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55 anni di professione

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Oggi, 5 ottobre 2018, festeggio 55 anni di professione, ieri inviato alla RAI per qualche milione di telespettatori, oggi su internet per qualche centinaio di amici. E “Nandocan” inizia il suo quattordicesimo anno. Grazie a tutti voi.

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Libertà di cultura

Roma, 15 settembre 2018 – “Rotterdam unlimited”, Rotterdam senza frontiere. 178 culture diverse per quello che è uno dei festival di strada più grandi del mondo. Alla fine di luglio si sono dati appuntamento in questo parco centinaia di olandesi originari di Capo Verde. Isolate e povere di risorse, le isole di Capo Verde vivono sostenute soprattutto dai legami migratori col resto del mondo. Qui a Rotterdam,la seconda città olandese che ospita il più grande porto di Europa, cominciarono ad arrivare negli anni sessanta, in cerca di occupazione nel settore marittimo. Molti erano già sbarcati negli Stati Uniti, altri in Portogallo, nell’Africa occidentale e in Sudamerica. In Italia, badanti e domestiche capoverdiane, tra i primi immigrati ad arrivare nella più recente ondata migratoria, erano già a Roma nel 1957.

In Olanda ma soprattutto qui a Rotterdam i capoverdiani sono dunque di casa da tempo, riuscendo a integrarsi perfettamente con la popolazione locale. E oggi danno un forte contributo a quell’eclettismo culturale che nei Paesi Bassi come altrove si esprime principalmente nella musica, nella danza e nel cibo. Un esempio di integrazione da valere anche per il resto d’Europa.

Più che un festival, sembra una festa familiare, con un’atmosfera di eccitante allegria  cui collaborano grandi e piccini. E sono soprattutto i giovani, che rimproverano agli immigrati di prima generazione una mentalità e un comportamento troppo europei, i più decisi a sfoggiare colori vivaci e musica africana o giamaicana. I ritmi eseguiti da questo gruppo musicale sono funanà e kizomba.

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Vecchio Cinema Paradiso (1’56”)

Un passaggio fugace ma intenso nella magica atmosfera del museo del cinema, a Torino. Il breve brano musicale si intitola “Body and soul” ed è tratto dal film “Stardust Memories”.

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Ramallah Ramadan (2’14”)

Ramallah Ramadan, la festa notturna delle famiglie per le strade della città sede dell’Autorità Nazionale Palestinese. Accompagna le immagini una breve  ripresa del concerto a sostegno della campagna per il diritto al permesso di soggiorno, ora  negato da Israele ai coniugi e ai familiari di palestinesi con passaporto estero. http://www.righttoenter.ps/aboutrte/

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La casa del silenzio

La casa del silenzio

è la cima di un monte senza strade

dove il sole riposa nella notte

e niente vale a disturbarne il sonno.

Solo al mattino

da quel silenzio nasce la parola

che il vento dello spirito diffonde

alla natura intorno,

al mormorio dell’acque,

al fruscio delle piante

ai versi degli uccelli

e giù alla valle

che la parola spegne nel rumore.

20 dicembre 2013

 

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Sogno e tradizione

Amico mio cuscino
che accarezzi i miei sogni di bambino
oppure vecchio, non c’è differenza
per te al naufragio della mia coscienza
tra gli scogli del tempo che ho vissuto
nel luogo sconosciuto
che è tra sera e mattino.
Solo con te vicino
vorrei ancora restare
a poltrire e sognare
ma pare tradizione
delle brave persone
ogni giorno feriale
mettersi in posizione verticale.

11 maggio 2018

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Tunisi Primo Maggio (1’49”)

Il centro di Tunisi ieri, primo maggio 2018. Tra un corteo di insegnanti disoccupati, un gazebo dei sindacati, il passeggio delle famiglie e bambini che sfidano gli zampilli di una fontana.

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Il treno ed io

Abito in città, ma nei pressi di una linea ferroviaria. Di notte, al passaggio dei treni, mi capita di “ricamarci sopra” (nandocan)*****

Treno notturno 1

Il brivido di un treno

scuote il fragile sonno

della vecchiaia

e mi riporta all’erta

di crucci antichi.

Io chiudo gli occhi,

attendo

che la nebbia si sciolga

nel mattino.

*****

Treno notturno 2

Scorre la vita come questo treno

Che fischia nella notte e fugge via

Col suo carico ignoto di pensieri

Trascinati dall’ansia del domani.

Condannati che vanno e non sai dove.

Tu come loro cerchi all’orizzonte

Il conforto dell’alba.

*

Troverò l’alba e mi darà conforto,

vedrò i pascoli rosa del mattino

con le schiere degli angeli assonnate

nei dintorni di Giove.

La mia speranza è un sentimento vano

quanto profondo: io sarò immortale.

*****

Firenze – Roma

Al monotono ritmo dei binari

si dilegua una vista

di fugaci apparenze.

Ricamate di nebbia mattutina

sfumano nel passato le colline:

sono e non sono,

sono e non sono….

Fuori passa l’inverno. Qui sul treno

timido il sole m’accarezza il viso.

 

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Rondò

Festeggia con me questo ponte

sospeso sul niente

che insieme chiamiamo la vita.

La vita goduta e sofferta

ma l’unica certa,

che appare e scompare, infinita.

Feconda la pioggia ci bagna,

il pianto accompagna

le storie più tristi e più belle.

Del sole si accende la luna,

nel cielo che imbruna

con noi danzeranno le stelle.

16 giugno 2014

Non dite libertà, ma liberate

Non datemi pozioni già scadute
con l’amaro sapore della noia
vissuta e quella ancora ad aspettarmi.
Intorno
vele ammainate dall’indifferenza
negano ancora il vento e l’evidenza.
Non fate più ascoltare
parole ormai sfiorite
sui rami secchi di un pensiero antico.
Fate la verità delle parole
per cui vale la pena di lottare.
Non dite libertà, ma liberate,
non uguaglianza, ma più uguali siate
e fratelli, dovunque vi trovate.
19 luglio 2018

 

Tra i giardini di Venaria Reale

A Venaria Reale, una decina di chilometri a nord est di Torino. Un rapido sguardo dal trenino ai giardini della reggia dei Savoia.

nbsp;

Vince chi può

Forse non c’è

quel che sognasti invano,

l’amicizia composta dei fratelli

uniti ed abbracciati

a un destino comune.

Ora non c’è

che il flebile respiro

del condannato

che invoca dal potente il suo diritto.

Oppure

la sguaiata rivolta del perdente

incatenato a un odio

senza risorsa alcuna di vittoria.

Vince chi può, ignorando

che all’alba di domani

verrà sconfitto.

Volontà di potenza

(e onnipotenza)

destinata alla croce.

Se mai sarà la pace

sarà dono per tutti

o per nessuno.

**8 aprile 2018

Notturno

La notte,

che non conosce tempo

né memoria,

si allunga

nella febbre dei ricordi

di una dubbia certezza,

trascorsa invano

a fabbricare sogni

e felici illusioni.

Altro non c’è

che il misterioso dono

della bellezza.

30 marzo 2018

Quartiere Latino

Vecchia Parigi mi piacevi tanto,

le finestre sui tetti e le stradine/

profumate di spezie e di croissant,

 

echi di voci e prove di bel canto,

le primizie di frutta e le vetrine/

degli antiquari accanto a Gallimard.

 

Tornate ancora un poco per incanto

ad ammonire giudiziosamente/

il traffico insolente dei boulevard

 

e vezzeggiare un po’ ironicamente

la nostalgia del bel tempo passato/

che oggi mi piace, allora chissà.

19 febbraio 2018

 

 

 

Presente remoto

Liquidamente

vado alla deriva

di memorie disciolte

in un lago di sogni.

Quieto il respiro mi accompagna

amico

nel presente remoto.

Affondo la mia testa

nel cuscino

e ritorno bambino.

8 febbraio 2018

L’arte del conversare (meditando Montaigne)*

*Verso la metà degli anni ’80 la lettura dei famosissimi “Saggi” di Michel de Montaigne mi aiutò ad uscire felicemente da una lunga crisi depressiva e fu allora che mi venne in mente di mettere per iscritto questa serie di riflessioni molto personali sui grandi temi dell’esistenza che traevano spunto da alcune frasi celebri del grande filosofo per raccontare me stesso ma anche il mio modo di vedere la vita e il mio mestiere di giornalista. Quelle pagine sono quindi da moltissimi anni su questo blog ma non ho la minima idea di quanti amici abbiano avuto nozione della loro esistenza insieme al tempo e alla voglia di leggerle. Questa su “l’arte di conversare” è forse tra le più lette. Tutte le altre si possono trovare facilmente sotto il titolo “Meditando Montaigne” della voce “Pensieri in prosa” (nandocan, 1 febbraio 2018).

“J’observe en mes voyages cette practique, pour apprendre tousjours quelque chose par la communication d’autruy (qui est une des plus belles escholes qui puisse estre), de ramener tousjours ceux avec qui je confere, aux propos des choses qu’ils s‡avent le mieux” (Essais,I,XVII).

(“Nei miei viaggi, per imparare sempre qualcosa dalla consuetudine con altri (che è una delle più belle scuole che ci possa essere) tengo questo sistema, di portare sempre coloro, coi quali mi trovo a conversare, agli argomenti che essi conoscono meglio” (Saggi,I, XVIII, pag.88).

conversare come si deve, confesso che non ho mai imparato. Bisognerebbe sapere ascoltare tutto con attenzione, anche quando non ci coinvolge immediatamente, con la pazienza del cercatore d’oro che di buon grado setaccia tonnellate di fango per una pepita improbabile. Bisognerebbe far credito all’interlocutore della capacità di sorprenderci con qualcosa di interessante, cercare con tenacia la vena preziosa nella miniera di argomenti banali e spesso noiosi di cui è fatta una conversazione comune. Io invece non sono curioso se non di ciò che è già entrato a far parte dei miei interessi, intellettuali o semplicemente professionali. Converso volentieri soltanto con pochi amici e ho pochi amici proprio per questo motivo. Del resto, anche con loro seguo piuttosto il filo del mio ragionamento che il loro. Mi capita perfino di annuire meccanicamente mentre sto pensando a tutt’altro, e di dover poi recuperare a fatica l’oggetto della conversazione. Al telefono sto il meno possibile, a meno che si tratti di lavoro o di qualche faccenda che mi preme. Conosco persone capaci di chiacchierare brillantemente per ore e incapaci di leggere attentamente un libro dall’inizio alla fine. A me succede esattamente il contrario, forse perché i libri che leggo si trovano già nel mio “percorso” intellettuale. Se la mia scuola dipendesse da quella consuetudine con altri a cui incoraggia giustamente Montaigne, credo che sarei ancora mostruosamente ignorante.

Ammetto, insomma, che non so “stare in società”. A mia discolpa posso dire che non è facile imparare dalle conversazioni occasionali o salottiere qualcosa per cui valga la pena di affaticarsi. C’è insomma, o almeno così mi pare, una sproporzione tra le energie richieste da una conversazione ordinaria e l’arricchimento che si riceve. Ma può ben darsi che questa sia solo la mia esperienza, che un giudizio così severo dipenda dalla mia natura introversa e dall’abitudine, coltivata fin dall’infanzia, al monologo interiore piuttosto che al dialogo. Al monologo interiore, ma potrei dire anche a quello “esteriore”, perché mi piace esprimere ad alta voce pensieri, commenti, valutazioni. E magari non fosse così, perché da questa abitudine ho tratto nella mia vita assai più danni che vantaggi. Tutti sanno che per farsi degli amici occorre molta dissimulazione e a volte qualche simulazione benevola. Ebbene, io non solo sono avarissimo di complimenti (se non m’ escono proprio dal cuore), ma per un bisogno irresistibile di dire ciò che penso, specie quando si tratta di criticare l’autorità, trascuro sia la diplomazia che la più elementare prudenza. Così, se vengo sorpreso o stimolato da una notizia o da una lettura, o da uno spettacolo, ho subito voglia di commentare ad alta voce, di comunicare le mie reazioni, anche a costo di infastidire il malcapitato che si trova nella medesima stanza immerso in tutt’altre faccende. Può capitare ad esempio che, mentre i miei familiari stanno conversando per conto loro su tutt’altro argomento, io mi introduca del tutto a sproposito con l’oggetto delle mie letture o riflessioni solitarie. Poiché mi conoscono e mi vogliono bene, loro reagiscono con una risata, ma ho dovuto imparare a controllarmi nell’ambiente di lavoro dove i colleghi sarebbero di sicuro meno comprensivi.

Immagino che tutto questo si debba al modo in cui sono cresciuto, rimuginando giorno e notte, fin da bambino, su cosa dire o fare per soddisfare un insaziabile super Io. Un po’ più di compassione per me stesso e per i miei limiti umani, un po’ meno di perfezionismo e di sensibilità ai complessi di colpa avrebbero contribuito a sdrammatizzare il confronto con la mia coscienza anzitutto, e quindi col prossimo. Oggi sono perfettamente consapevole che questo mio appellarmi continuamente alla coerenza intellettuale e morale, questo condannare a ogni passo mediocrità e ipocrisia, il rigorismo che finisce prima o poi per far capolino nelle mie osservazioni valgono forse a ottenere l’approvazione, talvolta la stima, ma non la simpatia dell’ambiente in cui vivo. Quanto a correggermi, credo che sia troppo tardi.

Detto questo, devo anche aggiungere che nelle rare occasioni in cui mi sono trovato di fronte ad un carattere simile al mio, capace cioè di scoprirsi e raccontare di sé con imprudente spontaneità, la cosa non mi è affatto dispiaciuta,tutt’altro. Quando mi accorgo che l’interlocutore abbassa lo scudo e abbandona le solite, noiose schermaglie verbali, ecco che l’interesse si accende e il piacere di conversare comincia. Quello di aprirsi a un dialogo senza difese è un viaggio non privo di rischi, che pochi hanno il coraggio di affrontare, perché può capitare involontariamente di offendere e di essere offesi. Richiede un grado di tolleranza e di umiltà, di consapevolezza dei propri limiti e altrui, che la nostra immaturità emotiva stenta a concederci. Ma, una volta scelto l’interlocutore adatto, è un viaggio che vale comunque la pena di fare. Avventurarsi nel territorio interiore di una persona spiritualmente ricca (non necessariamente colta) può essere più impegnativo ma anche più stimolante dei minuetti verbali a cui ci sentiamo obbligati dalla nostra educazione borghese.

Gli amici coi quali mi è dato di condividere questa avventura si contano sulle punte delle dita. In gioventù era più facile ed avveniva più spesso. Ricordo appassionate discussioni sui grandi valori, sui grandi temi dell’esistenza, discussioni non astratte, legate al vissuto quotidiano. Oggi, se mi capita di imbarcarmi in discorsi così coinvolgenti, accade sempre e soltanto per una mia iniziativa, raffreddata, il più delle volte, dal silenzio imbarazzato e imbarazzante del mio interlocutore. Alla difficoltà oggettiva, psicologica e culturale, di entrare in sintonia con qualcuno, si assomma il gioco, ormai quasi istintivo nei più, della dissimulazione, l’attenzione costante a non lasciarsi coinvolgere in giudizi che possano identificare per ciò che si è e si pensa veramente. Mai come in questi casi ho la percezione esatta del danno che ricaverò dalle mie affermazioni. Mi riterrei un masochista se proprio l’imbarazzo degli altri non mi offrisse una piacevole sensazione di libertà. C’è poi una terza categoria di interlocutori possibili, e sono quelli bravissimi a simulare in privato – oggi con me, domani col mio peggiore nemico – una perfetta convergenza di idee e di opinioni. Sono gli stessi che non prendono mai posizione in pubblico, e sono i più pericolosi.

Quanto a seguire il consiglio di Montaigne – portare l’interlocutore sui temi che meglio conosce – non sta forse in questo il mio mestiere di giornalista? La questione, a giudicare almeno dal modo in cui sono condotte oggi le interviste agli esperti, sulla stampa e in televisione, non è affatto pacifica. Ci sono tanti modi per scegliere e formulare le domande. Il più corretto sarebbe quello che tende a far luce sulla nostra ignoranza, ma ho l’impressione che sia anche quello meno praticato. Io stesso non sfuggo sempre alla tentazione di far confermare all’intervistato quello che ho già appreso per altre vie, la piccola “verità” che mi propongo di dimostrare. Lo ritengo un peccato veniale quando l’intervista giunge alla fine di una ricerca accurata su tutte le fonti, quando la verifica sui fatti è stata portata a termine con sufficiente imparzialità, ciò che avviene ormai sempre più raramente.

In genere, oggi, quando si comincia un’inchiesta si conoscono già le conclusioni a cui si vuole arrivare, e poiché non mancano esperti schierati su tutte le questioni, basta scegliere quelli che fanno più comodo alla propria tesi. A completamento della frode, si può offrire un po’ di spazio alla campana avversaria per dare al lettore il “fumus” dell’obbiettività, e il gioco è fatto. Tanti anni fa, quando il giornalismo “di inchiesta” era ancora una cosa abbastanza seria, valeva la regola che il giornalista andasse per prima cosa a documentarsi sul fatto o sull’ argomento in questione dalle persone più competenti a trattarne – i protagonisti della vicenda in primo luogo e gli specialisti della materia – riservandosi il compito di riferire al gran pubblico i risultati di questa ricerca personale nel linguaggio più adatto. C’era chi svolgeva il compito con superficialità o, peggio, con faziosità, ma in generale chi si proponeva un’indagine seria aveva modo di realizzarla. Soprattutto, nessuno metteva in dubbio l’opportunità di dare più spazio a un testimone diretto come il giornalista inviato sul posto piuttosto che al commentatore o al conduttore di turno. C’era il confronto tra le opinioni come nel famoso “convegno dei cinque”, ma quasi tutto il tempo oggi occupato dai dibattiti e dai “talk shows” sulle televisioni pubbliche e private era riservato ai documentari, alle inchieste approfondite, ai servizi speciali. Quello che si diceva alla gente era più importante del “come” lo si diceva, pur essendo la forma nient’affatto sottovalutata.

Avendo vissuto direttamente e in prima persona questo passaggio, mi sono chiesto tante volte quali cause l’abbiano determinato. Quando ne ho parlato a un illustre dirigente televisivo, se l’è cavata col dire che c’è stato il passaggio dalla televisione artigianale a quella industriale, sottintendendo, immagino, complesse e inesorabili ragioni di costi e produttività. Spiegazione accettabile, ma non so quanto compatibile con gli emolumenti “americani” riconosciuti a certi conduttori di “talk show” che vanno per la maggiore. Mi convince di più un’altra ipotesi, e cioè che la concorrenza “commerciale” tra informazione e spettacolo abbia portato prima negli Stati Uniti e poi, di rimbalzo, da noi, alla spettacolarizzazione “forzata” della notizia come del relativo confronto di opinioni, alleggerendone i contenuti, semplificandone i termini, enfatizzando le contraddizioni e i contrasti, eliminando i toni grigi e sfumati che la complessità dei fatti e delle questioni oggettivamente richiede. Accanto ad essa, se ne potrebbe rischiare un’altra, più politica. In una società, come quella occidentale e americana in particolare, che attribuisce più valore alla decisione e all’azione che alla riflessione e alla conoscenza, meno si è problematici e meglio è. Semplificando i termini di una questione, si rischia di commettere errori ma si decide prima; analizzandola a fondo in tutti i suoi aspetti, si può trarre la conclusione più giusta ma quando ormai è troppo tardi.

La democrazia moderna richiede sempre più spesso al cittadino di schierarsi da una parte o dall’altra, identificandosi con questa o quella corrente di opinione. Gli “opinion leaders” hanno interesse ad aggregare consensi nel modo più sicuro e rapido possibile, ciò che si ottiene più facilmente con una versione mediata e unilaterale dei fatti piuttosto che con una testimonianza diretta e imparziale dei medesimi. L’inganno è far credere che la possibilità di scegliere tra più versioni unilaterali, tra diverse faziosità, garantisca a sufficienza il diritto dei cittadini ad essere informati, come se facendo una media dei “falsi” o ascoltando la propaganda più convincente si riuscisse a sapere come sono andate realmente le cose. Nessuno mi convincerà mai che udire tre commentatori di parte gioverà alla mia comprensione più che una sola testimonianza davvero indipendente. (Luglio 1991).

 

Il canto della merla

Bianco gelo di morte

avvolge il mondo

e noi ne siamo lieti.

Dei fanciulli la festa

tinge di sangue i volti

e d’allegria.

Magie di voci

riempiono il silenzio

di una limpida attesa.

Perché la neve è sogno

e non dolore?

La vita mai non muore./

31 gennaio 2018

Via la befana…arriva il Carnevale (3’55”)

Da 33 anni per la festa dell’Epifania a Roma si rinnova lo spettacolo del corteo storico folcloristico “Viva la Befana“. Al termine dell’Angelus e della benedizione papale di mezzogiorno, 1500 figuranti giunti dai comuni laziali ma anche da altre regioni (Abruzzo,Molise, Campania, Sardegna) hanno reso omaggio al Bambino Gesù del Presepe di Piazza SanPietro, sfilando poi tra due ali gremite di folla lungo via della Conciliazione. Una straordinaria fantasmagoria di costumi, bandiere e bande musicali, di cui ho tratto per voi, in meno di quattro minuti di video Full HD, gli aspetti più spettacolari e divertenti. Il corteo, era come sempre promosso e organizzato da Europae Fami.li.a. (Famiglie Libere Associate d’Europa) allo scopo di “celebrare l’Epifania all’insegna della pace, della solidarietà e della fratellanza tra i popoli”.

Tunisi, Avenue Bourguiba (video 3’03”)

***Tunisi, 21 dicembre 2017 – Dal porto alla Medina, l’avenue Habib Bourguiba attraversa la parte moderna della città. Un viale abbellito da grandi alberi dove il periodo coloniale francese ha lasciato in eredità edifici in stile Art déco e Art nouveau. Come a Parigi sugli Champs Elysées la borghesia tunisina siede volentieri ai tavolini dei tanti caffè che costeggiano il viale per chiacchierare e osservare il passeggio. Mentre i giovani assediano numerosi e apparentemente sfaccendati le manifestazioni e gli spettacoli serali. Dalla Cattedrale all’ambasciata francese, dal Teatro Municipale al ministero degli interni, è qui che si svolge la vita sociale della capitale. Le immagini, registrate una settimana fa, sono di mia figlia Alessandra.

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Se Dio è madre (video 16′)

Roma, 20 dicembre 2017 – Sarah Mullally, un’ex infermiera di 55 anni, è il nuovo vescovo di Londra. Due giorni fa la regina Elisabetta, Capo della Chiesa anglicana, ha approvato la scelta del sinodo per il terzo più alto incarico della Chiesa d’Inghilterra. Solo trent’anni prima la nomina del primo diacono donna aveva sollevato un certo scalpore e il settimanale televisivo del Tg2, Focus, mi inviò in Gran Bretagna per realizzare il servizio che oggi vi propongo. Andò in onda il 1 aprile 1987. Il titolo “Se Dio è madre” riprendeva una frase celebre pronunciata nove anni prima da papa Luciani. Mi ero procurato allora una copia in un CD-ROM video, ormai sbiadita dagli anni. Per riprodurla qui ho dovuto riprenderla con la videocamera dallo schermo del televisore. La qualità è appena accettabile ma riguardandola oggi mi è parsa un documento storico significativo non solo sul piano storico e teologico ma anche sotto il profilo dell’emancipazione femminile. Vi basterà ascoltare quello che pensava del semplice sacerdozio femminile il predecessore di Sarah nella cattedra di Londra per comprendere il progresso compiuto dalla Chiesa d’Inghilterra, scismatica ma non protestante. Ascolterete anche l’intervista alla prima donna sacerdote, consacrata nella Chiesa Episcopale degli Stati Uniti e assisterete ad una sua celebrazione nella celebre chiesa di Saint Martin in the Fields, di Trafalgar Square. Buona visione.

Balducceide

13 dicembre 2017 – Da una lunga filastrocca di 53 anni fa, nel lontano 1964. Evidente l’assonanza con quelle del Signor Bonaventura, sul Corriere dei Piccoli. Racconta, in forma di scherzose metafore, un periodo importante della vicenda storica non solo di Ernesto Balducci, ma anche della Chiesa e della politica fiorentina negli anni del Concilio, che porterà  anche alla brusca sostituzione, promossa dalla Democrazia Cristiana, del sindaco Giorgio La Pira con il suo vice sindaco, Piero Bargellini.

Qui comincia l’avventura
di Balduccio pelle dura (1)

che a Firenze in San Gaetano
predicava a tutto spiano.

Anche fuori delle chiese
sobillava le marchese.

Con dispense e volumetti
convertiva giovinetti,

ma coi sacri suoi furori
sgomentava i monsignori.

Con le sue birichinate
sconcertava più di un frate

E qualcuno zitto zitto
andò a dirlo a zio Floritto (2).

Spaventato anziché no
Zio Floritto disse: oibò!

e ne scrisse immantinente
a un altissimo Parente.

Il Parente monsignore (3)
eccellenza e gran dottore

si consulta in Vaticano
col terribile Ottaviano (4).

Ottaviano inquisitore,
dei costumi gran tutore,

guarda con un occhio solo
ma con quello è assai pignolo.

Or gli è presa la mania
di spazzare in sacrestia

e, nascosti tra i sacristi
vede ovunque comunisti.

Scopre che nel basso clero
molto è rosso e poco nero

e anche qualche confratello
sembra già un comunistello.

(Chissà poiché che col suo metro
non sia rosso anche San Pietro).

Un bel dì viene a sapere
dal suo esperto consigliere

che i marxisti hanno la tana
nelle chiese di Toscana.

Dopo lunga riflessione
giunge a questa conclusione:

che sei rossi sono tanti
certo è colpa del vin Chianti

e li avrebbe alfin domati
dando loro del Frascati.

Poi prescrive questa cura
a Balduccio pelle dura

e, per essere più sicuro
che diventi meno duro,

lo spedisce sui Castelli(5)
dai suoi miti confratelli.

Ma Balduccio per dispetto
tiene il Chianti sotto il letto

e la notte nella cella
beve Chianti a garganella

e alle cinque del mattino
si fa un litro di Ruffino.

Se in convento i buoni frati
voglion dargli del Frascati

lui risponde gentilmente
che non beve proprio niente,

ma se va a mangiare fuori
chiede tosto un Serristori

e già prima della frutta
la bottiglia è sempre asciutta.

Passa un giorno, passa l’altro,
ma Balduccio è sempre scaltro.

Con i suoi discorsi strani
scandalizza anche i romani.

Prima ch’egli li abbia visti
sono tutti integralisti,

ma alla fin della lezione
sognan la rivoluzione

e alla terza conferenza
sono per la resistenza..

Ora a Roma tutti quanti
bevon solo vino Chianti

e anche qualche cardinale
trova che non è poi male

se, malgrado i vecchi affanni,
ne beveva anche Giovanni (6).

Mentre, chiuso in Vaticano,
il terribile Ottaviano

per dispetto verso il frate,
beve solo limonate,

il buon Chianti anche al Concilio
manda tutti in visibilio.

Dietro il gran porton di bronzo
c’è qualcuno che è già sbronzo.

Paolo mesto (7), a capo chino,
sta assaggiandone un quartino.

Liberato da ogni cruccio
chiama subito Balduccio

e gli da riconoscente
un miliardo immantinente;

poi si pente e il guiderdone
vien ridotto ad un milione;

si ripente e, sul finire,
gli offre diecimila lire.

Sempre indugia Paolo mesto,
ma Balduccio, lesto lesto,

prende i soldi e in ginocchione
chiede la benedizione,

poi col gruzzoletto in mano
scappa fuor del Vaticano.

Diecimila sono scarsi
ma ce n’è per ubriacarsi

E Balduccio li destina
a fornire la cantina.

Organizza spedizioni
presso tutte le regioni

ed in barba ai benpensanti
manda ovunque vino Chianti.

Catechizza i più beoni
e li chiama “Testimoni”(8),

per cui son Testimonianze
le peggiori stravaganze.
……………(omissis)……………………………………….
Dal suo capo si fa dare
il dovuto benestare

e abbandona il suo confino
con un carico di vino.

Dai bei colli fiesolani (9)
studia nuovi, arditi piani

ed aspetta l’occasione
di ripeter l’invasione.

Non finisce l’avventura
di Balduccio Pelledura.

Alla prossima puntata
vi diremo come è andata.

NOTE

  1. Padre Ernesto Balducci
  2. Ermenegildo Florit, arcivescovo di Firenze
  3. mons.Parente, braccio destro del Cardinale Ottaviani
  4. Cardinale Ottaviani, capo del Sant’Uffizio (att. Congr. per la dottrina della fede)
  5. Il collegio degli Scolopi di Frascati, esilio di Balducci
  6. Papa Giovanni
  7. Paolo Sesto
  8. i redattori di Testimonianze (tra i quali anch’io)
  9. la Badia Fiesolana dove ha vissuto fino alla morte nel 1992 padre ernesto Balducci e seconda sede, dopo via Gino Capponi, della rivista.

Vecchiaia

Lo so che vado ormai per una strada

che finirà nel nulla e ad ogni curva

un  eguale paesaggio ripropone.

La vecchiaia va presa con le buone

e amico io sorrido con me stesso.

Il futuro dei vecchi è sempre adesso.

24 novembre 2017

Paradiso bianco e blu (video 1’39”)

A una ventina di chilometri da Tunisi, Sidi Bou Said è una splendida cittadina sul mare, dove nel lontano 1220 da un musulmano sufita, Bou Said appunto, aveva creato un luogo di preghiera e meditazione. Ma dalla fine dell’ottocento divenne meta di artisti bohemiennes come Matisse, Paul Klee, Simone de Beauvoir, Oscar Wilde e tanti altri. Il Paradiso bianco e blu, come viene chiamato oggi, richiama molti turisti per l’incantevole vista sul Mediterraneo e l’armonia cromatica delle sue case, in particolare il disegno e le decorazioni delle sue porte.

Dai monti della Tolfa

Eppure anch’io

galoppavo felice

sul cavallo incantato

della mia sorte amica.

In cima alla collina

mi attendeva l’abbraccio

sconfinato del mare

alla fatica lieve

dell’impresa compiuta.

5  novembre 2017

Dantesca

La via diritta che tentavo invano

il quia frugando della vita eterna

astrar non puote dal cerebro umano

che cerca sì ma come una lanterna

che illuminando va tutta la mente

solo volgendo nella parte interna

e quella pure non profondamente

per il mirar dell’uomo sì meschino

che poco annota e tutt’intorno niente

(divertimento del 31 0ttobre 2017)

Accidia

Non so come fare,
ma basta che dica:
per togliere il ragno dal buco
mi rivolgerò ad un amico
per subito dopo pensare
a quanta fatica mi toccherà fare
per farmelo amico.

ottobre 2017

Old Jerusalem

Se ripenso a Barcellona

Non c’è Europa senza la Spagna.

Non c’è Europa senza Barcellona.

Rughe

Le rughe sul mio sul tuo viso

sono il nostro romanzo d’amore

segnato nel volto e nella mente

inevitabilmente

dall’invidia del tempo per la vita.

Lo sai anche tu, cara amica,

che amare è una dolce fatica.

Ma, credimi, basta un sorriso

per ringiovanire il tuo viso.

E come in autunno

le foglie si arrendono al vento

verrà quel momento

che noi accoglieremo la sorte.

Soltanto chi ha camuffato la vita

nasconde la morte

20 settembre 2017

Oktoberfest in Palestina

Roma, 20 settembre 2017 -Siamo “l’altra faccia della Palestina”, dicono a Taybeh, villaggio interamente cristiano a 30 chilometri da Gerusalemme, dove sabato e domenica scorsi hanno festeggiato con spettacoli, mostre e grandi bevute di birra l’ottava edizione di una piccola Oktoberfest. La tenacia del suo fondatore, l’ex sindaco David Khoury, rientrato dall’America nel 1995 per realizzare questo sogno del padre mastro birraio, ha avuto la meglio sul conservatorismo locale. Con una media di sedicimila visitatori in arrivo da tutta la regione, Israele e anche altrove.
Immagini come queste in un paese arabo e musulmano non si trovano facilmente. Così ho chiesto ad Alessandra Cancedda, mia figlia, che era da quelle parti per il suo lavoro di ricercatrice, di registrarle sul cellulare. Permettendo a me di montare questi tre minuti di video e a voi di conoscere un volto diverso, allegro e pacifico, del popolo palestinese.

Libertà vigilata

Libertà mia tradita e immaginaria

che mi esortavi  a prendere la croce

perché perdessi il sonno e la mia voce

per costruire i tuoi castelli in aria,

sarà per te che non ascolto il canto

di sirene che invitano al piacere

e corro avanti senza mai vedere

le belle cose che mi stanno accanto.

Le belle cose anch’esse fatte d’aria

com’erano le bolle di sapone

che scoppiando ci davano lezione:

la vita è bella solo perché è varia.

24 luglio 2017

Poi salirò nell’aria

col fumo delle ceneri diffuse

al vento della Vita,

ma lo spirito resta

di quel che ho dato a questo mondo ignaro

che non rilascia mai una ricevuta.

18 luglio 2017