In evidenza

Libertà vigilata

Libertà mia tradita e immaginaria

che mi esortavi  a prendere la croce

perché perdessi il sonno e la mia voce

per costruire i tuoi castelli in aria,

sarà per te che non ascolto il canto

di sirene che invitano al piacere

e corro avanti senza mai vedere

le belle cose che mi stanno accanto.

Le belle cose anch’esse fatte d’aria

com’erano le bolle di sapone

che scoppiando ci davano lezione:

la vita è bella solo perché è varia.

24 luglio 2017

In evidenza

Epigramma

Poi salirò nell’aria

col fumo delle ceneri diffuse

al vento della Vita,

ma lo spirito resta

di quel che ho dato a questo mondo ignaro

che non rilascia mai una ricevuta.

18 luglio 2017

Jeremy Rifkin e la società a costo marginale zero

Geremia Rifkin non è un profeta come il suo antico omonimo della Bibbia. Quello che nella Israele del sesto secolo avanti Cristo, invasa da Nabucodònosor II di Babilonia, ne prediceva la rovina, ammonendo inutilmente i re incapaci che si avvicendavano sul trono di David. Non che ai nostri giorni ne mancherebbe il motivo, con gli attuali capi di Stato che assistono quasi indifferenti ai danni prodotti all’economia e all’ecologia del pianeta dall’insipienza politica dei loro governi. No, mentre i mali che affliggono il mondo globalizzato – crisi economica, disoccupazione, povertà, fame e guerre – sembrano aggravarsi anziché risolversi, Geremia Rifkin continua da più di vent’anni a dimostrare e documentare le ragioni del suo ottimismo.

Presidente della Foundation of economic Trends di Washington e uno dei massimi esperti mondiali sul rapporto tra l’evoluzione della scienza e della tecnologia e lo sviluppo economico, l’ambiente e le cultura, continua a decretare, dopo trent’anni di studi e di ricerche sul campo, la fine dell’era del carbonio e l’alba della Terza Rivoluzione Industriale (TIR). Convinto che, come oggi centinaia di milioni di persone in tutto il mondo condividono informazioni attraverso internet, così nel giro di un decennio o poco più produrranno energia verde a casa propria, negli uffici e nelle fabbriche. E le condivideranno tra loro secondo i bisogni di ciascuno. Perché tutto questo sarà accompagnato da una vera rivoluzione culturale, dallo sviluppo di una coscienza “biosferica”.

Anche quest’ultimo libro, come il precedente dedicato alla “Terza Rivoluzione Industriale” e ai suoi cinque pilastri, sostiene – basandosi su un campione incredibilmente vasto di situazioni e dati di fatto analizzati anche con una certa pignoleria – che il capitalismo è sul viale del tramonto, sostituito da un modello diverso di convivenza, quello dei “beni comuni associativi”.

La politica, anche quella che si qualifica progressista e riformista ma non riesce ad alzare lo sguardo al di là di faccende e interessi immediati, non dovrebbe trascurare quei segnali che Jeremy Rifkin e altri studiosi come lui pongono alla nostra attenzione e che probabilmente corrispondono alle attese e procurerebbero il consenso di milioni di giovani.

Il discorso vale anche per l’informazione. Spero di fare, nel mio piccolo, una cosa utile ai miei lettori riportando, della traduzione italiana del libro, i brani che ho sottolineato come più significativi. Iniziative analoghe prese per altri libri hanno ottenuto in passato un certo successo e anche questa piccola fatica potrebbe valere la pena. Giudicherete voi stessi dalle pagine che gradualmente appariranno su nandocan magazine 2.

Quanto al mio giudizio nel merito, penso che la strada indicata da Rifkin possa essere quella giusta per farci uscire da una crisi sempre più evidente del capitalismo finanziario nella più recente versione neoliberista. Ma non darei tutto per scontato come sembra fare l’autore della “Società a costo marginale zero”. Il motivo è lo stesso indicato dal grande sociologo Zygmund Bauman, tre anni fa, quando è stato chiamato a commentare in un convegno la prima edizione del libro. “Quella dello sviluppo tecnologico non è una strada a senso unico – disse – e meno ancora è disegnata e predisposta in anticipo sulla sua costruzione. Rifkin presenta i beni comuni collaborativi come l’unico scenario, la cui implementazione è assicurata con certezza grazie alla logica della tecnologia.

“Cosa gli umani possano fare è forse una domanda che può e deve essere rivolta alla tecnologia. Cosa gli umani faranno, però, è una domanda che andrebbe piuttosto rivolta alla politica, alla sociologia, alla psicologia – e la risposta ultima probabilmente non si potrà dare se non a posteriori…”. Aiutiamoci allora a farle, queste domande. Buona lettura (nandocan).

Le 3 I di Papa Francesco: inquietudine,incompletezza,immaginazione (6’32”)

Roma, 23 giugno 2017 – Un discorso del tutto innovativo rispetto alla cultura cattolica degli ultimi secoli. Così Raniero La Valle, giornalista e scrittore che come pochi altri ha seguito e commentato per oltre mezzo secolo avvenimenti interni ed esterni alla Chiesa e al Vaticano, ha definito l’esortazione rivolta da Papa Francesco al collegio degli scrittori della rivista dei gesuiti “Civiltà Cattolica” indicando loro tre parole che dovevano identificarne la missione: INQUIETUDINE (non essere mai paghi della situazione com’è), INCOMPLETEZZA (sapere che ci sono più cose in cielo e in terra che nella loro comprensione della realtà) e IMMAGINAZIONE (riuscire a pensare l’impensabile, sapere che un altro mondo è possibile a partire dalla liberazione degli oppressi). Tre parole che rappresentano anche il modello che Bergoglio ha dato a se stesso e al suo pontificato, ma che potrebbero valere anche la società laica e per la politica e in particolare per tutti i giornalisti, credenti e non credenti. Per questo il 13 giugno scorso se ne è parlato in un convegno promosso dall’Unione Cattolica della Stampa Italiana nella sede della FNSI. Nel video sono i passaggi che ho ritenuto più significativi dell’intervento di La Valle. Altri interventi potranno essere eventualmente pubblicati separatamente.
Come ha scritto lo stesso Raniero nel sito “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri”, nel dibattito alla Federazione della Stampa  si è detto che anche l’informazione in Italia sarebbe del tutto rinnovata, costruttiva e creativa, se si ispirasse a queste tre parole, che del resto appaiono valide per tutti, in ogni ambito della società e della vita, e potrebbero aprire la via per il passaggio all’epoca nuova.
In particolare da questa triplice conversione a un modo di essere opposto a quello oggi praticato, sarebbe trasformato il mondo politico. I politici sarebbero inquieti, fino a non poter dormire la notte, per la povertà, la disoccupazione e le guerre; sarebbero coscienti della loro incompletezza e perciò non più arroganti, narcisisti, incuranti del popolo e insofferenti della sua rappresentanza, e avrebbero abbastanza immaginazione da pensare e adottare politiche capaci di dare risposta al problema catastrofico e decisivo di oggi, che è quello delle migrazioni, dei naufragi di massa, e perciò dell’inevitabile estensione a tutti i cittadini del mondo (ossia agli “abitanti del pianeta”) del diritto all’eguaglianza e alla libera circolazione tra gli Stati”.

Non perdetevi Delft (3’08”)

Se andate in Olanda, non perdetevi Delft, l’antica capitale di Guglielmo I il taciturno (Padre della Patria) che nel secolo d’oro guidò i Paesi Bassi all’indipendenza dalla dominazione spagnola. Bellissima città, che da sola meriterebbe il viaggio e si trova comunque a soltanto un’ora di treno da Amsterdam e a pochi muniti dall’aeroporto di Rotterdam. Vi ritroverete, a misura d’uomo – meno di centomila abitanti – molto di quello che offre la capitale, a cominciare dalla splendida cerchia dei canali. Delft è anche la città natale di Jan Vermeer, il pittore fiammingo della famosa “ragazza col turbante”, più nota grazie a un romanzo e a un film come “la ragazza con l’orecchino di perla”. Oltre che una città d’arte è anche sede di università e di un centro d’avanguardia per la ricerca scientifica. Per questo è frequentata ogni anno da migliaia di studenti provenienti da tutto il mondo. Nei tre minuti di video, oltre che sulle bellezze architettoniche del centro cittadino, mi soffermo sulla piacevolissima atmosfera di un magnifico parco, il Wilhelminapark, che tutti vorrebbero avere sotto casa. Conclude il video una mia breve poesia intitolata alla “Poesia di Delft”.

 

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Poesia di Delft

Così prezioso il sole in prima estate,

oro nell’acqua verde dei canali,

brusio di voci e battere di ali,

guizzi di biciclette molto usate.

Nel barocco educato delle piazze

ride la sobrietà del tempo antico

burbero e dolce come un padre amico,

ma seducente come le ragazze

che sorpassano in fretta il mio cammino

mentre il pensiero inutilmente resta

incantato al mistero di una testa

con un turbante azzurro e un orecchino.

1 giugno 2017

In attesa dell’alba

 

Guardo come con me

invecchiano le cose

avvolgersi sul mondo

il verme biondo delle novità,

che divorano insieme

passato ed avvenire

nell’incerto apparire

di nuova umanità.

Rivivo l’uomo antico

inquieto ad un tramonto,

trepido nell’attesa

dell’alba che verrà.

***17 maggio 2017

Elogio del divenire

La verità non c’è

e quando c’è puoi già dire che è falsa.

Vera è l’imprecisione della freccia

che dirige al bersaglio

di poco deviando dalla sorte

di un cammino d’amore.

E dio non c’è, ma forse la creazione.

L’innocenza creativa del risveglio

che l’immagine piega,

quasi metallo fuso, alla sorpresa

musicale del verso.

Il gioco delle nuvole cangianti

contro il sole

in un cielo di aprile.

O il vento sbarazzino

che scompiglia le forme

e rovistando va la spazzatura

tra i cassonetti.

Errori del destino

che danno alla natura il divenire

e bellezza alla vita.

***30 aprile 2017

Non bruciamo don Milani

“Ho creduto che don Milani somigliasse al mio prete pedofilo”, con questa citazione nel sottotitolo, la Repubblica di giovedì scorso ha dedicato due pagine, a cura di Dario Olivero, all’ultimo romanzo di Walter Siti, “Bruciare tutto”. Protagonista un prete pedofilo, don Leo, che secondo l’autore “forse forzando l’interpretazione” assomiglierebbe a don Milani a cui il libro è dedicato. “Ma se ho sbagliato l’interpretazione – ha prudentemente aggiunto – allora la dedica è fuori bersaglio”. Lo è infatti, come ogni interpretazione frettolosa e  infondata. Le reazioni che ci sono state hanno indotto il quotidiano romano a tornare sull’argomento il giorno dopo con una seria e documentata analisi di Silvia Ronchey e un’intervista con Giorgio Pecorini, amico e corrispondente dell’ispiratore di “Lettera a una professoressa”. A cinquant’anni dalla morte, la figura di don Lorenzo merita un’attenzione meno superficiale, cosa che provo a fare anch’io ripescando nella memoria qualche ricordo personale (nandocan). 

***Roma, 23 aprile 2017 – Per un giornalista alle prime armi come ero io nella Firenze dei primi anni sessanta non era facile farsi ricevere a Barbiana da don Lorenzo Milani, in quella parrocchietta sperduta del Mugello dove era stato confinato dalla Curia arcivescovile. Per riuscirci avrei dovuto accettare di essere “processato” davanti alla classe dei suoi ragazzi, in rappresentanza di tutta la mia corporazione di pennivendoli. E così avvenne, con qualche disagio da parte mia ma anche il premio di un’esperienza indimenticabile, quella di  testimone diretto della straordinaria complicità che legava il priore a quei ragazzi così diversi da lui per educazione e provenienza sociale. E della feroce determinazione che quello straordinario maestro poneva nel far crescere nelle menti di quei piccoli montanari l’orgoglio della propria dignità. Così ogni settimana faceva salire lassù, uno per volta, politici, scienziati, artisti, militaristi, antimilitaristi, nobildonne, stranieri, protestanti per darli in pasto alla curiosità e al desiderio di conoscere dei suoi alunni. Soltanto un folle avrebbe potuto ipotizzare allora, tanto meno oggi a cinquant’anni dalla morte di don Lorenzo, qualcosa di morboso o di volgare.

Ricordo anche un altro incontro, precedente, con don Milani.  Giugno 1959, due anni dopo l’uscita del primo libro, “Esperienze pastorali”, quello che gli era costato (felix culpa) il trasferimento punitivo dalla Pieve di San Donato a Calenzano a una parrocchietta sperduta nell’Alto Mugello, che diventerà famosa nel mondo come la scuola di Barbiana. Alcune pagine “rivoluzionarie” di quel libro ci erano state lette in classe, al liceo Dante di Firenze, dal nostro professore di religione, don Raffaele Bensi, prima che il libro uscisse. Don Bensi era anche il direttore spirituale di Lorenzo, come lo era di Giorgio La Pira e di molti  giovani cattolici della mia generazione, tra cui Tiziano Terzani e il sottoscritto.

Ma veniamo a quella riunione improvvisata del 22 giugno 1959. Rivedo ancora la scena, nella penombra estiva di un antico palazzo di via Capponi, dove  “Testimonianze”, la rivista fondata da Padre Ernesto Balducci, aveva  la sua redazione, al centro della città. A poche centinaia di metri, in via Venezia, era la cella conventuale in cui viveva il sindaco Giorgio La Pira, che nelle sue passeggiatine serali spesso si affacciava a salutarci con frasi come questa: “Signori, va tutto bene. Diceva mio nonno: il Papa fa gli ultimi sforzi per essere re”.   La Firenze di quegli anni era davvero un laboratorio di novità politiche e culturali, oltre che religiose. A duecento metri da noi, nella chiesa dell’Annunziata, predicava David Maria Turoldo, religioso e poeta. Un poco più lontano, la chiesa dell’Isolotto aveva da poco un parroco “sovversivo”, don Enzo Mazzi, che nel sessantotto verrà sospeso e costretto insieme con la sua comunità a celebrare messa in piazza.

Per il cardinale Ottaviani e il suo amico arcivescovo di Firenze, monsignor Florit, così come per il direttore della “Nazione”, Enrico Mattei, eravamo i “comunistelli di sagrestia”. Una frase “volgare e qualunquista”, la definirà poi don Milani. “Comunistelli”, figuriamoci. Con Papa Pio XII felicemente regnante, era già eversivo non confondersi con i clericali e gli integralisti, non pensare al PCI come al demonio. Denunciare, come faceva don Milani, i compromessi della Chiesa con il capitalismo e stare dalla parte dei preti operai – don Bruno Borghi, a Firenze, era allora il primo in Italia – bastava a mettersi sotto tiro. Ma “la famiglia cristiana dell’operaio e del contadino – scriveva il priore di Barbiana nel ’58 a un amico milanese – ha bisogno di un prete povero, giusto, onesto, distaccato dal denaro e dalla potenza, dalla Confida, dal governo, capace di dire pane al pane senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto, senza politica, così come sapevano fare i profeti o Giovanni Battista”.

I profeti e il Battista. Già perché la spiritualità cristiana dell’ebreo Lorenzo Milani sapeva molto di Vecchio Testamento. “La religione per me – scriveva nel ’61 a Elena Brambilla, un’altra dei suoi amici milanesi – consiste solo nell’osservare i 10 comandamenti e confessarsi presto quando non si sono osservati. Tutto il resto o son balle o appartiene a un livello che non è per me e che certo non serve ai poveri”. La verità è che tra i cosiddetti cattolici del dissenso, che si ispiravano alle novità teologiche di oltralpe, ai De Lubac, Danielou, Chenu, Teilhard de Chardin, quella di don Milani era una figura molto particolare, quasi ostentatamente semplice e gelosa della propria diversità. Le difficoltà di quell’incontro nel palazzo di via Capponi si spiegavano anche così. Ma ecco come lo raccontò il giorno dopo lo stesso don Milani in una lettera a Elena Brambilla del 23 giugno 1959. “Ieri ero a Firenze per accompagnare i ragazzi agli esami. Mentre aspettavo che uscissero mi si sono avvicinati due giovani che non conoscevo pregandomi di seguirli in una loro saletta dove in breve tempo hanno radunato un bel gruppo di giovani studenti loro pari e un sacerdote che conoscevo solo dagli scritti: il padre Balducci. Sono state due ore di inferno per me e per loro. Si parlava due lingue: per me era lo stesso che essere all’estero, ma all’estero senza lingua! E sono cattolici ferventi anzi eroici (la loro rivista si chiama “Testimonianze”) e sono per di più ferventi ammiratori e propagatori del mio libro”.

A quasi sessant’anni di distanza, di  quell’incontro improvvisato non ricordo molto, ma mi rimase impressa una frase: “Io i miei ragazzi li amo fino al limite del sesto comandamento”. Sì, proprio quello che nella Bibbia è tradotto con “Non commettere adulterio” e nel catechismo, assai più genericamente,“non commettere atti impuri”. Che una frase come quella potesse essere allora causa di turbamento era ed è comprensibile. Per qualcuno anche oggi dopo che gli scandali dei sacerdoti pedofili si sono moltiplicati. Ma nel linguaggio volutamente provocatorio di don Milani non solo l’obbedienza – come nella sua famosa lettera ai cappellani militari –  ma anche la prudenza “non è più una virtù”. E lui non riesce neppure a concepire in quel suo popolo di montanari  “un amore disinteressato e universale, di quelli di cui si sente parlare sui libri di ascetica” (lettera a Elena Brambilla del 20.6.1961). Scrivendo a Giorgio Pecorini, il giornalista con cui a quel tempo anche noi di Testimonianze eravamo in rapporto, don Lorenzo narra di due preti che gli avevano domandato se il suo scopo nel far scuola “fosse di portarli alla Chiesa o no” e cosa altro gli “potesse interessare al mondo nel far scuola se non questo”.  “E io – commenta – come potevo spiegare a loro così pii e così puliti che io i miei figlioli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare?”.

Che in quel “perdere la testa” ci fosse anche qualcosa di sensuale, di castamente “socratico”, forse non è da escludere. D’altronde non era infrequente tra i sacerdoti che si dedicavano alla direzione spirituale dei ragazzi, a cominciare dallo stesso don Bensi. Da qui ad accostarlo al protagonista di un romanzo piccante, per non dire porno, ci corre. Omnia munda mundis.

E la mia pasqua è questa

Nel giardino risorgono le foglie

a sorprendere  i rami più invecchiati

e la mia pasqua è questa.

Se è destino

che siano i sogni a rompere la vita

come bocci sul ramo

e non la vita a rompere quei sogni.

Ma da sempre la Pasqua è in primavera.

Come un panno lavato

metto anch’io la mia vita ad asciugare

al sole e al vento

per usarla di nuovo.

***17 aprile 2017, Pasqua

 

The Boat Race Party (2’22”)

Domenica 2 aprile 2017 migliaia di londinesi si sono dati appuntamento lungo il Tamigi, a sud ovest di Londra, nei pressi di quello che era un tempo il villaggio di Putney e oggi è quasi un’elegante periferia londinese, per la 163.ma edizione della Boat Race tra gli equipaggi delle due famose università inglesi, Oxford e Cambridge. La prima edizione si è svolta nel 1829 ma solo dal 1856 la gara si disputa con cadenza annuale. questa che è certamente una delle più celebri gare di canottaggio del mondo,  due minuti e mezzo di video bastano per documentare l’atmosfera allegra e festaiola che anche quest’anno ha accompagnato l’evento.

 

In un pigro risveglio

Canta il silenzio all’alba.

In un pigro risveglio

scivolo ad occhi chiusi

nell’onda dei ricordi.

Naviga la memoria

tra gli scogli

delle storie vissute

questa e quella incrociando

alla deriva

finché torna la nebbia

che gelosa

le riavvolge nel sogno.

***30 marzo 2017

 

Senilità

Frammenti di una vita consumati,

coperti dalla polvere del tempo,

ricordi vani di amori non nati,

foglie ingiallite salvate dal vento,

perché occupate ancora la memoria

avara e stanca di eventi importanti

perché rubate spazio ad una storia

di poeti, di artisti e grandi eroi,

di santi, pensatori e di scienziati,

navigatori e di trasmigratori?

23 marzo 2017

Chi si ricorda di Tor di Nona? (video 1’27”)

 

Roma, 14 marzo 2017 – Un asino con le ali è il simbolo di questa via romana, sovrastata dal Lungotevere quasi di fronte a Castel Sant’Angelo. Era già stata sgomberata una prima volta negli anni trenta, gli abitanti trasferiti nei nuovi quartieri periferici. Il progetto era quello di demolire le case per allargare il lungotevere come era avvenuto poco prima per via della Conciliazione, ma venne la guerra e non se ne fece più nulla. Alla fine degli Anni Sessanta, in piena contestazione giovanile, le case furono occupate da alcuni studenti (qualcuno tra questi divenne famoso, come l’attrice-modella Isabella Rossellini), le pareti dipinte da bellissimi murales, tra cui capeggiava un asilo volante, simbolo di libertà e di utopia.

Gli studenti volevano far aprire gli occhi agli Amministratori su quella via, in pieno centro, vergognosamente degradata. Ci fu qualche promessa di intervento, ma poi gli anni della contestazione passarono senza che nessun amministratore provvedesse al risanamento. Le case furono occupate dai senza tetto e diventavano sempre più fatiscenti, fino a quando la giunta Veltroni mandò i vigili a liberarle e a restaurare la strada, che ora ospita gallerie d’arte, atelier di pittori e stilisti, negozi di oggettistica e design. Ma si decise di conservare in parte i murales, a ricordo di quegli anni ruggenti. Nonostante sia a pochi passi dall’affollatissimo ponte Sant’Angelo, Tor di Nona rimane nascosta e solo qualche turista più curioso passa a visitarla.

Oltre il muro

Cerco pace col mondo,

l’armonia

di uno sguardo incrociato

tra la folla,

oltre il muro

dei volti sconosciuti,

reticolato

dell’indifferenza,

di paurosa prudenza,

all’improvviso

incontrare un sorriso.

***28 febbraio 2017

Anteprima…vera (video 1’32”)

Roma, anteprima di primavera intorno al laghetto di Villa Pamphili. Dove si vede che anche un bell’anatroccolo corre dei rischi.

Un’altra vita c’è

Un’altra vita c’è

che alla notte accompagna

i suoi fantasmi

e dilegua al mattino

restituendo alla mente

l’umanità del dubbio

e i suoi perché.

5 febbraio 2017

Amore a 80 anni

prato-sul-monteIl mio cavallo sa come volare/

quando soffia nel vento il suo nitrito/

e alla curva del monte il prato appare./

Così vorrei rispondere all’invito/

degli occhi tuoi che chiamano all’amore/

e sfiori le mie labbra con un dito./

Donami allora un po’ del tuo calore/

e dolce con un bacio il tuo sorriso/

pazientemente mi riscaldi il cuore.

 

***26 novembre 2016

Il futuro chiedetelo a un poeta

orizzonte1Coltivata nel sogno è la speranza/

di cieli nuovi e di una terra nuova/

chi crede di vederli non li trova./

Una musica guida la mia danza/

di là dell’orizzonte è quella meta/

il futuro chiedetelo a un poeta.

***29 ottobre 2016

Un tempo nuovo

Altrove è la salvezza che cercate

mosche impazzite che seguite invano

l’inganno di una falsa trasparenza,

mortificate la vostra impazienza,

la via d’uscita è dove soffia il vento

di un tempo nuovo e chiama da lontano,

la via d’uscita è andare controvento.

***16 ottobre 2016

Poesia e colori di Boccadasse (video 2’59”)

Cullati da una bella canzone di Fabrizio De André, godetevi questo mio piccolo video girato a Genova in un antico borgo marinaro in un pomeriggio d’estate.
Il brano musicale è “Da a me riva”, di Fabrizio De André, tratto da “Creuza de ma”, 2014 Le Nuvole Srl/P, Sony Music REntertainement, Italy S.p.a. Segue il video  una traduzione dal genovese che ho trovato sul web:

 

Dalla mia riva
solo il tuo fazzoletto chiaro
dalla mia riva
nella mia vita
il tuo sorriso amaro
nella mia vita
mi perdonerai il magone
ma ti penso contro sole
e so bene stai guardando il mare
un po’ più al largo del dolore
e son qui affacciato
a questo baule da marinaio
e son qui a guardare
tre camicie di velluto
due coperte e il mandolino
e un calamaio di legno duro
e in una berretta nera
la tua foto da ragazza
per poter baciare ancora Genova
sulla tua bocca in naftalina

In tram a Trieste (video 8′)

In tram a TriesteEsiste Trieste prima che qualcuno la veda? Si chiedeva l’autrice di uno dei pochi libri sulla città che ho letto prima di questa visita. Come altre terre di confine, la città si presta facilmente a uno sguardo poliedrico e letterario e non a caso scrittori famosi di ieri, come James Joice, Italo Svevo, Umberto Saba, o anche di oggi come Claudio Magris, hanno scelto di viverci e ambientarvi saggi e romanzi. Austriaca almeno quanto italiana, deve tutta la sua fortuna agli Asburgo, che vollero fare di questo antico borgo marinaro il porto dell’impero.
In questo breve video ho tentato un approccio non convenzionale. Anziché farvi arrivare dal mare o dalla stazione ferroviaria , ho pensato di farvi scendere in tram giù dal Carso, dove un secolo fa, insieme a tanti altri italiani arrivati per la più sanguinosa delle guerre, anche tanti triestini ragionavano di una « Trieste libera ». Certo non per sostituire un Asburgo con un Savoia. Tanto meno con quel Benito Mussolini che pochi anni dopo li invitava ad iscriversi al PNF, sigla che con un po’ di nostalgia leggevano « Povero Nostro Franz », omaggio ironico all’ultimo imperatore d’Austria Francesco Giuseppe.
Dal Carso, dunque, scendeva e scende tuttora un tram molto particolare, quello della linea « 2 » che, trainato da una funicolare, dai 328 metri di altezza di Opicina porta al centro cittadino e viceversa. Deliziosamente blu e coi sedili di legno.
Dallo splendido borgo teresiano e da piazza della Borsa, lo sguardo della videocamera risale nel tempo al teatro romano e al castello di San Giusto, sostando nella penombra romanica della cattedrale. E dopo una colazione al Caffè San Marco in compagnia di un bel libro, passeggiata al castello di Miramare, celebre per l’amore infelice di Massimiliano e Carlotta. Con un tramonto indimenticabile sul molo « Audace » e sugli splendidi palazzi illuminati dal sole che circondano Piazza Unità d’Italia si conclude in meno di nove minuti la nostra visita. Alle luci dei lampioni che si riflettono sul Canal Grande, salutiamo con voi la « mascotte » della città, Gioannin.
Gli inserti musicali sono tratti dai seguenti brani scaricati da iTunes:
« La strada ferata » di Marco Macchi & nuovo coro Montasio
« Sangue viennese » di Karin Schmidt, vol.I delle « Canzoni di ieri » a cura di Paolo Limiti
« Da pacem Domine » dalla Schola Gregoriana mediolanensis & Giovanni Vianin
« Adagio » da Amore e Morte, Maximilian Geller Quintet

Le Piante a concilio

Domenica mattina, tra il Gianicolo e Trastevere, un concilio di piante convenute da tutto il mondo…Voi non ci crederete, ma in cinquant’anni che vivo a Roma, non ero mai stato all’Orto botanico, forse perché l’ingresso è fuori dei percorsi abituali e  per trovarlo dovete chiedere in giro. Da Piazza della Rovere prendete a destra il lungotevere e sempre a destra via della Lungara. Passato il carcere di  Regina Coeli svoltate a destra in via Orsini e ve lo trovate davanti. Credetemi, ne vale la pena.

Introito (meditazione)

Conosci te stessoDavanti all’altare del nulla/

starò col mio essere vivo./

Di fronte al mistero del niente/

depongo la mente,/

fardello di senso e memoria,/

di sogno e di storia/

vissuta nel tempo del mito./

E questo è l’invito:/

chi crede si prenda il mio lutto,/

io vivo in eterno nel tutto./

Il corpo fa l’ultimo giro,/

ispiro ed espiro../

inspiro ed espiro..

22 aprile 2016

Attimo

ATTIMOVaga lo sguardo,

scivola sul niente

di superfici note,

indifferente

all’attimo presente,

che più non è, ma è stato.

L’avvenire matura nel passato.

Irreligione*

Gesù davanti al Sinedrio“Che bisogno abbiam più di testimoni?/

Ha bestemmiato!” disse/

Stracciandosi la veste non sapeva/

che con quel gesto il nome di quell’uomo/

diventava per secoli a venire/

la bestemmia del mondo,/

irreligione fatta di parole./

Anche misericordia è una parola./

Forse non basta chiedere perdono/

quando di solo pane vive l’uomo.

 

*da intendersi  non nel significato comune di ostilità nei riguardi della religione, ma in quello più letterale di assenza di legame tra gli uomini, divisione, separazione.

25 marzo 2016, venerdì santo. *

Contaci, se vuoi contare (video 5’37”)

ContaciSarà una riunione politica come le altre, ripetevo tra me prima di entrare al Palazzetto dello Sport. Una serie di discorsi dal palco, con qualche minuto in coda per qualche domanda. E quel titolo, Contaci, che cosa voleva dire? Renditi conto di quanti siamo? Una sfida azzardata per una nuova iniziativa, considerata la grandezza del locale e la pigrizia dei romani la domenica mattina. Soltanto dopo ho capito che il titolo significava qualcos’altro.

Domenica 6 marzo 2016, dopo una serie di incontri nei diversi quartieri della capitale, “CONTACI”, l’ultima novità dell’associazionismo di sinistra aveva invitato iscritti e simpatizzanti ad un esperimento di partecipazione definito “laboratorio 1000”, in vista delle prossime elezioni amministrative della città. Tra i promotori Luca Bergamo, l’inventore di «Enzimi» ora segretario di Culture Action Europe; Fiorella Farinelli, già assessore nelle due giunte Rutelli; Luigi Corvo punto di riferimento a Roma di Pippo Civati per «Possibile» e Emilia La Nave, presidente di Parte Civile, il movimento che appoggia Ignazio Marino.

Obbiettivo del “laboratorio” quello di offrire un nuovo modello di partecipazione: non si governa la città, ma si governa ‘con la città’. Forse non sarebbe stato facile riprodurre su larga scala un esperimento del genere. Ma il suo valore simbolico e pedagogico resta considerevole.

Con questo esperimento, Contaci diceva ai romani che nulla sarebbe cambiato senza ricostruire i legami sociali interrotti dalle precedenti esperienze di governo. Bisognava trovare il modo di parlare a quel cinquanta per cento di cittadini che non vanno più a votare. Bisognava progettare con loro nuovi modelli di governance a partire dai loro bisogni reali. E coinvolgerli poi in tutti i passaggi decisionali. Solo contando su tutto questo nascerà nei cittadini la consapevolezza di poter contare.

 

Lo so…la vita ha sempre ragione (Sei là…a vida tem sempre razão)

Toquinho e ViniciusRoma, 28 febbraio 2016 – Una canzone e un epigramma. Oggi è domenica e ho pensato di lasciar perdere l’attualità politica (nandocan magazine 1) per dedicare un po’ di tempo all’altro mio blog, quello più personale (nandocan magazine 2). Anche perché è un po’ di tempo che lo trascuro e avrei voglia di rilanciarlo. Lo faccio allora prendendo spunto da una vecchia canzone di Toquinho e Vinicius de Moraes, “Sei là…a vida tem sempre razão”, molto bella, che molti di voi conosceranno, ma della quale non ero riuscito a trovare una traduzione decente in italiano che potesse accompagnarsi alla stessa musica. Con l’aiuto di mia figlia Alessandra, che conosce il portoghese, ho provato a farlo io e quello che segue è il testo che vi propongo, naturalmente insieme alla versione originale cantata da Toquinho. Se c’è qualcuno che ha una chitarra e volesse provare a cantarla, mi farebbe piacere. Su un tema analogo ho scritto anche un nuovo epigramma, intitolato “Mosca cieca”, che pubblico a parte. (nandocan)

 

E’ già qualche giorno che penso alla vita

E sinceramente non vedo l’uscita.

Come, per esempio, non riesco a capire

perché appena nato cominci a morire.

Sei appena arrivato che devi lasciare

Perché non c’è nulla che possa restare.

Non so… lo so… la vita è una grande illusion

Non so… però… la vita ha ragione e io no

Nessuno sa bene che cosa aspettarsi

progetta, fa finta di dimenticarsi

che niente rinasce prima di cessare

e il sole che sorge dovrà tramontare

Non servirà a niente tenersene fuori

Se pensi alle gioie non pensi ai dolori

Non so…però… ci vuole passione, lo so,

Non so… lo so… la vita ha ragione e io no.

Mosca cieca

mosca cieca

Ieri ho pensato: viaggerò domani,/

domani tornerò su quei sentieri/

che ho percorso bendato fino a ieri/

pensando ad oggi e non vedrò domani.

Perché questa è la vita, non c’è scampo,/

camminerò bendato finché campo/

e se capiterà d’esser deluso/

avrò la nostalgia d’essermi illuso.

***28 febbraio 2016

Giubileo laico

Questa bella foto, che ho trovato su Vanity Fair, mi ha ispirato titolo e versi di una poesia che dedico a ognuno degli amici  per questo decimo Natale di nandocan insieme ai miei sinceri auguri di Buone Feste per voi e le vostre famiglie (nandocan).

due-pellegrini-1

Chi ha trovato la strada più non teme/

di apparire ridicolo alla gente./

Il giudizio degli altri non lo preme./

Ragione avrà tra noi chi è più paziente,/

con umiltà sfidando il pregiudizio/

che tutto crede e non impara niente./

Chi sfoggia la virtù nasconde il vizio,/

chi dice il vero non è mai sicuro,/

chi dice fine non è che all’inizio./

La mente aperta abbatterà ogni muro,/

la mente chiusa lo farà rialzare./

Il mondo aiuterà chi ha un cuore puro./

Lo salverà chi lo vorrà anche amare.

***Natale 2015