Sturzo c’è una scheda elettorale del 1954: a contrastare il listone fascista che accorpava tutti gli alleati, riluttanti od entusiasti che fossero, c’erano, tutti separati, la lista del Partito Popolare e ben sei (avete letto bene: 6!) liste socialiste. Consiglieremo ai nostri nipoti di leggere il libro di Angelo Tasca?

Il balletto dei veti è cominciato con Vendola, quando ha dichiarato che non sarebbe mai andato con Casini. Ma caro Nichi, ma i popolari moderati di Puglia non hanno accolto la tua giunta di sinistra con una gentile scheda bianca? Hai tutto il diritto con il tuo 3% di affermare i tuoi pregiudizi, ma all’atto pratico, tu che governi la Puglia dal 2006, perché dividi il fronte democratico per ridicole scomuniche?

Giunti in Parlamento farete quelle cose che si addicono al Parlamento, vale a dire vi confronterete e troverete un compromesso e se non lo troverete, pazienza, ci sarà comunque un Governo.

E tu, benedetto Casini, mi vuoi spiegare che significa questo veto a Vendola, come se fosse uno scomunicato “vitandum”? Tu affermi che Vendola è un estremista e che con lui non si può formare alcun governo. E facendo così valorizzi la propaganda della Santanchè, secondo la quale la sinistra non riuscirebbe a governare per colpa di Vendola. Ma Vendola non è un bombarolo uscito dal Regina Cieli! È governatore della Puglia per la seconda legislatura, dove non ha fatto un granchè, ma non ha certamente né messo le bombe, né saccheggiato le chiese. Non hai avuto questi scrupoli quando ti sei apparentato con la Polverini a Roma, mandando il tuo Raffaele D’Ambrosio a gestire, come vicepresidente, l’aumento sconsiderato dei fondi destinati all’appropriazione indebita! E ti fai scrupolo perché Vendola fa ogni tanto del folklore di sinistra?

Ma questi sono ancora errori marginali. Veniamo agli errori madornali.

Ma che gli è preso a Monti e Bersani? Monti ha preso misure terribili e pesanti, come doveva necessariamente fare da buon chirurgo. Ed ha fatto esattamente quello che Berlusconi aveva promesso all’Europa e che Bersani ha confermato che si dovesse fare quando è andato a rassicurare il Consiglio d’Europa. Bersani non può fare come Berlusconi che prima ha votato le misure di Monti e poi lo accusa di averci portato alla rovina.

È più onesto dire che il Partito Democratico responsabilmente ha votato in piena coscienza i provvedimenti di Monti, gli è riconoscente e cercherà ora di fare sì che quei sacrifici servano a riprendere, con una buona politica, lo sviluppo e l’equità, chiedendo di apparentarsi con una forza europeista, democratica e riformista che Monti rappresenta, sapendo che Monti è necessario per fare il governo della ricostruzione.

E Monti cosa va cianciando di destra e di sinistra? Mi sembra Gaber, milanese come lui. In questo momento Monti deve puntare a far sì che la sua opera non vada dispersa e solo il Partito Democratico può dargli questa garanzia. E’ giusto che ridia forza e prestigio ad un centro che sottragga i moderati all’influenza di Berlusconi, ma deve anche portare questa forza all’appuntamento governativo, apparentandosi con Bersani.

Signori, siete ancora in tempo! Fate questo atto responsabile di intelligenza. Concordate un programma che ci faccia rispettare nel mondo, che riporti l’Italia in Europa, che inauguri una stagione di lavoro dopo una stagione di sacrifici. E che ci salvi dai pericoli dell’antipolitica, della guerra civile, della follia irresponsabile.

Signori del centrosinistra, per favore, apparentatevi!

* il grassetto è di nandocan

Tanti sforzi, pochi candidati. E la Gerarchia ecclesiastica volta le spalle a Monti

Bagnasco36998. ROMA-ADISTA (Valerio Gigante). In principio fu Todi. Era l’ottobre 2011, il governo Berlusconi scricchiolava sotto il peso degli scandali politici e di quelli personali del presidente del Consiglio e la gerarchia cattolica stava seriamente vagliando la possibilità di cambiare cavallo, dopo quello cavalcato con successo per più di 15 anni, ottenendo innegabili vantaggi in termini di presenza politico-mediatica, di agevolazioni, esenzioni e privilegi, oltre ad una serie di provvedimenti (legge 40, “difesa” della famiglia, lotta alle unioni civili, caso Englaro, fine-vita, testamento biologico, scuola privata, ecc.) che ammiccavano alle “radici cristiane” del Paese, ai “valori non negoziabili” ed ai temi eticamente “sensibili”.

Nella cittadina umbra, sette associazioni cattoliche legate al mondo del lavoro (Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confcooperative, Confartigianato, Mcl), benedette (e anche opportunamente sostenute) dalle gerarchie ecclesiastiche, si incontrarono per preparare una alternativa cattolico-moderata al berlusconismo, prima che esso fosse definitivamente travolto dagli eventi. Di lì a pochi mesi, tre delle personalità che più avevano lavorato al successo di quell’assise – Andrea Riccardi, Corrado Passera e Lorenzo Ornaghi – entrarono nel nuovo governo guidato da Mario Monti, come garanti degli interessi (spesso contrapposti, comunque distinti) dei vertici della Cei, della Curia vaticana e del card. Camillo Ruini. Ad ottobre 2012 un nuovo incontro, sempre a Todi, di quelle stesse realtà (con una posizione, quella di Coldiretti, decisamente più tiepida e defilata) sanciva il varo di un rassemblement cattolico a sostegno dell’“agenda Monti”, in vista delle elezioni del 2013.

Todi al tramonto

Poi, sul finire del 2012, le dimissioni dell’esecutivo e la fine anticipata della legislatura, con l’ufficializzazione della “salita in politica” di Mario Monti, sembravano aver ulteriormente accelerato i tempi del matrimonio “religioso” tra la neonata “Scelta civica con Monti per l’Italia” e i vertici della Chiesa. Osservatore Romano e presidente dei vescovi italiani, Avvenire e segretario di Stato vaticano avevano infatti unanimemente plaudito al progetto politico-elettorale del presidente del Consiglio uscente.

E l’associazionismo cattolico istituzionale stava avviando la sua potente macchina organizzativa. Il 10 gennaio era stato fissato un terzo appuntamento delle sigle promotrici dei primi due incontri di Todi per ufficializzare la nuova “gioiosa macchina da guerra” del centro cattolico. Poi, però, qualcosa in quella macchina si è rotto, e l’incontro, che doveva svolgersi nella sede nazionale della Cisl a Roma, in via Po, è stato rinviato a data da destinarsi. Un fulmine a ciel sereno, che seguiva di pochi giorni l’annuncio che in ogni caso Monti non avrebbe preso parte all’iniziativa, nonostante la sua presenza fosse stata data ormai per certa. Dietro la decisione, tanto quella di Monti che quella appena successiva di cancellare l’incontro, ci sono stati – certo – i timori che l’evento potesse trasformarsi in un abbraccio troppo soffocante tra il mondo cattolico (oltre alle 7 sigle “fondatrici” era prevista infatti anche la presenza di Neocatecumenali, Focolarini, Azione Cattolica, Forum delle Famiglie, Scienza&Vita) e il progetto montiano; c’è stata – altrettanto indubbiamente – la scelta delle gerarchie ecclesiastiche di una maggiore prudenza dopo le prime, forse troppo entusiastiche ed affrettate, dichiarazioni a sostegno di Monti; ma, soprattutto, a determinare il precipitare degli eventi c’è stata una improvvisa crisi nell’idillio tra la Chiesa e l’ex rettore della Bocconi.

E i valori non negoziabili?

Sul precedente numero di Adista (v. Adista Notizie n. 1/2013) avevamo elencato una serie di nodi critici che rendevano il sostegno delle gerarchie alla “lista Monti” meno scontato di quanto in apparenza potesse sembrare: il fatto che una parte consistente dei vertici ecclesiastici guardi a destra, e che ad essa non è facile far digerire il sostegno al progetto montiano, specie ora che pare contrapposto in maniera più netta al PdL ed alla Lega che all’asse Pd-Vendola, con il quale invece già si prefigura un accordo post elettorale nel caso assai probabile che al centrosinistra manchi la maggioranza al Senato. Poi l’assenza dall’agenda Monti delle questioni etiche, niente affatto casuale, vista l’intenzione del presidente del Consiglio di demandare tali spinose questioni al dibattito parlamentare piuttosto che all’iniziativa dell’esecutivo che uscirà dalle urne. Così, se nella piattaforma firmata a “Todi 2” erano stati inseriti i valori non negoziabili, alcuni giorni dopo quegli stessi valori erano stati espunti dal manifesto per Montezemolo firmato da Riccardi. Infine i sondaggi, secondo i quali la lista Monti non decolla, anche perché gli indicatori economici e quelli su pressione fiscale ed occupazione non giocano affatto a favore dell’esecutivo uscente. A quelle ragioni si potrebbe oggi affiancare l’atteggiamento tiepido che la grande stampa mainstream (con la scontata eccezione, finora, del Tempo diretto da Mario Sechi, peraltro candidato proprio nel listone di Monti, e del Messaggero di proprietà del suocero di Casini, Francesco Gaetano Caltagirone) sta inaspettatamente riservando al “Terzo Polo” ed alla “salita in politica” di Monti.

Non c’era posto per loro nelle liste

Questioni di per sé però non decisive, anche se non prive di importanza. A calare sul tavolo l’asso di briscola è stata la composizione delle liste elettorali. Alla Camera, si sa, Monti ha accettato la presenza di altre liste a fianco della sua, quelle di Udc e Fli. Al Senato, però, ha imposto ai suoi alleati di correre tutti sotto uno stesso simbolo, il suo, vincolando tutti ad un rigido vaglio (sempre il suo, per il tramite di Enrico Bondi e Andrea Riccardi) delle candidature. La gerarchia ecclesiastica, che pensava di trovare ampie praterie per collocare, collegio per collegio, curia per curia, i propri uomini nello scacchiere elettorale di “Scelta civica con Monti per l’Italia” si è perciò trovata spiazzata. Pochi i posti per quelle sigle che avevano contribuito in maniera determinante al decollo del progetto montiano sotto l’egida Cei-Vaticano. Pochi i posti per gli uomini vicini alle curie locali ed alla presidenza della Cei. Insomma, più Monti pretendeva di gestire a suo modo le liste elettorali, più Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, uomo con solidi legami con la Segreteria di Stato e oggi factotum del presidente del Consiglio, veniva visto con crescente diffidenza dai vertici della Cei, i quali peraltro gli avevano spesso contrapposto nei mesi passati il banchiere Passera, non a caso defilatosi nelle ultime settimane man mano che cresceva l’egemonia di Riccardi.

Accusato di non aver svolto un sufficiente lavoro di lobbying a favore dei candidati cattolici graditi alla Cei Riccardi, complice anche una possibile candidatura a sindaco di Roma, si sarebbe fatto da parte, annunciando l’improvvisa decisione di non candidarsi al Parlamento, non senza aver prima lasciato il posto al suo fedelissimo luogotenente, Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant’Egidio.

Fallito il tentativo, che denunciava fretta e una certa superficialità, di una opzione preferenziale della gerarchia verso un solo partito, la presenza dei cattolici a queste elezioni potrebbe assumere lo schema tradizionale dell’era post democristiana: quello del presentare i propri esponenti in liste separate affinché con più efficacia possano una volta eletti colpire uniti. E se la presenza di cattolici dentro il PdL è ormai tradizione consolidata, più sorpresa ha destato la scelta di alcuni dirigenti dell’associazionismo ecclesiale, di correre nelle liste del Pd. Da via del Nazareno è stata infatti annunciata la candidatura del presidente del Centro nazionale volontariato e organizzatore delle settimane sociali Edo Patriarca (vicino al card. Ruini), della storica cattolica Emma Fattorini, dell’ex vicepresidente dell’Azione cattolica e direttore dell’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica Ernesto Preziosi e della segretaria dell’istituto Luigi Sturzo (che già aveva assunto posizioni critiche alla vigilia del secondo appuntamento di Todi) Flavia Nardelli (figlia di Flaminio Piccoli).

E non sarà solo un caso che, mentre l’ormai ex presidente della Acli Andrea Olivero – uno dei principali animatori degli incontri di Todi – ha annunciato la sua candidatura a sostegno di Mario Monti, un altro ex presidente della stessa associazione Luigi Bobba (anche lui vicino al card. Ruini), sarà di nuovo candidato con il Pd. Allo stesso modo, se il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni – considerato il portavoce dell’assise di Todi del 2011 – è tra i sostenitori dell’agenda Monti, ciò non ha impedito al suo vice, Giorgio Santini, di candidarsi con il Pd in quota al cosiddetto listino-Bersani. Insomma, siamo al paradosso che ci sono più cattolici “doc” in lista con il centrosinistra che con la lista civica di Monti.

Che pure, nel cruciale collegio senatoriale della Lombardia (che elegge 49 senatori, di cui 27 vanno al partito o alla coalizione vincente), presenta un tridente formato da Albertini, Ichino e dal leader ciellino Mauro che potrebbe dare parecchio filo da torcere al Pd. (valerio gigante)

Rodotà: “Il reddito di cittadinanza è un diritto universale”

«In Europa – sostiene Stefano Rodotà, uno dei giuristi italiani che hanno partecipato alla scrittura della Carta di Nizza e autore de “Il diritto di avere diritti” – siamo di fronte ad un mutamento strutturale che spinge qualcuno ad adoperarsi per azzerare completamente i diritti sociali, espellere progressivamente i cittadini dalla cittadinanza e far ritornare il lavoro addirittura a prima di Locke. Per accedere ai beni fondamentali della vita come l’istruzione o la salute, dobbiamo passare per il mercato e acquistare servizi o prestazioni. Il reddito universale di cittadinanza è il tentativo di reagire al ritorno a questa idea di cittadinanza censitaria».

Il reddito di cittadinanza, dunque, non il «salario minimo sociale e legale» chiesto dal presidente uscente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Come spiega questa dichiarazione?
Juncker ha mostrato più volte un’attenzione rispetto ad una fase nella quale debbono essere ripensati una serie di strumenti anche partendo da una riflessione più profonda sulla dimensione dei diritti. A parte la sua citazione di Marx, credo che la sua dichiarazione dovrebbe essere valutata alla luce dell’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali. In una delle sue carte fondative l’Ue si impegna a riconoscere il diritto all’assistenza sociale e abitativa e a garantire un’esistenza dignitosa ai cittadini. C’è un’assonanza molto forte con uno dei più belli articoli della nostra Costituzione, il 36. Considerati insieme, questi articoli offrono una chiave per considerare il reddito fuori dalla prospettiva riduzionistica con la quale di solito viene considerata. Diversamente dall’approccio del salario minimo, il reddito non può essere considerato solo come uno strumento di lotta contro la marginalità. In Europa non c’è solo la povertà crescente. Io credo che oggi la lotta all’esclusione sociale passi attraverso l’adozione del reddito di cittadinanza.
Cosa ne pensa del “reddito di sopravvivenza” proposto da Monti nella sua Agenda?

Monti si ispira all’idea riduzionista del welfare. La sua società è quella del capitalismo compassionevole di George Bush dove la vita degli esclusi è pari al grado zero dell’esistenza, un’esistenza che non è quella libera e dignitosa, è pura e semplice nuda vita. È l’idea che lo Stato deve cercare di non far morire i poveri. È una prospettiva inaccettabile. Se poi questo reddito di sopravvivenza è considerato non come la guida da seguire, ma come un passo per andare oltre verso il reddito di cittadinanza, non nel modo riduttivo in cui se ne sta parlando in questi giorni come il salario minimo, possiamo aprire una discussione qualitativamente importante nella cultura politica. Una discussione obbligata dati i tratti che ha la nostra Costituzione e la prospettiva indicata dalla Carta dei diritti. Esistenza e sopravvivenza sono però agli antipodi. Certo, dobbiamo considerare anche la sopravvivenza, ma quello cui noi dobbiamo guardare è l’esistenza libera e dignitosa.

 Leggi tutto da “La furia dei cervelli”

 

Servizio pubblico: Berlusconi ha vinto e Santoro ha vinto!

12 – 01 – 2013 Luigi Ricci (da Formiche.net)

Dopo due giorni dallo show di Servizio Pubblico ancora c’è chi si chiede chi ha vinto tra Santoro e Berlusconi. C’è chi segna la vittoria di Berlusconi, a scapito di Santoro; chi sostiene il “pari merito”; chi pensa che nessuno dei due si sia guadagnato una posizione di rilievo.

A mio giudizio, la puntata di Servizio Pubblico del 10 gennaio si è contraddistinta per un lavoro di negoziazione ben concepito, tanto da risultare nell’obiettivo auspicato da entrambi i leader: il Win-Win.
Il perfetto rendez-vous tra i vincitori: due ex rivali, veterani dell’era della politica-spettacolo della TV analogica. Michele Santoro, il decano dei conduttori di talk politici e Silvio Berlusconi, il più longevo leader politico in competizione per le prossime elezioni.
L’audience del programma sembrerebbe che abbia gratificato entrambi.
Infatti, i dati Auditel affermano Michele Santoro detentore del suo record storico di ascolto e quello di La7 con 8,7 milioni di spettatori (share del 33,6% e 15,6 milioni di contatti).

Silvio Berlusconi, nella peggiore delle ipotesi, ha conquistato non meno di 600 mila elettori, come stimano i principali sondaggisti. Quindi +1,5 punti, che rinverdiscono la speranza al recupero di Berlusconi (del resto non nuovo a queste imprese).
Il fatto di aver assistito ad un avvenimento Win-Win si è palesemente dimostrato quando Berlusconi, apostrofando Santoro “Mi raccomando: faccia buoni ascolti eh”, lasciava lo studio, consapevole di un grande successo “fuori casa”.
Solo dopo la lettera-requisitoria di Berlusconi contro Travaglio, Santoro ha intuito che la vittoria di Berlusconi sarebbe stata incommensurabilmente più grande di quella negli ascolti.

Perché dalla trasmissione Berlusconi se ne sarebbe andato via anche con lo scalpo di Travaglio, e questo è stato un colpo di scena non previsto dagli autori del programma, poiché,  buona parte della scaletta pare sia stata in qualche modo concordata con lo staff di Berlusconi.

Dopo l’affondo a Travaglio, si è visto un Santoro, con gli Chakra bloccati, privo di energia, di fronte ad un Berlusconi raggiante, colto dalle telecamere in uno stato di grazia in cui non si vedeva da tempo.

Il Berlusconi di questa campagna elettorale non è quello di un anno fa. Sarà anche merito delle cure rigeneranti cui si è sottoposto, lo scorso novembre, nel resort di Briatore a Malindi, mentre i suoi avversari, Bersani, Grillo e Monti, sono da mesi sotto pressione.
Sta di fatto che nella puntata di “Servizio Pubblico” Silvio Berlusconi è ricorso, senza rendersi conto, alle migliori tecniche di programmazione neuro linguistica (PNL), tattiche di persuasione capaci, con un minimo di abilità, di indurre le persone ad agire come secondo i propri piani.

Aver scelto di aprire Servizio Pubblico, con il video della discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994, è stato il miglior assist per consentirgli l’ancoraggio rapido. Tecnica adottata dai campioni sportivi per migliorare le loro prestazioni e dai grandi oratori per essere più convincenti nei confronti chi li ascolta.

Nel 1994, in pochi mesi, ha saputo rimontare sul Pds di Occhetto ed arrivare a Palazzo Chigi in appena 4 mesi: questo ricordo lo ha posto nella posizione mentale perfetta per gestire la puntata.
Come sarebbe andato a finire l’esito della serata, se Santoro avesse, invece, mandato in onda il videomessaggio di Berlusconi del novembre 2011, in cui annunciava le sue dimissioni da Presidente del Consiglio dei Ministri?

Luigi Ricci

Cinquantamila firme per Guzzanti e la7. “No alla censura alla satira”

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Cinquantamila. Tante sono le adesioni pervenute sul sito www.change.org alla petizione contro il bavaglio a Corrado Guzzanti e a la7,  lanciata dal direttore di Articolo21 Stefano Corradino. La petizione è letteralmente esplosa sulla rete. Migliaia “i mi piace” su facebook, centinaia di condivisioni e di twitt. Le petizioni rilanciate da decine di blog e siti internet. Corrado Guzzanti denunciato per vilipendio alla religione. L’accusa viene dal L’associazione telespettatori cattolici “Aiart”, che ha deciso di denunciare l’emittente la7 per  aver trasmesso venerdì 4 gennaio “Recital”. Secondo l’Aiart il comico e attore romano avrebbe “offeso con battute da caserma il sentimento religioso degli italiani, vomitando insulti e falsità per oltre un’ora di spettacolo”. Ma la reprimenda mediatica è andata oltre la querela con la richiesta della sospensione del programma. La petizione è stata lanciata per chiedere all’Aiart di ritirare la denuncia e la richiesta di cancellazione del programma. Una richiesta fatta in nome dell’articolo21 della Costituzione, della libertà di espressione e di satira.

La petizione ha suscitato una pronta replica da parte di Luca Borgomeo, Presidente dell’Associazione di telespettatori cattolici Aiart: “Facciamo notare a Change.org che la denuncia non è contro Guzzanti ma contro La7. Non è in pericolo  la libertà d’espressione o di satira. Vogliamo solo che sia rispettato il sentimento religioso e che questo non sia dileggiato. Coloro che hanno firmato la petizione hanno visto tutto lo spettacolo andato in onda su La7?”

“Una replica piuttosto singolare” – controreplica Stefano Corradino, direttore di Articolo21 e promotore della petizione. E “francamente dichiarare che la denuncia sia rivolta non contro  Guzzanti ma contro La7 non sminuisce il grave errore dell’azione legale, tutt’altro: perché colpisce contemporaneamente sia l’emittente che ha mandato in onda “Recital” sia di riflesso il comico per aver interpretato il personaggio così sgradito all’Aiart. Sbagliato anche affermare che Guzzanti ha dileggiato il sentimento religioso. La satira dileggia, irride, schernisce le gerarchie e le iconografie, non certo i sentimenti. Non è in pericolo la libertà d’espressione o di satira? Allora si ritiri la denuncia e la richiesta di sospensione del programma: sono troppi i bavagli e le censure a cui abbiamo dovuto assistere impotenti negli ultimi venti anni”.

Ieri sera, venerdì 11 gennaio la7 ha mandato in onda la seconda puntata, ci auguriamo che nessuno torni a contestare la straordinaria satira di Corrado Guzzanti. Ma i censori sono sempre in agguato, per questo la petizione resta on line.

* da articolo 21, 12 gennaio 2013. Il grassetto è di nandocan

Beatrice Rangoni Machiavelli: Il lascito di Rita Levi Montalcini

Beatrice Rangoni Machiavelli, a cui sono grato per gli articoli sempre molto seguiti pubblicati su questo sito, mi ha inviato questo suo personale ricordo della grande scienziata recentemente scomparsa (nandocan).

*   *   *   *   *

Levi Montalcini RitaGennaio 2013 – Ho passato molti anni a Bruxelles impegnata nelle Istituzioni comunitarie. Quando sono stata eletta a incarichi di responsabilità nell’ECOSOC Europeo (CESE) ero spesso invitata ad intervenire alle riunioni delle Associazioni di categoria e di quelle dei vari organismi presenti a Bruxelles.

Agli inizi degli anni ‘80, il Presidente della Federazione delle Industrie europee mi aveva chiesto di parlare della situazione dell’UE, dal punto di vista del CESE, ai suoi associati provenienti dai vari Stati Membri.

Terminata la conferenza ci siamo messi a tavola per continuare la conversazione e rispondere ad eventuali domande. Ero seduta vicino al Presidente Nobel, era svedese e pronipote del Fondatore dell’omonimo Premio. Ho sempre prediletto e studiato la matematica; avevo letto un libro sulla storia del Nobel e avevo notato che i premiati erano in maggioranza ebrei e di lingua tedesca, ma non c’era nemmeno un matematico fra loro. Ne chiesi il perché al Presidente, mi rispose sorridendo che nella sua famiglia si diceva che a causa di una grande simpatia della sua bisnonna per una specie di Einstein svedese i matematici erano stati banditi.

La madre di Giovanni Malagodi era sorella del padre di Rita Levi Montalcini, una famiglia che apparteneva all’aristocrazia ebraica di Torino. Chiesi a Malagodi quale spiegazione poteva esserci sulla percentuale così alta di ebrei fra i Premi Nobel. Mi rispose che probabilmente era dovuto al fatto che in un’epoca molto remota gli ebrei erano gli unici che dalla loro religione erano obbligati a saper leggere e scrivere, e trascorrere almeno due ore al giorno nella lettura del Talmud e a riflettere sulle possibili interpretazioni di ogni frase.

 Vedevo spesso Rita Levi Montalcini, conosceva la mia attività nel campo dell’associazionismo femminile, e aveva voluto coinvolgermi in un suo progetto per aiutare le donne in Africa. Per merito suo furono istituite numerose associazioni in quel territorio con il compito di insegnare a leggere e a scrivere, affidato ad una di loro che era stata istruita in Italia.

Nel 1986, con 30 anni di ritardo rispetto alla sua scoperta, Rita Levi Montalcini è stata insignita del Premio Nobel. Ho avuto il privilegio di ascoltare una sua conferenza nella quale spiegava, anche ai profani, le implicazioni della scoperta per cui le era stato conferito il Premio. Si trattava di una “proteina segnale” importante nello sviluppo del sistema nervoso in quanto indirizza e regola la crescita degli assoni conduttori di impulsi in direzione centrifuga rispetto al corpo cellulare. Così è stata aperta una pista per la cura dell’Alzheimer, della SLA, dei tumori,  e altre malattie neurologiche.

La scoperta di Rita L. M. è un esempio straordinario di come un osservatore acuto e particolarmente dotato, possa individuare ipotesi valide da sviluppare in un caos fino ad allora indecifrabile. Aveva compreso che in ogni cellula neuronale esisteva un potenziale di crescita e trasformazione (il “nerve growing factor”). Stimolati dallo  studio e dall’apprendimento, i neuroni creavano fra loro dei microcircuiti di collegamento che potenziavano al massimo le capacità del cervello. Questo spiega anche come sia possibile che persone di età avanzata ma con la mente ancora lucida – come Leonardo da Vinci, o Beethoven – abbiano continuato a creare capolavori fino alla fine dei loro giorni.

L’affascinante esposizione di Rita Levi Montalcini mi aveva fatto pensare che la sua scoperta potesse spiegare la tanto alta percentuale di ebrei nell’ambito dei vincitori del Premio Nobel. Poco tempo dopo ho avuto il piacere di passare una serata con lei, in casa di comuni amici, così le ho potuto parlarle dell’interrogativo che mi ero posta.  Mi rispose con il suo indimenticabile sorriso: “Non posso negare che ci sia del vero in quello che tu dici. Ma bisogna anche aggiungere il grande desiderio di rivalsa di un popolo perseguitato, torturato, vittima di genocidio. Oggi siamo appagati e presenti a tutti i livelli della società occidentale. Non abbiamo più la forza e l’impegno che ci venivano da quel desiderio. I prossimi Nobel li avranno i nostri cugini dell’Islam”.

Ho subito pensato al Premio Nobel per la Fisica, il pakistano Abdus Salam che aveva portato la facoltà di Fisica di Trieste ad un tale livello da costituire un punto di riferimento internazionale.

La personalità, la generosità, l’intelligenza del cuore e del cervello di Rita Levi Montalcini rappresentano un lascito che onora la Scienza ed evidenzia il valore delle donne. Sosteneva infatti: “Se istruisci un bambino avrai un uomo istruito. Se istruisci una bambina, avrai una donna, una famiglia e una società istruita”.

 

 

La nomina di Monica Maggioni a Rai News contestata dai consiglieri Tobagi e Colombo.

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10 gennaio 2013 – ‘Resta il sospetto che la politica continui a contare nelle nomine Rai’. Lo scrivono i consiglieri Rai Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo dopo la nomina del direttore di Rainews, Monica Maggioni, in sostituzione di Corradino Mineo, candidato dal PD come capolista in Sicilia.  Una nomina che giudicano ‘prematura’ e sottolineano: ‘ci aspettavamo un deciso cambiamento di passo, da un vertice presentato come ‘tecnico’ e di garanzia. Purtroppo, come gia’ accaduto, non vediamo questo cambio di passo nel caso di una delicata nomina editoriale’. Tobagi e Colombo ricordano che ‘il 5 settembre 2012 il cda Rai ha dato mandato al direttore generale di elaborare in tempi brevi un progetto di dettaglio per l’unificazione di Televideo e Rainews da sottoporre all’approvazione del consiglio. Questa unificazione, invece, e’ ancora in elaborazione: ancora nessun progetto e’ stato presentato al consiglio. In questi mesi, inoltre, nonostante ripetute sollecitazioni, non si e’ discusso o chiarito quale sia la visione strategica per Rainews, un tema riguardo al quale sono stati sviluppati in passato progetti diversi, mai implementati’.

Alla RAI  “è maggioranza Berlusconi-Monti”, commenta Giulietti (Articolo 21)

“Inutile perdere tempo nella ennesima zuffa sui nomi e sugli organigrammi della Rai. Qui non si tratta piú di giudicare questa o quella delibera, ma di prendere lucidamente atto che in Rai si é ormai formata una maggioranza composta dai consiglieri ” montiani e berlusconiani” alcuni dei quali personalità di rilievo dei patiti che li hanno indicati”. È quanto afferma in una nota il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti. Da questo schieramento sono rimasti fuori, per loro scelta, i due consiglieri espressi da Libera,libertà e giustizia,tavola della pace,comitato per la libertà di informazione ai quali il segretario del Pd Bersani, con procedura innovativa e coraggiosa, chiese di indicare donne e uomini di comprovata autonomia ed indipendenza. Questa esperienza rischia di essere arrivata al capolinea soffocata dalla logica del conflitto di interesse e della legge Gasparri che rappresentano la vera questione, il bubbone da estirpare. Nelle prossime ore proporremo a tutte le associazioni che hanno a cuore l’articolo 21 della Costituzione di indire una grande manifestazione pubblica per chiedere alle forze politiche e ai candidati di assumere l’impegno ad inserire in testa alle loro agende la soluzione del conflitto di interesse,l’adozione di una normativa anti trust e la liberazione delle Autoritá di garanzia e della Rai dalle interferenze dei partiti e dei governi, politici o tecnici che siano o saranno. Altrimenti tutto continuerá come prima, altro che le chiacchiere sulla innovazione e la discontinuitá….

 

Per chi fischia il rigore

Monti RigoreRoma, 10 gennaio 2013 – Monti su twitter: “@tg1online Dialogo sì, con tutti, anche se avessi la maggioranza. Sostegno a governi non riformisti: NO”. Chi ha potuto seguire i primi cinguettii del premier in campagna elettorale avrà notato la facilità con cui si è subito adeguato alla poco nobile tradizione dei politici nostrani di evitare risposte impegnative. Dialogo e riformismo sono parole che non dicono molto, la seconda meno ancora della prima. Perché ci sono riforme che cambiano la realtà delle cose e riforme che si limitano ad aggiustarla. Infatti da Berlusconi a Vendola tutti si dichiarano riformisti.

Avrete letto anche voi  l’Agenda Monti e la “Carta di intenti” del centrosinistra. Secondo Eugenio Scalfari sarebbero quasi uguali. Apparentemente, forse, lo sono, nel senso che gli obbiettivi economici programmati spesso coincidono, ma quello che conta sono le priorità: nel recupero, nella distribuzione e nell’impiego delle risorse. Rigore, crescita ed equità: con queste tre parole il Professore-arbitro ha messo insieme la “strana” maggioranza. Si è visto poi per chi  fischiava il rigore.

Destra e sinistra non sono parole vuote. Nell’Italia e nell’Europa di oggi hanno ancora, come insegnava Bobbio, un significato importante. Dunque  ogni programma va letto alla luce dei comportamenti e della storia di chi promette di realizzarlo: persone, partiti o movimenti. E tener conto, come ammette lo stesso Scalfari, della “differenza tra i protagonisti, le forze politiche da esse guidate e i ceti sociali di riferimento”. L’uso di una parola vaga come “società civile” non serve a fare chiarezza, specie quando vi si confondono centri di potere finanziari, corporativi o religiosi a cui le carriere dei cosiddetti tecnici fanno spesso riferimento.

Chi ha premuto sulla decisione di Monti di “salire in politica” non avrà scrupoli a pretendere una spaccatura del centrosinistra o addirittura interna al PD in cambio di un accordo obbligato al Senato. A chi mostra ancora di puntare in questa direzione sarà bene rispondere nelle prossime settimane non con minore ma con maggiore chiarezza sull’unità della coalizione e sugli orientamenti che distinguono i progressisti dalla destra e dal centro.

In Europa e nel mondo non c’è un solo modo, quello liberista, di guardare alla globalizzazione, all’orizzonte federale europeo, alla crisi finanziaria o alle difficoltà della crescita. Ad esso i progressisti devono contrapporre una strategia da offrire al confronto democratico, senza ambiguità. Così anche per i nodi tuttora insoluti della politica nazionale, dalla difesa della Costituzione ai diritti civili, dalla riforma della giustizia alla normativa sulla corruzione e sul conflitto di interessi, dalla tutela dei beni comuni al rafforzamento del ruolo della scuola, della televisione e della sanità pubbliche.

Meglio ancora sarebbe se la sinistra cominciasse ad aprire lo sguardo ad una rigenerazione del pensiero politico, non più a rimorchio dell’economia. Come scrive l’antropologo Edgar Morin nel suo ultimo libro (“La via – Per l’avvenire dell’umanità”, Raffaello Cortina editore), “l’economia crede di risolvere i problemi politici e umani con la competizione, la deregolamentazione, la crescita, l’aumento del PIL e, in caso di crisi, con il rigore, cioè con i sacrifici imposti ai popoli. E come la civetta fugge il sole, la classe politica si allontana da qualsiasi pensiero che potrebbe illuminare il cammino del bene comune”.

Michele Serra: si combatte per l’Italia

berlulegaL’indissolubile comparaggio tra Lega e Berlusconi deve avere radici ben solide se riesce a resistere ad ogni sussulto e ogni separazione.

Queste radici sono riassumibili nel fastidio invincibile che una parte rilevante della piccola borghesia italiana ha per lo Stato, le tasse, le regole, la Costituzione, l’antifascismo, insomma per la Repubblica così come è nata, si è formata e bene o male ha percorso quasi settant’anni di vita nazionale, in evidente scollamento con una parte non piccola di italiani che non si sente repubblicana e in casi estremi (il secessionismo) neanche italiana.

Il risultato elettorale dell’ennesimo remake forzaleghista (rubo la definizione a Gad Lerner) ci dirà a che punto è l’implacabile lotta di quel pezzo di Italia contro l’Italia. Dubito che le ruberie nelle istituzioni, la triste avidità del clan Bossi, le crapule di Arcore, tanto meno gli episodi di razzismo che (da anni) fioriscono in quel campo siano determinanti per quell’elettorato. Che non ha mai brillato per scrupolo etico. Determinante sarà la voglia di credere ancora che “Silvio” sia in grado di ribaltare il tavolo, come promette di fare, senza successo, ormai da anni. Poiché quel tavolo appare più solido, e Berlusconi più vecchio e debole, è molto probabile la sua definitiva sconfitta!

Monti, la scuola e la Costituzione

scuola tagliRicevo e pubblico volentieri da Ferdinando Longoni questo commento, che condivido totalmente (nandocan):

Ieri, 7 gennaio, stavo rientrando in Italia dalla Svezia. Sul volo da Monaco di Baviera a Roma distribuivano giornali italiani di giornata. Da un paio di settimane leggevo solo le versioni web dei quotidiani. Sulla prima pagina di La Repubblica non poteva sfuggirmi l’articolo:

Nuova rivoluzione nelle scuole

dal 2014 fondi solo alle migliori

ROMA – Rivoluzione in vista per la scuola italiana sul modello della riforma delle università: gli istituti migliori avranno più soldi. La novità viene dal fondo di Funzionamento, è stata introdotta nella legge di Stabilità varata a Natale e dovrebbe scattare dal 2014. In Italia non esiste però un meccanismo in grado di valutare scientificamente le performance dei singoli istituti.

INTRAVAIA E ZUNINO

(segue a pag. 21)

Confesso che mi era sfuggito questo particolare (così come molti altri) della Legge di Stabilità (ex finanziaria). Con la motivazione, certamente giusta, di salvare i conti dello Stato e con loro il Paese dal baratro e con la giustificazione dell’urgenza, imposta dalle regole di bilancio (la legge doveva essere approvata entro il 31 dicembre) chissà quali e quante altre porcate sono state introdotte nel bilancio. Perché di una vera porcata si tratta. Di un vero e proprio attentato ad uno dei diritti fondamentali garantiti dalla nostra Costituzione. E non credo di esagerare. Non si tratta, come dicono gli autori dell’articolo, di disporre o meno di strumenti per valutare le performance di un istituto. Anche se tali strumenti fossero disponibili, dovrebbero essere utilizzati per rimuovere o aggiornare i fattori responsabili delle carenze prestazionali. Il criterio, già insensatamente introdotto dalla Gelmini per le università, di finanziare chi va bene e non finanziare chi va male, non fa che aggravare il problema. I malcapitati che si troveranno, per ragioni geografiche, a frequentare scuole scarse avranno scuole sempre più scarse. Si verrà così ad accentuare, invece che ridurre, il divario tra i livelli qualitativi delle varie scuole e quindi, in definitiva, il divario di accesso alla conoscenza tra diversi gruppi di cittadini. Un concetto palesemente berlusconiano (se qualcuno ricorda l’infelice uscita del cavaliere sui figli degli operai e i figli dei professionisti).

Al Prof Monti, che è molto stimato negli ambienti bene del mondo che conta e che dobbiamo certamente ringraziare per averci, anche per questa sua immagine internazionale, tirato fuori dall’abisso nel quale il suo predecessore ci stava facendo precipitare, vorrei ricordare che la Costituzione italiana recita:

Art. 34.

La scuola è aperta a tutti.

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

 

ma già nei principi fondamentali afferma che:

Art. 3.

…..

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

E la scuola è istituzione fondamentale per consentire il pieno sviluppo della persona umana e l’uguaglianza dei cittadini. O no?
 La visione molto mercantile e aziendalistica della società, di stampo reaganiano e thatcheriano, sembra accomunare, pur nella immensa diversità di stile, il premier predecessore e il suo successore (e, purtroppo, aggiungo, ha contagiato anche alcuni esponenti apparentemente ancora della nostra parte). Scuole e ospedali non possono essere considerati come reparti e filiali di un’impresa industriale o commerciale e gestiti con obiettivi di massimo fatturato con il più alto utile d’impresa possibile. Il loro obiettivo è la massima efficacia possibile. Ciò non significa che non si debba puntare all’efficienza, ma per raggiungere questa non si deve perdere l’efficacia. “Ma non ci sono i soldi!” Ci sarebbero, se tutti pagassero (meno) tasse. Il vero problema dei conti pubblici è il mancato gettito fiscale al quale si accompagna anche una gestione allegra e/o truffaldina. Non si elimina un ospedale, si cacciano i dirigenti incapaci, irresponsabili e ladri. Purtroppo, invece, anche nelle settore privato gli alti livelli della dirigenza vengono premiati anche quando le aziende falliscono.
 Per fortuna si torna a votare, sperando che una buona politica possa sostituire una gestione emergenziale classista determinata da una pessima politica, anzi da una precedente politica delinquenziale.

Per tornare al tema della scuola, l’articolo, dal quale ho preso lo spunto per questo sfogo, mi ha colpito anche perché avevo da poco finito di leggere un libro di John Le Carré, “A Murder of Quality”, unico poliziesco, del 1962, del più famoso scrittore di romanzi di spionaggio. Romanzo poliziesco che si svolge in una scuola esclusiva, tipicamente britannica. Al termine dell’ultima edizione Penguin è stata aggiunta dall’autore una postfazione, datata ottobre 2010, nella quale egli si lancia in una severa critica del sistema scolastico inglese, caratterizzato dalla forte presenza di scuole elitarie e da una scuola pubblica di qualità piuttosto bassa. Secondo l’autore è un sistema che non favorisce l’integrazione tra classi, anzi tende a rafforzare le differenze sociali, dalla culla alla morte. Come risultato, più del 90% della popolazione è di fatto esclusa dai circuiti dai quali emerge la classe dirigente della Gran Bretagna. Da Eden all’attuale premier David Cameron, e a moltissimi dei ministri dei vari gabinetti succedutisi, sono stati alunni di Eton. Persino governanti laburisti come Attlee arrivarono a prospettare drastiche riduzioni della scuola pubblica a tutto vantaggio di quella privata. A quanto pare con risultati non proprio brillanti, per lo meno a detta di un personaggio come Le Carré che non è certamente un pericoloso bolscevico. Sull’altra sponda dell’Atlantico, i democratici americani stanno cercando di avvicinare il loro sistema sanitario ai modelli europei. Qui da noi, invece, sta cercando di rafforzarsi, questa volta col volto moderato di Monti, una politica all’insegna del “privato è bello”, estesa non solo ai mercati (di beni e di servizi non pubblici), ma anche alle attività che garantiscono diritti fondamentali dell’individuo. E quando la Costituzione è uno scomodo ostacolo si invocano le non meglio precisate riforme. Mi sento di consigliare a Monti e ai suoi seguaci e sponsor di rivedersi il bellissimo spettacolo di Benigni sui 12 principi della Costituzione. Potremmo diffonderne copie su DVD.

Ci vuole un cambio di rotta.

Nando

Nessuno tocchi Corrado Guzzanti. Firmiamo la petizione di change.org

di Stefano Corradino, 8 gennaio 2013 (da Articolo 21)

padrepizarroMedioevo Italia. Corrado Guzzanti denunciato per vilipendio alla religione. L’accusa viene dall’associazione telespettatori cattolici Aiart che ha deciso di denunciare il comico e attore romano reo di ”aver offeso con battute da caserma il sentimento religioso degli italiani, vomitando insulti e falsità per oltre un’ora di spettacolo”. La trasmissione sul banco degli imputati è “Recital”, di e con Corrado Guzzanti andata in onda venerdì 4 gennaio su La7 in prima serata seguita tra l’altro da quasi un milione e mezzo di spettatori. Ma la reprimenda mediatica è andata oltre la querela con la richiesta della sospensione del programma.
“Scherza coi fanti ma lascia stare i santi” recita una vecchia massima  popolare che per alcuni è solo un proverbio ma per altri è un precetto inviolabile: la religione, per il suo legame con ciò che è ritenuto sacro, per qualcuno sembra debba godere di una sorta di speciale immunità dalla critica e dalla satira.Corrado Guzzanti è uno dei più stimati comici italiani e la sua è sempre stata una satira intelligente, corrosiva ma mai volgare, acuta e mai becera. E la satira sin dall’Antica Grecia ha avuto fra i propri bersagli preferiti proprio la religione, e in particolare gli esponenti pubblici del culto ed il ruolo politico e sociale svolto dalla religione.Con questa petizione intendiamo chiedere all’Aiart di ritirare la denuncia e la richiesta di cancellazione del programma. Lo chiediamo in nome dell’articolo21 della Costituzione, della libertà di espressione e di satira, anche quando l’ironia si abbatte sui potenti di ogni ordine e grado, politici, economici e religiosi.

“Siate sempre gioiosi” raccomandava San Francesco di Sales. “Un cristiano triste è un triste cristiano”.

Elezioni. Giulietti: ” Corradino Mineo scelta importante”

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“Il Pd ha annunciato la candidatura di Corradino Mineo, direttore di Rainews, come capolista in Sicilia. Prendiamo atto con soddisfazione di questa scelta – afferma il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti – anche perché siamo sicuri che Corradino Mineo, uno dei soci fondatori di Articolo21… e da sempre protagonista delle battaglie per la libertà di espressione, porterà questi temi anche nel lavoro politico e parlamentare e in particolare sarà di grande utilità per l’illuminazione di temi e soggetti sociali troppe volte e troppo a lungo oscurati, sia in sede politica che mediatica”.

8 gennaio 2013

Mi chiedono quotidianamente: ma Beppe che fa?

di Giorgio Santelli, pubblicata da Grillie Pinocchi su facebook il giorno Martedì 8 gennaio 2013 alle ore 0.45 ·

 Sempre più persone che mi conoscono, che conoscono Beppe Giulietti, e Articolo 21 mi fanno questa domanda. Beppe che cosa fa? Nel senso che la legislatura è ormai finita e nessuno parla o vede una ricandidatura in parlamento del portavoce di Articolo 21. Qualcuno dice che comunque ha avuto una lunga esperienza parlamentare. Altri che a questo punto, dopo tutte le battaglie che abbiamo fatto, forse Beppe meriterebbe un’esperienza di governo. Due posizioni condivisibili. Io però continuo a farmi una domanda. E ci rimugino sopra sempre più spesso. E’ finita quella missione comune che ci eravamo assegnati nel 1994, quando Beppe fu candidato la prima volta? E quella che poi proseguì, facendo nascere quella straordinaria esperienza che è Articolo 21. Abbiamo ottenuto ciò che abbiamo inseguito per 18 anni? Purtroppo no. Anche se abbiamo fatto tanto. Abbiamo posto per più di una volta al centro dell’agenda politica il diritto al pluralismo, la salvaguardia dell’articolo 21 della Costituzione.

 

Abbiamo fatto discutere donne e uomini con storie e con appartenze culturali e politiche diverse. Abbiamo dato voce al mondo della cultura, del cinema, del teatro, dell’informazione. Mondi che hanno imparato a percorrere strade comuni. Abbiamo percorso una parte di quella strada ma se andiamo a vedere i risultati ottenuti, ci manca ancora molto da fare.

 

Questi 18 anni sono stati pesanti. E di fronte a noi quel rischio che abbiamo rappresentato non in Berlusconi ma nel berlusconismo non è affatto superato. Il conflitto di interessi è ancora lì dove lo abbiamo trovato, gli interventi a favore del pluralismo dei media sono una battaglia continua, le battaglie l’estensione dei diritti, per un lavoro più sicuro e meno precario. Sono obiettivi che dobbiamo ancora raggiungere. E’ vero, potremmo avere in parlamento, nel prossimo parlamento, tante donne e uomini che quella strada l’hanno percorsa con noi. Speriamo che ci possa essere Roberto Natale, Flavio Lotti,  Laura Boldrini, Gabriella Stramaccioni, Franco La Torre, Stefania Pezzopane,  Cesare Damiano, Pina Picierno, Vincenzo Vita, Francesca Puglisi, Lara Ricciatti. Ma non ci sarà Beppe in Parlamento e questa cosa non può passare inosservata. Perchè ogni volta, fin dalla prima ricandidatura, abbiamo dovuto lanciare sempre appelli per chiedere la ricandidatura di Beppe Giulietti. E la ragione è semplice. I temi che ha portato in parlamento sono stati sempre scomodi. E scomodo è stato sempre anche lui perchè indipendente. Non per “fini” personali ma perchè quando si affrontano temi scomodi la scomodità non fa comodo a nessuno.

 

“Che farà Beppe?” Posso dire che non penso farà il pensionato. Posso dire che non penso smetterà di lavorare con, in e per Articolo 21. Posso dire che saprà dare una mano a quei parlamentari che sceglieranno di portare avanti le battaglie e le campagne di Articolo 21. Posso dire che continuerà a voler bene al servizio pubblico e che lavorerà perchè sia libero e indipendente. Posso dire che ciò che faceva in Parlamento lo farà fuori, con la stessa identica forza e determinazione. Che sarà in prima linea contro il conflitto di interessi e lavorerà affinche la carta di intenti di Articolo 21 non resti solo sulla carta.

Poi qualcosa mi permetto di dirla io.

 

Posso dire che ringrazio tutti coloro che hanno permesso questi anni di impegno parlamentare di Beppe perchè non penso che nessuno sia mai rimasto deluso di aver riposto in lui quella fiducia.

Posso dire, però, che mi aspettavo che qualcuno si chiedesse, non per pietire deroghe particolari ma in una discussione legata alla buona politica, alle buone idee e in ragione dell’impegno dimostrato, quanto potrà pesare l’assenza di Beppe dal Parlamento. Posso dire che mi aspetto che i leader dei partiti e delle formazioni che hanno condiviso con noi le nostre campagne e che molte volte Articolo 21 è riuscito a far dialogare proprio sui temi del pluralismo, dicano che in ogni caso di Articolo 21 c’è una immutata necessità.

 

E onestamente, immaginando quanta necessità ci sarà di persone che nel governo abbiano da mettere a frutto l’impegno mostrato in questi anni, mi aspetto che fin da subito quei leader in modo trasversale comincino a ragionare sul fatto che forse, dopo 18 anni di analisi e proposte a favore della cultura e dell’informazione, si pensi al mondo di Articolo 21 come il luogo dove individuare una risorsa utile al governo di questo Paese. E se si penserà ad Articolo 21 non si potrà non pensare a Beppe Giulietti.